LIFESTYLE- Pagina 3

Edifici “liberati” e restituiti alla città

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Negli ultimi giorni si parla molto di edifici liberati, di spazi restituiti, di immobili che tornano finalmente visibili dopo anni di abbandono. Al di là delle cronache e delle letture contingenti, il tema apre una riflessione più ampia e necessaria: che cosa significa oggi recuperare l’esistente, soprattutto quando un edificio porta con sé un valore storico, artistico o socioculturale?

Abitare con stile non riguarda solo l’interno di una casa o la qualità di un progetto d’arredo. Riguarda il modo in cui una città sceglie di prendersi cura dei propri spazi, della propria memoria e delle trasformazioni future.

Recuperare un edificio non significa semplicemente ristrutturarlo. Significa reinterpretarne il ruolo, comprenderne la vocazione, inserirlo nuovamente nel tessuto urbano con una funzione viva, sostenibile e coerente con il contesto. È un atto culturale prima ancora che edilizio.

Torino, in questo senso, è un laboratorio straordinario.

Città industriale per eccellenza, ha attraversato profonde trasformazioni economiche e sociali, lasciando dietro di sé grandi contenitori vuoti: fabbriche, complessi militari, edifici pubblici dismessi. Proprio da questi vuoti sono nati alcuni dei più interessanti esempi di rigenerazione urbana.

Un caso emblematico è la Cavallerizza Reale. Un complesso monumentale di enorme valore storico, rimasto a lungo in una condizione sospesa, oggi al centro di un percorso di recupero che punta a restituirlo alla città come spazio culturale, creativo e pubblico. Qui il progetto non cancella la memoria, ma la amplifica: l’architettura storica diventa contenitore di nuove funzioni, dialogando con il presente senza perdere identità.

Un altro esempio significativo è quello delle OGR Torino. Le Officine Grandi Riparazioni, un tempo cuore pulsante dell’industria ferroviaria, sono oggi uno dei poli culturali e innovativi più dinamici della città. Il recupero ha mantenuto la forza spaziale originaria, reinterpretandola per ospitare arte, musica, ricerca e impresa. Un intervento che dimostra come anche l’archeologia industriale possa diventare motore di nuova vitalità urbana.

Lo stesso vale per Parco Dora, dove le strutture industriali non sono state cancellate, ma integrate nel paesaggio. Pilastri, travi e volumi preesistenti convivono con il verde, creando uno spazio pubblico unico, identitario, profondamente contemporaneo. Un esempio virtuoso di come il recupero possa essere anche paesaggio, esperienza, qualità della vita.

Accanto ai grandi progetti simbolici, esistono poi interventi più silenziosi ma altrettanto rilevanti: ex aree produttive trasformate in residenze, edifici abbandonati riconvertiti in spazi abitativi, culturali o di servizio. Qui il recupero dell’esistente diventa anche risposta concreta al bisogno di nuove case, di quartieri più equilibrati, di una città che cresce senza consumare nuovo suolo.

Il valore di questi progetti non sta solo nel risultato architettonico, ma nel metodo. Recuperare significa lavorare sull’identità dei luoghi, sulla sostenibilità ambientale, sull’equilibrio tra memoria e innovazione. Significa progettare con responsabilità, evitando soluzioni standardizzate e puntando su interventi sartoriali, calibrati sul contesto.

In un momento storico in cui le città sono chiamate a ripensarsi, il recupero degli edifici esistenti rappresenta una delle risposte più intelligenti e lungimiranti. Non solo per preservare il passato, ma per costruire un futuro urbano più consapevole, inclusivo e autentico.

Abitare con stile, oggi, passa anche da qui: dalla capacità di leggere ciò che esiste, valorizzarlo e trasformarlo in una nuova opportunità di vita, di relazione e di bellezza.

