LIFESTYLE- Pagina 3

Amelia e le tristi letture

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Amelia aveva circa quarant’anni ma ne dimostrava almeno venti di più. Colpa dei capelli incanutiti precocemente e della schiena curvata dalla fatica del lavoro nel cotonificio.

Quanta strada aveva fatto su e giù nei reparti dello stabilimento, tra le spole dei telai  e  le balle di cotone. Non si era certo risparmiata in quel duro lavoro ma nemmeno aveva avuto alternative perché doveva pur guadagnarsi da vivere dopo essere rimasta orfana di entrambi i genitori. Quel pane amaro, con la fatica e il sudore della fronte come companatico, se lo era guadagnato per intero, dal giorno in cui aveva compiuto undici anni, varcando il cancello dello stabilimento. Le donne nel cotonificio lavoravano tanto e guadagnavano poco. Tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 7,30 alle 12,00 e dalle 13,30 alle 18,00. Nei mesi freddi dell’inverno entravano che era ancora scuro e uscivano quando ormai era calato il buio. A quel tempo anche le biciclette erano una rarità e molte, come Amelia, abitavano lontano e dovevano compiere lunghi tragitti a piedi, calzando gli zoccoli in tutte le stagioni e con ogni tempo. C’era chi lo chiamava “il calvario delle femmine” e non c’era in quella definizione nulla d’esagerato. La puntualità e la precisione erano fondamentali. A chi tardava anche di pochi minuti  veniva tolta un’ora di salario e se veniva compiuto un errore sul lavoro si era costretti a pagare una multa che veniva detratta dalla paga. Anche Amelia aveva iniziato, come tutte, dalle mansioni più semplici. Lei e le altre ragazzine erano state ausiliarie, attaccafili e spolatrici e poi, dopo un rapidissimo apprendistato, messe al telaio. Si era fatta donna in fabbrica, contribuendo con il proprio lavoro  al sostentamento della famiglia della zia Carla. Aveva fatto i conti con quella dura realtà subendo torti e soprusi, ingoiando rospi in silenzio ma mai  aveva perso l’allegria e l’ironia ereditate dalla sua povera mamma. Nel tempo aveva ottenuto la qualifica di maestra e con quella la responsabilità di insegnare il lavoro alle altre, verificando che non commettessero errori, rispettando tempi e ritmi nell’opificio. Cercava sempre di essere di manica larga, raramente alzava la voce e aiutava le ragazze a trarsi d’impaccio quand’era necessario. Anche per questo era ben voluta e ascoltata. A volte prendeva in giro le più giovani e, in fondo anche se stessa, raccontando una storia di grande dolore e affanno. “Care ragazze, ogni sera apro un libro che mi è molto caro e ogni pagina che leggo mi strappa lacrime e sospiri”. Le ragazze , incuriosite, si stringevano attorno a lei in un capannello. E si chiedevano quale mai fosse questo libro che squassava il cuore della signora Amelia che era una donna fatta e non era certo nell’età dei facili turbamenti. Che storie vi si narravano? Imbrogli amorosi? Intrighi, sotterfugi, indicibili trame che provocavano inconfessabili pensieri? E chi erano gli autori? Era la letteratura rosa di Liala o  l’umorismo un po’ osé di Pitigrilli? O si trattava forse di un racconto di Carolina Invernizio? Amelia lasciava che la loro fantasia corresse, che sognassero a occhi aperti. Cosa costava immaginare d’essere protagoniste di quelle storie dove le eroine erano sempre povere e romantiche, a volte coraggiose e decise, ben disposte a credere nei grandi amori anche se spesso celavano cocenti delusioni che lasciavano i cuore infranti? Non era un peccato regalare speranze, e a volte illusioni, a gente semplice che aveva bisogno di sognare per dimenticare per un istante la dura realtà di tutti i giorni. Ma poi, per non tirarla troppo per le lunghe, svelava il mistero. Quel libro s’intitolava “Lina Curletti,alimentari e affini”. Negli anni che precedettero la guerra anche Amelia, come tante,  faceva la spesa con il libretto. Tanto le serviva e tanto comprava, ben attenta a non fare un passo che fosse più lungo della gamba.La signora Lina,proprietaria dell’emporio dove si trovava un po’ di tutto, dal cibo al sapone, dalle scope di saggina alle candele, segnava gli acquisti e le relative cifre sulle pagine a righe del quadernetto con la copertina nera dove, nell’unico rettangolino bianco, erano scritti il nome e cognome del proprietario e quello del negoziante. Nel suo caso, con una calligrafia chiara e pulita, si leggeva in inchiostro blu il suo come e cognome – Amelia Donati – accanto a quello della Curletti. Fare la spesa con il libretto era un sistema di pagamento posticipato a fine mese, quando arrivava lo stipendio.Si “segnava” sulle pagine l’importo della spesa,generalmente sostenuto presso l’unico esercizio commerciale del paese. Era un credito che il negoziante faceva al cliente sulla fiducia, riempiendo di cifre e parole le righe,giorno dopo giorno. La sua lettura rappresentava un richiamo costante alla realtà e alla consapevolezza che spesso i denari erano scarsi e mancava “il due per far tre” nelle povere tasche di chi viveva del proprio lavoro. Per questa ragione i sospiri e lacrime erano ben più sentiti di quelli che poteva suscitare un romanzo d’appendice. E le risate delle ragazze, di fronte a questa storia, tradirono un po’ di quell’amaro che la vita riserva ogni giorno a chi deve con fatica mettere insieme il pranzo con la cena. E Amelia offrì alcune delle caramelle “Rossana” che portava in tasca per “donare quell’ attimo di dolcezza” che almeno per un istante scacciasse via quella nota di malinconica tristezza.

