POLITICA- Pagina 2

Costa andava trattato meglio: meritava più rispetto istituzionale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Non ho mai considerato Raffaele Costa un leader di livello nazionale. È stato deputato, deputato europeo, ministro. Ma già quando Berlusconi lo nominò vice ministro junior, si imbatté in una battuta d’arresto non piccola. Era uomo di provincia e anche i suoi funerali sono stati di provincia. Il funerale di Stato richiedeva ben altro. I giornali hanno annullato l’evento perché “La Stampa” ne ha scritto solo nella cronaca di Cuneo. Il Corriere gli ha dedicato un piccolo spazio in un fondo pagina. La Tv ha dato notizie molto parziali e ridotte. Ho conosciuto pregi e difetti di Costa, ma credo che il trattamento a lui riservato non sia stato consono. Forse la presenza del principe Emanuele Filiberto non ha giovato, ma Lello fu un giovane monarchico. Speriamo che almeno a Mondovì non lo dimentichino.

La Sala Rossa ricorda Emma Bonino e Raffaele Costa

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Nel pomeriggio di ieri, il Consiglio comunale ha commemorato con un minuto di silenzio la recente scomparsa di Emma Bonino e Raffaele Costa. Entrambi di origine piemontese, con il loro operato hanno attraversato gli ultimi cinquant’anni della vita pubblica del nostro Paese, lasciando una traccia indelebile con il loro impegno politico. In apertura di seduta, prima del minuto di silenzio, è stata la presidenteMaria Grazia Grippo a prendere la parola, per ricordare le due figure di spicco della politica nazionale.

Grippo, ha ricordato come Emma Bonino, attivista del Partito radicale con il motto “il personale è politico”, ha fatto della promozione della libertà individuale e dell’universalità dei diritti civili, per le donne in modo particolare, la cifra della sua vita e dell’intera carriera politica. Legando indissolubilmente il suo nome a temi di grande rilevanza sociale quali l’aborto, il fine vita, il divorzio, la riforma delle carceri e, allargando lo sguardo, alla questione femminile nel mondo arabo e al tema della migrazione.

Di Raffaele Costa, la presidente del Consiglio comunale ha rimarcato il suo essere politico rigoroso e concreto, figura istituzionale che fece della buona amministrazione il suo tratto distintivo. Da ministro della sanità, viene ricordato in particolare per i suoi cento blitz negli ospedali italiani, visite a sorpresa, mai annunciate, che volevano testimoniare la necessita di non fare mancare il contatto con la gente e le aspettative di benessere e cura.

Emma Bonino(Bra, 9 marzo 1948 – Roma, 11 settembre 2026),nel corso della sua lunghissima carriera politica, oltre ad essere stata figura di spicco del Partito Radicale, ha ideato e promosso la Corte penale internazionale, è stata delegata per l’Italia all’ONU per la moratoria sulla pena di morte. In Parlamento dal 1976, eletta in varie legislature alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, è stata anche parlamentare europea. Ministra nel secondo governo Prodi fra il 2006 e il 2008, e nel governo Letta fra il 2013 e il 2014. Fu anche consigliera regionale e consigliera comunale a Bra.

Raffaele Costa (Mondovì, 8 settembre 1936 – 11 settembre 2026), in Parlamento ininterrottamente dal 1976 al 2006, ha iniziato la sua carriera politica nel Partito Liberale Italiano, prima di fondare, nel 1984, l’Unione di Centro. Più volte ministro, è stato anche presidente della Provincia di Cuneo dal 2004 al 2009. Candidato sindaco di Torino nel 1997, venne sconfitto al ballottaggio da Valentino Castellani, con uno scarto di appena 4.700 voti (pari allo 0,8% del totale). È stato anche europarlamentare.

(ML) Ufficio stampa Consiglio comunale

Foto archivio

Fine vita, in Piemonte oltre 14 mila firme per la legge sul suicidio assistito

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Oltre 14 mila firme saranno consegnate al Consiglio regionale del Piemonte per chiedere che venga discussa la proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni per disciplinare, nell’ambito delle competenze regionali, le procedure sanitarie relative all’accesso al suicidio medicalmente assistito.

