Il silenzio di Mirafiori: Torino non può essere l’ultima ruota del carro 

L’OPINIONE

C’era una volta una città che dettava il ritmo al Paese. Una Torino fiera, geometrica, dove il rumore dei cancelli di Mirafiori scandiva i turni, le vite e l’identità stessa di un’intera comunità. Oggi, a scorrere le cronache industriali, quel rumore si è trasformato in silenzio che fa male, intriso di una nostalgia pesante per quello che eravamo e che rischiamo di non essere più.
​L’ultimo schiaffo arriva dai radar di Stellantis: nel nuovo piano “Fastlane”, Torino e la sua storica carrozzeria sono scomparse dalle mappe dei grandi manager, portandosi addosso il fardello del grave declino di un intero indotto legato all’automotive, tra aziende che chiudono e lavoratori licenziati.
​La sensazione, amara, è quella di una preoccupante perdita di identità.  Per dirla con le parole di Edi Lazzi – segretario generale Fiom Cgil Torino – “sembra  che i grandi attori globali si muovano quasi per “tranquillizzare Donald Trump a discapito dell’Europa”, lasciando che, soprattutto Torino, reciti la parte del fanalino di coda” : un paradosso inaccettabile per la culla dell’auto italiana. ​Non ci possiamo e non ci dobbiamo rassegnare al declino: questa città ha la competenza, la storia e la dignità per pretendere una centralità che le spetta di diritto. Siamo un territorio che ha ancora tanto da dare. ​Difendere Mirafiori significa difendere la nostra anima. Non lasciamo che il futuro di Torino venga scritto altrove e, soprattutto, da chi la ” sabaudità” non la vive quotidianamente.
Chiara Vannini

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Stellantis cerca accordi internazionali

Stellantis guarda con crescente attenzione alla strada delle partnership internazionali per rafforzare la propria posizione in un mercato automobilistico sempre più competitivo, soprattutto nei settori dell’elettrico e delle vetture di fascia alta. Nelle ultime ore il mondo dell’auto ha acceso i riflettori sui possibili sviluppi dei rapporti tra il gruppo e Jaguar Land Rover, mentre proseguono anche i dialoghi con costruttori cinesi come Dongfeng e Leapmotor.

Le indiscrezioni circolate sulla stampa economica internazionale parlano di un accordo preliminare tra Stellantis e Jaguar Land Rover finalizzato a esplorare forme di cooperazione industriale e tecnologica negli Stati Uniti. Tra le ipotesi sul tavolo figurano la condivisione di piattaforme produttive, componenti e progetti destinati al mercato nordamericano.

Per Jaguar Land Rover, società controllata dall’indiana Tata Motors, una collaborazione di questo tipo rappresenterebbe un’opportunità importante per rafforzare la propria presenza negli Usa, dove il marchio non dispone di strutture produttive dirette e deve confrontarsi con l’incertezza legata ai dazi e alle tensioni commerciali internazionali. Stellantis, dal canto suo, potrebbe sfruttare l’intesa per consolidare il proprio ruolo nel comparto premium e ottimizzare l’utilizzo di alcuni stabilimenti americani oggi impiegati solo parzialmente.

Nel frattempo il gruppo presieduto da John Elkann continua ad ampliare i rapporti con l’industria automobilistica cinese. Dopo l’investimento in Leapmotor, Stellantis ha avviato nuove collaborazioni con Dongfeng nel settore delle auto elettriche, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sia sul mercato europeo sia su quello asiatico. Parte della produzione potrebbe essere assegnata a impianti europei già esistenti, in particolare in Francia e Spagna, nel tentativo di contenere i costi e fronteggiare la concorrenza asiatica.

In questo scenario si inseriscono anche le mosse di Jaguar Land Rover in Cina, dove il gruppo opera già attraverso una joint venture con Chery. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le indiscrezioni su una possibile revisione delle strategie industriali e sull’utilizzo condiviso di nuove piattaforme dedicate ai modelli elettrici.

L’intero settore automobilistico sembra ormai orientato verso una fase caratterizzata da alleanze strategiche sempre più strette. I grandi costruttori cercano infatti di dividere investimenti e costi legati a software, batterie, ricerca tecnologica ed elettrificazione, in un momento in cui il tradizionale modello industriale europeo appare sotto pressione a causa della competizione cinese e della necessità di sostenere investimenti enormi.

Dal punto di vista finanziario, Stellantis rimane uno dei principali gruppi automobilistici mondiali, forte di ricavi superiori ai 150 miliardi di euro e di una produzione che supera i cinque milioni di veicoli all’anno. Nonostante ciò, il gruppo attraversa una fase complessa: il rallentamento del mercato statunitense, la debolezza della domanda europea, i costi elevati della transizione energetica e la crescita dei marchi cinesi stanno incidendo sulla redditività e sulle quote di mercato.

La società può ancora contare su una notevole solidità finanziaria e su marchi storici capaci di generare utili importanti, da Jeep a Peugeot, da Fiat a Ram, fino ad Alfa Romeo. Tuttavia le sfide dei prossimi anni riguarderanno soprattutto la capacità di razionalizzare le piattaforme globali, contenere i costi industriali e rilanciare i brand più esclusivi, come Maserati e Lancia. In quest’ottica, le future collaborazioni internazionali potrebbero diventare decisive non solo per crescere, ma anche per mantenere equilibrio economico e competitività nel lungo periodo.