 

Marco Travaglini

(Foto di Aplasia Wikipedia)

Invecchiare con garbo? Si può! / 2

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La speranza di vita in Italia agli inizi del secolo scorso era mediamente di circa 43 anni, di circa 55 anni nel 1930 e di circa 65 anni nel 1960. Oggi nel nostro Paese la durata media della vita è di 81 anni per gli uomini e di 85 anni per le donne. Ma le statistiche ci dicono anche che se inseriamo il dato del vivere in buona salute fisica e mentale i numeri recenti scendono mediamente di 15-20 anni.

Invecchiare bene implica quindi anche un impegno e una responsabilità. Al di là del fato e del destino, è fondamentale il nostro stile di vita. Adottare una serie di semplici e ovvie buone abitudini e impegnarsi a mantenerle significa anche essere gentili nei nostri confronti, rispettarci anche nel declino, un declino che può essere reso molto più morbido, dolce e rallentato.

Il modo in cui ci alimentiamo é fondamentale per il nostro invecchiare con garbo. Dobbiamo farlo in modo equilibrato e sano, avendo cura che la nostra dieta sia varia e ricca di verdura, frutta, cereali integrali e proteine magre, e cercando di limitare il consumo di prodotti alimentari industriali, ma anche di zuccheri e grassi saturi.

Si rivela essenziale anche come trattiamo il nostro corpo e la nostra mente. Evitiamo esercizi traumatici e preferiamo le camminate e il nuoto, e attività dolci ed equilibrate, come ad esempio il Tai Chi. Impariamo a gestire adeguatamente l’ansia e lo stress, manteniamo una buona attività fisica, e coltiviamo buone relazioni sociali e un sereno rapporto con il mondo.

E’ indispensabile dormire bene e a sufficienza. Occorre cercare di dormire almeno sette ore continuative nella notte e per ottenere questo importante obiettivo é necessario mettere in atto una serie di comportamenti che vanno dal rilassamento prima di andare a letto, al cercare di addormentarsi prima delle 23, pur con le giuste eccezioni.

E’ poi sempre opportuno evitare il fumo, che accelera drasticamente il processo di invecchiamento generale del corpo e della mente, e moderare attentamente il consumo di alcool. Un’altra buona abitudine utile a invecchiare con garbo è quella di sottoporsi a controlli medici periodici per monitorare lo stato di salute e prevenire o gestire eventuali patologie.