www.domus-atelier.com – info@domus-atelier.com

Cronistoria della Camminata della Merla 

Domenica 1⁰ febbraio si è svolta, come d’abitudine, la classica Camminata della Merla, organizzata da Cammini Divini e da Augusto Cavallo, che è giunta alla sua IX edizione, e quest’anno il clima era esattamente quello tipico dei Giorni della Merla. Nonostante il clima uggioso, un gruppo di 50 camminatori ha preso parte a questo facile trekking che si svolge all’interno del comune di Brusasco. La partenza era prevista dalla banca Unicredit del capoluogo, e i camminatori hanno cominciato a salire lungo una strada asfaltata, ma poco trafficata, per poi svoltare verso una sterrata che conduceva nei pressi del cimitero della frazione di Marcorengo. Successivamente si è giunti alla chiesa patronale del piccolo borgo, dedicata a San Pietro, per una prima tappa culturale, accolti dal Sindaco Giulio Bosso e dal Vicepresidente della Pro Loco di Marcorengo, Alessandro Cavalitto, che ha intrattenuto i presenti con i suoi racconti incentrati sulla storia e la cultura del paese, e alcuni simpatici aneddoti che si tramandano di generazione in generazione. Il cammino ha ripreso ricordano ai partecipanti che uno degli scopi è quello di trovare la Merla, un simulacro del tradizionale uccellino che gli organizzatori avevano provveduto a sistemare lungo il percorso, e il cui ritrovamento dava diritto a un simpatico premio. Si è approdati poi al caratteristico borgo del luogo, chiamato anche borgo Garibaldi, da cui si entrava nelle pertinenze del Castello di Brusasco, un edificio settecentesco attorniato da un ampio parco e al cui culmine si trovano ancora i resti dell’antico castello medievale risalente a prima dell’anno mille. Successivamente si è andati in direzione dell’agriturismo del luogo, dove è stato possibile rifocillarsi in allegria e serenità. Una volta rinfrancati, gli escursionisti hanno sceso i sentieri del parco fino a tornare a Brusasco con il calare delle prime ombre della sera.

Il prossimo appuntamento di Cammini Divini sarà sabato 7 febbraio Ceresole Reale (TO)

Mara Martellotta

Pesche ripiene all’antica

Un antico dessert  tipico del Piemonte, tutto da gustare. Una preparazione semplice e genuina realizzata con pesche dolci e mature, farcite da un goloso ripieno a base di cioccolato fondente e amaretti, un abbinamento davvero delizioso e irresistibile.

Ingredienti:

6 pesche mature a pasta bianca

80 gr. di amaretti

60 gr.di cioccolato fondente

2 tuorli

30 gr. di zucchero a velo

Poco burro

Lavare ed asciugare le pesche. Tagliarle a meta’ ed eliminare il nocciolo. Scavare un poco la polpa e metterla in una terrina. Preparare il ripieno mescolando la polpa delle pesche tritata con il cioccolato grattugiato e gli amaretti sbriciolati, unire parte dello zucchero a velo e i due tuorli. Disporre le mezze pesche in una pirofila da forno, precedentemente imburrata, riempirle con il ripieno di amaretti ed un fiocchetto di burro. Cuocere in forno a 190 gradi per circa 30 minuti. Servire a piacere tiepide o fredde cosparse di zucchero a velo.

Paperita Patty

Tradizione e spettacolo al carnevale di Roccagrimalda

Rocca Grimalda si prepara a vivere uno degli appuntamenti più attesi dell’anno: il Carnevale 2026, in programma sabato 7 e domenica 8 febbraio. Due giornate dedicate alla tradizione, al divertimento e alla cultura popolare che da secoli caratterizzano il borgo.

Leggi l’articolosu piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/carnevale-di-rocca-grimalda-tradizione-e-spettacolo

Lo spezzatino, un classico sempre apprezzato

Un secondo completo, sano, sostanzioso ed economico, questo e’ l’intramontabile spezzatino di vitello con patate. Un piatto gustoso, autunnale, tipico della tradizione casalinga. Teneri bocconcini di carne di vitello che cuociono lentamente in un cremoso sughetto aromatico.

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Ingredienti

600gr. di polpa di vitello

400gr. di salsiccia

4 patate medie

1 carota

1 sedano

1 cipolla

1 spicchio di aglio

1 bicchiere di vino rosso

2 bicchieri di brodo

1 bicchiere di passata di pomodoro

Olio evo, sale, pepe q.b.

Erbe aromatiche q.b. (rosmarino, alloro, timo ecc.)