Lavori sul raccordo autostradale 10 “Torino-Caselle”

Anas ha programmato gli interventi di manutenzione lungo le rampe degli svincoli n. 1 (Tangenziale) e n. 3 (SS460) del Raccordo Autostradale 10 “Torino-Caselle”.

Al fine di contenere il più possibile i disagi alla circolazione, le rampe saranno chiuse al traffico per fasi separate e in successione, nella sola fascia oraria notturna 22:00 – 6:00.

A partire da lunedì 25 maggio e fino a giovedì 4 giugno i lavori interesseranno le rampe dello svincolo numero 1 (Tangenziale). Durante la chiusura la viabilità sarà deviata con segnaletica di indicazione in loco.

I lavori saranno sospesi nelle notti comprese tra sabato 30 maggio e martedì 3 giugno.

Tra giovedì 4 giugno e martedì 9 giugno gli interventi notturni riguarderanno lo svincolo n. 3 (SS460 di Ceresole), in particolare la rampa di ingresso sul Raccordo per chi proviene dalla SS460 e procede in direzione Torino.

Durante la chiusura della rampa, la circolazione potrà immettersi sul Raccordo in direzione Caselle, effettuare l’inversione a Caselle Torinese e rientrare in direzione Torino.

Anche in questo caso ogni limitazione sarà sospesa durante le notti del fine settimana.

Mirafiori e Santa Rita: il punto con Luca Rolandi

L’INTERVISTA 

Luca Rolandi, presidente della II Circoscrizione, verso la fine di febbraio è uscita la notizia di alcuni problemi riguardanti la delibera delle linee guida della Circoscrizione 2 da adottare nel 2026. Quali sono stati gli sviluppi da quel momento?

Alla fine la delibera è stata votata e, anche se con significativo ritardo rispetto alle altre Circoscrizioni, realizzeremo le proposte di contributo per i progetti richieste da associazioni e altre realtà di territorio a partire dal mese di giugno e per tutto il mese di luglio. Si tratta di un ritardo che corrisponde a una difficoltà da parte della maggioranza politica di avere una conduzione non altalenante e dinamica che si verifica da ben prima dell’inizio di quest’anno.

Se lei dovesse individuare un problema della Circoscrizione 2 a cui lavorare urgentemente, quale sarebbe? Uno di questi potrebbe essere legato al problema dei blackout? L’ultimo, avvenuto alla fine di aprile scorso, ha sollevato qualche inquietudine riguardante la sicurezza, il lavoro delle aziende e l’estate alle porte

Il problema dei blackout era di carattere di rete, e Iren lo sta risolvendo potenziando proprio la rete elettrica. Si tratta, quindi, di un problema contingente in via di risoluzione. Per quanto riguarda una visione più ampia dei problemi della Circoscrizione 2, direi che sono molteplici: il primo riguarda sicuramente la cesura tra Mirafiori Nord e Mirafiori Sud. Dal punto di vista amministrativo non abbiamo responsabilità, siamo una piccola Circoscrizione, ma sotto quello logistico è un problema su cui bisogna lavorare, il quartiere di Mirafiori non deve continuare a sentirsi escluso dai “circuiti”. Posso dire che uno degli obiettivi da raggiungere è proprio quello di poter parlare, fra qualche anno, di Mirafiori senza distinzioni fra area Nord e area Sud. Un altro tema è quello che riguarda il recupero delle aree verdi.

Quindi sta dicendo che uno dei problemi della Circoscrizione 2 riguarda proprio l’essere divisa in due “sottocircoscrizioni”?

La Circoscrizone 2 è il risultato dell’accorpamento tra la 10, che è la Mirafiori Sud, e la 2 che rappresenta Mirafiori Nord e Santa Rita, ma temo che, come per la 8 e la 9, questa situazione in futuro possa evidenziarsi attraverso un nuovo decentramento che per necessità dovrà essere avviato, e che potrebbe portare alla realizzazione di veri e propri municipi dentro i quali ci potrebbero essere delle consulte di quartiere. Questo fatto è evidente proprio per la dimensione del Piano Regolatore, in cui non si parla di Circoscrizioni, ma di quartieri. Quindi sarà necessario trovare una soluzione e dovrà occuparsene il Consiglio Comunale, per comprendere quale sia il modo giusto per dare seguito ad una riforma del decentramento che non debba essere rivista a distanza di pochi anni. Non trovo normale che un decentramento modificato nel 2020 debba già necessitare di una nuova riforma. Probabilmente non si è avuta una visione politica veramente futuribile.

E poi Mirafiori e Santa Rita sono due quartieri dalle realtà completamente diverse…

Certo, è evidente, e lo sarà sempre di più. D’altra parte, se si creano municipi con relative realtà all’interno completamente differenti tra loro, non può che verificarsi questo fatto. Il punto fondamentale è riuscire a capire come non dimenticarsi delle problematiche, anche le più minute, dei quartieri, anche se mi rendo conto che sia molto complicato.

Quali sono i problemi di Santa Rita oggi?

Il problema più grosso di Santa Rita resta quello dei parcheggi e della viabilità. La zona in cui sorgono l’Inalpi Arena e lo stadio Grande Torino, entrambi luoghi che ospitano grandi eventi, da un lato genera ricchezza, business e movimento, dall’altro porta a una congestione dell’utilizzo dell’area e a una necessità di dare subito seguito alla richiesta che i residenti fanno, ovvero avere a disposizione maggiori spazi di parcheggio. Dietro alla piscina, per esempio, ci sarebbe una zona predisposta a ospitare 450 posti per le auto.

