LIFESTYLE- Pagina 4

Il potere del riordino, mettere a posto spazi e mente

Secondo la psicologa Isabela Pérez-Luna, “Pulire e mettere in ordine hanno una funzione catartica e permettono di disfarsi di cose di cui sentiamo di non aver più bisogno”.

Aprire le finestre per far entrare aria fresca, buttare le cose che si sono accumulate nel tempo, eliminare polvere e depositi di sporcizia, rinnovare il nostro ambiente e depurare la nostra mente.
Una azione catartica quella della pulizie e del riordino che mette a posto anche i nostri pensieri, gli dà una collocazione, uno schieramento rinfrancante.
Lo spazio in cui viviamo rappresenta, in un certo senso, l’espressione di chi siamo e di come gestiamo la nostra esistenza. Premesso che il disordine può essere interpretato anche come una caratteristica legata alla creatività o alla fantasia e che, al contrario, l’ossessione per la pulizia, come tutti i comportamenti eccessivi, potrebbe essere l’ indicatore di un disagio, mantenere l’ordine e la pulizia dell’ambiente che ci ospita è mediamente una lancetta che punta verso l’equilibrio e il benessere. Il caos, la trascuratezza e l’incuria, al contrario, sono il più delle volte sinonimo di disordine interiore, di confusione. Avere oggetti che ostacolano il nostro movimento all’interno degli ambienti in cui viviamo, sia la casa o il luogo di lavoro, può essere fonte di stress, accumulare sporco all’interno dei nostri spazi può renderci nervosi e provati.

Nella percezione comune pulire o rassettare sono attività seccanti e ripetitive e probabilmente, considerato il fatto che spesso costituiscono un dovere e una necessità piuttosto impegnative, non è del tutto sbagliato, ma è altrettanto vero che mettere in ordine un armadio o eliminare la polvere e il vecchio all’interno di un ambiente possono essere considerate vere e proprie forme meditazione, attività su cui ci si concentra che ci evitano di pensare ad altro, una maniera di vivere il presente attraverso lavori manuali che necessitano di attenzione.
Dare un ordine alle cose che vogliamo tenerci potrebbe corrispondere anche ad una volontà di riorganizzazione del nostro interno e a seconda di come vogliamo “ristrutturarci” possiamo riposizionare gli oggetti in base alle cromie, all’uso che ne facciamo e all’importanza che rivestono o semplicemente per categoria.
Buttare o regalare oggetti che abbiamo accumulato nel tempo, rinnovando i nostri guardaroba o le soffitte, è un metodo per attuare una rigenerazione non solo materiale ma anche interiore: fare a meno del superfluo, di ciò che è superato, di tutte quelle cose da cui faticavamo a staccarci e che appesantivano la nostra vita.
Insomma, ordine, equilibrio, essenzialità e pulizia, ambienti dove è contemplato il rinnovamento, senza togliere rispetto al passato, spazi dove gli oggetti non ci comprimono ma rendono bello il nostro mondo infondono leggerezza e regalano armonia estetica.

Tra le teorie più famose che ci raccontano le facoltà del riordino c’è il metodo Konmari che, secondo Marie Kondo, scrittrice giapponese, dona importanti benefici psicologici. Nei suoi libri “Il magico potere del riordino” e “96 lezioni di felicità”, l’autrice sostiene che facendo ordine negli spazi in cui viviamo è possibile cambiare la nostra forma mentis e il modo di affrontare l’ esistenza. Il metodo Konmari suggerisce di mettere a posto tutto in una sola volta, iniziando e finendo entro 6 mesi, proiettandosi verso lo stile di vita a cui si aspira. Inoltre è importante ordinare categoria per categoria (vestiti, libri) e non stanza per stanza cominciando da ciò che è meno capace di attivare ricordi, le foto, per esempio, vanno messe a posto per ultime. Inoltre, questo criterio consiglia di prendere in mano tutti gli oggetti, uno ad uno, e tenere solo quelli che ci fanno ancora battere il cuore iniziando a pensare a come organizzare gli spazi solo se si è finito di buttare quello che abbiamo scartato.