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In una padella con poco olio, preparare il soffritto con la carota, il sedano, la cipolla e l’aglio tritati. Aggiungere i bocconcini di carne e la salsiccia tagliata a pezzi, salare, pepare e rosolare a fuoco vivace poi, sfumare con il vino rosso. Lasciar evaporare il vino e coprire con il brodo caldo, aggiungere le erbe aromatiche e la passata di pomodoro. Lasciar cuocere a fuoco lento, mescolando di tanto in tanto per almeno un’ora. Pelare e lavare le patate, tagliarle a tocchetti ed aggiungerle alla carne. Lasciar cuocere sino a quando saranno morbide, eventualmente aggiustare di sale. Servire caldo.

Paperita Patty

Il Caffè Mulassano celebra i 100 anni del tramezzino

TORINO 1926 – 2026

Dai tramezzini stellati del centenario al ritratto di Angela, dal cibo come valore identitario al contest con i giovani dell’alberghiero, ecco alcune novità promosse dal Caffè Mulassano per celebrare il centenario.

  
Il Caffè Mulassano di Torino celebra i 100 anni del sandwich più famoso e copiato al mondo, creato nel 1926 da Angela Demichelis Nebiolo conosciuta come “La Signora del Mulassano”. Sotto i portici di Piazza Castello dal 1879, scrigno di bellezza e di storia, il Caffè Mulassano promuove una serie di iniziative culturali e gastronomiche per esaltare la bontà e la versatilità del tramezzino, un piccolo ma grande snack amato da tutti, che nei suoi cento anni è stato reinventato ovunque in mille gusti, farciture e preparazioni.

Nell’anno in cui si celebra l’anniversario il famoso locale torinese che per primo nella storia ha offerto il tramezzino dedica un tributo ad Angela Demichelis Nebiolo, pioniera dell’importazione del gusto e delle mode americane nel primo Novecento.

Angelina è una donna italiana straordinaria per il suo tempo, una figura femminile che sarebbe da inserire nella storia delle donne del Novecento per le sue iniziative e la sua personalità. A quindici anni parte per Detroit dove sposa Onorino Nebiolo e con lui condivide anni di gestione di ristoranti e locali negli Stati Uniti. È una delle prime donne in assoluto a prendere la patente e a guidare una macchina. Una donna caparbia e intraprendente che ha vissuto in pieno il periodo del proibizionismo negli States.

Nel 1926 Angelina, con Onorino e i suoi due figli, Felice e Gloria, rientra in Italia, uno dei pochi casi di emigrante al contrario, proprio negli anni in cui i flussi dall’Italia verso gli Stati Uniti erano notevoli. È un’italiana che torna da Detroit a Torino, un’imprenditrice del mondo che oggi chiamiamo food & beverage e che crea un modello nuovo di “fast food” mutuato dal “toast” americano, pure quest’ultimo importato dall’imprenditrice piemontese. Angela seppe stupire la città sabauda con quei “paninetti” che Gabriele D’Annunzio battezzò col nome di “tramezzini”.

La Signora del Mulassano capisce che il gusto dei torinesi, abituati ad una cucina raffinata e di buongusto, non può fermarsi al “toast”, pure molto apprezzato, anche perché il toast è realizzato con il pane riscaldato, e dunque limita l’utilizzo di molti ingredienti, così Angela, dietro al bancone dove i clienti erano abituati a vederla intuisce che lo stesso pane – un pane con una speciale maglia glutinica, lo stesso che si utilizza ancora oggi – può essere ancor più apprezzato se utilizzato per accompagnare svariate farciture, tra cui quei gusti tradizionali molto amati dai torinesi, come i celeberrimi tramezzini con la bagna cauda o il tartufo, tra i più apprezzati anche cento anni dopo.

Il tramezzino gourmandise, è un prodotto identitario del Caffè Mulassano, nasce come accompagnamento per l’aperitivo che a quel tempo era rappresentato dal Vermouth, altro prodotto identitario del Caffè Mulassano, tant’è che l’attività della ditta Mulassano comincia nella seconda metà dell’800 con l’apertura di una bottiglieria in via Nizza, e prosegue nel 1907 con l’apertura del Caffè sotto i portici di piazza Castello dov’è tutt’ora. Quest’anno, tra l’altro, ricorrono 240 anni dalla creazione del Vermouth, liquore che sta conoscendo una forte fase di rinascita, sempre più richiesto nel mondo della mixology ma anche liscio.

