Troppe aggressioni: guardie armate in ospedale a Chivasso

Aggressioni e tensioni sono sempre più frequenti nei Pronto Soccorso di molti ospedali piemontesi, dove la pressione sul personale sanitario continua a crescere. Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo degli episodi di violenza, legato anche alla crescita delle fasce più fragili della popolazione: persone in difficoltà che, non trovando altri canali per far valere le proprie esigenze, finiscono talvolta per ricorrere a comportamenti aggressivi.

Per far fronte a questa situazione, l’Asl To4 ha introdotto la sorveglianza armata nell’ospedale di Chivasso, da maggio, una misura emergenziale pensata per garantire la sicurezza del personale, degli utenti e delle strutture. Si tratta di uno strumento già adottato in altri Pronto Soccorso, concepito come deterrente temporaneo e come supporto ad altre strategie più strutturali che devono essere sviluppate, a partire da una migliore organizzazione dei servizi.

Il fascino della storia “granata”

Maggio, tra le molte altre cose, è anche un mese “granata”. Certo, quando si parla di sport, e di calcio soprattutto, le date più o meno storiche si rincorrono rapidamente. Ma quando si parla del Torino, o del Toro per dirla con i suoni tifosi, o della maglia granata, il mese di maggio nessuno lo dimentica. Perchè proprio nel mese di maggio ci sono due date che restano scolpite nella storia di questo storico club.

Innanzitutto il 4 maggio 1949. Una data tragica e sconvolgente. E cioè la data che ricorda la tragica scomparsa del Grande Torino. Superga, la Basilica di Superga, di ritorno da Lisbona, dopo aver disputato un’amichevole contro la squadra del Benfica il cui capitano era un grande amico di Valentino Mazzola, storico capitano e guida dello squadrone granata. L’aereo, come tutti sappiamo, si schianta contro il muraglione posteriore della Basilica. Ormai conosciamo quasi a memoria le dinamiche di quel tragico schianto in una giornata caratterizzata da una tempesta di pioggia e di vento gelido che nascondeva Torino e la sua collina. Appunto, nascondeva agli occhi del pilota la Basilica di Superga. Ma da quel giorno il 4 maggio è diventata una data dove il calcio si ferma e riflette. E non solo a Torino e in Piemonte. O nella vasta ed articolata comunità granata. Ma in tutta Italia. Anche perchè la scomparsa del Grande Torino, una squadra che in quegli anni non aveva rivali in campo da potere contendere trofei e scudetti, ha segnato la storia del calcio nazionale, europeo ed internazionale. Una tragedia che, infatti, non solo viene ricordata ogni anno a Torino con l’ormai celebre marcia sino alla Basilica di Superga ma che viene raccontata attraverso i media e i social in tutto il mondo. Appunto, una tragedia che ha segnato in profondità la storia, la cultura, la tradizione e il cammino del club granata. E anche quest’anno, come tutti gli anni del resto, il 4 maggio vedrà la presenza del “popolo granata” ai piedi della Basilica.

Ma, accanto alla tragedia, maggio ricorda anche un’altra data. Questa volta una gioia, una immensa gioia che purtroppo non si è più ripetuta. Parliamo dell’ultimo Scudetto conquistato, il 16 maggio 1976. Che si aggiunge agli Scudetti conquistati, appunto, dal Grande Torino negli anni ‘40. Ma quel 16 maggio del ‘76 fu una giornata importante non solo per lo Scudetto conquistato meritatamente sul campo ma perchè coincise anche con una stagione difficile se non addirittura drammatica per il nostro paese. E per la stessa città di Torino. Basti ricordare che il giorno dopo la conquista dello storico Scudetto con uno splendido goal di Paolo Pulici, vero “mito” granata, pareggiando nell’ultima giornata contro il Cesena al Comunale, proprio a Torino iniziava lo storico processo alle Brigate Rosse guidato e coordinato dal giudice Gian Carlo Caselli. Lo ha ricordato molte volte il magistrato stesso, grande tifoso granata e presente lui stesso il 16 maggio allo Stadio Comunale.

