LIFESTYLE- Pagina 3

Erminia, Mario, Libero e le acque del lago a Ronco

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La signora Erminia, un tempo, doveva esser stata senz’altro una gran bella donna. Si capiva dai lineamenti, fini e delicati, e da quegli occhi verdi-azzurri come l’acqua del lago in primavera: chissà quante teste avevano fatto girare e quanti cuori palpitarono per lei.

I capelli, bianchi come la neve e raccolti sulla nuca, le incorniciano l’ovale del volto. Com’era arrivata fin qua, sulle sponde del lago? Da quanto tempo viveva, sola con i suoi  gatti, in questa bella casa di pietra a Ronco, all’ombra del campanile della chiesa di San Defendente? A queste nostre curiosità, espresse con il timore d’apparire indiscreti , una volta rispose, sorridendo: “Ldomande non sono mai indiscrete. Talvolta possono esserle le risposte”. Da quel giorno non vi furono più domande e crebbe ancor più il rispetto per quella donna così gentile e ospitale. Ogni  qualvolta si attraccava con la barca al molo di Ronco venivamo  invitati a casa sua  per una merenda con pane e formaggio, accompagnando il cibo con un buon bicchiere di vino rosso.  D’inverno, dalla casseruola che teneva sulla stufa a legna, versava delle generose porzioni di brodo caldo nelle scodelle di ceramica, unendo dei crostini di pane raffermo sui quali aveva passato una testa d’aglio o spalmato ricotta fresca. Quella ricotta che, insieme al burro, la vecchia Onorina portava di casa in casa con la sua piccola gerla dopo aver percorso il ripido sentiero che dall’alpeggio scendeva fino alle case del paese. Una tradizione d’ospitalità che si stava perdendo. Solo qualche anziano manifestava, nei confronti dei viandanti del lago, gesti amichevoli e di conforto. Eppure, un tempo, s’usava offrire il brodo e il vino, quello aspro delle piccole vigne abbarbicate sul fianco delle colline, e anche l’aceto, versato generosamente nell’acqua fredda, in cui intingere una crosta di pane raffermoduro come un sasso. A pochi passi dalla chiesa di San Defendente, un tempo invocato contro i flagelli dei lupi e gli incendi, abitava anche Libero Frezzini, meglio conosciuto come “lifroch”, cioè fannullone, una persona a detta di tutti ben poco seria. Frezzini, tra l’altro, non ci stava proprio con la testa. Alto,magro e dinoccolato era proprio un po’ tocco. Si vestiva sempre alla stessa maniera, estate e inverno, quasi non sentisse né il caldo né il freddo: giacca di fustagno marrone, ormai lisa sul bavero e sui gomiti; pantaloni scuri di velluto  e una camicia a quadrettoni rossi e bianchi. Giovannino lo prendeva in giro: “ Libero, ma come ti sei vestito? Sembri una tovaglia ambulante, unta e bisunta. Dove l’hai fregata, quella camicia lì? Dalla cesta dei panni da lavare dell’osteria?”. Frezzini, carpentiere in una piccola impresa del posto,portava rispetto all’anziano pescatore. Anch’esso, e a modo suo, amava la pesca. Il più delle volte, raccontando le sue imprese, esagerava sulle misure e sul peso delle catture. Giovannino quando lo sentiva sproloquiare, indulgendo nelle sue vanterie impossibili, lo rimproverava: “Cala,cala Trinchetto. Non contar balle, Libero, che al massimo hai tirato fuori dall’acqua un paio di cavedani lunghi una spanna”. Lifroch a volte esagerava davvero, alzando la voce e Giovannino , guardandolo storto, doveva minacciarlo: “A ta dò un sgiafun che ta sbiruli la salamangè“. Che, tradotto da quel dialetto mezzo lombardo, equivaleva ad un “ti dò uno schiaffo da piegarti la mascella”. Un giorno l’aveva preso a calci nel sedere dopo aver scoperto, per caso, che quel balordo era andato a pescar persici nel periodo più proibito che ci sia: il tempo della riproduzione, tra aprile e maggio, quando i pesci depongono le uova. Evitando accuratamente di menzionare il fatto al Conegrina e al Carabiniere, cioè alla coppia di arcigni guardapesca, evitò al Frezzini la poco allegra prospettiva di finire al fresco, costretto a guardare il sole a