Per quanto riguarda i problemi di Mirafiori, invece?

Vi è sempre un po’ la costante preoccupazione dei residenti di essere “abbandonati”. Una preoccupazione in parte ragionevole e in parte non troppo fondata, anche perché negli ultimi anni abbiamo riaperto una biblioteca, aperto la centrale operativa della Polizia Municipale, una scuola e un’operazione di recupero importantissima nella zona di via Negarville, quindi non si può certamente parlare di abbandono, ma è anche vero che oggi, chi abita un po’ ai lati di Mirafiori, riscontra una mobilità difficoltosa.

Avrebbe altro da aggiungere?

Vorrei aggiungere che penso sia urgente avviare, a livello politico, un processo di rivisitazione del decentramento. Le istituzioni politiche centrali, i partiti che hanno la capacità di deliberare e di dare un indirizzo politico, sembrano essere un po’ silenti, forse anche a fronte della prossima campagna elettorale, riguardo alla debolezza di un decentramento che, per come è configurato oggi, risulta debolissimo e, senza una rivisitazione completa, rischieremmo una preoccupante paralisi a partire dalla prossima consiliatura, creando conseguentemente problemi alle attività delle altre istituzioni. La Pubblica Amministrazione, nello Stato moderno, rappresenta la spina dorsale del sistema, e se essa entra in difficoltà quest’ultimo ne paga le conseguenze. Non bisogna voltarsi dall’altra parte, è necessario occuparsi già adesso della futura riforma.

Mara Martellotta

 

Ragazzo arrestato con mezzo chilo di marijuana nello zaino

La Polizia di Stato ha arrestato un ventiseienne cittadino italiano per detenzione di sostanza stupefacente.
Durante l’attività di controllo del territorio i poliziotti delle Volanti dell’UPGSP hanno notato in corso Re Umberto angolo via Tirreno un uomo di giovane età che alla vista degli operatori ha affrettato il passo. Fermato per un controllo, il soggetto si è mostrato restio sostenendo che rischiava di perdere la coincidenza del pullman.
Nello zaino del ragazzo i poliziotti hanno trovato una busta termosaldata contenente mezzo chilo di marijuana. Nel corso della perquisizione domiciliare, gli agenti hanno rinvenuto un’altra busta simile, già aperta e contenente oltre 200 grammi della stessa sostanza. All’interno di un mobile, inoltre, gli agenti hanno trovato anche due panetti di hashish. Altri frammenti della stessa sostanza e residui di marijuana erano conservati in frigorifero e in diversi contenitori. Complessivamente è stato sequestrato quasi un chilo di sostanza stupefacente, materiale per il confezionamento delle dosi e oltre 600 euro in denaro contante, ritenuto probabile provento dell’attività illecita di spaccio.

Riapre l’area giochi del parco Sempione, completamente riqualificata

 

Proseguono in tutte le Circoscrizioni le riaperture delle aree giochi e dei giardini riqualificati grazie ai finanziamenti PNRR, con spazi più accessibili e accoglienti, attrezzature ludiche moderne e sicure per le attività dei bambini.

Oggi è stata riaperta l’area giochi del parco Sempione Est, sul lato di via Boccherini, nel territorio della Circoscrizione 6. Tutti i vecchi giochi sono stati rimossi e sostituiti con sei nuove attrezzature ludiche, è stata rifatta la pavimentazione antitrauma con nuova gomma colata in opera e colorata. L’intervento ha inoltre compreso la sostituzione delle assi in legno delle panchine, la manutenzione della recinzione perimetrale dell’area, il ripristino della pavimentazione in marmette autobloccanti nelle zone limitrofe all’area giochi e l’installazione di nuova cartellonistica.

La riqualificazione è stata realizzata con fondi PNRR nell’ambito di una delle misure del Piano Integrato Urbano (P.I.U.) della Città di Torino, che ha previsto interventi di manutenzione straordinaria delle aree verdi interne alle Biblioteche Civiche e di quelle limitrofe. Complessivamente sono 36 le aree interessate dai lavori, di cui 28 aree giochi: nelle passate settimane sono stati riaperti al pubblico il Giardino Donatori di Organi (Circoscrizione 2), l’area giochi del giardino di piazzale Volgograd (Circoscrizione 6), l’area giochi di piazza Mattirolo (Circoscrizione 5).

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Il Festival Narrazioni Parallele tra città e montagna

 

Dal 25 maggio al 15 agosto, nei comuni di Torino, Bardonecchia e Fenestrelle

Musica, danza, teatro e circo contemporaneo si fondono in un unico linguaggio multisensoriale ed invadono la città e la montagna con la nuova edizione di “Narrazioni Parallele Festival”. Dal 25 maggio al 15 agosto tornerà il festival che trasformerà i luoghi e le esperienze immersive, costruendo un sistema di Narrazioni Parallele capaci di mettere in relazione dimensioni apparentemente distanti, come la storia e il futuro, la tradizione e l’innovazione, la persona e la natura. Al centro del progetto è presente la contaminazione tra diversi linguaggi artistici: musicisti di formazione classica dialogano con artisti delle nuove tecnologie, mentre la danza contemporanea e i nuovi linguaggi scenici superano la quarta parete, coinvolgendo attivamente il pubblico. Gli spettatori sono parte di un’esperienza che si costruisce nel tempo e nello spazio. Narrazioni Parallele Festival si distingue per un approccio profondamente site specific. I luoghi, spesso lontani dal concetto di palcoscenico, diventano parte integrante di una narrazione e il pubblico è invitato a esplorarli in modo non convenzionale attraverso un’esperienza “a safari”, un percorso libero in cui cercare, scoprire, ascoltare e interagire.