Ecco perchè il club granata rappresenta una storia che è destinata a fare epoca nel calcio mondiale. Vittima di una tragedia che non sarà mai cancellata dai ricordi dei suoi tifosi e degli stessi appassionati di calcio ad ogni latitudine del mondo e avaro, al tempo stesso, di gioie vere. Quelle, per intenderci, che vengono maturate sul campo verde. E non è un caso, del resto, che lo Scudetto conquistato ben 50 anni fa sarà celebrato e ricordato con una grande manifestazione popolare e di massa. Non solo con una partita allo stadio Grande Torino presenti le “vecchie glorie” che conquistarono quel trofeo – anche se non scenderanno in campo per la partitella…- ma anche con incontri e momenti pubblici che ricorderanno, appunto, quella memorabile giornata.

Perchè, come recitava uno dei tanti celebri slogan della tifoseria granata quando il Torino purtroppo tornò in serie B, “la fede non retrocede”. E il ricordo del passato fatto di gioie e dolori, tragedie e vittorie, per noi granata resta un grande patrimonio culturale, sportivo e forse anche etico con cui fare i conti tutti i giorni. Insomma, non possiamo non ricordare, ancora una volta, il “maggio granata”.

Giorgio Merlo

Anziano si allontana per ore, la polizia lo ritrova

Nei giorni scorsi, la Polizia di Stato ha rintracciato un anziano di 87 anni, dopo essersi allontanato dalla propria abitazione per diverse ore.
L’intervento è nato a seguito della segnalazione avvenuta da parte della moglie che, preoccupata per l’allontanamento del marito a causa di precedenti problemi di salute, contattava la Centrale Operativa, che inviava una pattuglia del Commissariato di P.S. San Paolo in via Osasco, dove risiedono i due.
Acquisendo tutte le informazioni necessarie per la ricerca dell’uomo, gli agenti apprendevano che l’anziano si era allontanato da diverse ore e che abitualmente passeggiava nelle zone limitrofe alla propria abitazione, per poi rientrare dopo circa mezz’ora.
I poliziotti effettuavano i primi controlli estendendo le ricerche anche nelle aree verdi della zona, sino a quando l’anziano veniva ritrovato su una panchina di un parco.
Dopo aver instaurato un sereno dialogo e instaurato un rapporto di fiducia con l’uomo, gli operatori di polizia, lo riaccompagnavano presso la propria abitazione, tranquillizzando anche la consorte.

Il Grande Torino non si dimentica mai

Il 4 maggio non è una data qualsiasi per il calcio italiano. È il giorno in cui si ferma il tempo, per ricordare il Grande Torino e la tragedia di Tragedia di Superga.
Il 4 maggio 1949, l’aereo che riportava a casa la squadra granata da Lisbona si schiantò contro la collina di Superga. Non ci furono superstiti: persero la vita giocatori, staff e giornalisti. Se ne andò in un attimo una squadra leggendaria, capace di dominare il campionato italiano con uno stile moderno, spettacolare e vincente. Il Torino di quegli anni non era solo una squadra: era la spina dorsale della Nazionale, un simbolo di rinascita per un Paese uscito dalla guerra.
A distanza di 77 anni, il Grande Torino rappresenta ancora molto più di un ricordo sportivo. È il simbolo di valori profondi: appartenenza, sacrificio, gioco di squadra. È una memoria collettiva che unisce generazioni diverse, non solo tifosi granata ma tutti gli amanti del calcio.
Ogni 4 maggio, il silenzio e la commozione salgono fino alla Basilica di Superga, dove i nomi di quei campioni vengono letti uno a uno. Non è solo commemorazione: è un modo per tenere viva una storia che continua a insegnare.
Perché il Grande Torino non è soltanto passato. È un esempio che, ancora oggi, continua a parlare al presente.