Un altro metodo riportato in un libro è Apartment therapy di Maxwell Gilligham-Ryan che offre una visione singolare dell’organizzazione dell’habitat paragonando le attività inerenti alla casa
al corpo umano e alla loro sintonia.
Secondo la teoria di Gilligham-Ryan in casa occorre armonizzare alcune parti come le pareti, i pavimenti, il soffitto, le finestre e gli impianti corrispondenti alle ossa umane. Con il logoramento di queste parti lo scheletro idealmente si deteriora. Il cuore della casa, invece, è espresso con lo stile in una chiave emotiva attraverso colori e i tessuti, se questo non è armonico, la casa perde energia, calore e vivacità. Il respiro, invece, coincide con la disposizione dei mobili e degli oggetti e può essere alterato con l’accumulo eccessivo di materiali e con il disordine. Infine la testa si esprime nell’utilizzo che facciamo delle cose del nostro ambiente, uno spazio sano dovrebbe supportare le nostre attività creando sintonia e gioia.
Un’altra tecnica, più conosciuta in Occidente, è il Feng Shui  che consiste nella ricerca dell’armonia nell’ambiente domestico attraverso la disposizione dell’arredamento, delle luci, del letto, delle piante, dei vari oggetti e del mobilio. L’applicazione di questo metodo migliora l’energia del nostro ambiente grazie ad una serie di regole legate alla pulizia, alla illuminazione ma anche alla rimozione di ostacoli che intralciano i nostri movimenti e alla purificazione dell’aria anche attraverso il verde.

Secondo i tre metodi dunque all’armonia estetica corrisponde il benessere interiore, attraverso il riordino del nostro ambiente mettiamo a posto anche noi stessi, diamo un equilibrio e una simmetria al nostro interno riportando stabilità spirituale e mentale.

Maria La Barbera

 

 

Turismo al femminile: le destinazioni preferite dalle donne

Quelle più sicure per viaggiare sole (con un invito comunque alla prudenza).

Sempre più donne viaggiano da sole, all’insegna della libertà, per seguire percorsi che con altri risulterebbero diversi sia in termini di conoscenza che di emozioni e per celebrare un’importante conquista che è quella di poter fare delle esperienze in autonomia senza l’accompagnamento di uomini per troppo tempo considerato una protezione necessaria e legittima.

Non si tratta più solo di una nicchia “alternativa”: oggi è un vero fenomeno globale, che riguarda donne di tutte le età, dai 20 ai 70 anni, spinte da motivazioni diverse ma unite da un nodo comune: il desiderio di libertà e indipendenza.

Secondo agenzie di viaggio specializzate in viaggi al femminile come Solo Female Travelers o Women Who Travel e in base a ricerche di mercato condotte da enti turistici locali ed internazionali come il Global Wellness Institute o i rapporti annuali di Skyscanner e Expedia, che non rappresentano dati ufficiali, ma raccolgono e analizzano comportamenti e preferenze, i viaggi al femminile hanno avuto una crescita significativa, rappresentano una tendenza sempre più consolidata.

Tra luoghi più apprezzati grazie ad una miscela di elementi importanti, come l’attrattività’ e la bellezza, ma anche la sicurezza ci sono: Portogallo, Giappone, Francia, Canada, Islanda e anche l’Italia, ma le più sicure in assoluto risultano Finlandia, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Austria e Svizzera.

Da qualche anno sono nate molte realtà e reti di ospitalità solidale che si occupano del turismo dedicato alle donne (che viaggiano principalmente sole), e proprio da queste ultime arrivano diversi consigli per viaggiare al meglio e incolumi come: usare app di sicurezza e condivisione della posizione con familiari o amiche, scegliere strutture recensite da altre donne, attraverso forum o community dedicate, non esitare mai a cambiare programma se qualcosa non convince. Nella narrazione positiva della “donna che viaggia da sola e si sente libera”, è essenziale comunque non perdere il senso della realtà soprattutto in alcuni paesi che rimangono culturalmente, socialmente o logisticamente più complessi per una viaggiatrice solitaria. Si tratta di muoversi, dunque, con consapevolezza per esempio rispettando le consuetudini locali, informarsi sulle zone da evitare (anche nelle città più famose) e gestire la condivisione sui social con cognizione come evitare di postare costantemente la propria posizione. Libertà non significa incoscienza, ma coraggio, prudenza e responsabilità. Le favole “dell’eroina solitaria” bisogna lasciarle nella fantasia, il buon senso non deve mai mancare. Non serve rinunciare, ma bisogna stare attente, sempre!