(Fine della seconda parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”

A Palazzo Fauzone Relais & Spa il mese di marzo è dedicato alle donne

Palazzo Fauzone Relais & SpA dedicherà  il mese di marzo alle donne. In un’epoca in cui il tempo corre veloce, non vi è  regalo più prezioso di un momento di stacco per celebrare il piacere della condivisione tra amiche. Per l’occasione, per rigenerarsi e nutrire l’anima, la struttura ha ideato tre percorsi speciali che fondono il fascino della storia con i più moderni comfort, offrendo un’esperienza indimenticabile all’insegna dello slow living.

Soggiornare a palazzo Fauzone significa immergersi in un ambiente dove ogni camera racconta una storia.
Situato nel centro di Mondovì, in provincia di Cuneo, in un elegante palazzo storico del Duecento appartenuto alla nobile famiglia Fauzone, dal 2022 è  gestito da Barbara Franco e dal suo compagno, appassionati di arte, cultura e benessere, che hanno realizzato un significativo intervento di ristrutturazione.

Il palazzo offre sette eleganti camere , quattro classiche, Mr Darcy, Mrs Bennet, Storia Infinita, Piccolo Principe e tre superior, Giardino segreto, Alice nel paese delle meraviglie e Mille e una notte. A queste si aggiungono sei grandi loft, il Milione, Don Chisciotte, Grande Gatsby, Il giro del mondo in ottanta giorni, il Decameron, l’Encyclopedie, tutte ispirate a grandi classici della letteratura internazionale.
Palazzo Fauzone dispone anche di una SPA ad uso esclusivo, dotata di ogni confort, la cornice ideale di un weekend tra donne, dove la bellezza e la cura degli ambienti fanno da sfondo a preziosi ricordi.
Situato a metà strada tra Torino e Savona, palazzo Fauzone rappresenta il punto di partenza ideale per scoprire un territorio ricco di eccellenze enogastronomiche, tradizioni e paesaggi vitivinicoli dichiarati patrimonio dell’Umanità. Il Relais si pone come il luogo perfetto per distaccarsi dai rumori cittadini, sia che si tratti di sport in natura o di percorsi artistici.
Le promozioni di questo mese sono state appositamente pensate per la condivisione e sono riservate a un gruppo di  minimo tre donne, proprio per favorire quel clima di complicità che solo un gruppo di amiche sa creare.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni contattare lo staff di Palazzo Fauzone Relais & Spa all’indirizzo info@palazzofauzone.com o al numero 378 3035504.

Palazzo Fauzone Relais & Spa

Via Vico 8 Mondovì

 

Mara Martellotta

Davvero squisite le frittelle di zucchine

Velocissime da preparare le frittelle sono amate da grandi e piccini, servite calde appena fatte poi, sono nella loro semplicita’, irresistibili. Le frittelle di zucchine sono una proposta adatta a tutte le occasioni, un  gustoso secondo vegetariano, uno sfizioso antipasto o un croccante contorno.

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Ingredienti

 

3 zucchine con il fiore

2 uova intere

4 foglie di basilico

50gr. di parmigiano grattugiato

40gr. di farina

Sale, pepe, olio di oliva q.b.

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Tagliare a rondelle sottilissime le zucchine e i fiori precedentemente lavati. In una ciotola sbattere le uova, unire la farina setacciata, il parmigiano, le foglie di basilico tritate, il sale ed il pepe. Aggiungere le zucchine e i fiori, mescolare bene. In una padella portare a temperatura l’olio e versare a cucchiaiate l’impasto di zucchine formando delle frittelle. Lasciar cuocere girandole piu’ volte sino a doratura completa. Scolare su carta assorbente e servire belle calde.

Paperita Patty

Sanremo, i parrucchieri di Piazza dei Mestieri trionfano

Al talent di Gruppo Panariello

Torino, 27 febbraio 2026 – Doppia vittoria per Piazza dei Mestieri alla 9° edizione di La Nouvelle Génération, il talent ideato dal Gruppo Panariello, Official Partner di Casa Sanremo 2026, dedicato a studenti, collaboratori e apprendisti parrucchieri e barbieri tra i 16 e i 35 anni.