Il Festival si svolge a Bardonecchia, a La Tur d’Amun e nella borgata di Rochemolles, al Forte di Fenestrelle, con appuntamenti alla Fondazione Merz e al Politecnico Campus Grapes. Sarà proprio in quest’ultimo, nella prima vigna itech al mondo, ideata da City Culture, all’interno del Politecnico di Torino, che il 25 maggio alle ore 20 si terrà l’evento inaugurale. Si tratterà di una serata i solita e affascinante, che vedrà la prima assoluta di “Metamorfosi-sentieri del mistero” con la collaborazione inedita tra il giovane oboista portoghese Pedro Pereira De Sá, primo oboe alla Scala di Milano e talento emergente, la compagnia EgriBiancoDanza e la musicista elettronica e sound designer Cristina Mercuri: una performance che unisce movimento, musica e tecnologie. Nello spazio di Campus Grapes, sospeso tra natura e innovazione, lo spettatore sceglierà, si muoverà e ascolterà, costruirà il proprio racconto attraverso la possibilità di utilizzare in maniera attiva il proprio smartphone per integrare i suoni dal vivo con un’ambientazione ascoltata attraverso un qrcode.

Il festival, dopo l’anteprima di maggio, entrerà nel vivo dal 1⁰ luglio al 15 agosto con un calendario di eventi diffuso. Tanti saranno gli artisti coinvolti, tra cui le Farfadais, la celebre compagnia di Nouveau Cirque francese, che porta in anteprima mondiale il suo nuovo show, Giuseppe Cederna, attore di cinema e teatro da sempre vicino aintemi deo viaggio e della montagna, Richard Galliano, fisarmonicista di fama internazionale; la compagnia EgriBiancoDanza con un nuovo spettacolo site specific creato appositamente per il festival; Andraz Golob dei Berliner Filarmoniker; Ainot Marvegliu, l’orchestra Sinfonica di Asti, Rosanna Biribò, percussionista, e tanti altri ospiti. La direzione artistica è affidata a Willy Merz, compositore e direttore d’orchestra svizzero, figura di rilievo nel panorama contemporaneo internazionale. Sotto la sua guida, con la collaborazione di Claudia Lupo, il festival si propone come un incubatore di innovazione nelle performing arts, con un respiro già internazionale.

“Con Parallele Festival, i luoghi raccontano attraverso le performance arts, il suono e il gesto si fanno narrazione – dichiara Roberto  e caria, direttore del Festival, già ideatore di Scenario Montagna – l’aspetto distintivo del festival è rappresentato dal fatto che si tratta di qualcosa di unico”.

“Gli spettacoli del Festival non sono solo site specific ma costruiti per le comunità che li abitano: è una sfida, una cosa diversa dal consueto – prosegue Willy Merz”.

“Ci divertiamo ad abbattere le barriere – conclude Claudia Lupo – presenti tra musica classica, contemporanea ed elettronica, tra linguaggi performativi, tra artisti e pubblico. Narrazioni Parallele è un’esperienza diversa da tutte le altre”.

Il Festival è sponsorizzato da Birra Metzger 1848, sostenuto dal Ministero della Cultura, Regione Piemonte, comune di Bardonecchia, Camera di Commercio di Torino, Fondazione CRT e vanta il patrocinio della Città di Torino, Città metropolitana di Torino, Politecnico di Torino e Regione Piemonte.

L’orologio conteso

Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“

Mirella è una gazza ladra bella e furba. Bella, poiché possiede un piumaggio iridescente che la rende del tutto particolare, come solo gli uccelli eleganti sanno di poter essere. A prima vista è bianconerama, a seconda della luce, s’intravedono riflessi color verde metallico e grigi. Ne è consapevole e lo fa pesare agli altri uccelli durante il volo, quando alterna veloci battiti d’ala a lunghe planate, inarcando il becco con aria altezzosa. Anche quand’è a terra cammina e saltella impettita, tenendo la coda sollevata. Si crede molto furba e scaltra, abituata com’è a fregare il prossimo. Ma Mirella, in quanto gazza, com’è facilmente intuibile dal nome, ha un piccolo particolare che la distingue dagli altri uccelli: subisce il fascino degli oggetti luccicanti, è attratta da quelli particolarmente colorati, che adora rubare e nascondere. “Comunque”, tiene a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi  piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“. Mirella va presa così com’è. Si ritiene, nonostante il difettuccio, una gazza senza aggettivo. E pretende di esser chiamata esclusivamente con il nome proprio. Comunque, visto che – pur negandone l’evidenza – un po’ ladra lo è nei fatti, ha accumulato un bel bottino nel nido che si è ricavata tra le travi del solaio della signora Brigida, l’anziana proprietaria della locanda del “Monte Camoscio”. Lì, nel fitto intreccio di ramoscelli, brillano gli oggetti racimolati durante le sue scorribande. Un bottone dorato, una spilla di latta, una fibbia argentata, alcuni tappi di metallo a corona, una moneta da cinquecento lire di quelle vecchie, con incise le tre Caravelle, il cappuccio di una stilografica. Tutte cose belle, luccicanti e quindi di valore. Ma da un po’ di tempo Mirella ha messo gli occhi sull’orologio del capostazione Ballanzoni. Amleto Ballanzoni è un omone sulla sessantina, con il volto incorniciato da una folta barba bianca. I bambini, per questo, l’hanno ribattezzato “Babbo Natale”.