quadretti , dietro alle sbarre del carcere più vicino. Era un reato, a quei tempi, che non si sanava solo con una multa in denaro ma anche con qualche giorno in gattabuia. Libero, tanto per accentuare la sua stranezza, si esprimeva anche a proverbi. Ne aveva per tutte le situazioni. S’era ingozzato come un maiale all’osteria, al punto da sentirsi male? Alle critiche rispondeva così: “ E’ meglio morire a pancia piena che a pancia vuota”. Aveva bevuto più del solito, alzando un po’ troppo il gomito e camminava sbandando? Si giustificava: “E’ sempre l’ultimo bicchiere a far male”. Teoria alquanto bislacca, a dire il vero. Ricordo di averlo incontrato mentre si recava al lavoro in vespa. C’era un buco nell’asfalto. Non lo vide in tempo, finendoci dentro con la ruota davanti, rischiando di capottarsi. Si rialzò tutto scorticato e dolorante. Prontamente accorso in suo soccorso capii immediatamente che era ubriaco. Evidentemente la sera prima doveva aver fatto bisboccia  e si portava addosso una “scimmia” da far paura. Rialzatosi, intontito e acciaccato, mi ringraziò, confidandomi il suo malessere: “Ma sai che ieri sera ho bevuto un bicchiere di acqua tonica che mi è restata sullo stomaco? Non l’ho proprio digerita!”. L’acqua tonica, capito? Non i due o tre litri di rosso che si era scolato e per gli altri comuni mortali rappresentavano una dose da schiantare chiunque. Un altro bel personaggio era Mario Martellanti, detto “cavedano”. Non ricordo dove fosse nato ma era certo che dimorasse sul lago. Mario non amava sentire la terraferma sotto i piedi e, dunque, viveva in barca gran parte del tempo, stagioni permettendo. A fine primavera, durante l’estate e nella prima metà dell’autunno, praticamente non lasciava mai lo scafo della sua “Stella dell’onda”, imbarcazione che lo accompagnava da più di trent’anni nelle sue peregrinazioni lacustri. Quando le foglie ingiallite abbandonavano gli alberi , spargendosi a terra e l’inverno con il suo alito gelido prendeva il sopravvento, cercava di tener duro il più possibile, cedendo solo alla tormenta che scendeva dai contrafforti montuosi, sbarcando proprio a Ronco per cercare riparo nel cascinale dove teneva le sue magre cose. Se l’aria s’infreddoliva, non disperava. Teneva sempre a portata di mano, accanto  alla tela cerata indispensabile per ripararsi dagli scrosci di pioggia, una ormai logora trapunta di lana. Non troppo ingombrante ma abbastanza grande da potervi avvolgere l’intero corpo, riparandosi dal freddo e dall’umidità. Sosteneva d’esserci nato, in barca. I genitori, entrambi defunti, avevano passato tutta l’intera vita sull’Isola di San Giulio. Il padre Giovanni, nativo di Ronco, era custode della Villa dei Glicini. La madre Elsa, si era rotta la schiena nel far le pulizie in uno dei più antichi alberghi del posto, la “Locanda del Drago”. Mario, scapolo impenitente, sosteneva d’essersi sposato con il lago. “Sono più di sessant’anni che ho preso in moglie quest’acqua cangiante;ci conosciamo e rispettiamo, e non ci lamentiamo mai, sopportando a vicenda i nostri sbalzi d’umore”, confidava agli amici più stretti. Ormai anziano, continuava a vogare da una sponda all’altra o, più semplicemente, seguendo il margine delle rive nel suo perenne cabotaggio. Anche se, in cuor suo, custodiva un segreto che talvolta lasciava intuire. La luce di quegli occhi verdi-azzurri della signora Erminia l’avevano stregato. Non l’avrebbe mai ammesso, e nemmeno confidato alla bella donna dai capelli bianchi. Era il piccolo suo segreto. Quei mazzetti di primule e viole lasciati vicino all’uscio o i funghi e la frutta appena raccolti, i persici pescati e già puliti che Erminia trovava sul davanzale di pietra della finestra, erano doni che non lasciavano troppi dubbi sul misterioso benefattore. Eminia intuiva e apprezzava, elargendo sorrisi, cibo e buon vino anche a Mario. In fondo affetto e gratitudine si possono esprimere in tanti modi e le parole, a volte, sono davvero superflue.

