ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 639

Le “Piccole Italie”di Enrico Borghi

Un libro che riaccende l’attenzione sulla “questione territoriale”.  S’intitola “Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” e arriva in questi giorni nelle librerie. E’ il nuovo saggiopubblicato da Donzelli –  di Enrico Borghi, deputato e Presidente nazionale dell’Uncem. Il libro, con la prefazione di  Ermete Realacci, propone una riflessione su cosa sia la politica territoriale, dopo la fine dell’interventismo statale e la crisi del regionalismo, e su cosa possano rappresentare i territori nella sfida della modernizzazione italiana. “Se si guarda alle dinamiche territoriali che hanno interessato il nostro paese negli ultimi cinquant’anni – scrive Borghi – non si possono non considerare le profonde mutazioni di scenario che si sono succedute. Agli anni sessanta, caratterizzati dalla programmazione statale e dalla pianificazione territoriale, sono seguite le stagioni del regionalismo e del federalismo, fino ai più recenti tentativi di riassetto istituzionale, culminati nella mancata revisione costituzionale“.  Un percorso che contiene non poche omissioni, soprattutto una: l’aver poco insistito sul ruolo dei territori, e soprattutto delle comunità, al punto di relegarle in una posizione marginale. “Le statistiche e gli indicatori – insiste Borghi – parlano dell’emergere in Italia di una vera e propria ‘questione territoriale’, con una marcata polarizzazione tra territori nei quali si concentrano opportunità, risorse, servizi e investimenti e aree in cui si acuiscono l’invecchiamento, la povertà e la desertificazione. Senza assicurare certezze nel campo dei servizi essenziali quali scuole, trasporti, sanità, e senza garantire uno sviluppo che si traduca in occupazione, vengono meno i fondamentali diritti di cittadinanza, con il risultato che qualunque iniziativa è votata al fallimento“. La tesi contenuta nelle quasi duecento pagine del libro è che proprio questi siano i nodi da sciogliere e che su questi temi si disputerà la partita del riequilibrio territoriale e del ruolo delle comunità locali. “L’attuazione di politiche in grado di garantire il diritto di opzione e la libertà di scelta di vita necessita di forme politiche che siano luoghi di rielaborazione del pensiero – sottolinea ancora l’autore di “Piccole Italie” – luoghi nei quali riformulare le prospettive all’interno di una visione di bene comune. Solo così la questione territoriale diventa questione nazionale, ed è per questo che le ‘piccole Italie’ possono contribuire in maniera decisiva a salvare la grande Italia“. Un libro utile, con riflessioni che saranno senz’altro in grado di stimolare un dibattito e promuovere scelte che consentano di superare lo strabismo che ha provocato quella disattenzione verso i territori e le periferie che in molti lamentano.

Marco Travaglini

Laurea e successo

 

Di Paolo Pietro Biancone *

 

La vita, personale e professionale, è fatta di eccezioni che ci fanno riflettere e riapprezzare la regola. Nel mio campo – l’insegnamento universitario – sono quasi sempre chiamato ad accompagnare, formare, motivare, studenti con sogni e prospettive di lavoro ancora da compiersi.