Enzo Grassano

Cambiano, confronto sulla tumulazione degli animali da compagnia

Il Consiglio Comunale di Cambiano porta al centro del dibattito un tema che risulta di sempre maggiore attualità, quello della possibilità di tumulare le ceneri degli animali da compagnia accanto a quelle dei loro proprietari. Si tratta di una proposta avanzata dal gruppo di minoranza che riflette un cambiamento culturale ormai diffuso, legato al ruolo sempre più  rilevante che gli animali hanno assunto nella vita delle persone. La mozione discussa in aula ha come obiettivo l’aggiornamento del regolamento cimiteriale, prendendo atto di una crescente sensibilità e di esperienze che altri territori hanno già avviato. In diversi Comuni italiani sono state introdotte soluzioni analoghe, nel rispetto delle normative igienico-sanitarie.
“Si tratta di un tema che riguarda molte famiglie – afferma il sindaco di Cambiano Carlo Vergnano – e che va affrontato con serietà. L’obiettivo è  quello di costruire un percorso regolamentato, con regole chiare, senza forzature, ma con attenzione alle esigenze dei cittadini”.
Il confronto in aula ha evidenziato un approccio trasversale, pur con diversi accenti.
La consigliera di minoranza Caterina Cortassa ha sottolineato l’importanza di garantire libertà di scelta “ Offrire una possibilità in più non significa imporre una visione, ma lasciare ai cittadini la possibilità di decidere. È,  però, fondamentale definire con precisione modalità e regole, per evitare ambiguità “ – ha sottolineato Caterina Cortassa, richiamando esperienze già attive in Comuni vicini, come Trofarello.
L’amministrazione, da parte sua, ha ribadito l’attenzione già dimostrata sul tema del benessere animale e sul lavoro regolamentare svolto negli anni.

“Il Comune di Cambiano – ha osservato l’assessora all’Urbanistica Daniela Miron – ha sempre mostrato attenzione verso il benessere animale, come dimostra il lavoro fatto sul regolamento edilizio, dove sono stati definiti parametri e indicazioni, anche grazie al confronto con le associazioni animaliste – ha spiegato, collegando il tema ad una visione più  ampia della pianificazione. “ La possibilità di introdurre la tumulazione delle ceneri degli animali era già stata presa in considerazione. Il fatto che la proposta arrivi anche dalla minoranza rappresenta un elemento positivo, che consente di affrontare il tema in modo condiviso” ha aggiunto l’assessora Daniela Miron, che ha inoltre sottolineato l’importanza e la complessità dell’intervento sotto il profilo tecnico: “L’introduzione di questa possibilità richiede un adeguamento del regolamento cimiteriale, la definizione delle modalità operative e una valutazione anche sotto il profilo tariffario” ha precisato, indicando come orizzonte temporale quello della fine dell’anno per l’avvio del percorso di aggiornamento.
Non sono mancate posizioni più caute, come quelle del consigliere di minoranza Ernesto Saggese, che ha richiamato la necessità di mantenere un equilibrio: “ Il rapporto con gli animali è  cambiato ed è giusto prenderne atto, ma credo sia importante non perdere il senso della misura e fermarsi a riflettere su alcune dinamiche sociali” ha osservato, pur riconoscendo la rilevanza del tema.
Il dibattito ha messo in luce come la questione vada affrontata oltre l’aspetto normativo, toccando sensibilità personali, cultura e trasformazioni sociali. In questo contesto Cambiano si inserisce in un confronto più ampio, che riguarda il rapporto tra cittadini, istituzioni e nuove esigenze legate al privato dei cittadini.

CS

Silvio Pellico nel castello di Murisengo. Un Guasco alle Crociate 

Personaggi monferrini di Armano Luigi Gozzano

I feudi di Murisengo, Calliano e Verduno portati in dote dalla marchesa Tarsilla Scozia al matrimonio del 1873 furono ereditati dal marito don Francesco Guasco di Paola III Gallarati (1847-1926), principe SRI, marchese di Bisio e Francavilla, Solero, Serralunga di Crea, Castellazzo, Forneglio, conte di Gavi e consignore di Valmacca. Figlio di don Emilio I e donna Felicita di Groppello, patrizio di Alessandria, Genova, Novara e Mondovì, fu membro della Società Storica Subalpina, della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Alessandria e di altre riviste storiche. L’origine millenaria della famiglia è confermata da Scipione Guasco, morto nel 1090 durante la prima Crociata.