MARIA LA BARBERA

Lo schioppo del “Butta la chiave”

La moglie, Dorina, dopo anni e anni di rassegnazione aveva deciso di “prendere provvedimenti”. Ed il più “gettonato” – e più efficace – tra questi consisteva nel lasciar fuori dall’uscio il marito ubriaco.

“Che stia in giro tutta notte, così smaltisce i fumi dell’alcool e si rende conto che sarà bene darsi una regolata, d’ora in poi”. A volte s’ingegnava a raggranellare qualche lira, accettando dei lavoretti di straforo. Fu uno di questi lavoretti a creare il guaio con l’Oreste Marluschini. Quest’ultimo aveva un grosso problema da risolvere: il suo camino non “tirava bene”.

Quando arrivava sotto casa , dopo una serata passata  con gli amici al circolo dove – immancabilmente – alzava un po’ troppo il gomito, erano urla e strepiti. Giacomo Rubagoni, muratore di origini bresciane, si era guadagnato così il soprannome “Butta la chiave”. La moglie, Dorina, dopo anni e anni di rassegnazione aveva deciso di “prendere provvedimenti”. Ed il più “gettonato” – e più efficace – tra questi consisteva nel lasciar fuori dall’uscio il marito ubriaco. “ Che stia in giro tutta notte, così smaltisce i fumi dell’alcool e si rende conto che sarà bene darsi una regolata, d’ora in poi”. Giacomo, ovviamente, non si rassegnava e si metteva ad urlare, sotto al sua finestra, la solita frase: “Butta la chiave,Dorina. Butta la chiave, boia d’un ladàr”. Bussava al portone, spaventava il cane del geometra Grillo  – mettendosi a latrare come un indemoniato – destava anche gli altri cani del vicinato che a quel punto formavano una vera e propria “cagnara”. Il “Butta la chiave” si sgolava ma Dorina da quell’orecchio non ci sentiva proprio. La chiave del suo cuore il marito l’aveva persa da tempo e lei non l’aveva ancora messo all’uscio solo per non dar sfogo alle malelingue. Ma da qui a sopportare le scenate dell’uomo, eh no: questo proprio non lo sopportava. O meglio, non lo sopportava più dopo averlo subito per tante, troppe volte. Sapeva bene che  Giacomo, ubriaco e traballante, aspettava solo il dischiudersi della porta per  attaccar briga e fare la  solita scena-madre. Così, il “Butta la chiave”, esaurita la scorta d’ossigeno che gli era rimasta dopo le libagioni e le urla, accortosi ormai dell’inutilità di quel suo gridare alla luna, se ne andava mestamente verso il lungolago. In questi casi ( cioè due o tre volte – in media – alla settimana ) si acconciava a passar la notte, come diceva all’indomani della sbornia, “in emergenza”. Quando il clima era più mite scendeva  giù per la scaletta che portava all’attracco delle barche sotto la passeggiata, sdraiandosi – preferibilmente – sull’assito della “Bella Gioia”, la barca del Carlìn “Frances”. Pescatore a tirlindana, il “Frances” ( che si era guadagnato il soprannome scaricando merci al porto di Tolone, in Francia) lo svegliava, scuotendolo, al rintocco delle cinque. E Giacomo, sbadigliando e “cristandogli” dietro, se ne andava a zonzo.

