L’INTERVISTA
A oltre quarant’anni dal caso giudiziario che travolse Enzo Tortora, quella vicenda continua a rappresentare una delle pagine più cupe della giustizia italiana. Arrestato nel 1983 con accuse poi rivelatesi infondate, Tortora divenne il simbolo degli errori giudiziari, della carcerazione preventiva e del rapporto spesso difficile tra magistratura, politica e informazione.
Nel pieno di quella battaglia civile arrivò anche la candidatura alle elezioni europee del 1984 nelle liste del Partito Radicale, fortemente sostenuta da Marco Pannella e da Giovanni Negri. All’epoca Negri era il più giovane segretario politico della storia repubblicana: appena 27 anni quando venne eletto alla guida del Partito Radicale. Oggi imprenditore, giornalista, già protagonista di numerose battaglie garantiste e sui diritti civili, fu tra coloro che videro nella candidatura di Tortora non soltanto un gesto politico, ma una battaglia per lo Stato di diritto.


C’era una volta una città che dettava il ritmo al Paese. Una Torino fiera, geometrica, dove il rumore dei cancelli di Mirafiori scandiva i turni, le vite e l’identità stessa di un’intera comunità. Oggi, a scorrere le cronache industriali, quel rumore si è trasformato in silenzio che fa male, intriso di una nostalgia pesante per quello che eravamo e che rischiamo di non essere più.
Ieri il nostro Sindaco Lo Russo, che da mesi è in campagna elettorale, ha organizzato la festa dei nuovi italiani 4000 cittadini provenienti da altri Paesi che hanno avuto la cittadinanza. Bene. Ma era proprio necessario bloccare il traffico in via Po? Non era sufficiente prendere un angolo di piazza Vittorio? Così ieri via Po era come appare dalla foto sia alle 12 che alle 16.30 e i negozianti, come mi ha scritto una commerciante, a far girare l’aria nel negozio. Il commercio non è nel suo momento più brillante e’ il primo settore che paga le conseguenze del calo della Fiat e di altre aziende. Qualcuno aveva pensato che il commercio potesse viver solo di turismo senza capire che il turismo è importante ma dal punto di vista economico vale un terzo rispetto al settore industriale e che i lavoratori torinesi a tempo indeterminato sono clienti tutti i i giorni e tutto l’anno. Ora anche la Fornero parla della bassa crescita della economia italiana ma non parla di Torino che cresce meno della media nazionale…e non fa proposte per rilanciare la economia cosa che invece ho fatto io l’anno scorso a marzo quando per primo parlai della Bassa crescita della economia italiana in un libro che venne presentato da Gianni Letta alla Camera dei Deputati. Ora mentre il Governo rifinanzia il fondo del settore Auto assistiamo al silenzio di Lo Russo e del PD sul discorso americano del nuovo ad FILOSA che per me non è ancora soddisfacente per Torino. Per quanto mi riguarda io sto per iniziare un tour per presentare alcune proposte di rilancio della economia a Torino e nel Paese. Inizio sabato 6 giugno a Gassino dove ho iniziato il mio impegno politico nella DC e con alcuni giovani spinti dalla Rerum Novarum e da un giovane Vice Parroco ex operaio, Don Sergio Bosco.




LETTERE


Non c’è alcun dubbio che la scelta degli eletti alla Camera e al Senato non è una variabile indipendente ai fini della credibilità e della serietà di una legge elettorale. Al riguardo, tutti conosciamo – o almeno coloro che sono attenti alle dinamiche delle leggi elettorali che, purtroppo, nel nostro paese sono una ristrettissima minoranza di persone – le vicende che hanno concretamente caratterizzato il dibattito politico italiano in merito al capitolo delle leggi elettorali. Ora, e per non farla lunga ripetendo sempre e solo le stesse riflessioni, credo che non possiamo aggirare un tema che, periodicamente, fa capolino. Parlo, cioè, del ricorso alle preferenze per eleggere i futuri parlamentari. Certo, è sicuramente vero e non si può negare. Con le preferenze si restituisce lo scettro della scelta degli eletti agli elettori. Ma non possiamo, anche per onestà intellettuale, fermarci a questo ritornello. E per svariate ragioni. Proviamo ad elencarne alcune. Nella prima repubblica, cioè per 50 anni, c’erano le 4 preferenze per circoscrizione per la Camera dei Deputati e il cosiddetto “provincellum” al Senato. Cioè un proporzionale di partito disciplinato, però, dai collegi uninominali. Ovvero, un sistema come quello utilizzato per eleggere i consiglieri provinciali. Ma, per restare alle preferenze, si trattava di un sistema che permetteva ai partiti – perchè in quella lunga fase storica esistevano i partiti popolari, di massa e radicati sul territorio – di organizzare la selezione delle rispettive classi dirigenti rispettando il voto popolare. Per fare un esempio concreto, la sinistra sociale di Forze Nuove della Dc – che è quasi sempre stata minoranza in quel partito – attraverso le 4 preferenze aveva la possibilità concreta di eleggere dei suoi rappresentanti in Parlamento. E così valeva per tutti i partiti democratici e popolari. Ma con la preferenza unica quel sistema è saltato. E, seconda considerazione, proprio con la preferenza unica l’unico elemento che svetta è il massiccio investimento finanziario ed economico per le campagne elettorali. Perchè con le preferenze multiple c’era la possibilità che “i ceti popolari diventassero classe dirigente”, per dirla con Carlo Donat-Cattin. Con la preferenza unica, invece, hai la possibilità di farcela solo se disponi di ingenti mezzi finanziari e straordinarie risorse. Cosa vietata, come ovvio e persin scontato, per i ceti popolari se non ricorrendo ad operazioni oscure e poco raccomandabili. In terzo luogo non è affatto vero che con le preferenze si incrementa la partecipazione al voto. Siamo reduci da una massiccia consultazione elettorale per il rinnovo di molte ed importanti amministrazioni regionali. Soprattutto al Sud. Ebbene, proprio in quei territori dove il legame tra l’eletto e l’elettore è più forte anche per motivazioni culturali e storiche, nonchè per ragioni clientelari, abbiamo registrato un massiccio e quasi storico astensionismo dal voto malgrado il sistema elettorale prevedesse le preferenze. È sufficiente ricordare questo dato per arrivare alla conclusione che non sempre il ricorso alle preferenze coincide con il ritorno dei cittadini alle urne. Anzi, proprio il recente voto al Sud ha confermato il contrario. In ultimo, ma non per ordine di importanza, ci sono altre modalità concrete per fare tornare il cittadino protagonista nella scelta dei futuri eletti. A cominciare, per fare un solo esempio, dai collegi uninominali. O ritornando ad una sorta di “mattarellum” oppure ripristinando il cosiddetto “provincellum” del vecchio Senato. Insomma, e per concludere, le preferenze – o meglio, la preferenza unica – non vanno santificate a prescindere. Non sono, come ovvio, lo strumento migliore per garantire più partecipazione, più trasparenza – soprattutto sui costi delle campagne elettorali – e, in ultima istanza, più credibilità per la scelta della futura rappresentanza parlamentare. È bene pensarci bene prima di lanciarsi in sentenze definitive ed inappellabili.