Il Caffè Mulassano, che fa parte dell’Associazione dei Locali Storici d’Italia e dell’Associazione Caffè Storici di Torino e Piemonte, quale custode di questa bella storia promuove da aprile a settembre 2026 una serie di iniziative volte a raccontare, celebrare e reinventare il panino farcito per eccellenza.

Nasceranno in tre momenti diversi i tramezzini del centenario dedicati a quelle tre persone che ne hanno fatto la storia: “Angelina” in primis, omaggio alla sua creatrice, “D’Annunzio” dedicato al poeta che ne decretò il nome e “Nebiolo’s” dedicato a Onorino ma che vuole ricordare attraverso il genitivo sassone la loro vicenda d’oltreoceano con il locale “Nebiolo Cafè Dine e Dance” di Detroit, Nebiolo ricorda, inoltre, uno dei migliori vini piemontesi (pur con una b mancante).

Tre chef stellati si dedicheranno alla creazione di una farcitura speciale per questo importante anniversario, ognuno dedicando la propria creazione ad una singola figura. Le creazioni rappresenteranno l’essenza di quella “torinesità” e “piemontesità” che ha fatto da cornice a questa storia di gusto che, partendo da una cultura d’oltreoceano, ha raccontato come poche altre il genio della cultura alimentare italiana, oggi felicemente nominata Patrimonio Unesco. Le tre nuove creazioni saranno presentate al pubblico e alla stampa una al mese nei mesi di aprile, maggio e giugno 2026 al Caffè Mulassano alla presenza degli Chef che racconteranno la loro creazione per il centenario.

Oggi esiste solo una piccola targa che ricorda come nel 1926 Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino. Ma per il centenario uno dei più grandi ritrattisti italiani viventi realizzerà un ritratto di Angela che verrà collocato permanentemente all’interno del Caffè Mulassano accolto tra i suoi straordinari arredi storici. L’opera verrà svelata e presentata nel mese di giugno

A settembre lo scrittore e biografo di Angela, che ha raccolto tutta la storia de “La Signora del Mulassano” raccontandone vicende e aneddoti “tra whisky e tramezzini da Detroit a Torino”, incontrerà il pubblico per far conoscere ancor più e ricordare questa donna straordinaria.

In un compleanno come questo, dove si celebrano i cento anni di un prodotto che nella sua semplicità ha saputo conquistare il mondo, il Caffè Mulassano promuove un contest dedicato ai giovani dell’Istituto Alberghiero di Torino, che saranno coinvolti in una discussione creativa insieme ai loro Docenti sul valore del cibo come prodotto identitario e come spazio per la libera creatività. Anche i giovani si cimenteranno nella creazione di nuove farciture e nuove creazioni in una gara libera sul gusto torinese e piemontese tra passato e futuro. Questo appuntamento si svolgerà a settembre e chiuderà le iniziative del Caffè Mulassano per il centenario del tramezzino.

Mi ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini” esclamò un giorno D’Annunzio in visita al Mulassano. È quello che tutti i giorni clienti abituali e turisti da ogni parte del mondo ripetono seduti su quegli stessi tavolini dove, nel tempo, si fermavano Achille Mario Dogliotti, Luigi Spallanzani, Italo Cremona, Macario, Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni.

    

Animali e comunità: una risorsa che cura

Un Forum a Palazzo Lascaris sul valore sociale degli animali tra terapia, assistenza e inclusione

