politica
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Legge sul fine vita: le regioni accelerano, il Parlamento resta al palo
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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il risultato elettorale del partito di estrema destra con tendenza filo nazista in Sassonia sta sconvolgendo il dibattito politico italiano. In questo questo caso, si potrebbe dire ironicamente che siamo davvero europei. Il fascismo nacque in Italia nel 1919 dopo la prima guerra mondiale vinta e il biennio rosso. In Germania il partito nazista vinse nel 1933 le elezioni, ponendo fine alla Repubblica di Weimar stremata dalla crisi economica generata dalla sconfitta in guerra alle guerissime condizioni di pace. I richiami alla storia possono servire solo molto relativamente perché la storia non si ripete e non accetta di essere strumentalizzata con letture interessate del presente, usando il passato.
Noi in Italia siamo alle prese con un partito appena nato, non ancora testato da un voto neppure locale, con dirigenti transfughi da altri partiti.
Il partito del generale invade con toni ossessivi i social, come Rizzo che sta dimenticando le sue origini e appare allineato quasi totalmente con le tesi del generale.
Lo spazio invaso dal generale è quello che i partiti di governo con la loro inerzia politica e i partiti di opposizione con la loro demagogia hanno forse inconsciamente creato. L’esempio della Sassonia non va sottovalutato perché ci indica un elemento sul quale riflettere. La Sassonia era dominio della Repubblica democratica tedesca di obbedienza sovietica che non accettò la riunificazione con la Repubblica federale e davvero democratica della Germania dell’ovest.
Ma non può essere usata come strumento di polemica politica contingente in Italia.
Non si può non essere d’accordo con Tajani che vede negativamente il successo della destra estrema in Germania e ci si trova invece a dissentire ancora una volta da Salvini e da certi dirigenti di Fratelli d’Italia a cui manca caratura politica internazionale e una conoscenza storica per esprimere giudizi specie a caldo.
Il pericolo che io vedo in primis è quello di una classe politica italiana inadeguata che non sa leggere i veri pericoli del presente, in primis quello della sicurezza e dell’immigrazione, per non dire della politica sempre più annebbiata di Trump e di quella sempre più aggressiva di Putin.
Se pensiamo a queste cose e al pericolo della guerra che potrebbe travolgerci, il voto in Sassonia resta un campanello d’allarme da non ignorare, ma neppure da estendere.
Hic Rhodus, hic salta. Siamo in Italia che pure è nella sempre più sgangherata Unione Europea.
Non dobbiamo deconcentrare la nostra attenzione dai nostri problemi che sono gravi sia perché ereditiamo un fardello fallimentare dai governi di larghe intese e da quelli targati Cinque Stelle, sia perché il governo attuale finora non è riuscito a determinare svolte percepibili che vadano oltre al primato della sua durata.
P. S . Bisogna subito chiarire che il Nazionalismo è parola impronunciabile perché ha generato due guerre mondiale e certo non sostituisce le parole Patria e Nazione. Il Nazionalismo è una forma esasperata e antistorica del patriottismo, ad esempio, del nostro Risorgimento.
Le primarie, ormai, rischiano di essere il cortocircuito che manda in tilt il PD. Storicamente Elly Schlein è sempre stata a favore delle primarie, in particolare di quelle cosiddette aperte. Proprio beneficiando di questa formula è diventata segretario del partito. Con la maggioranza dei gazebo ha sconfitto Bonaccini che aveva la maggioranza degli iscritti. Oggi il tema si pone per la scelta del candidato della coalizione” campo largo” in vista delle prossime elezioni politiche. In caso di primarie, chiamando a raccolta tutto il popolo della variegata coalizione, la Schlein, pur essendo leader del partito di maggioranza relativa, stando ai sondaggi, rischia di perdere. Sarebbe in vantaggio Giuseppe Conte che potrebbe vantare un maggior appeal trasversale: prenderebbe tutti i voti dei Cinque Stelle ed una parte di quelli del PD. Sembra che il destino del PD, partito di solida tradizione e con una classe politica non improvvisata, sia quello di essere conquistato da chi arriva da fuori…. Le primarie stanno creando un cortocircuito. Buona domenica e buona settimana.