Marco Travaglini

La Festa di Sant’Antonio Abate

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Domenica 18 gennaio 2026

La benedizione degli animali e una visita guidata tematica su Sant’Antonio, il fuoco sacro e gli animali

 

Per la festa di Sant’Antonio Abate, il protettore degli animali, la Precettoria di Ranverso organizza una giornata, fra la tradizione sacra e profana, dedicata agli animali che sono parte integrante dei cicli decorativi, delle storie, dei rituali e degli immaginari sacri e collettivi.

Alle 9.45 e alle 15 è in programma la visita tematica “Sant’Antonio, il fuoco sacro e gli animali” alla scoperta della figura di Sant’Antonio Abate, che unisce il racconto delle tradizioni e dei festeggiamenti in suo onore alla conoscenza degli affreschi e delle architetture di Ranverso.

Alle 11, la Santa Messa con la benedizione degli animali, dei prodotti della terra e dei mezzi agricoli officiata dal Parroco di Buttigliera Alta e Rosta, Don Franco Gonella. Nel corso della celebrazione, come da tradizione, si procederà alla benedizione dei pani e dei prodotti agricoli (non è consentito portare animali all’interno della chiesa); alle ore 12, all’esterno, si continua con la benedizione degli animali e degli attrezzi agricoli.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Costo visita tematica: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

A lezione di cucina albanese: arriva Cottocircuito da Eataly Torino

Il cibo come gesto di cura, incontro e solidarietà, questo è lo spirito di Cottocircuito, il progetto torinese che trasforma la cucina in un luogo di scambio culturale e sostegno concreto alle realtà sociali del territorio. Chi partecipa impara una nuova cucina, con piatti meno conosciuti e lontani dai corsi mainstream. Chi insegna trasmette il proprio sapere e lavoro nel sociale. Il nuovo appuntamento è per sabato 28 febbraio prossimo, quando il laboratorio porterà il pubblico in Albania, Paese vicino ma ancora poco conosciuto nella sua ricchezza gastronomica. Saranno tre ore di cucina condivisa, presso Eataly Lingotto, per scoprire ricette, gesti e storie. A guidare il laboratorio saranno le cuoche di Idea Donna Onlus, associazione torinese accanto alle donne migranti e alle persone in difficoltà, partner della piattaforma nazionale antitratta. Il ricavato dell’evento sarà interamente devoluto all’associazione. Nel 2026, Cottocircuito non si ferma perché sono in arrivo due nuove date, in primavera e in autunno, con altre cucine da esplorare e nuove associazioni da sostenere. Cottocircuito è un laboratorio di cucina solidale nato dall’energia di un gruppo di donne torinesi che si sono conosciute grazie a Torino Elettrica, la comunità di mutuo aiuto ideata da Maria Chiara Montera. Ogni appuntamento sostiene una diversa associazione che opera nel sociale, alla quale viene donato il ricavato netto della serata. Chi partecipa impara ricette autentiche, ascolta una storia e condivide la tavola con chi ogni giorno sostiene altre persone.

Durante le tre ore di laboratorio, si cucineranno alcuni piatti della tradizione albanese, quali la torta di porri (Lakror me presh), le polpette di vitello (Qofte), il pane non lievitato (Kulaç) e le salse vegetariane d’accompagnamento. A seguire una degustazione e le ricette da portare a casa.

Info: Eataly Lingotto – via Ermanno Fenoglietti 14 – orario 16-19 – donazione libera a partire da 45 euro – prenotazioni su Eventbrite – cottocircuito@gmail.com