Il legame tra animali, salute e inclusione sociale entra nel cuore del dibattito pubblico con il Forum “Il valore sociale degli animali dalla terapia all’assistenza”, in programma venerdì 6 febbraio 2026, dalle 9 alle 13, nella Sala Viglione di Palazzo Lascaris. Un appuntamento che intende andare oltre la semplice testimonianza, per interrogarsi in modo strutturato sul ruolo che gli animali possono svolgere nel welfare contemporaneo, nelle pratiche terapeutiche, educative e assistenziali. Promosso dal Garante regionale dei Diritti degli animali del Piemonte, l’evento nasce con l’obiettivo di mettere in dialogo istituzioni, mondo sanitario, università e terzo settore, valorizzando esperienze già attive e aprendo nuove prospettive di collaborazione. Ad aprire e coordinare i lavori sarà Paolo Guiso, Garante regionale, che guiderà il confronto tra i diversi ambiti coinvolti. “Il Forum – sottolinea – vuole essere uno spazio concreto di proposta, capace di stimolare innovazione e sinergie nel campo degli animali sociali”. Il programma attraversa discipline e competenze differenti: dalla cinofilia di assistenza alla pediatria, dalla riabilitazione alla psicoterapia, fino alle riflessioni sull’etica pubblica e alle scienze criminologiche. A portare contributi ed esperienze saranno Susanna Coletto, Paolo Manzoni, Marco Calegari, Katia Olocco, Franco Manti e Marzia Bauco, chiamati a raccontare casi concreti e pratiche già sperimentate sul campo. Accanto alle potenzialità, il Forum non elude le questioni più delicate: la formazione degli operatori, la tutela del benessere animale, i confini etici degli interventi e il rischio di una strumentalizzazione impropria degli animali. Una tavola rotonda conclusiva offrirà uno spazio di confronto diretto tra operatori e promotori dei progetti, favorendo uno scambio aperto e critico. Le conclusioni saranno affidate a Fulvio Cerutti, direttore de “La Zampa”. In chiusura, le principali realtà di supporto al terzo settore presenteranno le proprie iniziative, mettendo in luce come una collaborazione consapevole tra tutti gli attori coinvolti possa tradursi in un miglioramento concreto della qualità della vita delle persone più fragili e in un uso più responsabile e rispettoso degli animali come risorsa sociale.

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“Giaveno in Love” diventa partecipato con le iniziative di San Valentino

Per San Valentino torna  “ Due cuori e un campanile”, l’iniziativa che trasforma Giaveno nella città dei due cuori  e dell’amore. Dal 6 al 15 febbraio  si terranno proiezioni a tema luminose sulla torre degli orologi  e in piazza San Lorenzo, il mercatino dell’amore domenica 8 febbraio e vi sarà anche un punto fotografico per immortalarsi dentro a un grande cuore rosso.
Torna, così,  per il secondo anno consecutivo, ‘Giaveno in Love’, un progetto diffuso che trasforma le vie della città in un percorso di riflessione,  partecipazione attiva e emozione.
L’iniziativa si compone di 26 cuori con parole chiave dedicate alle diverse sfumature dell’amore, non solo quello romantico, ma anche l’amore per sé stessi, per gli altri, per i legami quotidiani e le comunità.  Parole semplici ed essenziali, capaci di parlare a  tutti e di lasciare spazio all’interpretazione personale.

Accanto a questi il percorso include dieci cuori interattivi che invitano i cittadini a compiere un’azione. Leggere una frase, completarla sul proprio schermo dopo averla fotografata con il proprio pensiero e, se lo desiderano, condividerla con una persona significativa. Un gesto semplice che trasforma l’osservatore in protagonista.  A completare l’installazione un pannello autoportante invita direttamente alla partecipazione scritta con una domanda centrale “Che cos’è per te l’amore?” Attorno cuori vuoti accolgono parole, frasi, pensieri e dediche lasciate dai cittadini. Il pannello è  pensato come uno spazio aperto, inclusivo e collettivo, dove ciascuno può lasciare qualcosa di sé.

“Giaveno in Love non è  soltanto un’installazione visiva, ma un’esperienza condivisa . Un invito a fermarsi, pensare, scrivere, ricordare e riconoscersi. Un modo per vivere San Valentino come momento comunitario, in cui l’amore diventa linguaggio comune e patrimonio di tutti.” afferma il consigliere Andrea Bertotti che ha curato il progetto.
“Si tende a pensare a San Valentino soltanto in termini romantici – aggiunge il sindaco Stefano Olocco – ma una giornata dedicata all’amore  in senso più estensivo è utile per ricordarci di voler bene a noi stessi e agli altri in generale. Ben venga questa iniziativa che esorta i cittadini a lasciare un pensiero”.