Motto dello stemma di famiglia “C’est mon desir”, ovvero “Questo è il mio desiderio”. Su un capitello marmoreo nel chiostro del convento del Santuario di Crea esiste un altro stemma dei Guasco in miniatura. Fu l’autore delle preziose Tavole Genealogiche delle Famiglie Nobili Alessandrine e Monferrine tra il IX e il XX secolo, indagine monumentale e tesoro di notizie per tutti i ricercatori, pubblicata a Casale nel 1924 dal figlio Emilio II. Don Francesco, degno rappresentante della vecchia nobile aristocrazia piemontese che tenne in piedi lo Stato per secoli, fu sostenitore della nobiltà caduta in povertà che non chiedeva assistenza alle strutture pubbliche ma trovava sempre soluzioni ai propri problemi esistenziali.

Tipico esempio il famoso ballo dei 100+100, nato nel Risorgimento per creare incontri tra nobili disagiati e borghesi emergenti. Don Francesco Guasco, sindaco di Murisengo, ristrutturò il castello in stile medievale e costruì nel 1878 la cappella interna dedicata alla Madonna del Rosario. Il castello divenne famoso per aver ospitato nel 1813 Silvio Pellico, patriota, scrittore, drammaturgo che, tra le antiche mura, iniziò a scrivere la “Francesca da Rimini”, pubblicata nel 1815, tragedia intrisa di passione amorosa e amor patrio, inserendosi nel clima di revival medievale suggestionato da colte rimembranze del V canto dell’inferno dantesco.

La tragica vicenda che affascinò l’intero ottocento, non solo in campo letterario ma anche in quello pittorico e musicale (pensiamo alla “Francesca da Rimini” di Jean Auguste Dominique Ingres, ai dipinti preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti e di William Dyce ma anche alla fantasia per orchestra in Mi minore Op. 32 di Peter Ilich Tchaikovsky) fu interpretata dal Pellico in chiave risorgimentale rendendo la protagonista icona femminile immortale del romanticismo. Il soggiorno nel maniero del famoso patriota è dovuto a Carlo Guasco, nipote della contessa di Murisengo Osanna Fassati di Balzola, vedova del IV marchese di Calliano e VI conte di Murisengo Francesco Maria Scozia.

Nel duomo di Casale, don Francesco e Tarsilla furono i committenti dell’altare e del simulacro di Santa Maddalena come descritto sulle lapidi murate alle pareti, eretto nel 1850 al posto dell’altare di San Giuseppe. Il titolo principesco è stato ereditato con il matrimonio celebrato a Gand nel 1644 del loro antenato generale di artiglieria S.A.S. principe Carlo II Guasco con Enrichetta di Lorena, principessa di Phalsbourg e Lixheim in esilio, vedova del cugino Luigi di Guisa. Don Francesco ebbe due figli, Maria Adelaide e don Emilio II avvocato presso la Corte d’Appello di Torino e marito di Silvia Teresa Manin, figlia di Lodovico, pronipote dell’ultimo doge della Repubblica di Venezia.

Nato nel castello di Murisengo, don Emilio II frequentò il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri seguendo le orme del padre. Don Emilio II, sindaco di Valmacca tra il 1915-1916 e nel 1926, donò al comune l’antico castello, oggi sede municipale, contribuendo al mantenimento dell’asilo fondato dalla madre Tarsilla. Fu anche proprietario del palazzo casalese Guasco di Bisio in via Garibaldi e del palazzo alessandrino nella via omonima da lui restaurato, sede del primo teatro dopo la conquista della città da parte dei Savoia. Il principe don Francesco Guasco di Paola IV (1914-1999), figlio molto riservato di don Emilio II, assistette la madre ormai centenaria dedicando la vita alla beneficenza occulta. La sua scomparsa segnò l’estinzione di una famiglia che scrisse la storia di Casale e dell’intera provincia alessandrina.
Giuliana Romano Bussola 
Armano Luigi Gozzano 

Musei, un ponte di cultura: boom di turisti nelle festività del primo maggio

Una tre giorni con il segno più per il Castello di Racconigi, il Castello di Agliè, Palazzo Carignano, Villa della Regina e il Castello di Moncalieri

Grande fermento e dati positivi nel ponte del primo maggio nelle Residenze reali sabaude del Ministero della Cultura, a conferma del trend di crescita registrato nell’ultimo anno e dell’interesse del pubblico verso i siti del territorio sempre più amati dal pubblico italiano e straniero.