Le sottoscrizioni raccolte sono quasi il doppio di quelle necessarie. Alla campagna hanno aderito nei giorni scorsi anche il sindaco di Torino Stefano Lo Russo e il giurista Gustavo Zagrebelsky.

La consegna è prevista martedì 22 settembre. Alle 10.30 partirà un corteo da piazza San Carlo diretto verso Palazzo Lascaris, sede del Consiglio regionale. Alle 11, davanti all’ingresso di via Alfieri 15, si terrà un punto stampa con Marco Cappato, Davide Di Mauro e Lidia Sessa della Cellula Coscioni di Torino, insieme agli attivisti delle Cellule di Torino, Cuneo e Alessandria e ai volontari che hanno partecipato alla raccolta.

La proposta non interviene sui presupposti giuridici per l’accesso al suicidio assistito, ma punta a definire le modalità organizzative e i tempi con cui il Servizio sanitario regionale deve verificare le condizioni delle persone che ne fanno richiesta, nel quadro delineato dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale.

Non è la prima volta che il tema arriva a Palazzo Lascaris. Nel 2023 erano state raccolte e depositate più di 11 mila firme, ma nel marzo 2024 il Consiglio regionale aveva interrotto l’iter approvando una questione pregiudiziale relativa alla costituzionalità della proposta.

Secondo i promotori, un elemento nuovo è rappresentato dalla successiva sentenza 204/2025 della Corte costituzionale sull’analoga normativa toscana, che ha affrontato il tema degli spazi di intervento delle Regioni nell’organizzazione dei servizi sanitari connessi alla procedura.

A riaccendere il dibattito piemontese ha contribuito anche il caso di Alan, indicato dall’Associazione Luca Coscioni come il primo caso in Piemonte di suicidio medicalmente assistito. Dopo la verifica dei requisiti, l’uomo avrebbe dovuto attendere otto mesi prima di ottenere dall’Asl e dal servizio sanitario il supporto necessario.

Dopo il deposito inizierà l’iter istituzionale. Gli uffici del Consiglio regionale dovranno innanzitutto verificare la validità delle firme. Seguiranno il parere consultivo dell’Organo di controllo e garanzia e la valutazione di ammissibilità da parte dell’Ufficio di Presidenza. In assenza di unanimità, la decisione sull’ammissibilità dovrà essere sottoposta al voto del Consiglio regionale.

La proposta “Liberi Subito” è stata presentata anche in numerose altre Regioni italiane, con percorsi e risultati differenti. Il confronto piemontese riparte dunque da una nuova raccolta di firme e dalla richiesta dei promotori di riportare il tema del fine vita all’esame dell’assemblea di Palazzo Lascaris.

Allarme Trump-cession: il nuovo volto delle crisi economiche

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IL PUNTASPILLI di Luca Martina

Per decenni economisti e investitori hanno studiato i cicli economici individuando una dinamica ricorrente: una fase di crescita sostenuta genera un aumento della domanda di beni e servizi; la capacità produttiva fatica a tenere il passo e i prezzi iniziano a salire. L’inflazione diventa il principale nemico della stabilità economica e le banche centrali intervengono alzando i tassi di interesse. Il costo del denaro aumenta, le obbligazioni perdono valore, gli investimenti rallentano e, infine, anche i mercati azionari subiscono una correzione. È un meccanismo noto, quasi fisiologico, che ha accompagnato tutte le principali economie moderne. Oggi, tuttavia, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di diverso. Per la prima volta nella storia contemporanea, una possibile recessione globale e una profonda correzione dei mercati finanziari sembrano dipendere in misura rilevante non dall’evoluzione spontanea del ciclo economico, ma dalle decisioni politiche di una singola persona: Donald Trump. Negli Stati Uniti è stato persino coniato il termine ‘Trumpcession’, neologismo nato dall’unione di Trump e recession, utilizzato da economisti, operatori finanziari e commentatori per descrivere il rischio che le decisioni economiche e geopolitiche del presidente possano condurre l’economia americana e mondiale verso una fase recessiva.