Mara Martellotta

In volo sul lago

Il giorno prima della partenza avevamo controllato per bene le previsioni meteorologiche. La mongolfiera non può staccarsi da terra in presenza di pioggia, temporali, vento troppo forte o gran caldo. Ma dal centro Geofisico Prealpino di Varese, nell’edizione mattutina della trasmissione radiofonica “Gazzettino padano“, garantirono che il tempo volgeva al bello. Era già più che una garanzia ma comunque, per scrupolo, verificammo anche sui vari siti meteo di internet, trovando conferma. Per il decollo avevamo scelto un ampio prato poco distante dal capannone. Era il luogo ideale: non c’erano ostacoli che potessero intralciare le manovre di volo. Posizionata la cesta iniziammo a stendere l’enorme pallone bianco e rosso e in meno di  mezz’ora era pronto per essere gonfiato con l’aria fredda di un ventilatore. Un lavoro che durò circa venti minuti, al termine del quale la mongolfiera era pronta per il decollo. Eravamo emozionati e non vi dico che sensazione provai quando ci staccammo da terra e iniziò l’ascensione. Il rumore del bruciatore e quella fiammata che ci scaldava le guance ci avevano distratti e quasi non ci rendemmo conto di essere già in volo. In meno di un quarto d’ora l’altimetro segnava 3600 piedi. “Quindi, amico mio, stiamo viaggiando a poco più di mille metri d’altezza“,disse Roland. L’apparecchio rilevava anche  la variazione della pressione atmosferica rispetto all’altezza sul livello del mare  e questa tendeva a diminuire aumentando la quota. Da terra, André Lacroix, uno degli amici di Roland, aveva il compito di comunicare con noi attraverso la radio aeronautica in VHF. Quest’ultima, dalle frequenze sempre aperte, ci  consentiva  di mantenere il contatto con l’assistenza. Una rapida occhiata alla sonda termica che misurava la temperatura interna dell’involucro ci confermò che tutto procedeva per il meglio.

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Il volume della nostra mongolfiera , come ho già ricordato, corrispondeva a quelle di medie dimensioni, capaci di portare tre o quattro persone. L’autonomia di volo poteva variare da un’ora e mezza a un paio d’ore,secondo la quantità di propano a disposizione per il bruciatore, dalle condizioni climatiche e dal peso trasportato. Nel nostro caso il carico di combustile, il bel tempo e il fatto che eravamo solo due e per di più longilinei, ci garantiva un ampio margine verso le due ore. Roland si confermò un provetto “pilota dell’aria“,controllando l’andamento dell’aerostato e manovrando il bruciatore. Quando apriva la valvola, aumentando la quantità di aria calda,il pallone tendeva a salire;viceversa, quando la diminuiva, tendeva a perdere quota lentamente e in modo graduale. La magia di volare in mongolfiera era indescrivibile. Il panorama non era per nulla paragonabile a quello che si può vedere dall’alto di una montagna. Era più completo, vario, mobile. Il lago pareva una creatura viva. La nostra ombra, in basso, sfiorava l’acqua e le terre che la circondavano. Da quassù le cose mutavano forma: i profili dei monti, il reticolo delle strade, le strutture di case e piazze, i corsi d’acqua,i battelli,la ferrovia. Roland, filosofando,disse: “E’ davvero un altro punto di vista,  molto probabilmente una visione diversa del  mondo“. Ero anch’io molto eccitato.“Guarda là, Roland. Guarda la statua del San Carlone!Impressionante!Domina la città di Arona e parte del Golfo Borromeo dall’alto dei suoi 35 metri”.Si vedevano il centro abitato,il lungolago e i resti della Rocca Borromea , la “Gibilterra del Lago Maggiore” che fu espugnata e distrutta da Napoleone nel 1800. Più a sud le macchie colorate dei campeggi di Dormelletto e il ponte di ferro sul Ticino che segna il confine tra Piemonte e Lombardia dove, da una sponda all’altra del fiume,Castelletto Ticino e Sesto Calende si guardano negli occhi.