Roberto Cota

In più occasioni ho scritto in passato che come credente sono personalmente crontrario al suicidio assistito, seguendo le obiezioni di Norberto Bobbio in materia di aborto. E avevo anche aggiunto che le leggi regionali in materia non hanno giuridicamente molto senso, perché occorrebbe una legge nazionale uniforme che finora non c’è stata.

Ed aggiungo che non mi pare di per sé sostenibile che la laicità dello Stato imponga il diritto al suicidio assistito, anche se la Corte Costituzionale ha sollecitato il Parlamento a legiferare in materia. Trovo strana l’opposizione della presidente del Consiglio che ritiene che non si debba legiferare prima delle elezioni politiche. Questi tatticismi sono incompatibili con un tema così delicato come il fine vita. L’unico modo liberale di agire è quello di lasciare ai parlamentari la libertà di coscienza.
Ho letto con piacere un articolo su “La Stampa” di Alessandro De Nicola sul Woke nemico del liberalismo. Uno scritto non ideologico, ma fondato su ragionamenti molto seri che documentano come alcuni valori liberali siano disconosciuti o addirittura negati dal Woke. Sono i valori dell’individuo, del merito, della libertà di parola, del garantismo giuridico.

Il Woke nega questi valori che sono anche dei diritti inalienabili. Avevo scritto al nuovo Direttore de “La Stampa” Antonio Di Rosa una mail in cui esprimevo il mio consenso e apprezzamento ad un articolo certamente controcorrente anche rispetto alla linea del giornale. Non ho avuto finora risposta. Venerdì scorso è invece apparsa un’intervista annunciata in prima pagina all’attrice Jane Fonda che rilancia il Woke. Un immediato contrappeso all’articolo eretico di De Nicola.
C’è più che mai oggi un pullulare sempre più vasto di violenze, omicidi, femminicidi davvero raccapriccianti. Essi rivelano una società che ha smarrito ogni valore di convivenza pacifica, di tolleranza e di rispetto del valore della vita che io continuo a considerare sacro. Nella società scristianizzata di oggi che non è laica, ma è volgarmente profana e irridente ed è fondata su un esasperato individualismo, la violenza prevale su tutto. L’Homo homini lupus di Hobbes è rinato.
Mi domando se non sia il caso che il mondo dell’informazione non debba autonomamente scegliere una riduzione drastica di notizie che magari fanno vendere più copie, ma sono diseducative nei confronti non solo dei giovani. Questo sguazzare esagerato su troppi episodi descritti in tutti i particolari posso indurre ad un’emulazione assai pericolosa. Anzi l’emulazione ha già contagiato delle persone fragili che andrebbero tutelate.
L’on. Bonaccini ha accusato gli elettori di destra di non essere colti e di leggere poco. Possibile che Bonaccini non sappia che basta controllare su internet e sapere che lo stesso Bonaccini non è laureato? E’ un diplomato, come diplomata e’ la presidente Meloni.
Come fa a sapere che gli elettori di destra non leggono o leggono poco? Come fa a dire che gli elettori di sinistra leggono molto? Sono affermazioni senza prove che rivelano la supponenza di Bonaccini il quale si ritiene autorizzato a dare i voti agli elettori, mentre saranno gli elettori a dare o non dare il proprio voto alla destra o alla sinistra.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.comLei sicuramente conosce il giornalista Mario Calabresi che si auto candida a Sindaco di Milano. Cosa ne pensa?
Narciso Lietti

L’ho conosciuto in più occasioni e non ne ho tratto un’idea molto positiva. Ha diretto “La stampa” e “Repubblica”. Da quest’ultima venne licenziato e stento ‘ molto a trovare occupazione. E me sembra una figura scialba. Fece una trasmissione televisiva che, per mancanza di pubblico, venne chiusa dopo poche puntate.
Non credo che sia in grado di fare il sindaco di una grande città difficile come Milano. Tra l’altro non ha nessuna esperienza amministrativa.