Mara Martellotta

Il lato selvaggio dell’inverno a La Thuile 

A La Thuile la montagna cambia passo e lontano dalla logica della performance si lascia vivere in modo più ampio e autentico. Sul versante più selvaggio del monte Bianco, la neve ridisegna lo spazio, amplifica la luce e invita a rallentare, a muoversi seguendo un ritmo naturale e più intimo. Qui l’inverno è fatto di silenzi, di orizzonti aperti, di tempo che si dilata.
Facilmente raggiungibile  e sospesa sul confine con la Francia, la Thiule diventa il luogo ideale per riconnettersi con la natura e con sé stessi. Le esperienze vanno ben oltre lo sci e la prestazione, cammini sulla neve lungo sentieri appartati, sapori autentici che raccontano il territorio, incontri e momenti di condivisione che restituiscono alla montagna il suo valore più profondo, lontano dalla frenesia cittadina.
Quando l’inverno avvolge le vette del Monte Bianco, il suo lato più selvaggio si trasforma in un paesaggio da assaporare con lentezza. A La Thuile la montagna innevata diventa il contesto ideale per una vacanza tra amici o in famiglia, dove passeggiate o ciaspolate  si snodano tra boschi di conifere, radure silenziose e ampie vedute del ghiacciaio del Rutor.
Gli itinerari invernali  di La Thuile Infinity Trekking rendono l’esperienza accessibile e consapevole. Percorsi segnalati, consultabili sulla piattaforma komoot “Winter Walks” con mappe 2D e 3 D e tracce GPS o tramite l’App Espace San Bernardo, pensati per famiglie, coppie e piccoli gruppi, sempre nel rispetto delle condizioni ambientali e nivologoche.
Camminare sulla neve diventa così un gesto naturale, un modo gentile di riconnettersi con l’ambiente  e seguire il ritmo autentico della montagna.
A La Thuile anche i più piccoli trovano il loro spazio. Parchi giochi sulla neve, percorsi ludici, laboratori creativi e momenti di animazione trasformano l’inverno in un’esperienza condivisa.
Protagonista di questo mondo a misura di bambino è Thuilly, la mascotte della località, che accompagna I più piccoli nello snowpark tra gonfiabili colorati e aree gioco sicure, quali la zona Funivie, tapis roulant, accesso libero, con apertura anche durante il periodo natalizio e di Carnevale e nei fine settimana negli altri periodi.

Mentre i bambini si divertono gli adulti possono alternare attività all’aria aperta a momenti di relax, tra centri benessere, passeggiate in paese e soste conviviali. Anche quando il meteo invita a rallentare molte sono le proposte indoor, quali l’area ludico ricreativa La Piramide, presso la struttura Konver Arly o la Biblioteca Comunale, che garantiscono tempo di qualità per tutta la famiglia.

Passeggiare a  La Thuile è  anche occasione di  scoperta culturale. La Maison Musée Berton  accompagna i visitatori alla scoperta delle radici millenarie  del territorio, tra architetture rurali, frazioni storiche e percorsi tematici che raccontano il legame profondo esistente tra uomo e montagna. Si tratta di un’esperienza che affianca l’outdoor e restituisce una lettura più completa e consapevole di questi luoghi.
L’esperienza viene completata dalla gastronomia. Nei ristoranti, nelle baite e nei rifugi la cucina valdostana racconta il territorio attraverso prodotti locali e piatti della tradizione.  Gli itinerari del gusto accompagnano alla scoperta della Fontina DOP, simbolo della valle e primo prodotto valdostano ad ottenere la denominazione, affiancata da eccellenze come il Fromadzo DOP, il Lard d’Arnad DOP e il Jambon de Bosses DOP.
Accanto ai prodotti certificati, la tradizione si esprime in specialità come boudin, molletta e zuppe di montagna , fino ai dolci tipici delle tegole. Sapori che diventano parte dell’esperienza invernale, un modo concreto e conviviale per entrare in contatto  con il territorio. Non può poi certo mancare una dolce coccola  al cioccolato. A la Thuile è possibile, infatti, sperimentare alcune specialità come la Tometta, vera leccornia con tanto di brevetto, prodotta dalla Pasticceria Cioccolateria Chocolat, 320 grammi di puro piacere per le papille gustative raccolti in un tortino a base di cioccolato al latte, gianduia, nocciole del Piemonte IGP tostate e caramellate che, nella forma, richiama il tipico formaggio d’alpeggio.

Durante l’inverno la Thuile si anima con appuntamenti ed eventi che scandiscono la stagione.

Per rimanere aggiornati consultare  il sito https://wwwww.lathui.it/it/ eventi

Mara      Martellotta

Parola d’ordine: innovare

Innovare, nelle varie declinazioni (innovazione, innovabile, ecc.) sembra essere diventata la parola d’ordine odierna.

Il progresso, unito al tentativo di uscire dall’immobilismo e da una delle tante crisi, unito a tecnologie che ci invogliano quasi a cambiare per forza le cose, sembrano essere diventati l’undicesimo comandamento: ricordati di innovare.

Ad una prima analisi, neppure tanto superficiale, l’innovazione sembrerebbe la soluzione a molti problemi; nuove fonti energetiche in sostituzione di quelle in esaurimento o di quelle dannose per l’ambiente, nuove tecnologie per risparmiare sulle risorse umane o per migliorare le indagini mediche e così via.

Spesso, però, l’innovazione diventa la cifra stilistica di quanti vogliono lasciare un segno del loro passaggio in politica, nell’imprenditoria o in qualsiasi altro ambito senza aver intenzione di migliorare realmente l’oggetto del loro intervento.