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Se, invece, faceva freddo e dal Mottarone veniva giù una bella “brisa” , s’infilava nel fienile del Mariolino “legnamèe”. Non era tanto distante: bastava salire verso Roncaro e ci si sbatteva quasi contro, in cima alla salita, dove finiva l’acciottolato. L’impresa più ardua era salire sulla scala di legno stando attenti a misurare i passi sugli scalini, aggrappato come un’edera al mancorrente. Sbagliarne uno significava farsi del male e Giacomo non si era fatto mancare nemmeno questo: grazie all’incrinature delle costole ed alle botte che gli avevano procurato dei bei “morelli” ( “le ecchimosi”, “gli ematomi”,avrebbe detto il dottor Segù) , ora “sentiva il tempo” che era un piacere. Ma il più delle volte, gli andava bene e si sdraiava sul fieno asciutto, vicino alla botola che dava sulla stalla. Era il posto migliore, grazie al tepore delle vacche che saliva da sotto. E lì sì che ronfava alla grande. Nessuno gli “rompeva le balle” fino al mattino tardi e la “ciucca” si smaltiva via liscia, senza il trauma del risveglio “forzato”. Se non avesse avuto il brutto vizio del bere, Giacomo Rubagoni sarebbe diventato, senza problemi, un buon capomastro. Ed invece, era rimasto seduto sul gradino più basso, quello del “magutt”, del muratore semplice. Oddio, non che fosse un disonore: quella del muratore era una professione non solo dignitosissima ma di grande utilità. Nel suo caso poi, grazie alla buona pratica ed al fatto che non si tirava indietro quando c’era da faticare, la “quindicina” che portava a casa dalla Dorina era tutt’altro che magra. Ovviamente , sua moglie provvedeva quasi subito a sequestrarla, evitando così che finisse in breve nelle tasche del Braschi, il banconiere del circolo, o del Luisin dell’Osteria di Quattro Cantoni. Lui borbottava un po’ ma non opponeva  che una debole ed incerta resistenza. A volte s’ingegnava a raggranellare qualche lira, accettando dei lavoretti di straforo.

Era il suo “argent de poche”: pochi spiccioli da trasformare in altrettanti calici di rosso del Monferrato. Fu uno di questi lavoretti a creare il guaio con l’Oreste Marluschini. Quest’ultimo aveva un grosso problema da risolvere: il suo camino non “tirava bene” ed il fumo, invece di uscire dal comignolo,”tornava indietro”, affumicando l’intera cucina. Aveva provato a pulirlo da solo ma senza successo. Di spazzacamini non ce n’erano in giro più. Non era più l’epoca in cui i piccoli rüsca, i bambini-spazzacamini, grazie alla loro esile statura riuscivano ad infilarsi nelle cappe , manovrando al buio con raspa e scopino, liberandole da scorie e fuliggine. Giacomo e Oreste provarono con gli attrezzi che aveva fornito loro l’anziano Umberto Rombini, che da giovane aveva fatto quella vita. Così, s diedero da fare con la raspa, il brischetin (lo scopino), il riccio ( un attrezzo di lame di ferro a raggiera, per raspare le canne fumarie ). Il Giacomo si era persino infilato nel camino, mettendosi in posizione quasi eretta dentro la cappa. Non vide, ovviamente, un fico secco e ne uscì “negar cuma’n scurbatt”, nero come un corvo, come una cornacchia. Non sapevano più che fare quando all’Oreste venne un’idea brillante: tirar via la pioda di sasso che chiudeva il comignolo e, da sotto, sparar su una scarica di pallettoni. Se c’era qualche impedimento, la fucilata avrebbe contribuito a disintegrarlo. Divisi i compiti ( l’Oreste sul tetto a rimuovere la copertura, il Giacomo con la doppietta in mano, pronto a far fuoco dentro al camino), procedettero. La piega che presero i fatti non fu, però,  quella desiderata. Nel spostare la “pioda”, all’Oreste – che stava a gambe larghe sul camino, puntando le gambe per “far forza” – sfuggì un “oooh!” che venne interpretato da Giacomo come il segnale del via. Seguì lo sparo, accompagnato all’istante dal grido di dolore di Oreste che finì investito dai pallettoni proprio nelle parti basse. Soccorso dall’amico e trasportato poi in ospedale, l’Oreste riportò a casa la ghirba ma non fu più , come dire, quello di prima. Nonostante l’incidente i due restarono amici e continuarono a frequentare il circolo e la stessa compagnia. Ad uno restò il rimpianto dell’ aver avuto quella sciagurata idea, all’altro la consolazione di non esser stato lui a fare quella bella “pensata”. All’Oreste, oltre al ricordo, rimase il problema di non aver più qualcos’altro.