Ciò che rende questa fase storica particolarmente interessante, infatti, è la natura dell’origine della crisi. Non si tratterebbe infatti di una recessione nata dagli squilibri interni del sistema economico, come avvenuto spesso in passato, ma di una crisi innescata da decisioni politiche e strategiche concentrate nelle mani di pochi leader e, in particolare, del presidente americano.

Naturalmente attribuire ogni responsabilità a una singola persona sarebbe eccessivo. Le tensioni geopolitiche, i conflitti regionali e gli interessi delle grandi potenze hanno radici profonde e coinvolgono numerosi attori. Tuttavia è difficile negare che la personalizzazione della politica internazionale abbia raggiunto livelli senza precedenti. Mai come oggi le decisioni di un leader possono influenzare in tempi rapidissimi l’andamento dell’inflazione, dei tassi di interesse e dei mercati finanziari globali.

Per questo motivo gli investitori non stanno osservando soltanto i dati economici. Seguono con la stessa attenzione le dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, gli sviluppi diplomatici in Medio Oriente e ogni segnale che possa indicare un’escalation o, al contrario, una possibile distensione.

La vera domanda dei prossimi mesi non sarà soltanto se l’inflazione tornerà sotto controllo o se le banche centrali potranno ridurre i tassi. La domanda fondamentale sarà se la politica riuscirà a smettere di essere il principale fattore di rischio per l’economia mondiale.

Perché, se questo scenario dovesse concretizzarsi, gli storici potrebbero ricordare questa come la prima grande crisi economica dal secondo dopoguerra nella quale il ciclo economico è stato messo in secondo piano dalle scelte di un singolo leader politico.

Cerchiamo di capire come siamo arrivati e quali sono le possibili future ripercussioni economiche e finanziarie della situazione in atto.

All’inizio dell’anno il quadro macroeconomico internazionale appariva relativamente favorevole. La crescita mondiale procedeva a ritmi moderati ma positivi. L’inflazione, pur rimanendo superiore agli obiettivi delle banche centrali in alcune aree geografiche, stava progressivamente rallentando. Persino il conflitto tra Russia e Ucraina, pur continuando a rappresentare un elemento di instabilità, sembrava essere stato in larga parte assorbito dai mercati.

In queste condizioni gli investitori potevano ragionevolmente attendersi un graduale ritorno alla normalità: inflazione in discesa, taglio dei tassi di interesse e prosecuzione della crescita economica. Lo scenario ideale per sostenere sia il mercato obbligazionario sia quello azionario.

La situazione è cambiata radicalmente a fine febbraio con l’esplosione delle tensioni in Medio Oriente e con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel confronto con l’Iran. La nuova crisi geopolitica ha immediatamente provocato una forte impennata dei prezzi dell’energia. Petrolio e gas rappresentano la materia prima fondamentale dell’economia globale e qualsiasi incremento significativo dei loro prezzi si trasferisce rapidamente ai costi di produzione, ai trasporti e, in ultima analisi, ai consumatori.

La conseguenza è stata un ritorno delle pressioni inflazionistiche proprio nel momento in cui sembravano sotto controllo. Le banche centrali si sono quindi ritrovate costrette a riconsiderare le proprie strategie monetarie. L’aspettativa di riduzioni dei tassi è stata rinviata e, in alcuni casi, il mercato ha iniziato addirittura a temere nuovi rialzi.

Da qui il ritorno delle difficoltà sui mercati obbligazionari. Come noto, quando i tassi salgono il valore delle obbligazioni esistenti diminuisce. Gli investitori hanno quindi registrato perdite proprio in quella componente dei portafogli che tradizionalmente dovrebbe offrire stabilità.

Più sorprendente è stato il comportamento dei mercati azionari. In circostanze analoghe, caratterizzate da inflazione in aumento e tassi elevati, le Borse avrebbero normalmente reagito con forti ribassi. Questa volta, invece, la correzione è stata relativamente contenuta.

La ragione principale è che gli operatori faticano a interpretare il quadro economico. Da una parte rimane presente una crescita economica ancora positiva, sostenuta dai consumi e dall’innovazione tecnologica. Dall’altra emergono rischi sempre più evidenti legati all’energia, all’inflazione e all’instabilità geopolitica.