Perciò innovare, cambiare con qualcosa di più recente o più moderno, diventa spesso solo un modo di far notare il proprio operato, anche se questo significhi soltanto dispendio economico e, talvolta, scoprire che era meglio il pregresso.

Ne è un esempio la continua innovazione nei sistemi operativi, volti ufficialmente a migliorarne l’utilizzo dei PC salvo obbligare al cambio dell’hardware, a dover spesso sostituire molti applicativi con l’inevitabile difficoltà iniziale di dover imparare le novità ed un esborso non di poco conto.

O, ancora, il settore automobilistico: inutile sostenere l’esame di guida su un veicolo di un certo tipo se poi, magari a distanza di vent’anni, sei obbligato a guidare su veicoli con motore elettrico, con cambio sequenziale, con tutta l’elettronica possibile, senza le caratteristiche che hai studiato ma, ed è peggio, con quelle che non hai studiato.

Con la quantità di notizie da cui siamo quotidianamente investiti, non abbiamo materialmente il tempo per discernere quelle vantaggiose per noi, quelle con un fondamento di attendibilità da quelle create ad arte per occupare le colonne dei giornali e le tasche dei produttori.

Come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, se smettiamo di usare il cervello prendendo per buona ogni innovazione, ogni scelta effettuata da altri per nostro conto perdiamo la capacità di analizzare cosa sia realmente utile per noi e cosa non lo sia o, addirittura, possa risultare dannoso.

Un telefono predisposto per il 5G acquistato tre anni fa, in previsione che il 5G ci cambierà la vita, è un acquisto inutile perché quando il 5G sarà funzionante il nostro telefono sarà alla frutta e dovremo comprarne un altro; comprare ora un ‘auto elettrica, in previsione del divieto di motori endotermici (poi rimandato) fra 10 anni è una scelta insensata, stante che nessuno vuole ritirare le auto elettriche usate; se poi acquistiamo auto elettriche per non inquinare, abbiamo mai pensato che più auto elettriche ci saranno in circolazione più le nostre centrali elettriche (a gasolio) inquineranno?

Con tutto il tempo che spendiamo in cose inutili (dal web ai messaggi, dalle news a trasmissioni spazzatura) possibile che non ci restino cinque minuti al giorno per formarci un’idea nostra, personale?

Sergio Motta

Le lasagne in bianco con verdura e salmone

Le lasagne sono sempre perfette, ideali per le occasioni speciali. Ricche e gustose si possono preparare in tante varianti sfiziose. Gustiamole in bianco con la verdura ed il pesce. 

Ingredienti 

1 Confezione di sfoglia per lasagna (senza precottura) 
200gr. di ricotta 
150gr. di mascarpone 
250gr. di ritagli di salmone affumicato 
1 palla di spinaci cotti 
500ml. di besciamella 
Pepe, sale, timo, parmigiano grattugiato q.b

Saltare in padella, senza condimento, i ritagli di salmone tagliati a striscioline. Lasciar raffreddare. Mescolare la ricotta con il mascarpone, unire gli spinaci cotti e saltati in padella, il timo, il sale, il pepe ed il salmone. In una teglia da forno imburrata assemblare le lasagne a strati alternando le sfoglie al composto e besciamella. Ultimati gli ingredienti cospargere con abbondante parmigiano. Cuocere in forno a 180 gradi per circa 30 minuti. 



Paperita Patty 

Dolci pere caramellate

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Le pere caramellate hanno il sapore dei ricordi della nostra infanzia, ricordi di cose semplici e genuine. Le pere, aromatizzate da spezie e vino rosso delicatamente avvolte da un dolce e profumato sciroppo saranno un fine pasto all’insegna della bonta’e della dolcezza.

Ingredienti

6 pere Kaiser

200ml di vino rosso

100ml di acqua

100gr. di zucchero

1 stecca di cannella

2 chiodi di garofano

Scorza di limone

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Sistemare le pere ben lavate in una pentola stretta, in modo che rimangano in piedi, aggiungere il vino, lo zucchero, la scorza del limone e le spezie. Portare a bollore, lasciar sfumare il vino, aggiungere l’acqua e cuocere a fuoco lento per circa 20 minuti, rigirando le pere di tanto in tanto. A cottura avvenuta, togliere le pere e lasciarle raffreddare, filtrare il liquido e farlo ridurre a sciroppo. Servire le pere nappate con lo sciroppo.

Paperita Patty