Vorrei avere notizie sull’antesignano della Lega Nord in Piemonte, il Marp. Mio nonno mi raccontò che fu un suo militante. Fulvia Alzati
Il movimento per l’autonomia piemontese venne fondato dal prof. Villarboito negli Anni 50 ed ebbe il battesimo del voto alle elezioni comunali del 1956, raggiungendo oltre il 5 per cento che consenti’ al Marp di avere consiglieri comunali e provinciali. Partiva dalla rivendicazione dell’istituzione delle Regioni previste dalla Costituzione, ma attuate solo nel 1970. Il Marp iniziò la polemica nordista di un Sud e di una capitale che vivevano alle spalle del Nord, un tema ripreso da Bossi con la Lega.

Già nelle politiche del 1958 il Marp fece naufragio a causa delle liti interne. Alcuni suoi dirigenti come Germano Benzi e Timoteo Nobile confluirono nel PSDI che da allora divenne un partito quasi esclusivamente clientelare. Benzi arrivò ad essere presidente del Consiglio regionale e Nobile, medico ginecologo, fu assessore comunale a Torino. Con Magliano senatore del PSDI nel 1963 fecero di quel partito un comitato elettorale fondato sulle clientele soprattutto meridionali. Un paradosso, se si considera che i marpisti, anche definiti astiosamente marpioni, erano partiti dal Piemontesismo autonomista. Se guardiamo all’esito del regionalismo, oggi comprendiamo bene come la Dc avesse rinviato l’istituzione delle Regioni. L’abolizione delle Provincie fece il resto. Ma ormai pensare al superamento delle Regioni diventa una cosa impossibile.
Tanti hanno parlato di padre Enzo Bianchi. Lei cosa pensa di questo monaco laico davvero unico?
Vittorio Cavallotti

Ho conosciuto padre Bianchi e ho avuto qualche rapporto con la comunità di Bose attraverso il cardinale Ravasi. Fummo anche correlatori in un convegno che si tenne ad Albenga sul mitico don Balletto che donò la sua biblioteca alla cittadina ligure.
Credo sia stato, come dice lei, un esempio unico di “monaco laico” aperto al confronto con tutti. La sua personalità fu decisamente più importante di quella del vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi.
Penserà il tempo a rendere la sua figura nella giusta dimensione, andando oltre la vicenda dolorosa del forzato abbandono di Bose a quasi 80 anni.
Tra le tante testimonianze che ho letto mi pare molto pregnante quella del suo amico, fin dagli anni universitari, Valentino Castellani, uomo di profonda umanità da cui ho imparato molto.
Mi ha incuriosito nella sua testimonianza il ricordo di Bianchi grande cuoco, una qualità non comune in un mistico. Castellani ha ricordato che faceva la supervisione anche delle marmellate e dei sughi, aggiungendo: “Non dico che mettesse sullo stesso piano il sugo con le lettere di San Paolo, ma non li separava”. Una umanissima testimonianza di un uomo, come ha detto Castellani, che ha tenuto insieme con l’esempio cristianesimo ed umanità. Non si è cristiani se non si è profondamente uomini. Questo è il suo lascito più grande.
POLITICA
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Meloni rilancia da Bari: “Il governo non molla”. Sfida alla sinistra e messaggio sulla sicurezza
La prima regola della comunicazione è che NON si può NON comunicare.
Il silenzio, l’immobilismo, non rispondere ad una mail, una microespressione facciale sono tutti segnali che inviamo all’ambiente che ci circonda, quindi all’interlocutore, anche se tale comunicazione avviene inconsciamente.
I social, le poesie, i webinar, i cortei, gli scioperi, le dichiarazioni di guerra, le frasi d’amore, gli insulti, le preghiere, la confessione per i cattolici, costituirsi ad un magistrato sono tutte forme, alcune antiche, altre moderne, altre contemporanee di comunicazione, molto diverse tra loro ma ognuna con una sua finalità precisa.
La forma di comunicazione cui tutti noi siamo più abituati è quella verbale, a partire dalle parole che la mamma dice al neonato, dalle lezioni a scuola, le chiacchiere con i compagni di scuola, gli amici e il fidanzato/a, per giungere al mondo del lavoro, poi quando in famiglia si passa dal ruolo di discente a quello di docente e così via.