I mercati si trovano quindi davanti a un bivio.

Il primo scenario è quello ottimistico. L’aumento dei prezzi energetici si rivela temporaneo, le tensioni internazionali si attenuano e l’economia mondiale continua a crescere. In questo caso gli utili aziendali tornerebbero a rappresentare il principale motore dei mercati e le Borse potrebbero riprendere il loro percorso rialzista.

Il secondo scenario è decisamente più preoccupante. Se il rincaro dell’energia dovesse consolidarsi e tradursi in un’inflazione strutturalmente più elevata, le banche centrali sarebbero costrette a mantenere i tassi di interesse su livelli elevati per un periodo molto più lungo del previsto. La crescita economica rallenterebbe sensibilmente e gli utili delle imprese verrebbero penalizzati. In questo caso una correzione azionaria significativa diventerebbe difficile da evitare.

Il primo scenario (ottimista) trova supporto su una motivazione, oggettiva, forte: la quantità di petrolio e di gas naturale estraibile è ampia, forse, come mai è avvenuto nella storia recente. La situazione di difficoltà e l’aumento dei prezzi del greggio hanno reso convenienti nuove esplorazioni e lo sfruttamento di giacimenti il cui elevato costo ne aveva scoraggiato l’utilizzo incrementando così la quantità a disposizione. Il problema è un altro: il trasporto della materia prima nei paesi consumatori (Europa e Asia innanzitutto visto che gli Stati Uniti ormai producono internamente quanto consumano ed, anzi, sono esportatori netti di gas) è reso quantomai difficoltoso dal blocco dello stretto di Hormuz (dal quale transita un quinto del petrolio estratto) e dagli attentati alle raffinerie e alle rete distributive dei Paesi del Golfo. Ma, come i fiumi che, di fronte a frane e smottamenti, trovano sempre il modo di scavare un nuovo letto che li conduca al mare, così anche i sistemi economici superano le difficoltà attraverso miglioramenti di efficienza/tecnologia ed aprendo rotte alternative a quelle diventate ormai non più percorribili ed è quanto avverrà se la situazione attuale si prolungherà.

Ecco, quindi, che l’argomento “forte” porta gli investitori a non scommettere su di una recessione imminente (la probabilità che non si verifichi o che sia di breve durata è troppo elevata). A questo si aggiunge un argomento “debole”, non oggettivo ma legato alle decisioni prese da chi ha innescato questa situazione di incertezza: come scritto nell’articolo di agosto ( https://iltorinese.it/2026/08/07/chi-dice-donald-dice-danno/ ) su questo sito, la convinzione dei mercati finanziari è che, prima di causare danni irreparabili, il POTUS cambierà la propria strategia con l’obiettivo di evitare una recessione ed il suo “harakiri” politico (in vista anche delle imminenti elezioni di mid term). Si tratta del “TACO” (“Trump always chicken out”, “Trump fa sempre marcia indietro”, si veda l’articolo di agosto)…

Il secondo scenario, al contrario, non ha al momento un supporto “forte”: l’ampia disponibilità di prodotti petroliferi rende improbabile che il prezzo del petrolio (la ragione principale dell’impennata dell’inflazione) rimanga al di sopra dei 100 dollari nei prossimi anni. Rimangono però a suo favore due argomenti “deboli”: la situazione di tensione sui prezzi potrebbe peggiorare nei prossimi mesi provocando così un deciso rialzo dei tassi di interesse e il presidente Trump, a sua volta, potrebbe perdere completamente di vista gli esiti nefasti per il suo consenso (e, in secondo luogo, per l’economia americana e mondiale) e continuare nella sua guerra (sempre più personale) contro l’Iran (a suon di annunci e bombardamenti) ed il mondo (a colpi di dazi e post sul suo social media Truth).

Si tratta di una prospettiva che potrebbe, alla fine, costringere gli investitori a capitolare innescando un’ondata di vendite sui listini che potrebbero provocare una loro subitanea discesa (che però, come sempre avvenuto in passato, verrebbe poi recuperata per lo sconforto di coloro che nel frattempo avevano deciso di vendere).