A conquistare il gradino più alto del podio, in occasione della premiazione del 23 febbraio, sono stati Christian Volpe ed Elisa Chiara, entrambi torinesi e studenti del quarto anno di acconciatura di “Immaginazione e Lavoro”, ente formativo partner di Piazza dei Mestieri, che si sono distinti rispettivamente nelle categorie parrucchiere e barbiere.

I partecipanti si sono esibiti davanti a una giuria composta da professionisti del settore, il direttore artistico Luigi Panariello, rappresentanti di L’Oréal Professionnel e direttori di accademie.

Con questa vittoria Christian Volpe ed Elisa Chiara prenderanno parte alla realizzazione della Collezione Autunno/Inverno 2026/2027 del Gruppo Panariello e vivranno un esclusivo Inspiration Travel a Parigi nel novembre 2026, esperienza formativa di alto livello nel cuore della moda internazionale.

Un traguardo che conferma il successo del modello educativo e formativo di Piazza dei Mestieri, realtà nata a Torino nel 2004 e presente a Catania (dal 2012) e a Milano (dal 2022). Attraverso laboratori e attività produttive, Piazza dei Mestieri forma i professionisti di domani: panettieri, cioccolatieri, birrai, cuochi, informatici, acconciatrici e barber. In oltre vent’anni di attività, la Piazza ha accompagnato ogni anno più di 10.000 giovani, italiani e stranieri, prevalentemente tra i 14 e i 18 anni, in condizioni di difficoltà scolastica e sociale, offrendo orientamento, attività culturali e soprattutto formazione pratica in settori come ristorazione, panificazione, grafica, informatica ed estetica.

Il Po, l’anima lenta di Torino

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO

C’è un momento della giornata in cui il Po sembra fermarsi. Succede verso sera, quando la luce scende dietro la collina e il fiume si colora di riflessi dorati, mentre le sagome dei ponti si allungano sull’acqua. Torino, spesso raccontata per le sue piazze eleganti e i viali ordinati, trova proprio qui una dimensione diversa, più intima e naturale. Il Po non è solo un corso d’acqua che attraversa la città: è una presenza costante, un luogo di incontro, di sport, di passeggiate e di storie che si intrecciano da generazioni.

Le barche storiche e la tradizione sul fiume

Tra le immagini più amate dai torinesi ci sono le due imbarcazioni storiche che solcano il Po durante la bella stagione: la Valentina e la Valentino. I loro nomi, quasi a voler incarnare lo spirito romantico della città, richiamano il Parco del Valentino e quel tratto di fiume che da sempre è sinonimo di tempo libero. Non sono semplici barche turistiche, ma un modo per riscoprire Torino da una prospettiva insolita, navigando lentamente tra i ponti e osservando le facciate dei palazzi riflesse nell’acqua. A bordo si respira un’atmosfera sospesa, fatta di racconti, di curiosità storiche e di quel silenzio interrotto solo dal rumore lieve del motore e dallo sciabordio contro lo scafo.

Il legame tra Torino e il Po affonda le radici lontano nel tempo. Le società remiere, i circoli storici e gli atleti che si allenano ogni giorno lungo le sponde raccontano una tradizione sportiva viva e sentita. Canottieri e vogatori trasformano il fiume in una palestra a cielo aperto, mentre i passanti si fermano a osservare le barche sottili che fendono l’acqua con movimenti sincronizzati.

Murazzi Fabio Liguori
Murazzi foto Fabio Liguori

Murazzi, passeggiate e vita all’aperto

Scendendo verso i Murazzi, il fiume cambia ancora volto. Le arcate che costeggiano l’acqua sono state per anni il cuore della movida torinese e, ancora oggi, rappresentano uno spazio che si reinventa tra locali, eventi e iniziative culturali. Camminare lungo il Po significa attraversare una Torino dinamica, dove studenti, famiglie e turisti condividono lo stesso panorama.

Il Parco del Valentino, con i suoi viali alberati e i prati che si aprono fino alla riva, è uno dei luoghi più frequentati nelle giornate di sole. Qui si viene per correre, andare in bicicletta, leggere un libro all’ombra o semplicemente per sedersi su una panchina a guardare il fiume scorrere. Poco distante, il Borgo Medievale aggiunge un tocco fiabesco al paesaggio, mentre la collina torinese, dall’altra parte, offre uno sfondo verde che cambia colore con le stagioni.