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A nord di Arona, tra il lago e le verdi colline del Vergante, s’intravedevano le ville e i borghi di Dagnente, Meina, Ghevio, Lesa, Belgirate e – più in su -Colazza,Pisano,Nebbiuno,Massino Visconti, Brovello Carpugnino. ” Quel campanile è di Gignese e, più giù, c’è Vezzo. Vedi la strada che scende verso Baveno? Levo, Someraro, Campino e Loita sembrano messe in fila“. Stresa, la  “perla” del lago, nobile e un po’ fanè, si specchiava nel golfo borromeo proprio davanti all’Isola Bella e più in su, oltre Baveno, tra Feriolo e Fondotoce, la Toce sfociava nel lago.Ville e campanili, case e fabbriche da Pallanza a Intra sembravano cubetti delle costruzioni mentre la lingua d’asfalto della statale del lago Maggiore attraversava Ghiffa, Oggebbio, Cannero e Cannobio fino a incontrare la sbarra del confine con la Svizzera, tra Piaggio Valmara e Brissago. Sotto di noi, come su di una mappa in rilievo, vedevamo i laghi d’Orta e di Mergozzo e il lungo fondovalle ossolano dal quale partivano come lische di un pesce le strade che salivano verso le testate delle valli laterali, chiuse dalla corona delle alpi Pennine e Lepontine. Ma erano i colori del lago, le increspature dell’acqua mossa dalla brezza di superficie, a provocare una vera e propria vertigine. Galleggiavamo nell’aria e sotto di noi non c’era angolo che non contribuisse a comporre la grande suggestione del paesaggio. Le alture, il profilo dei poggi, i corsi d’acqua scintillanti che corrono tra le vallette verso il lago, la ricca vegetazione dei boschi, i giardini e i parchi, le serre delle aziende che coltivano camelie e azalee. Anche il tempo volava ed era giunto in momento di tornare con i piedi per terra. Ci dirigemmo sulla zona da cui eravamo partiti, scendendo poco alla volta per sondare il vento al suolo. In breve atterrammo nello spazioso prato ai margini della vecchia fabbrica di ceramiche. Scesi dalla mongolfiera ci abbracciammo forte. ” E’ stato un volo bellissimo. Mi era capitato altre volte di salire in mongolfiera ma qui, sul Maggiore, ho provato emozioni da brivido. Adesso io e André sgonfieremo il pallone, smontandolo. Dobbiamo rimetterlo nelle casse poiché, dopodomani, ci toccherà rispedirlo a Ginevra. Come ogni anno, il professor Guy De Marne organizza una gara di mongolfiere e ha bisogno di tutti i suoi aerostati per l’occasione“. Dopo le parole concitate di Roland, ci salutammo con un lungo abbraccio. Era stata davvero una giornata indimenticabile. Sul pontile dell’imbarcadero, nell’attesa di salire a bordo del San Cristoforo, il traghetto che collega Laveno con Intra, pensai che quell’esperienza doveva rimanere unica.  Non era il caso di ripetere quel volo  perché le grandi emozioni sono tali se non ci si fa l’abitudine. A Intra salii sulla motonave “Stambecco” e mezz’ora dopo scendevo al porto di Baveno. Andai a casa, sfinito dalla stanchezza ma contento. Dopo cena mi sdraiai sul letto, guardando fuori dalla finestra della stanza che dà sul lago. La luna, una mezza falce circondata dalle nubi, stava per essere ingoiata dalle stesse. S’annunciava una di quelle notti scure che si mangiano le stelle. Ero pronto a rivivere , in sogno , le gioie intense di questa memorabile giornata. Con un clik! spensi la luce dell’abat-jour. Buonanotte!

Marco Travaglini

Coppa deliziosa alle fragole

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Fragole che passione!  Offriamo a fine pasto ai nostri ospiti questo scenografico dolce delizioso e di semplice realizzazione

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Dosi per 4 persone:

½ Kg.di fragole

1 Banana

4/5 biscotti savoiardi

2 bicchierini di limoncello

200 ml di panna da montare

Crema pasticcera

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Sul fondo di una coppa in vetro trasparente mettere i savoiardi spezzettati bagnati con 1 bicchierino di limoncello (allungato con un bicchierino di acqua). Preparare una crema pasticcera con 3 tuorli, ½ litro di latte, 1 bustina di vanillina, 20gr. di farina, 60 gr.di zucchero e 1 bicchierino di limoncello. Lasciar raffreddare.

Tagliare le fragole ben pulite e la banana a fettine. Iniziare a decorare la circonferenza della coppa con le fette di fragole, quando terminato mettere le restanti fragole nella coppa livellando la superficie e procedere nello stesso modo con la banana.

Montare la panna con un poco di zucchero a velo.

Stendere sullo strato di banane la crema pasticcera raffreddata e completare con uno strato di panna montata. Decorare a piacere.

PaperitaPatty