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Lui, sempre sorridente e pacioso, non se l’è mai presa. Anzi: la somiglianza con il caro e simpatico vecchietto gli garba, strappandogli un sorriso. Da poco meno di trent’anni dirige con fischietto e paletta la stazione ferroviaria di Baveno, sulla linea Milano-Domodossola. Un tempo era una fermata importante, ora un po’ meno, ma il signor Amleto, con in testa il suo berretto da Capostazione di prima classe in panno rosso e galloni dorati, non si scompone. Il dovere è sempre il dovere. “I treni devono viaggiare in orario”, dice scrutando orgoglioso il suo Perseo meccanico, a carica manuale, con la lucida locomotiva turca disegnata sulla cassa. Quest’orologio da tasca, fissato al panciotto con una catena d’argento, è il segno distintivo del ferroviere, quasi un segno del comando. L’orologio assume un’importanza vitale e deve garantire l’assoluta precisione nel calcolo dello scorrere del tempo per regolare il traffico su rotaia. Tutto dipende dal tempo: tabelle, orari, coincidenze, scambi. Tutto dipende dalla sincronia degli orologi. E quello in possesso di Amleto Ballanzoni non è un orologio comune: è un modello costruito appositamente per le Ferrovie dello Stato e quindi è “l’Orologio”, quello con la “o” maiuscola. Preciso e infallibile, da mantenere sincronizzato e perfettamente funzionante. “L’orologio per noi è un po’ come l’Arma dei Carabinieri: nei secoli fedele”, sentenzia al bancone del Circolo Operaio l’Amleto, lisciandosi la barba. Beh, magari non dura proprio dei secoli ma qualche decennio sì. E il suo Perseoera lì, testimone muto ma preciso, a confermarlo. Il destino del ferroviere e quello del suo orologio sono talmente indissolubili che, di norma, vanno in pensione insieme. Infatti, deposto il berretto e riconsegnato fischietto e paletta, l’orologio rimane di proprietà, quasi fosse una medaglia, un distintivo, un segno di riconoscimento per chi ha fatto parte della grande famiglia dei ferrovieri. Proprio a quell’orologio mirava la gazza ladra. Per Mirella rappresentava l’oggetto del desiderio. Un lucente e ticchettante trofeo da aggiungere alla sua collezione. Di più: il pezzo più pregiato, la “chicca” di cui potersi vantare a destra e manca. Iniziò a svolazzare con aria indolente attorno alla stazione. Un battito d’ali così svagato non avrebbe destato i sospetti del capostazione che, tra l’altro, non pareva avere – così almeno pensava Mirella – grandi conoscenze in fatto di uccelli e quindi particolare timore nell’avvistare nei dintorni il volteggiare di una gazza, per di più ladra. Così, nei giorni scorsi, è accaduto il fatto più inatteso e terribile che l’Amleto Ballanzoni si sarebbe mai immaginato di vivere: il furto dell’orologio. Un furto con destrezza, senza dubbio. E’ bastato un attimo di disattenzione, uno sguardo distolto dal prezioso oggetto che il signor Amleto aveva appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, dopo averlo staccato dalla catenella per poterlo lucidare per bene, e… puff! Sparito! Il disperato capostazione ha frugato dappertutto, in un crescendo di agitazione e sconforto. Niente. Il suo Perseo non c’è più. Vero che la porta e la finestra erano come sempre aperte ma, mio Dio, e’ successo tutto così in fretta da non riuscire a farsene una ragione. Chi può essere stato? Il perché lo si intuisce: era un signor orologio che poteva senz’altro far gola a qualche malintenzionato. Ma, nonostante si sforzi di pensare a chi possa essere il colpevole, l’identità del ladro rimane un mistero. L’orologio si e’, come dire?, volatilizzato! Non immaginava, il pover’uomo, di aver fatto centro con quella definizione. Sì, perché proprio su di un volatile andava concentrata l’attenzione e, successivamente, la ricerca della refurtiva. Amleto Ballanzoni, però, non s’intende per nulla d’uccelli. Sa distinguere un passero da un’aquila solo per le dimensioni. Sa tutto su locomotive, convogli, linee, ma di ornitologia non conosce nulla. Buio pesto. Non sapendo distinguere un tordo da un merlo, una beccaccia da una poiana, immaginarsi cosa può sapere delle gazze e del loro “vizietto”. Così Mirella impreziosì la sua collezione e per un po’ se ne stette buona buona a rimirare i suoi trofei senza sentire l’impellente bisogno di dedicarsi al furto, alla rapina, all’altrui alleggerimento. Al capostazione, con il morale sotto le scarpe, non restò che arrangiarsi in qualche modo. Nell’attesa di comprarsi un orologio nuovo, pur con la consapevolezza che come il suo Perseo non ce ne sarebbe stato più di eguale, ha recuperato dalla soffitta il vecchio pendolo a cucù. E’ un ricordo della zia Ermelinda che, a  sua volta, l’ha ereditato dal signor Giustinetti, un impiegato alle poste svizzere di Martigny che d’estate e per molto tempo soggiornò in una camera d’affitto qui, sul lago Maggiore. Per ringraziare la zia delle gentilezze e di un certo qual affetto che aveva in lei trovato corrispondenza, lasciò come pegno d’amicizia il simbolo più indicativo del tempo per uno svizzero: un orologio. Nella fattispecie, un orologio a cucù. Esattamente questo che, pur impolverato e con la superficie tormentata da qualche scalfittura, mantiene – a dispetto dell’età – un invidiabile funzionamento. Il meccanismo é in buono stato ma il merito del suo pieno recupero va tutto ad Amleto che, con passione e curiosità, si diletta a smontare e rimontare tutti i meccanismi che gli capitano tra le mani. E’ un pezzo veramente raro della produzione tedesca di orologi a cucù di fine ‘800, e deve avere anche un discreto valore economico. Il frontale riproduce, stilizzandola, una tipica stazione ferroviaria dell’epoca, in foggia neogotica. “Quasi un segno del destino”, commenta l’omone, piacevolmente sorpreso dalla scoperta. Il cucù se lo ricordava vagamente e vederlo ora come riproduzione del suo ambiente di lavoro e di vita gli fa dimenticare per un po’ il magone del furto subito. Il movimento, revisionato e sincronizzato, consente – allo scoccare delle ore – l’apertura di uno sportello dal quale esce un uccellino che esegue un intonato canto del cuculo. Tutto questo ovviamente grazie alla suoneria, ma il piccolo volatile canterino sembra quasi vero. “Non è la mia cipolla”, borbotta Amleto, “ma non è neanche poi male e, in fondo, tiene bene il tempo che poi è giusto il mestiere che deve fare”.