 

Marco Travaglini

Insalata russa classica per Pasqua

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Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria

Un classico per tutte le stagioni che non passera’ mai di moda: l’insalata russa, un antico e autentico sapore che rendera’ la vostra Pasqua davvero “speciale”. Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria, ideale per un giorno di festa.

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Ingredienti:

300gr. di patate

150gr. di carote

200gr. di piselli surgelati

1 uovo e 1 tuorlo ( a temperatura ambiente)

Olio di oliva gusto delicato

Succo di mezzo limone

50gr. di tonno sbriciolato

Sale q.b.

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Cuocere a vapore le verdure tagliate a dadini, lasciar raffreddare. Preparare la maionese. Mettere nel mixer l’uovo intero ed il tuorlo, azionare a bassa velocita’, aggiungere poco a poco l’olio a filo fino a quando la maionese inizia a montare, solo a questo punto aggiungere goccia a goccia il succo di limone filtrato e un pizzico di sale. In una ciotola schiacciare una parte delle patate e delle carote, aggiungere i piselli e mescolare il tutto con parte della maionese, aggiustare di sale, aggiungere il tonno sbriciolato, mescolare nuovamente e sistemare nel piatto di portata. Ricoprire con la maionese rimasta e guarnire a piacere. Serena Pasqua a tutti voi.

Paperita Patty

Il tortino di patate alla taggiasca, vellutato al palato

Uno sfizioso ed originale contorno o un raffinato antipasto, questo è il morbido tortino a base di patate ed olive taggiasche. Una semplice preparazione dall’armonioso gusto delicato presentata su una vellutata crema di pomodoro.

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Ingredienti

2 patate medie
2 cucchiai di olive taggiasche denocciolate sott’olio
2 pomodori
1 cucchiaio di panna liquida
Sale, olio q.b.

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Lessare le patate con la buccia, parlarle e schiacciarle grossolanamente con una forchetta. Sminuzzare le olive ed amalgamarle alle patate, condire con olio evo e sale. Pelare i pomodori, ridurli in dadolata e passarli in padella con un filo di olio, salare, frullare ed unire il cucchiaio di panna. Comporre il tortino in un anello tagliapasta rotondo premendo leggermente. Scottare in padella la fetta di pancetta (facoltativo). Impiattare presentando il tortino adagiato sul letto di crema al pomodoro guarito dalla fetta di pancetta. Servire preferibilmente tiepido.

Paperita Patty

Pasquetta al nuovo Fabulandia Feudo di San Giorio

LUNEDÌ 06 APRILE AL FEUDO DI SAN GIORIO DI SUSA ARRIVA IL PRIMO APPUNTAMENTO DELLA STAGIONE
NEL MONDO DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE: UNA MAGICA AVVENTURA PER TUTTA LA FAMIGLIA

Un antico feudo con panorami mozzafiato sulle Alpi ospita l’avventura ispirata al mondo della favola di Alice
nel Paese delle Meraviglie: il Cappellaio Matto, il Brucaliffo, lo Stregatto, La Regina di Cuori e, naturalmente,
Alice attendono gli ospiti per una giornata all’insegna del divertimento e dello stupore in cui i bambini
saranno i diretti protagonisti. Lunedì 06 Aprile nel castello con ristorante del Feudo di San Giorio va in
scena il celebre format della Agenzia CRU che interpreta i più suggestivi luoghi del Belpaese.
Uno spettacolo itinerante tra giochi, acrobazie, sfide e incontri inaspettati.
Non è una semplice rappresentazione, ma un viaggio immersivo tra favola e realtà. I visitatori divisi in
piccoli gruppi, saranno guidati dall’acrobata e ballerino Vittorio Schiavone nei panni del Cappellaio Matto, e
coinvolti in una storia che si snoda attraverso la natura e gli spalti del castello, con scene recitate,
performance circensi e incredibili spettacoli.