Qualcosa, tuttavia, negli ultimi 50 anni si dev’essere inceppato da qualche parte perché si assiste ad un fenomeno strano: dal secondo dopoguerra il QI dei Paesi europei, per la prima volta, è in calo. A fronte di un quoziente intellettivo dei Paesi asiatici di 103, dovuto a sistemi scolastici competitivi ed a investimenti scolastici che noi ci sogniamo (in questo siamo imbattibili) noi siamo ormai fermi a 98. Inoltre, ciò che maggiormente preoccupa è il costante aumento dell’analfabetismo funzionale, cioè la capacità di leggere, scrivere e fare calcoli banali non riuscendo, però, ad utilizzare tali capacità. Questi individui, purtroppo per loro, non sono in grado di comprendere un contratto anche banale, una bolletta, un manuale di istruzioni per quanto la comunicazione sia semplice.
Con i social sta accadendo all’incirca lo stesso: a post semplici, dove l’autore esprime un proprio pensiero legittimo, legale, logico e lineare quasi sempre seguono risposte degne di un’ameba (un essere unicellulare privo, appunto, del cervello), con insulti, contesti totalmente slegati da quello cui il post si riferiva, conditi dall’ormai consueta litigiosità tipicamente italica.
Questo analfabetismo funzionale, purtroppo, non è sanabile con una trasmissione come “Non è mai troppo tardi” attraverso la quale il compianto Maestro Alberto Manzi insegnò agli italiani negli anni ’60 a leggere.
Occorre rivedere le metodiche di insegnamento depauperate da Governi che, nei decenni scorsi, hanno tolto il nozionismo, il mandare testi a memoria, i riassunti e altri cardini dell’insegnamento dalle politiche educative, intervenire massicciamente sui giovani facendoli convergere su interessi che sviluppino le loro potenzialità anziché sopirle.
I genitori, l’ho scritto più volte, devono tornare ad essere tali, e non fare più gli amici che ti danno sempre ragione e che ridono delle tue marachelle, quando non sono reati; i docenti devono tornare ad essere considerati come tali, quali pubblici ufficiali, e non essere insultati se hanno adempiuto ai loro compiti erogando una nota o una sospensione.
Forse, intervenendo subito, abbiamo qualche speranza di salvare il salvabile. Ricordate il detto “non va mai male a uno, senza che vada bene a un altro”; se qualcuno diventa ignorante o analfabeta funzionale chi non lo diventa lo potrà dominare, anche da molto lontano.
I moderni schiavi, insomma.
Sergio Motta
La Dc, come tutti sanno, non tornerà mai più nella cittadella politica italiana. Ma, ed è persin scontato ricordarlo, la concreta eredità politica, culturale e forse anche programmatica della Dc non può andare radicalmente dispersa. Lo dicono gli stessi detrattori storici della Dc, ovvero tutti coloro che da sinistra continuano a ritenere quel partito o un semplice e banale “inciampo della storia” o, nella peggiore delle ipotesi, una sorta di “associazione a delinquere”, oppure una semplice e disinvolta macchina “clientelare”. Ora, c’è un aspetto, peraltro decisivo se non addirittura costitutivo, che non può andare disperso e nè, tantomeno, può essere allegramente archiviato. Mi riferisco, nello specifico, a quello che comunemente viene definita come “cultura di governo”. Ovvero un modo d’essere in politica che si caratterizza prevalentemente per la sua capacità di dispiegare concretamente una cultura di governo. Perché questa è stata una delle costanti costitutive e strutturali della cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana. E proprio nella “cultura di governo” si sintetizzano le migliori virtù, o qualità, che possono caratterizzare il profilo di un partito. E cioè, in sintesi,. esterni ed estranei alla radicalizzazione della lotta politica e ad ogni forma di polarizzazione ideologica; rifiuto pregiudiziale della deriva degli “opposti estremismi” o degli “opposti populismi”; esaltazione della cultura della mediazione e predisposizione alla composizione degli interessi contrapposti; privilegiare la cultura del dialogo e del confronto politico ed istituzionale; valorizzazione dei corpi intermedi e del pluralismo”; rigoroso approccio riformista e democratico nell’affrontare i temi che sono in cima all’agenda politica e programmatica; rispetto dell’avversario che non è mai un nemico da delegittimare moralmente prima e da annientare e distruggere