 

Nei tre giorni i dati complessivi sono stati (proiezione alle ore 13 di domenica 3 maggio):

Castello di Racconigi: 3.826 ingressi

Castello di Agliè: 4.654 ingressi

Palazzo Carignano: 920 ingressi

Villa della Regina: 2.593 ingressi

Castello di Moncalieri: 566 ingressi

 

Un risultato che testimonia il consolidarsi di una tendenza positiva, frutto di un lavoro articolato, che vuole visione e futuro alle Residenze del territorio piemontese, spesso poco conosciute e ancora tutte “da svelare” al pubblico.

 

La concomitanza tra la prima domenica gratuita istituita dal Ministero della Cultura e il ponte del Primo Maggio ha giocato a favore di chi ha scelto i nostri luoghi straordinari per una giornata all’insegna della bellezza e della natura” dichiara Filippo Masino, direttore delle Residenze reali sabaude – Direzione regionale Musei nazionali Piemonte. “Sono numeri che non ci sorprendono, e che anzi confermano un apprezzamento sempre più forte del nostro lavoro. Stiamo portando avanti progetti pluriennali per dotare tutti i siti di servizi di qualità, adeguati ai visitatori. A luglio riapriremo lo straordinario Forte di Gavi e in autunno un Palazzo Carignano tutto nuovo, potenziando così l’offerta museale del centro di Torino. Luoghi da non visitare solo una volta, ma in cui tornare grazie ai programmi di attività ed eventi che abbiamo sviluppato per ognuno: dal parco di Racconigi con la rassegna Effimera, agli eventi nel castello di Agliè, fino a Qu.een a Villa della Regina.

 

 

Le Residenze reali sabaude  – Direzione regionale Musei nazionali Piemonte

Residenze reali sabaude – Direzione regionale Musei nazionali Piemonte è un istituto autonomo del Ministero della cultura, creato nel 2024 per potenziare sul territorio la cura e la valorizzazione dei luoghi della cultura statali del Piemonte, secondo strategie avanzate con il territorio e lo sviluppo degli itinerari turistico-culturali.

Ad essa afferiscono 5 Residenze reali:

– Palazzo Carignano – Torino

– Villa della Regina – Torino

– Complesso monumentale del Castello e parco di Racconigi – Racconigi (CN)

– Complesso monumentale del Castello ducale, del giardino e parco di Agliè – Agliè (TO)

– Castello di Moncalieri – Moncalieri (TO)

e altri sette luoghi della cultura statali:

– Castello di Serralunga – Serralunga d’Alba (CN)

– Forte di Gavi – Gavi (AL)

– Abbazia di Vezzolano – Albugnano (AT)

– Abbazia di Fruttuaria – San Benigno Canavese (TO)

– Area Archeologica di Augusta Bagiennorum – Bene Vagienna (CN)

– Area Archeologica della città romana di Industria – Monteu da Po (TO)

– Area Archeologica di Libarna – Serravalle Scrivia (AL)

Da maggio 2024 è diretta dall’arch. Filippo Masino.

 

https://museipiemonte.cultura.gov.it/

(foto ©Andrea Guermani per i Musei Reali)
AI MUSEI REALI DI TORINO
EMESSI 16.679 BIGLIETTI

Fondazione Torino Musei

I  visitatori nei 3 giorni del ponte del Primo Maggio (venerdì 1 – sabato 2 – domenica 3 maggio 2026) alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, al MAO Museo d’Arte Orientale e a Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino:

GAM: 632 ingressi
MAO: 4.010 ingressi
Palazzo Madama: 4.535 ingressi

Totale Fondazione Torino Musei: nelle tre giornate sono stati staccati 9.177 biglietti.

Ottimo risultato per il MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile nel ponte del Primo Maggio:

da venerdì 1°maggio a domenica 3 maggio 2026 i visitatori sono stati 6.593. A questo numero si aggiungono i visitatori del Centro Storico Fiat che, negli stessi giorni, sono stati 607.