Tre turni al giorno per offrire l’esperienza perfetta:
– 1. Turno h. 10:30
– 2. Turno h. 14:00
– 3. Turno h. 16:00

L’evento è su prenotazione WhatsApp 327 76 78 054 – 346 62 55 244
Costi d’ingresso:
– Adulti: 15 €
– Bambini sino ai 10 anni: 10 €
– Bambini sotto i 2 anni: gratis

All’inizio o al termine dell’esperienza, che ricordiamo adatta a tutti, adulti e bambini, i nostri ospiti potranno
degustare le proposte gastronomiche per il pranzo e per la merenda sinoira della Antica Osteria Feudo di
San Giorio.

UFFICIO STAMPA: Agenzia CRU – tel. 327/7678054 – mail: agenziacru@gmail.com

La tradizione dell’uovo di Pasqua

L’uovo è da sempre il simbolo della vita e della rinascita, per i pagani rappresentava l’unione tra il cielo e la terra, mentre per gli egizi simboleggiava il fulcro dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco.
I persiani si scambiavano le uova di gallina in primavera, mentre con l’avvento del cristianesimo l’uovo, per la sua forma, diventò il simbolo della Risurrezione. Esso assomiglia infatti ad un sasso ed appare privo di vita, così come il sepolcro di pietra nel quale era stato sepolto Gesù.
Dentro l’uovo c’è però una nuova vita pronta a sbocciare da ciò che sembrava morto.
L’usanza cristiana delle uova di Pasqua nacque in Mesopotamia, dove esse venivano colorate di rosso, in ricordo del sangue di Cristo versato durante la sua crocifissione. Maria Maddalena, una volta trovato vuoto il sepolcro di Gesù, corse dai discepoli e annunciò la straordinaria notizia. Pietro, incredulo, disse: “
crederò a quel che dici solo se le uova contenute in quel cestello diverranno rosse” e subito le uova si colorarono di un rosso intenso.
La tradizione di regalarsi uova in occasione della Pasqua nacque nel medioevo in Germania, dove le persone se le scambiavano bollite ed avvolte in foglie e fiori, in modo che fossero colorate naturalmente.
Gli aristocratici preferivano invece quelle in materiali preziosi come argento, platino e oro. Edoardo I, Re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d’oro da donare in occasione della Pasqua.
Le origini dell’uovo di cioccolato sono da ricondurre al Re di Francia Luigi XIV detto “il Re Sole”, il quale all’inizio del XVIII secolo fece realizzare un uovo di crema di cacao al suo maître chocolatier di Corte.
Le prime uova di cioccolato in serie furono prodotte nel 1875 dall’inglese John Cadbury, il quale introdusse al loro interno la sorpresa e nel 1905 creò quelle con cioccolato al latte.
Nel 1879 lo svizzero Rodolphe Lindt inventò la macchina per il concaggio, che rendeva il cioccolato vellutato e particolarmente morbido al palato.
Lo Zar di Tutte le Russie Alessandro III nel 1883 incaricò l’orafo di Corte Peter Carl Fabergé di realizzare meravigliose uova decorate per la consorte la Zarina Dagmar di Danimarca. Dalla coppia nacque l’ultimo Zar Nicola II.
Il metodo utilizzato per fabbricare queste uova era quello delle matrioske: il primo uovo realizzato, che era in platino smaltato di bianco, ne conteneva uno in oro, dentro il quale c’erano due doni: una riproduzione della corona imperiale e un pulcino dorato. Visto il successo del primo regalo, lo zar ne commissionò un altro per l’anno successivo e l’usanza proseguì fino alla Rivoluzione Russa.
Nella tradizione balcanica e greco-ortodossa le uova di gallina, cucinate sode, vengono colorate il Giovedì Santo. Il giorno di Pasqua ognuno sceglie il proprio ed ingaggia una gara con i commensali, scontrandone le estremità, fino ad eleggere quello più resistente. Lo stesso giorno le uova benedette vengono distribuite ai fedeli al termine della Santa Messa.
In Armenia è usanza dipingere le uova con immagini di Gesù, della Madonna o con scene della Passione.
In Francia vengono invece organizzate per i bambini delle cacce al tesoro in cui le uova, preparate artigianalmente e di dimensioni ridotte, vengono nascoste fra gli alberi.
Questi eventi si tengono anche nei giardini di molti castelli e spesso sono organizzati dalle nobili famiglie proprietarie.
La tradizione vuole che a lasciare le uova sarebbero le campane di ritorno da Roma; le campane smettono infatti di suonare il Giovedì Santo e secondo la tradizione esse si recherebbero a Roma per essere benedette dal Papa. Al loro ritorno lascerebbero cadere dal cielo le uova.