***

Così, il pendolo a cucù ha preso servizio. La cosa non è passata inosservata nemmeno a Mirella che, finita la fase contemplativa, ha ripreso i suoi giri. Udito il canto del cuculo, si è precipitata a curiosare dalla finestra dell’ufficio della stazione. Ciò che vede la lascia interdetta, con il becco spalancato. “Mamma mia, che fusto! Che melodia, che ugola intonata”, dice tra se, incantata davanti alla visione dell’uccelletto di legno che fa capolino dal pendolo al battere dell’ora. Mirella ha un tuffo al cuore. Avverte il fascino irresistibile del maschio canterino e, turbata, guardandolo con occhio languido, se ne innamora così, su due zampe. Il classico colpo di fulmine, direte voi. Sì, “le coupe de foudre”, come dicono gli svizzeri tra Losanna e Ginevra. Roba da lasciare lì stecchita la gazza, che dimentica d’essere ladra e s’immagina stretta in un abbraccio a cinguettare fitto fitto con quell’esempio superbo di germanico volatile. Come fare ad attirare la sua attenzione? Come farsi vedere e fargli sentire il piacevolissimo brivido che le intirizzisce le piume? Aspetta rapita per ore, alternandosi in volo tra il davanzale della finestra e l’albero di fichi lì davanti. Ogni tanto il cuculo esce, canta e poi si ritira dietro l’anta di legno. Non sembra interessato alla presenza di Mirella. Quasi non l’avvertisse. La gazza è incredula. “Ma come? Non avverte, quel pennuto, il mio fascino? Non incrocia mai il mio sguardo. Anzi, mi pare che tenga sempre gli occhi fissi davanti a se… E quel suo rimanere lì, impettito come uno stoccafisso? E’ una mia idea o quello se la tira un po’? “. Mirella, come tutte le gazze, è caratteriale, piuttosto scontrosa, scorbutica. Ma il fascino esercitato da quell’uccelletto del cucù è troppo forte e lei, nonostante tutto l’orgoglio, non puo’ (e non vuole) resistergli. “Che sia sensibile ai regali?”, pensa Mirella. Dopotutto le gazze come lei subiscono l’attrazione dei bellissimi oggetti lucenti. Chissà che quell’uccello, per timidezza, non avendo il coraggio di volar via da quella strana casetta, non abbia bisogno di qualche incoraggiamento? Detto e fatto, Mirella vola al suo nido e, preso il bottone dorato, lo posa sulla mensola a fianco del pendolo a cucù. Allo scoccare dell’ora, puntualmente, l’uccelletto fa capolino cantando e, senza rivolgere lo sguardo né a destra né a sinistra, ritorna in casa, chiudendosi la porta dietro le spalle. Forse il bottone è un po’ misero, pensa la gazza, e poco per volta si priva di tutto il suo patrimonio, accumulato di furto in furto. In ultimo si priva anche del pezzo più pregiato: l’orologio sottratto al capostazione mettendo a segno il colpo più bello della sua vita. E’ innamorata persa, la povera Mirella. Innamorata senza speranza, ignara del fatto che l’uccello di legno dell’orologio a cucù non può corrisponderle l’affetto essendo lui, per l’appunto, un finto volatile. Così, dopo tutto quel darsi da fare senza ottenere in cambio nemmeno uno sguardo, con il cuore gonfio di amarezza, la gazza fa per riprendersi le sue cose ma – colmo della disperazione – oltre al bottone, ai tappi e alla spilla non trova più l’orologio. Amleto Ballanzoni l’ha visto sulla mensola e, incredulo, si è dato una gran manata in fronte: “Eccolo lì, il mio Perseo! Vecchio balordo, cominci a perdere i colpi! L’avevo davanti agli occhi e non riuscivo a vederlo da tanto ch’ero agitato. Meno male, va… D’ora in poi starò più attento a dove metto le cose”. Per il capostazione, recuperato il prezioso orologio, il caso era chiuso. E il pendolo a cucù? Ormai fa parte dell’arredamento. Funziona bene e, per di più, è perfettamente in “linea” con l’ambiente dato che raffigura una stazione ferroviaria. L’unica modifica che Amleto ha deciso di introdurre riguarda quel fastidioso cuculo che canta, monotono, ogni ora. L’eliminazione è avvenuta senza troppe storie. E’ bastato spegnere il meccanismo della suoneria con l’apposita levetta e l’uccello resta, segregato e silenzioso, dentro la sua casetta trasformatasi in prigione. Mirella, ormai disperata, vedendo quella porticina chiusa ha deciso di andarsene via, il più lontano possibile da quell’odioso uccello pieno di sé che chissà poi cosa credeva di essere. Volata via e stabilitasi sulle colline del Vergante, dalle parti di Massino Visconti, ha conosciuto una gazza maschio. I due vanno d’amore e d’accordo, rastrellando oggetti per abbellire la loro dimora nel bosco alle pendici del monte San Salvatore. Amleto Ballanzoni, a sua volta, fischia e agita la paletta all’arrivo e alla partenza dei treni nella sua stazione, con il berretto rosso in testa e l’orologio ben saldo alla catenella del panciotto. L’uccelletto di legno riposa nella penombra della sua dimora in attesa di tornare a cantare allo scoccare di ogni ora. Può darsi che accadrà presto ma noi non lo sappiamo. E poi questa è un’altra storia.