Tre mostre in corso – “I NEMICI DEL DRAKE. ENZO FERRARI E LE SCUDERIE INGLESI”, “SGUARDI D’IMPRESA. MIMMO FRASSINETI FOTOGRAFA LA FERRARI” e “TIME” -, speciali visite guidate e attività per famiglie hanno contribuito ad animare gli spazi del Museo, creando un racconto coinvolgente e una proposta variegata capace di coinvolgere pubblici diversi. Il MAUTO ha anche ospitato il concerto della Giovane Orchestra di Liberi Suoni, in occasione del Torino Jazz Festival.

 I NEMICI DEL DRAKE. ENZO FERRARI E LE SCUDERIE INGLESI
Fino a domenica 11 ottobre – Sala Albertini / piano terra
Appena inaugurata – e visitabile fino a – la più grande e completa esposizione dedicata alle scuderie che, tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, hanno sfidato Enzo Ferrari: in mostra 23 vetture, documenti, memorabilia e fotografie che raccontano la rivoluzione inglese del motorsport nell’epoca della Swinging London.

● SGUARDI D’IMPRESA. MIMMO FRASSINETI FOTOGRAFA LA FERRARI
Fino a domenica 3 maggio – Project room /primo piano

Un progetto espositivo promosso da CDP – Cassa Depositi e Prestiti, che mette in relazione due reportage fotografici realizzati a distanza di 45 anni dallo stesso autore (1980 – 2024), all’interno dello stabilimento Ferrari di Maranello. Le immagini restituiscono con precisione la metamorfosi delle architetture dell’officina ma, accanto a questi cambiamenti, emerge con forza una costante: la centralità del capitale umano.

● TIME
Fino a domenica 3 maggio – Special guest /primo piano
Il MAUTO ospita Time, concept di un dispositivo a guida autonoma realizzato dagli studenti del Master in Transportation Design di IED Torino in collaborazione con Tesla: un manifesto per la mobilità futura, raccontato attraverso un percorso espositivo immersivo che unisce dimensione fisica e digitale.

L’uscita del “Diavolo veste Prada 2”, la delusione di un’attesa

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Replicare il successo del primo “Diavolo”: ma non se ne parla proprio

Ricordate? Vent’anni fa, quando la Miranda Priestley di Meryl Streep metteva piede nel suo elegante ufficio, viso di marmo e portamento altero, glaciale nel suo incedere, mentre tutti quanti rimettevano ogni cosa e se stessi soprattutto al giusto posto, e sbatteva borsetta e cappottone tra la poltrona e le braccia pericolosamente instabili della sottoposto di turno. Oggi mette piede, visivamente allontanata come spauracchio umano quanto editoriale e il cappottone se lo appende da sé, ad una gruccia, con tutto lo sforzo immaginabile: “i cattivi sono sempre i più interessanti”, circola come battuta in questo ammosciato “Il diavolo veste Prada 2”, come un tanto atteso flan che s’è seduto appena tirato fuori dal forno, e se aggiungete che Miranda ha perso di molto tutta quella sua cattiveria dentro a demolire persone e carriere vedrete che il gioco della prima puntata che tanto ci aveva catturato s’è parecchio perso per strada. Perché il fascino del male ha sempre il suo gran maledetto fascino, perché l’inferno – sin da quello dantesco e liceale – ha sempre avuto il sopravvento su un più o meno insipido e noiosetto paradiso, perché nella nuova vicenda il baricentro non può spostarsi da Miranda, campionessa eterna di raggelante leadership, alla Andy di Anne Hathaway che per quanto brava possa essere non reggerà mai il confronto con quell’incanto di donna. È cambiato il cinema, è cambiato il mondo dell’editoria, la carta stampata anzi patinata non regge più il forte impatto di un tempo, tutto cigola, tutto deve essere rivisto e rimesso in discussione.

