Di Maurizio Tropeano
“Da qui esci mangiato”. Il passaparola dei clienti, oltre alle recensioni, racconta la filosofia che ispira la cucina di Claudio Locchiato, classe 1986, chef e patron dell’Uliveto, aperto due anni fa dopo un decennio trascorso tra i fornelli dell’alta cucina stellata.
“Per me – racconta mentre ritocca gli ultimi dettagli del locale di via Saluzzo 57, riaperto dal 6 marzo dopo due mesi di ristrutturazione – uscire mangiato (ride di gusto) significa preparare piatti buoni, abbondanti semplici e di qualità ma che fanno ritornare in mente gli affetti e i ricordi della tradizione calabrese, certo, ma anche di quella italiana”.
Una scelta che ha condiviso con la moglie Bierta, che si occupa con garbo e attenzione della sala, e che ha assecondato anche la sua decisione di diventare il patron di questo percorso gastronomico che affonda le radici ad Acquaro, in provincia di Vibo Valentia: “Fare l’imprenditore è difficile ma è garanzia di poter sperimentare in autonomia con un vincolo importante, il senso di responsabilità per chi lavora al mio fianco in cucina e in sala”.
Un percorso che parte da una rottura: “Mi sono reso conto che non mi divertivo più a cucinare per i clienti che a tavola facevano, e fanno, le autopsie dei piatti. Le mie radici, però, sono diverse e sono il frutto degli insegnamenti di mia nonna che mi ha trasmesso l’amore per la cucina come atto di affetto e cura verso gli altri. Ho imparato molto nel mondo dell’alta cucina e posso arricchire e innovare la tradizione familiare senza rincorrere mode e tendenze”.

Facciamo un salto indietro nel tempo e nello spazio. Eccoci ad Acquaro in un contesto domestico, tra conserve, pasta fresca e rituali della domenica: “Mi piaceva cucinare e dopo le medie mi sono iscritto all’alberghiero del mio paese e poi ho iniziato a 14 anni a fare le stagioni in alcuni locali tra Tropea e Capo Vaticano, lungo la Costa degli Dei”. Il primo salto di qualità lo fa a diciannove anni e parte per il nord, direzione Colorno in provincia di Parma: “Mi iscrivo alla Scuola Internazionale di Cucina Italiana ALMA, creata da Gualtiero Marchesi. Per me è stata un’esperienza fondante che mi ha aperto le porte della ristorazione d’eccellenza”. Lo chef calabrese lavora tra Venezia e Zurigo, poi arriva a Torino dove entra nelle cucine del ristorante Del Cambio guidato da Matteo Baronetto e poi al Turin Palace al fianco di Stefano Sforza, fino a esperienze in chiave più contemporanea come Opera, Condividere con Federico Zanasi, e Spazio7 di Alessandro Mecca.
“La mia cucina – racconta – non è celebrale ma sicuramente gustativa, avvolgente, immediata”. E a chi gli chiede di descrivere la sua cucina in tre parole, risponde così: “La prima parola è sentimento che nutre il legame con la Calabria e con la mia famiglia”. La seconda definizione è “pensiero, perché è l’intenzione che guida ogni mio piatto”. La terza parola è “ricerca della materia prima prodotta da realtà artigianali in Calabria e in Piemonte ma anche la ricerca di tecniche di cotture innovative”.
Quando si visita Torino, una delle tappe fondamentali è sicuramente la nota piazza Statuto di Torino, una piazza neoclassica edificata nel 1946 che vede al centro la statua in onore dei progettisti del traforo del Frejus. In pochi però sanno che a pochi passi da quest’ultimo vi è il Rondò della Forca, un luogo in cui tra il 1835 e il 1853 avvenivano le esecuzioni dei condannati a morte, all’epoca non vi era nulla attorno se non alberi e fossi, questo per ospitare il maggior numero di persone possibile per vedere l’esecuzione che doveva essere pubblica in modo da mostrare ai cittadini come venivano puniti coloro che compivano omicidi o semplicemente accusati di cospirazione politica. Adiacente al Rondò della Forca viveva Piero Pantoni l’ultimo boia di Torino, oggi al posto del patibolo troviamo una statua dedicata a San Giuseppe Cafasso, considerato l’apostolo dei carcerati.
Un altro luogo molto particolare ma meno noto è il quartiere “Cit Turin” che, in dialetto piemontese, significa “piccola Torino”; ne fanno parte le vie adiacenti all’inizio di Corso Francia, qui troviamo tantissime ville e palazzine in stile Liberty progettate da Pietro Fenoglio, fu il primo luogo costruito fuori dalle mura della città ed è considerato, ancora oggi, una delle zone più belle di Torino, dove vi è anche il rinomato mercato di Piazza Benefica.
Spostandoci poi al quadrilatero romano, una delle zone più frequentate dai giovani torinesi troviamo il mercato di Porta Palazzo, il Balòn ovvero il mercato delle pulci e i Musei Reali, il Santuario della Consolata, un capolavoro del Barocco piemontese, la Cattedrale di San Giovanni Battista definita “il Duomo di Torino”, in stile rinascimentale che ospita la “Sacra Sindone”.
Tra i dolci torinesi più celebri, la torta di nocciole rappresenta un autentico simbolo della città. La nocciola, in particolare la varietà Tonda Gentile del Piemonte, è l’ingrediente protagonista di questa prelibatezza, che affonda le sue radici nelle tradizioni contadine della regione. La torta di nocciole è un dolce che non ha bisogno di fronzoli: semplice ma ricco di sapore, la sua preparazione ruota attorno alla genuinità delle nocciole tostate e tritate, che danno vita a una torta dalla consistenza morbida e umida. Si racconta che il suo successo sia stato favorito dalla qualità delle nocciole locali, che trovano nel territorio torinese l’habitat perfetto per sviluppare il loro caratteristico sapore.