Marco Travaglini

Auto storiche, torna la Susa – Moncenisio

SABATO 30 E DOMENICA 31 MAGGIO 

Da venerdì 29 a domenica 31 maggio torna la Susa-Moncenisio, la corsa automobilistica più antica del mondo, valida per la Coppa Italia Slalom di Prima Zona e patrocinata dalla Città metropolitana di Torino. Disputata a partire dal 1902, la Susa-Moncenisio ha scritto pagine memorabili della storia dell’automobilismo sportivo italiano. La Susa-Moncenisio si prepara a scrivere un nuovo capitolo della propria storia. L’edizione 2026 segna il ritorno della velocità in salita accanto allo storico Slalom, riportando così la manifestazione alle sue radici più autentiche. Dopo il completamento delle verifiche sul percorso e l’apertura ufficiale delle iscrizioni, cresce l’attesa attorno a una gara che rappresenta da oltre un secolo uno degli appuntamenti simbolo del motorsport italiano.

L’edizione 2026, oltre che per la velocità in salita è valida per la Coppa Italia Slalom di Prima Zona, e vedrà sfidarsi i protagonisti delle due specialità lungo un tratto di 4,2 km della Statale 25 del Moncenisio, che attraversa l’abitato di Giaglione, con un dislivello di 305 metri (da 675 a 980 metri sul livello del mare), una pendenza media dell’8,3%, una larghezza media della carreggiata di 7,5 metri e 15 postazioni di birilli previste per la prova Slalom che non saranno presenti nella salita. Il percorso riprende il tratto iniziale dello storico tracciato originale di 22,5 chilometri, che da Susa conduceva fino al Lago del Moncenisio, oggi in territorio francese.

La collocazione della gara a fine maggio riporta la manifestazione in un periodo particolarmente favorevole, alle porte della stagione estiva, contribuendo a valorizzare ulteriormente il territorio valsusino e il richiamo turistico dell’evento. Venerdì 29 maggio dalle 15 alle 20 si svolgeranno le verifiche sportive e tecniche nella Legends Arena di corso Couvert 31 a Susa, che proseguiranno il giorno successivo dalle 10 alle 12. Le prove ufficiali in due manche della categoria Velocità Auto Storiche scatteranno alle 12 di sabato 30 maggio e, a seguire, è prevista la ricognizione per i concorrenti della gara di Slalom. Domenica 31 maggio alle 9 è in programma la prima manche della Velocità Autostoriche, mentre alle 13 si disputerà la prima manche dello Slalom ed a seguire le successive. Le premiazioni della categoria Auto Storiche sono in programma alle 15,30 alla Legends Arena, quelle della gara di Slalom alle 19.

Per consentire il regolare svolgimento della competizione, la Strada Statale 25 del Moncenisio resterà chiusa sabato 30 maggio dalle 8 alle 20 e domenica 31 maggio dalle 7 alle 20.

Nel corso della sua lunga storia, la Susa-Moncenisio ha visto imporsi alcuni dei più importanti protagonisti delle cronoscalate italiane, tra cui Mauro Nesti, Pasquale Irlando, Ezio Baribbi e Giuseppe Tambone. Il primo storico vincitore fu invece Vincenzo Lancia. Nel 2025 il successo assoluto era andato ad Emanuel Traina, assente nell’edizione 2026 per concomitanti impegni agonistici in altri campionati. L’edizione 2026 rappresenta inoltre ulteriore tassello di un progetto triennale di rilancio promosso dagli organizzatori, Supergara e Legends Arena, con l’obiettivo di riportare la storica competizione piemontese ai livelli di alto prestigio che l’hanno resa celebre nel panorama automobilistico internazionale. Un percorso di crescita che punta a consolidare la Susa-Moncenisio come evento di riferimento per il motorsport storico e moderno, valorizzando al tempo stesso il territorio e la tradizione sportiva della Valle di Susa.