Aggiungete la sceneggiatura zoppa della sempre Aline Brosh McKenna, zigzagante a rotta di colla e il montaggio tarantolato di Andrew Marcus che sembra fatto più per un’odierna moda filmica che per posati ragionamenti, per incastri che affascinano, aggiungete la regia disturbata del ripescato David Frankel e vedrete con quanto cuore poco contento me ne sono uscito dal cinema. Perché lo scoppiettìo che pullulava in quella prima puntata è andato quasi pressoché perso, o per lo meno parecchio sbiadito, perché manca come primo effetto d’esplosione quella sorpresa che ci aveva incantato, perché si va all’inseguimento di un mondo dorato, con cambi d’abiti che vanno al di là di ogni cifra che la costumista Molly Rogers possa aver immaginato – con l’aggiunta dei vari Dolce&Gabbana e Brunello Cucinelli e la bionda Donatella a comparsare nella Fashion Week milanese, con accompagnamento di Lady Gaga nel cortile di Brera, sotto l’occhio del nudo empereur francese. Come non sentire la mancanza di un in qualche modo impercettibile Nigel del sempre filosofeggiante Stanley Tucci, il suo distribuire abiti e borsette per un weekend in villa non ha più il lascia cadere dall’alto di un tempo, quasi una fredda scopiazzatura (e anche il doppiaggio del nostro Lavia si ritrova messo all’angolo).

Che succede? Succede che Andy Sachs – ragazza sola, con qualche embrione parcheggiato chissà dove per un eventuale poi, bagaglio sentimentale per ora in stand by, che a riprenderlo con quell’incidente di personaggio che le propone la sceneggiatura si farebbe solo del male: ma il bacetto finale la dice al contrario – s’è fatta egregiamente le ossa ed è diventata una giornalista affermata, di quelle che vanno in giro per serate a ritirare premi. Che, durante una di queste, mentre sta per pronunciare il discorso di ringraziamento che la porterà verso nuovi traguardi, suoni il cellulare, suo e di tutti i colleghi della testata attorno al tavolo, per leggere l’sms pronto ad annunciare del licenziamento in tronco: allora non di ringraziamento quelle parole ma per buttare sui social il clima di impoverimento e di paura e di crisi sempre più galoppante, per un mestiere che non dovrebbe mai cessare quelle doti di onestà e di inventiva che ne sono alla base.

Anche Miranda sta mostrando i suoi piedi d’argilla, finita dritta in uno scandalo per un articolo di troppo, avendo messo in luce quello che oggi è definito uno “sweatshop” – i dialoghi del film esondano di termini d’oltremanica -, ovvero la pubblicazione di un articolo promozionale per un marchio rivelatosi poi portatore di quella macchia d’infamia, sfruttamento e condizioni di lavoro miserevoli e socialmente inaccettabili. Licenziamento pure per lei. Ma già ci pensa l’editore a rimettere i conti a posto: chiamando Andy, a seguito di un’imbeccata che si scoprirà sul finale, a ricoprire il posto di features editor di “Runway”. Di qui in poi giravolte a valanga, Andy e Miranda a dover condividere gli uffici non affossando mai vecchie ruggini, si sentirà parlare di conclamata era digitale, di budget stretti da far quadrare, magari mettendoli nelle mani di qualcuno che possa pensare a un definitivo colpo di spugna, di economy al posto di business class e di champagne che lì non è certo servito, di affossamenti e di nuovi contenuti social, di momentanei successi che non decollano, di nuove trattative – con Dior, ad esempio, a rincontrare la Emily di Emily Blunt che ora vi lavora come brand manager, sciocco e stralunato principe azzurro al seguito che al momento giusto potrebbe essere in grado di sovvenzionare -, l’approccio in seguito più che fruttifero con l’ex moglie di uno sfacciatamente ricco magnate capace d’arrivare con un’intervista a puntino, ricconi vecchi e ricconi rispolverati, chi rileva e chi vende a chi, sgambetti e rivalse non preventivate, le promesse e i posizionamenti che non tornano, le amicizie femminili sbandierate e finite nel cestino, le trasferte milanesi con cena d’affari e di lezioni d’umanità all’ombra dell’”Ultima Cena” leonardesca, con colloqui vis à vis sull’intelligenza artificiale che avrà ridotto al minimo l’apporto umano, e, più o meno, per proseguire su quel ramo del lago di Como che fu già di Clooney, villa e giardino di gran riguardo.

