ABITARE CON STILE
Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà Il 2025 ha confermato una direzione chiara: meno clamore, più sostanza. L’arredo ha rallentato, ha smesso di stupire per forza e ha iniziato a rassicurare. Il 2026 non rompe questo percorso: lo affina. Vediamo cosa resta, cosa evolve e cosa – con elegante nonchalance – possiamo salutare.
I protagonisti del 2025
Il colore simbolo è stato Mocha Mousse, una tonalità calda e avvolgente che ha segnato il ritorno ai neutri “emotivi”: marroni morbidi, sabbia, beige evoluti, greige. Colori che non stancano e dialogano bene con la luce naturale, amatissimi nei contesti urbani eleganti – sì, anche nei palazzi torinesi di fine ’800.
Accanto:
-
verdi salvia e oliva
-
terracotta desaturati
-
blu polverosi
Cosa ritroveremo nel 2026
Questi colori non spariscono, ma diventano più profondi:
-
il beige vira verso il tortora caldo
-
il verde si fa bosco
-
il blu diventa notte
Il colore smette di essere protagonista assoluto e diventa struttura, usato per definire spazi, quinte, nicchie.
Le vere novità
-
Accenti bruciati (ruggine, cacao, carbone caldo)
-
Gialli sporchi e minerali, molto sofisticati
-
Ritorno controllato del bordeaux, usato come segno grafico, non come total look
Fuori: colori iper saturi, pastelli “instagrammabili” senza profondità. Bellissimi in foto, stancanti nella vita reale.
Materiali: ritorni autentici e addii silenziosi
Il 2025 ha sancito una verità semplice: i materiali finti non convincono più.
Quelli che restano (e crescono)
-
Legno vero, anche imperfetto, con venature visibili
-
Pietra naturale (travertino, pietra di Luserna, ceppo)
-
Metalli caldi: bronzo, ottone brunito, ferro cerato
-
Tessuti materici: lino, lana, bouclé compatto
I grandi ritorni
-
Vetro lavorato e cannettato
-
Ceramiche artigianali
-
Intonaci materici e calce naturale
Materiali che invecchiano bene. E questo, nel 2026, è lusso puro.
Cosa sparisce
-
Effetti marmo troppo lucidi
-
Superfici iper tecniche ma fredde
-
Arredi “tutti uguali”, replicabili ovunque
Mode passeggere vs scelte intelligenti
Moda è cambiare cucina ogni 5 anni.
Scelta intelligente è progettare una base neutra, flessibile, che si aggiorna con pochi gesti.
Nel 2026 vince:
-
l’arredo su misura
-
la progettazione degli spazi (più della decorazione)
-
la casa pensata per essere vissuta, non mostrata
Torino, con la sua anima borghese e colta, questo lo sa da sempre.
Il nuovo lusso: sobrio, colto, silenzioso
Il lusso del 2026:
-
non ostenta
-
non luccica
-
non segue trend urlati
È fatto di:
-
proporzioni giuste
-
materiali autentici
-
colori che durano
-
spazi che funzionano
Una casa elegante oggi non dice “guardami”, ma “resta”.
Il 2026 non chiede rivoluzioni, ma scelte consapevoli.
Chi progetta (e chi abita) guarda meno ai trend e più alla qualità del tempo che passerà tra quelle mura.
E forse è proprio questa la tendenza più torinese di tutte:
fare bene, una volta sola.
Si vedevano bene i profili delle montagne e bastava andare un po’ in alto, sulla scalinata della chiesa, che si potevano distinguere le alpi svizzere. E l’altra sponda? Un gioco di luci a rincorrersi sul lungolago tra Suna e Pallanza fino alla punta della Castagnola, dove la riva ridiventava scura e si poteva solo intuire che c’era Intra, nascosta dietro la curva dell’Eden. Verso Laveno e Santa Caterina del Sasso altre luci, altre strade, altre case e altra gente. Lì, sulla sponda lombarda, avrebbero potuto quasi intravedermi se qualcuno, puntando un cannocchiale con delle buone lenti d’ingrandimento, si fosse preso la briga di curiosare verso l’imbarcadero di Baveno. Avrebbe visto una figura, un’ombra seduta lì, sulla panchina dal verde un po’ corroso dal tempo, intenta ad ascoltare il rumore della risacca. A dire il vero, per me, più che un rumore è un suono, quasi un sottofondo musicale. Il ritmare dell’onda che s’infrange, che si ritira per far posto all’altra, apprestandosi a compiere lo stesso gesto secondo il moto dell’acqua e la direzione del vento. E’ come una musica che calmava i nervi, distende l’animo. “ Ecco, vardala lì. A l’è l’acqua stràca. L’acqua che sciùscia i remi dì barch, che la carezza suta al ventar ogni barca e sura la cràpa ogni sàss”, mi diceva il mio amico Angelo Branca, vecchio lupo di lago, commentando le onde che, ormai deboli e provate, s’arrestavano sui muri del vecchio molo. L’ Angiolino, nato e cresciuto sull’isola Pescatori, aveva ormai affidato la sua vecchiaia alla terraferma. Ma non mancava mai, nelle notti di luna buona, di farmi compagnia all’imbarcadero. Insieme guardavamo l’acqua scura, ascoltandone il mormorio. Sembrava quasi lo sgranarsi di un rosario sottovoce. Ogni tanto, quasi a rompere quel ritmo dondolante, arrivava un onda solitaria, più decisa. “ E’ l’onda vagabonda. Ascoltala bene, amico mio. Ogni tanto arriva. Così, di colpo, senza preavviso. E’ diversa dalle altre: a l’é l’acqua che scàpa e che la turna indrèe . A l’è cùma una lèngua che ta diss che l’aria la cambia”. E, infatti, l’aria cambiava e s’alzava un vento tiepido che muoveva le onde con più decisione. Era l’effetto dei venti di föhn che, scendendo dalle Alpi, asciugavano e riscaldavano l’aria, facendo assaggiare i primi scampoli di primavera. “Ma, attenzione”, ricordava Angiolino. “Non facciamoci fregare. Quest’aria prima è dolce e dopo à ta càgna i vestìi, perché dal Mottarone s’incanala giù anche un venticello che risente ancora dell’ultima neve e che ti legna facendo finta d’accarezzarti. Vedi come fa increspare l’acqua del lago, verso l’isola?”. Parole piene di saggezza. Infatti, passate le prime leggere folat, l’aria diventava più brusca e veniva spontaneo tirarsi su il bavero della giacca per poi infilarsi le mani nelle tasche. Così, salutato il lago e lasciate alle spalle le imbarcazioni dondolanti tra le onde, ci incamminavamo verso la piazza del Municipio. L’Angiolino canticchiava una canzone che aveva imparato alla radio. Gli piaceva perché, diceva “ è fatta giusta per notti come queste, quando il vento porta in giro l’odore del lago”. E attaccava, data l’ora, sottovoce: “Vent cunt’el pàss balòss, quell che vorì mia tiram via da dòss. Slàrga al fiaa e bùfa in giir i stell, lassa al tò disegn in su la mia pell…”. Era tempo d’andare a casa. E la luna si stagliava più lucente che mai nel cielo nitido e trapuntato di stelle.