ANDREA CARNINO

Vitel Etonné, ristorante simbolo della tradizione piemontese

SCOPRI TO – ALLA SCOPERTA DI TORINO

Nel cuore di Torino tra tradizione e cucina di qualità

Nel centro storico di Torino, a pochi passi dalle principali vie e dai luoghi più visitati della città, si trova il ristorante Vitel Etonné, un locale che negli anni è diventato una meta conosciuta non solo dai torinesi ma anche da molti visitatori e turisti. La sua posizione centrale lo rende facilmente raggiungibile e spesso viene scelto da chi vuole fermarsi a mangiare piatti tipici piemontesi in un ambiente curato ma allo stesso tempo accogliente. Il ristorante è conosciuto per una cucina legata al territorio, con ingredienti di qualità e piatti che richiamano la tradizione locale, ma presentati in modo moderno e attento ai dettagli.

Il vitello tonnato e gli antipasti della casa

Il piatto che rappresenta il ristorante e da cui prende anche il nome è il vitello tonnato, considerato il vero cavallo di battaglia del locale. Si tratta di uno dei piatti più famosi della cucina piemontese e qui viene proposto come specialità della casa, molto richiesto dai clienti. Tra gli antipasti si trova anche l’uovo poche, spesso servito con ingredienti stagionali e abbinamenti che cambiano durante l’anno. Gli antipasti richiamano la tradizione piemontese e comprendono piatti preparati con carne cruda, verdure di stagione e prodotti del territorio, con particolare attenzione alla qualità delle materie prime.

Primi e secondi della tradizione piemontese

La cucina del ristorante propone anche diversi primi piatti tipici piemontesi, come pasta fresca fatta in casa, agnolotti, tajarin e plin con sughi tradizionali come arrosto, burro e salvia o sughi di carne. Sono piatti che fanno parte della tradizione regionale e che rappresentano una parte importante del menù. Anche per quanto riguarda i secondi piatti, la proposta è legata soprattutto alla carne, con piatti tipici piemontesi preparati con ingredienti selezionati, ma non mancano alcune proposte diverse che variano in base alla stagione.

Il ristorante Vitel Etonné nel tempo è diventato quindi un punto di riferimento per chi cerca a Torino una cucina piemontese di qualità, con piatti della tradizione, ingredienti del territorio e un menù che unisce ricette classiche e proposte stagionali, mantenendo sempre un forte legame con la gastronomia locale.

NOEMI GARIANO

Volontariato? No, grazie

Ho trattato il tema del volontariato su queste colonne altre volte, ma ora cercherò di circoscrivere il problema perché mi piace analizzare ogni problema sotto diversi punti di vista.

Lo spunto per questo articolo mi è venuto da una conversazione avuta la settimana scorsa con il responsabile di una Pubblica Assistenza che lamentava la carenza di volontari, particolarmente negli ultimi anni.

Spesso accusiamo i giovani di essere privi di valori, pigri, demotivati, schizzinosi e, dunque, incapaci di assumersi responsabilità, impegni e portare a termine qualsiasi progetto iniziato.

Se, però, andiamo ad analizzare in fondo la realtà in cui i giovani vivono, ci accorgiamo che spesso sia la società la vera colpevole del loro disadattamento.

Mi spiego meglio: se guardiamo gli anni 2000 fino ad una quindicina di anni fa, ci accorgiamo che il volontariato era quasi un punto di orgoglio per i giovani, non importa se svolto nei VV.FF. o assistendo pazienti oncologici, insegnando all’Unitrè o comunque effettuato.