Per ora la razionalità, la fiducia nei confronti dell’economia e delle imprese, capaci di attraversare ammaccate ma più che mai in vita momenti di forte incertezza, sta prevalendo.

La storia di successo dei mercati azionari ha superato guerre mondiali, sanguinosi attentati, pandemie e crisi finanziarie ed il vero rischio, per il povero investitore, è quello di lasciarsi condizionare dalle emozioni che comprensibilmente suggeriscono di ridurre gli investimenti quando gli eventi che ci circondano fanno suonare gli allarmi dell’incertezza.

Sarà il caso, ancora una volta, di seguire il consiglio di Ulisse: riempire le nostre orecchie di cera e non ascoltare le sirene che porterebbero non, forse, alla nostra perdizione ma molto probabilmente a decisioni inappropriate per i nostri patrimoni.

 

VIVA EMMA! Bonino ricordata dai Radicali

 A COMMEMORAZIONI PREFERIAMO AZIONI

Conferenza stampa Radicale per 3 obiettivi boniniani
Lunedì 14 settembre, alle ore 12, presso la sede dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta in via San Dalmazzo 9/bis a Torino si terrà una conferenza stampa dove Radicali ricorderanno Emma Bonino, le sue battaglie, e al contempo chiederanno alle istituzioni di fare azioni concrete e non solo commemorazioni su 3 obiettivi specifici.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Sommario: Una netta distinzione – L’8 settembre – Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto – Farinetti in tv – Lettere

Una netta distinzione

Le polemiche aspre che turbano il confronto politico, portandolo fuori dal perimetro della democrazia obbligano a piantare dei paletti. Il primo è quello volto a ribadire che il Nazionalismo non va confuso con il patriottismo. L’idea di Nazione è quella definita da Federico Chabod sull’onda del Risorgimento. Il Nazionalismo è una concezione sbagliata di Nazione. Per troppo tempo molti hanno ridotto tutto a Paese, mentre l’idea di Nazione è ben altro. Ma andare oltre nel concepire presunte superiorità nazionali è proprio dei fascismi e può condurre alla guerra. Chi riscopre la retorica del Ventennio in un clima normale sarebbe ridicolo, ma oggi può essere una minaccia. Ogni estremismo va combattuto sul piano delle idee e vinto sul terreno del voto. Basta alle crociate e anti crociate che ricacciano l’Italia indietro nella storia di un passato negativo.

L’8 settembre

L’8 settembre è una data nera della storia d’Italia perché segnò la morte della Patria, come disse Galli della Loggia. Troppi errori, troppe viltà, ma anche qualche eroe nel momento più tragico: ricordo l’ammiraglio Bergamini ed altri che non si misero in borghese per tornare a casa.

Quest’anno sui social l’8 settembre viene rievocato anche da chi ha una folle nostalgia della Repubblica sociale che causò la guerra civile tra Italiani. Ogni colpa è attribuita al Re e a Badoglio che scapparono a Brindisi. Non fu una pagina gloriosa, ma la fuga a Brindisi consentì di salvare Roma dalla sua distruzione e soprattutto di trasferire la sede del governo italiano in un territorio libero. Il regno del Sud fu una pagina importante per il riscatto dell’onore perduto.

Gran parte degli errori e delle omissioni è da attribuire a Badoglio che non si rivelò all’altezza del compito e dei tempi calamitosi. Anche gli Alti comandi ebbero gravissime responsabilità. Ma sostenere la tesi del tradimento nei confronti dell’alleato tedesco è prova di malafede e di ignoranza. Dopo la data nefasta ci furono i Martini – Mauri e i Sogno, i Montezemolo, i comunisti, i socialisti, i cattolici, i liberali, i repubblicani, gli anarchici, i senza- partito a rialzare il tricolore caduto nella polvere. Per non parlare degli IMI, gli internati militari in Germania di cui Guareschi ci ha narrato la storia. La storia è sempre complessa e chi cerca di vedere solo una pagina per tornaconto politico si rivela ingenuo, per dire cretino. Di fessacchiotti così ne conobbi anche tra i miei allievi ed alcuni contribuii a “salvarli” dalle ingenuità instillate dai padri o dai nonni che erano stati e continuavano ad essere fascisti.