politicamente poi; rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche e dei principi e dei valori democratici e liberali scolpiti nella Costituzione repubblicana; e infine, ma non per ordine di importanza, individuare nella cultura di governo lo strumento decisivo e principale per risolvere i problemi di una società complessa ed articolata come quella italiana. È del tutto evidente che l’eredità politica e culturale di un partito come quello democratico e cristiano, soprattutto quando si parla della cosiddetta “cultura di governo”, è incompatibile con le derive populista, qualunquista, demagogica, pauperista, massimalista ed estremista che purtroppo caratterizzano il comportamento concreto di molti partiti. Sul versante del centro destra e, soprattutto, su quello della sinistra contemporanea. Derive che indeboliscono la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, soprattutto, l’efficacia e l’efficienza della stessa azione di governo. Sotto questo versante l’eredità politica e culturale della Dc resta di una straordinaria attualità e modernità. A prescindere dal tramonto di quel partito avvenuto oltre 30 anni fa. E questo per la semplice ragione che quella cultura politica, che non può essere consegnata agli archivi storici, conserva anche uno “stile” – appunto, la “cultura di governo” – che non ha più avuto eguali nelle dinamiche concrete della vita politica italiana. Ed è anche per questa ragione che tocca oggi ai democratici, a tutti i democratici, e nello specifico a tutti coloro che provengono da quella tradizione politica e da quel pensiero culturale, saper recuperare e reinverare quella “cultura di governo” nella vita pubblica italiana contemporanea.
Molinari e Bergesio: “Trentennale nel nome di Umberto Bossi, celebrando l’Autonomia differenziata proiettati verso il futuro”
“Salire sul Monviso fino a Pian del Re per noi leghisti è sempre un momento emozionante: quel rito simboleggia la nostra storia, le radici, ma anche la proiezione verso il futuro. Quest’anno però è particolare: non solo perché si tratta della trentesima edizione, ma anche perché è prima dopo la scomparsa del fondatore della Lega, l’indimenticabile Umberto Bossi. Questo ci rende ancora più forti. Dal Monviso arriverà un forte segnale di coesione, di spinta verso l’importante traguardo dell’Autonomia differenziata, a cui abbiamo lavorato in questi anni con determinazione, grazie all’impegno del Ministro Calderoli e del nostro segretario Matteo Salvini. Ma sarà anche l’occasione per parlare di sicurezza, e dei temi caldi di questa fase finale della legislatura”.
Così l’on. Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera dei Deputati e Segretario della Lega in Piemonte, commenta l’appuntamento leghista con il tradizionale appuntamento alle sorgenti del Po, nel cuneese. Con lui, sabato mattina a partire dalle 10, ci saranno il ministro per le Riforme e l’Autonomia Roberto Calderoli, il senatore e segretario provinciale cuneese Giorgio Maria Bergesio, gli altri parlamentari piemontesi della Lega, gli assessori e i consiglieri regionali, e tanti sindaci e amministratori locali della provincia di Cuneo, e di tutto il Piemonte.
“Salire al Monviso non è una semplice ricorrenza – aggiunge il senatore Bergesio – ma un legame forte e diretto con le nostre radici, e un momento per ribadire la nostra identità, e guardare al futuro, a partire dal traguardo ormai imminente dell’Autonomia differenziata, percorso prossimo al traguardo grazie alla determinazione del nostro segretario federale Matteo Salvini, del ministro Calderoli, del capogruppo alla Camera e segretario regionale in Piemonte Riccardo Molinari, e di tutti i dirigenti, parlamentari e amministratori che avremo l’onore di avere presenti a questo grande evento di popolo e di comunità”.
“Una normale estate di apocalisse”. Così giorni fa il quotidiano Repubblica intitolò un articolo sul caldo infernale abbattutosi quest’estate sull’Italia. Un titolo che si addice anche alla politica italiana, in particolare al centro sinistra. Sì, perché le torride vacanze, invece di portare consiglio ai troppi suoi leaders, li hanno messi in stato confusionale…
Leggi l’articolo: https://www.vitacasalese.it/news/-finestra-sul-mondo–di-ennio-caretto/102924/politica-una-torrida-estate.html