Per un’analisi obiettiva, però, dobbiamo confrontare anche i tempi in cui vivevano i nostri giovani rispetto a quelli attuali, quando lavorando dalle 8 alle 17 dal lunedì al venerdì, si aveva modo (e voglia) di dedicare almeno un sabato al mese al volontariato rispetto a ora, quando i giovani, specie se studenti, lavorano quando li chiamano, magari per 2 ore oggi, 3 ore domani e poi chissà, dopo aver studiato tutto il giorno e, magari, aver già svolto altri 3 lavori in settimana, altrimenti non possono permettersi affitto, vitto e università.

E’ evidente che la colpa di questo cambiamento non sia imputabile ai giovani che, anzi, sono le vittime di tale sistema perverso, ma che la vera causa sia da ricercare in quanti, con una specie di allucinata concezione del capitalismo, sfruttano le risorse umane come pedine prive di personalità, come numeri anziché esseri umani. Se tale tecnica funzionasse, permettendo alle aziende di espandersi, conquistare nuove fette di mercato e realizzando ogni anno utili superiori all’anno precedente, potremmo dire che un vantaggio lo ottengono; stante che la maggior parte delle aziende deve delocalizzare per sopportare i costi, ricorrono ad ammortizzatori sociali perché non riescono a stare sul mercato, è evidente che il loro modus operandi sia fallimentare.

In vita mia ho vissuto di persona l’esperienza di alcune aziende che, seguendo ad un certo punto le nuove tecniche di gestione del personale, sono riuscite a far naufragare tutto in pochissimi anni.

Il compianto Sergio Marchionne raccontava spesso le follie di alcune aziende; conosco anch’io aziende dove sei obbligato a prendere ferie per due settimane nel mese di agosto, perché così l’azienda risparmia, salvo non accorgersi che in realtà l’edificio avrà comunque personale in servizio (condizionamento, vigilanza, sistemi informativi, pulizie, ecc), il che rende nullo il risparmio. E questo è solo un esempio di come le nuove tecniche di management siano utili a spiegare cosa non fare se si dirige un’azienda o parte di essa.

Sempre Marchionne ci ricordava che parlando solo di diritti e mai di doveri, di diritti moriremo. I dipendenti reclamano giustamente i propri diritti, mente l’azienda ricorda soltanto i doveri delle maestranze, con il risultato che nessuno conoscerà entrambi.

In più i nostri giovani pagano lo scotto di aver avuto politici totalmente avulsi dalla realtà che hanno abrogato alcune garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori, di avere università che per quanto paghi di retta dovrebbero già versarti i contributi per la pensione; sicuramente vedono un mondo con gli occhi di chi non è ancora anestetizzato dalle promesse disattese, dalle mille parole usate da troppi governi tecnici e che chiedono di essere coinvolti nelle scelte del Paese che, per logica, deve affidare a loro il proprio futuro.

Sergio Motta

Golosi involtini pasquali in gelatina

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Un detto popolare recita ”Non c’e’ Pasqua senza uova”

Nel rispetto della tradizione, per una Pasqua all’insegna della convivialita’ e degli antichi sapori, vi propongo un facile e fresco antipasto ideale per il pranzo o per il picnic di Pasquetta che vede le uova come immancabili protagoniste del menu’ in una festa di colori e sapori.

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Ingredienti per 8 persone:

 

8 fette di prosciutto cotto tagliato spesso

6 uova sode

100 gr. di tonno sott’olio

1 cucchiaio di capperi

2 cucchiai di mayonnaise

1 cucchiaio di peperoni sott’aceto tagliati a striscioline

1 dado per gelatina

2,5 dl. di vino bianco

2,5 dl. di acqua

cucchiaio di aceto bianco

sale q.b.

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Tritare quattro uova sode con i capperi, il tonno, la mayonnaise;

farcire le fette di prosciutto, arrotolare ad involtino e sistemare in una pirofila preferibilmente in vetro. Nel frattempo preparare la gelatina: portare ad ebollizione l’acqua, far sciogliere il dado, mescolare, aggiungere il vino bianco e il cucchiaio di aceto, mescolare nuovamente e versare sugli involtini di prosciutto. Guarnire con le striscioline di peperone e le rimanenti uova tagliate a piacere. Lasciar raffreddare in frigo per almeno 3 ore.

Buona Pasqua a tutti i lettori.

Paperita Patty