Ad Agliè c’è un affascinante luogo gozzaniano che merita di essere conosciuto

È l’affascinante dimora storica, composta da tre corpi,- uno settecentesco, l’altro ottocentesco e l’ultimo risalente al 1926- che è stata ereditata da uno dei due figli di Giovanni Cordero, Jacopo- e da Annabella Parenzo, madrina e zia acquisita di Jacopo.

Annabella, donna di grande stile e raffinatezza, buyer di Fiorucci negli Stati Uniti e collezionista d’arte, ogni estate lasciava Nizza, dove viveva, per tornare in questa dimora avvolta nelle atmosfere crepuscolari, una volta frequentata da Guido Gozzano, che amava scrivere sulla panchina del suggestivo giardino, dove domenica 27 settembre si terrà la presentazione di Certe donne, a Torino- Incontri ravvicinati con figure straordinarie, opera di una delle scrittrici d’oggi più interessanti, Marina Rota. Andrò ad ascoltarla. E spero di tornarci a fare io una conferenza. Gozzano morì nel 1916, quindi quest’anno c’è un anniversario da ricordare.

Farinetti in tv

Qualche rara volta vado da Eataly in via Nizza. L’ultima volta sono stato a comprare dell’ottimo Pata Negra, simile a quello che mangio da Botin a Madrid.

Ma l’ultima apparizione di Oscar Farinetti a Rete 4 mi ha schoccato. L’ennesimo libretto di Oscar niente meno che su Omero e con l’intento di redifinire i concetti di antifascismo e di democrazia. Un intruglio neppure ben amalgamato che mescola Omero alla attualità contemporanea. Un pasticcio. Solo gente palesemente incolta farebbe accostamenti così arditi. Farinetti è un uomo d’affari, per tanti anni renziano, rimasto sempre di sinistra. Con il suo accento langarolo e i suoi baffetti dovrebbe evitare di andare in televisione. Ma la scrittura soprattutto non è il suo mestiere. Non ha le qualità minime dello scrittore, neppure dello scrittorello di provincia. Ad Alba ci fu Fenoglio, adesso si è insediato Farinetti. Un segno dei tempi di oggi.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Addio a Bonino e Costa

Sembra una coincidenza che due politici siano mancati quasi contemporaneamente: Emma Bonino e Raffaele Costa. Due cuneesi, anche se la famiglia di Costa era di origini meridionali. So che lei li ha conosciuti, cosa ne pensa?  Tonio Filippini

 

La morte impone sempre rispetto e quindi mi trattengo da giudizi storici troppo severi. Sono stati due politici di successo che furono anche ministri, deputati, parlamentari europei e tanto altro. Non godettero mai della mia simpatia se non in alcune occasioni. Bonino era collaboratrice fedele di Pannella, quando volle far da sé, commise errori. Passò ad un esagerato liberismo, per poi ritornare su posizioni di sinistra dopo la morte di Pannella. Ricordo che una volta mi telefonò dal ministero un sabato pomeriggio: mi stupii per lo zelo. Era più sessantottina che liberale. Il liberalismo non le era congeniale, un certo estremismo sì. Il partitino + Europa è detestabile. Ma io per far piacere ad Alda Croce la premiai al centro Pannunzio nel 1999, invece di premiare Pannella con cui divenni amico. Andammo anche a cena al “Cambio” dove Emma si trovò a disagio.