Mario Alesina Fiume Po
Foto Mario Alesina Fiume Po

Mangiare e rilassarsi con vista sull’acqua

Il Po è anche un luogo dove fermarsi a tavola. Lungo le sue sponde si trovano ristoranti e locali che propongono aperitivi al tramonto, cene all’aperto e serate con musica dal vivo. Sedersi a pochi metri dall’acqua, con il rumore del fiume in sottofondo, regala una sensazione di evasione che sorprende chi pensa a Torino soltanto come città industriale o sabauda. In realtà, qui il rapporto con la natura è parte integrante dell’identità urbana.

Tra un giro in battello, una pedalata lungo la ciclabile e una cena affacciata sul fiume, il Po continua a essere uno dei luoghi più autentici della città. Non ha la monumentalità delle grandi piazze né la solennità dei palazzi storici, ma possiede qualcosa di più sottile e duraturo: la capacità di far rallentare il passo, di far sentire Torino meno frenetica e più vicina al ritmo dell’acqua che la attraversa da secoli.

Noemi Gariano

L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare

Il compianto Gino Bartali era solito commentare con questa frase gli insuccessi nelle sue tappe ciclistiche o, quanto meno, i successi ridotti rispetto alle aspettative.

È noto che i toscani sono spesso polemici e, dunque, autocritici.

Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo al fenomeno inverso: l’intelligenza in caduta verticale porta non soltanto a non saper compiere il minimo gesto “normale” ma anche, e soprattutto, a criticare qualsiasi atto compiuto da altri, spesso per invidia.

Non saper esprimere un concetto, non comprendere il significato di un testo o di un discorso, non riuscire ad esprimere una propria opinione su un argomento anche banale dovrebbe mettere in disparte il soggetto e relegarlo al silenzio, con buona pace di chi lo circonda, anche in senso virtuale.

Purtroppo, queste persone sono spesso avvelenate verso chiunque perché, nel bene o nel male, questi ha fatto più di loro: scrivere, auto-criticarsi, esprimere il proprio pensiero, avanzare un ipotesi, criticare in senso costruttivo chiedendo delucidazioni.

Proprio come nello sport, dove se sei fuori allenamento rischi di perdere una competizione, nei rapporti sociali se non alleni il cervello a pensare e giudicare, rischi di perdere una buona occasione per fare bella figura tacendo (o non scrivendo), togliendo così ogni dubbio in merito alle tue ridotte attitudini mentali.

I prossimi referendum sulla giustizia ne sono un esempio: tra i pochi commenti di chi realmente comprende la materia e, democraticamente, esprime il proprio parere con cognizione di causa, troviamo molti più commenti scritti per sentito dire, perché “me l’ha giurato il meccanico del cognato della custode di mia sorella”, “perché sono tutti fascisti”, ecc. “Perché ve lo dico io”, poi, batte tutti i commenti ed è il migliore argomento a favore dell’abrogazione del suffragio universale.

La scuola è sicuramente tra i maggiori responsabili di questo status quo: mancanza di analisi del pensiero, di abitudine alla critica, di comprensione del testo portano a questo stato di cose; qualcuno obietta che la colpa sia dei genitori che hanno prodotto figli simili. Considerando che la scuola ha iniziato il suo peggioramento dalla fine degli anni’70, cioè quando i genitori degli attuali trentenni frequentavano a scuola, ritorniamo all’assioma precedente.

La soluzione? Non esiste o, quantomeno, non è somministrabile per decreto, salvo effettuare un passo indietro e iniziare una revisione che potrebbe durare decenni.

L’unico vero rimedio potrebbe essere acquisire la consapevolezza dei propri limiti e dedicare qualche minuto ogni tanto all’approfondimento di temi di discussione, argomenti del momento o materie su cui siamo chiamati ad esprimerci; ma come possiamo acquisire la consapevolezza se non ci rendiamo conto di essere ignoranti?

Non sarà che qualcuno, dagli anni ‘70, ha inteso mantenere o, addirittura, aumentare il tasso di ignoranza perché gli ignoranti passano, ipso facto, da cittadini a sudditi?

Sergio Motta