La tenue trama dell’acqua di lago

 

Bonaccia, tempesta, onda, schiuma, increspature del vento, sciabordio lungo i moli. Chi è nato sulle rive del Verbano o del Cusio, come i persici, ha nel sangue la trama dell’acqua del lago. Non è cosa che si possa capire fino in fondo se non s’avverte dentro, nel profondo di se stessi. Si avverte, si prova un debole per quei ghirigori disegnati dalle correnti in superficie. Sono disegni, rughe cesellate nell’istante stesso che precede la loro cancellazione da un’altra onda. Affascina lo scorrere lento della corrente nelle vicinanze delle foci degli immissari, con i pesci che si mettono di traverso, puntando il muso in senso opposto, tenaci come salmoni pronti a spiccare il salto. Come ogni cosa viva mettono a nudo il loro spirito ribelle e stanno lì, in direzione ostinata e contraria. Anche i colori del laghi a nord del Piemonte – Maggiore, d’Orta, Mergozzo – il più delle volte, non s’accontentano delle mezze misure prediligendo tonalità forti: grigio metallo e antracite sotto la pioggia battente d’inverno; verdeazzurro carico, pieno di vita e di promesse in tarda primavera; dolente e malinconico, pur senza rassegnazione, negli autunni dove il colore delle foglie dei boschi tinge di giallo e arancio il riverbero dell’acqua vicino alle rive. Sul Cusio, nell’ombra di una nuvola che accarezza il Mottarone e fugge via, rapida, verso l’alta Valsesia, irrompe la scia di una barca a motore che taglia a metà l’immagine riflessa per poi lasciare all’acqua il compito di ricomporla, con le forme morbide e mosse di un’opera di Gaudì. Torce le immagini, le confonde. A volte le piccole onde appaiono e scompaiono a pelo d’acqua lasciando immaginare le squame del mostro del lago. Ma ci sarà poi davvero, il mostro del lago? E cosa potrà mai essere? Uno di quei draghi che infestavano l’isola prima che San Giulio li scacciasse, arrangiatosi a vivere nei fondali più scuri per scansare l’esilio? E’ maschio o è femmina, come quella creatura scozzese che non ama farsi fotografare? Questo è il lago d’Orta. E nel lago, questo è certo, vivono quei pesci che hanno poca voglia di farsi pescare. Sostando sulle rive dell’Orta o del Maggiore si avverte subito l’odore dell’acqua. Un odore forte, intenso, d’alga e di sassi bagnati, del legno tirato a lucido e verniciato di fresco del fasciame delle imbarcazioni, di quel vento che viaggiando raccoglie e conserva odori e profumi. Le prime canne da pesca, rudimentali attrezzi di bambù che da ragazzi ci si costruiva da soli, nel tempo si sono raffinate grazie alle mani esperte di artigiani di talento. Ora le usano in pochi, sostituite da quelle lucenti, super tecnologiche, leggere e flessibili come giunchi. Le canne telescopiche al carbonio sono però troppo sensibili per le mani segnate dai calli dei vecchi pescatori. Se proprio occorre ammodernarsi, meglio quelle robuste, affidabili, in solida vetroresina. Si sentono bene al tatto, stringendole tra le dita. Quasi tutti gli amici possiedono canne simili. E spesso, insieme, si va a pescare. Un modo come l’altro per stare in compagnia, rievocando scampoli di vecchie memorie. Secondo voi, tra amici, solitamente dove ci si trova? All’osteria per una bevuta e quattro chiacchiere? Al Circolo per una partita a scala quaranta, una briscola chiamata o una più impegnativa scopa d’assi? Alla balera, per fare quattro salti in compagnia di quelle che un tempo furono ragazze e oggi, sempre più spesso,sono diventate delle vedove? Secondo voi, dove ci si trova? Al bar, al cinema, sulle gradinate di un campo di calcio di periferia guardando l’arrancare dietro una sfera di cuoio giocatori di squadre che spesso perdono, qualche volta pareggiano e raramente vincono? O magari giù in piazza, seduti in fila su una panchina a guardar passare la gente, commentare le novità e le maldicenze, discutendo di sport e di politica? Il mondo è paese, si sa, e anche i passatempi sono più o meno gli stessi. Ma con gli amici abbiamo deciso diversamente. Con rispetto per tutti abbiamo scelto un’altra strada. Intendiamoci: le cose citate le facciamo anche noi, per carità. Si fanno, si fanno ma quando decidiamo di stare in compagnia ci si trova tra di noi in riva al lago. Là dove il Cusio fa una piccola ansa va in scena da tantissimo tempo, quasi fosse una rappresentazione di tragedia greca, l’infinita gara a chi dimostra d’essere il più scaltro tra la combriccola di stagionati pescatori e quei persici diventati, con il tempo e con l’età, sempre più furbi e sospettosi. Chi abbocca? Chi fa la figura del pesce lesso? Noi, facendoci prendere per il naso da quei ciprinidi a strisce – pesci “della Juve” come dice storcendo il naso uno dei nostri, granata fino al midollo – o loro, ingannati dall’esca luccicante e dall’incontenibile golosità? Difficile dirlo. Ci si scambia spesso di ruolo, nonostante la sfuggevole abilità dei guizzanti abitanti del lago. Ma questa è la storia che accompagna le storie di chi è nato e vive sui laghi e che sente scorrere dentro di sé la trama fluida dell’acqua dolce.

Marco Travaglini