Costa è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi nel 1964 quando era segretario di Cuneo del PDIUM che alleò ai missini, distruggendo il partito monarchico a Cuneo. Lo ricordo nel 1965 quando ad Asti non volle parlare insieme all’avvocato Nela che ricordava i partigiani azzurri di Mauri. Rimasi allibito. Poi l’ho risentito quando era uno dei leaders liberali, ma io ero troppo amico di Badini Confalonieri per apprezzarlo. Il suo era un liberalismo abbastanza privo di cultura, volto a cogliere la polemica spicciola, se non il qualunquismo. Il mio amico Giorgio Cavallo promosse più incontri con lui, ma non ne uscii convinto. Era meglio Zanone che non era ancora così sinistro come poi divenne. Io avevo lasciato la tessera del PLI nel 1969 e quindi da allora ero e sono un cane sciolto. Provo piacere nel rifiutare collari e non scodinzolare a favore di nessuno. Costa ebbe però una colpa che io non ho il diritto di dargliela perché non ero un militante del PLI: chiudere il PLI in modo poco degno anche al fine di ottenere un seggio da Berlusconi. Venne gettato anche l’archivio storico del partito, quando vennero gli ufficiali giudiziari a pignorare i mobili in via Frattina, sede nazionale di quel partito. Ma nello squallore della classe politica italiana d’oggi ambedue, Bonino e Costa, giganteggiano. Pace alla loro anima, anche se molti più che onorarli li strumentalizzano.

 

La nuova via Roma

È stato visto all’inaugurazione di via Roma nuova. Lei ne era critico e i festeggiamenti solenni creati per fare un’apoteosi alla Giunta mi sono sembrati pacchiani. E poi citare Hermès nell’invito mi è sembrata una esagerazione. Ci sono problemi fermi che marciscono come il mancato sottopasso di largo Maroncelli. Questa è una giunta con troppi assessori incapaci e faziosi.

Felice Ghio

Sono stato perché invitato dal sindaco con cui ho un buon rapporto personale fatto di reciproco rispetto. Ero anche curioso di vedere. Non so se meritasse una festa così la nuova via Roma. Neanche quando la fece, abbattendo quella vecchia, il regime fece una festa così. Ma erano altri anni, anche se il regime non mancava certo nella capacità di onorare i suoi successi.

Lidia Poët

Cosa pensa dello sceneggiato televisivo dedicato all’ avvocato Lidia Poet ? Non mi ha suscitato finora entusiasmo, anzi mi ha deluso.    Gianna Casula

Ho visto due puntate. L’argomento è interessante e certe immagini torinesi – forse non troppo fedeli – le ho gradite. Io sono stato amico del senatore e notaio di Pinerolo Luigi  Poët e la cosa mi incuriosiva. Debbo dire che lo sceneggiato è mal recitato e l’interprete femminile sembra ad una suffragetta. Fuori luogo un linguaggio con termini volgari e sconci sulla bocca di Lidia. Il turpiloquio femminile nell’ 800 penso che esistesse solo nelle donne di bordelli o da strada. E’ una mia impressione ovviamente perché ho mai dedicato studi a questi temi.
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Gava e Lauro
Ho notato che la “La stampa”  ha pubblicato la fotografia del vecchio  caporione Dc  napoletano Gava – padre del ministro – invece di quella del sindaco  monarchico di  Napoli Achille Lauro . Un errore grossolano.   Susanna Liegi
Sono cose che nei giornali succedono. La fretta è sempre cattiva consigliera anche quando sceglie di omettere notizie. “La Stampa” è ancora un giornale in crisi  con tirature basse che  superano di poco le 50 mila copie  giornaliere. E sta perdendo ancora  copie. La fotografia errata è un peccato veniale.

Tav, Ravello (Fdi): “Lo Russo re dei camaleonti”

 “DICE CHE È ESSENZIALE E POI TENDE LA MANO A CHI VUOLE FERMARLA. IL TAVOLO COL M5S? LO FACCIANO IN STREAMING, APRANO IL CAMPO LARGO COME UNA SCATOLA DI TONNO!”

“Stefano Lo Russo si guadagna il titolo di re dei camaleonti, non c’è gara. Alla Festa dell’Unità proclama che la TAV è ‘essenziale per lo sviluppo della città e del Nord Ovest’, che ‘va fatta’ e che bisogna smettere di parlare di come fermarla. Nello stesso intervento, però, tende la mano al Movimento 5 Stelle e decreta che al campo largo ‘non c’è alternativa’. Tutto regolare, tutto esilarante”. Lo dichiara Roberto Ravello, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.