Tutta materia difficile da tradurre per lo schermo, in un altalenante andamento che tenta al contrario di camuffare, maldestramente, lo svolgersi svogliato dell’intera caotica vicenda.

Uscendo dal cinema, ti convinci che “Il diavolo” era l’icona da non toccare, quella nicchia di piacere cinematografico durata per anni nell’immaginario collettivo e destinata ora forse a sbriciolarsi. Fredda quanto inutile, che davvero non ci arriva. Certamente non a imprimersi nella memoria come le radici di quell’albero che ci si è incaponiti ora a voler spremere. Streep è stata ben restia all’inizio del progetto a riacciuffare la sua Miranda e credo ci avesse visto giusto. Hathaway, Blunt, Tucci ricalano nei loro abiti ma è come vederli rimettere una mise che hanno già indossato e frustato e che nemmeno Nigel ha lo svaporato potere di rinverdire magari con un colorato accessorio in più. A me è mancato tanto quell’affilare i coltelli a ogni sguardo e a ogni frase, quel cicaleccio sotterraneo che era autentica linfa, tutto è divenuto opaco, disordinato, inconcludente, con buona pace di quel cappottone sbattuto demoniacamente vent’anni fa.

“Barriera”, musica e creatività per Next Generation Kids

L’8 maggio 2026, alle ore 17, presso il Teatro di Rete 7 Piemonte – Theatrum Sabaudiae, in Corso Regio Parco 146, nell’ambito degli eventi collaterali del Salone Internazionale del Libro, Salone Off, torna, alla sua terza edizione, Next Generation Kids con l’evento “Barriera”, una celebrazione del territorio sentita e fortemente voluta dall’organizzazione Caliel Next Generation.

Protagonista dell’evento sarà il neonato Coro Barriera costituito da bambini provenienti da diversi plessi di scuola primaria e secondaria di primo grado degli istituti comprensivi Aristide Gabelli, Giovanni Cena e Bobbio Novaro, che si avvicenderanno sul palco portando in scena un repertorio composto da brani originali scritti da loro all’interno dei laboratori creativo-musicali “Ti scrivo una canzone” e qualche cover di brani amati dai più piccoli.

Lo spettacolo rappresenta un momento di restituzione artistica e sociale: attraverso la musica, la creatività e la cultura, i bambini diventano protagonisti di un cambiamento di sguardo su un quartiere fragile, contribuendo ad abbattere il pregiudizio e a restituire valore, bellezza e dignità a Barriera diMilano.

Cos’è “Barriera”

“Barriera” è un progetto artistico, educativo e sociale che nasce con l’obiettivo di restituire voce, dignità, valore e identità a un territorio spesso raccontato solo attraverso stereotipi.

Attraverso il Coro Barriera e le attività musicali collegate, il progetto coinvolge bambini e ragazzi in un percorso di espressione, appartenenza e consapevolezza, trasformando la musica in uno strumento di riscatto e di costruzione di uno sguardo nuovo sul quartiere.

“Barriera” non è solo il nome di un quartiere, ma un gesto simbolico: superare le barriere del pregiudizio e riscrivere, attraverso la bellezza e la creatività, il racconto di un territorio.

Cos’è “Ti scrivo una canzone”

“Ti scrivo una canzone” è un metodo sperimentale di creatività musicale rivolto ai bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado. Ispirato alla pedagogia steineriana, il metodo si fonda su un approccio ludico e su una tecnica di apprendimento esperienziale ed emotivo, di tipo olistico, a base vibrazionale e immaginativa.

Attraverso l’integrazione di suono, immaginazione e percezione interiore, il percorso stimola l’attivazione emotiva e creativa del bambino, favorendo la crescita personale, l’espressione creativa e l’espressione emotiva.

Il metodo si inserisce all’interno del progetto Next Generation Kids, coinvolgendo i bambini in un’esperienza partecipata e profondamente formativa. Partner del progetto “Barriera” sono: Rete 7 Piemonte, Associazione Musicale CETRA, Associazione Nobis Futura.

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