“Adesso attendiamo con curiosità il tavolo in cui PD e M5S – e Avs – scriveranno il programma comune per Torino. E facciamo una richiesta agli amici grillini, alla vecchia maniera di quando promettevano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno: mettetelo in streaming. Vogliamo vedere il momento esatto in cui Lo Russo scriverà ‘TAV essenziale, va fatta’ e il M5S, che la considera inutile, dannosa e dispendiosa, dovrà decidere se firmare o turarsi il naso. Sarebbe un contributo impagabile alla comicità politica italiana. Il campo largo si conferma per quello che è: non una coalizione fondata su una visione comune di Torino e del Piemonte, ma un’alleanza nella quale sui grandi temi si può pensarla in maniera diametralmente opposta, purché ci si metta d’accordo sulle candidature. Purché si vada contro la Destra. Altro che superare gli attriti del passato: qui per stare insieme bisogna superare le proprie idee”.

Voto: diritto o dovere?

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Il diritto al voto è stato conquistato con sacrifici e lotte da parte delle generazioni che ci hanno preceduto.

Se pensiamo che il suffragio universale, cioè il voto consentito a tutti i cittadini maggiorenni, di entrambi i generi, ha fatto la sua comparsa in Italia in concomitanza con il referendum del 2 giugno 1946, ci rendiamo conto di quanto sia recente quella conquista.

Per motivi che la sociologia, troppo impegnata a redigere statistiche di nessun valore, ancora non comprende, i cittadini italiani si sono disaffezionati dal voto, tanto alle elezioni politiche quanto a quelle amministrative o regionali, forse un po’ meno ai referendum abrogativi dove il quorum è uno sbarramento, al punto che chiunque vinca viene accusato di aver riscosso il successo grazie ad una minoranza degli aventi diritto al voto.

Considerando il costo di ogni tornata elettorale dove, tra emolumenti ai componenti del seggio, stampa delle schede e dei manifesti, straordinari del personale impegnato nella consegna e nel ritiro del materiale elettorale, stipendio degli addetti alla sorveglianza dei plessi scolastici ove si vota, illuminazione delle sezioni elettorali che deve rimanere accesa durante l’intera notte, va da sé che un’affluenza scarsa rende quasi sproporzionata l’intera macchina burocratica a fronte dell’esiguo interesse mostrato dagli aventi diritto al voto.

Non è la prima volta che parlo dello scarso interesse civico che gli italiani mostrano in svariate occasioni, voto compreso.

Ma se nel caso di una elezione, di qualsiasi natura, il risultato è comunque salvo, avesse votato anche un solo italiano sui 45 milioni che votano sul territorio nazionale, nel caso di un referendum abrogativo i numeri sono determimanti.

Secondo la nostra Costituzione (art, 75, comma 4°) una consultazione referendaria che intenda abrogare una norma è valida solo che se almeno il 50% più 1 degli aventi diritto si reca alle urne.

Va da sé che se non si raggiunge il c.d. quorum si sarà sprecato inutilmente il denaro pubblico, le scuole avranno chiuso inutilmente e si sarà vanificata un’opportunità di democrazia diretta.

Tutti coloro che, come leoni da tastiera sui social, o al bar, o sui luoghi di lavoro si lamentano che lo Stato spreca soldi per questa o quella cosa, che i politici sono pagati troppo (ma chissà perché pochi vogliono candidarsi) dovrebbero fare un esame di coscienza e vedere se si siano recati alle urne tutte le volte che si sono svolte elezioni o referendum di qualsiasi natura; se abbiano rinunciato ad una gita al mare proprio nella domenica in cui hanno luogo le elezioni, se abbiano espresso civilmente il voto o, come è successo di trovare a me in una delle innumerevoli volte in cui sono stato scrutatore, non abbiano messo una fettina di salame nella scheda piegata e infilata nell’urna anziché esprimere una scelta, cosa che persino le scimmie sanno fare.

Solo quando acquisiremo questa forma di maturità civica potremo criticare gli altri, obiettare che “gli altri” siano incivili, privi di senso civico, ecc.

Fino ad allora salviamo fingiamo almeno di essere corretti: pensiamo alle nostre colpe e, solo molto dopo, critichiamo lo Stato a prescindere.

E se non siamo andati a votare, non abbiamo diritto di criticare chi ci governa.

Sergio Motta