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È la regola laureare chi avrà successo dopo. L’eccezione è laureare chi ha già successo, chi ha già una visibilità professionale e personale, chi ha già maturato esperienze sul campo, con soddisfazione. “Fino alla fine. Questo motto mi accompagna tutti i giorni in campo. E mi ha sostenuto in questi anni passati sui libri. Sono orgoglioso di questa laurea. Fiero di avercela fatta. Felice di aver raggiunto questo traguardo”, ha dichiarato Giorgio Chiellini, neo dottore magistrale in Business Administration presso l’Università di Torino. E come lui, tanti laureati “famosi” si registrano negli anni, solo considerando l’ambito economico aziendale all’Università di Torino, si possono citare, tra i più recenti, Luca Argentero, famoso attore, Federico Grom, fondatore della nota azienda di gelati. La laurea per i più è un mezzo, per alcuni è un fine. Perché per alcuni uomini e donne che hanno raggiunto il successo senza fregiarsi del titolo di dottore la laurea rappresenta un obiettivo postumo da conquistare? La risposta non è ovviamente univoca, ma qualche ragionamento è utile farlo. Gli studi sociologici, hanno evidenziato 3 dimensioni su cui si articola la scelta di frequentare l’università e il relativo indirizzo nell’ordinario, ossia dalla formazione al successo: il background economico e culturale della famiglia di origine, il tipo di diploma conseguito il suo voto. Ed è così che spesso l’origine sociale ipoteca il futuro delle giovani generazioni: l’opportunità di accedere agli studi, al mercato del lavoro, ad una professione appagante. Il fenomeno inverso, dal successo alla laurea, è anche in questo caso spiegabile dall’influenza famigliare. La laurea è una conquista di famiglia. Rappresenta il riscatto familiare, il successo, per alcuni, non basta: il successo familiare è aver portato a termine i propri studi, aver gratificato gli aspetti di conoscenza culturale utili per un’affermazione piena di sé nella società. La laurea completa la persona nella sua sfera professionale, personale e famigliare, ma non è garanzia di fama.

Ogni anno il periodico Forbes stila la classifica dei miliardari, un di cui è la versione più aggiornata della classifica: gli uomini più ricchi al mondo, senza laurea. Da Steve Wozniack, numero 2 di Apple a Bill Gates, fondatore di Microsoft. Da Ted Turner, fondatore della CNN, a Richard Branson, padre della Virgin. Tutti con lo stesso passato in comune. Per alcuni di loro, come Bill Gates, la laurea è arrivata honoris Causa: il fondatore della Microsoft, ex studente alla Harvard, aveva abbandonato gli studi per fondare la famosa e fortunata Microsoft. Così il consiglio accademico dell’ateneo ha deciso di conferirgli una laurea honoris causa “per il prestigio che ha reso al nome dell’università e la filantropia di cui la sua fondazione è stata protagonista nel mondo”.Tredici anni dopo aver lasciato gli studi, anche Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, torna a Harvard per ricevere una laurea honoris causa. “Poche invenzioni dei tempi moderni possono superare Facebook per l’impatto su come le persone di ogni parte del globo interagiscono tra loro”. Così il presidente di Harvard Drew Faust ha motivato la scelta. Tutti i laureati postumi illustri lo confermano nei loro discorsi: la laurea è una promessa di famiglia. E deve essere rispettata.

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*Professore di Economia Aziendale e coordinatore del corso di dottorato in Business & Management dell’università di Torino

 

I commercianti: “No a nuovi ipermercati”

La richiesta alla sindaca  Appendino è quella di “negare l’autorizzazione a nuove aperture  di ipermercati e di rivedere il contratto di servizio con Amiat”. L’appello al Comune giunge da Giancarlo Banchieri, appena rieletto Presidente di Confesercenti di Torino e provincia. In occasione dell’assemblea dell’associazione ha incontrato  l’assessore comunale al commercio Alberto Sacco e l’assessore regionale Giuseppina De Santis e Alberto Graglia.

“Il turismo è sicuramente uno dei punti forti del cambiamento e dello sviluppo della città e riteniamo che il modello dei “grandi eventi” non vada abbandonato:  sono “utili” perché Torino sia sempre più attrattiva”, ha detto il presidente.

Dal  2009 al  2016, a Torino e in  provincia, i negozi sono calati di numero del 9,6%: da 33.597 a 30.379. Segno più solo per il settore della somministrazione, che è passato da 13.190 a 14.577.

All’assemblea ha preso parte anche il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Civico, Osvaldo Napoli, che ha attaccato la Giunta municipale. “A giudicare dalle scelte irresponsabili adottate, c’è davvero da domandarsi se la Giunta Appendino abbia il contatto con la realtà economica e produttiva della città. Come ha sottolineato il presidente della Confesercenti torinese, Bancheri, non ha senso individuare le risorse per asfaltare le strade, attraverso gli oneri di urbanizzazione derivanti dalla realizzazione di nuovi ipermercati. Il Comune deve risolvere le proprie criticità di bilancio con strategie, progetti di ampio respiro e rilanciando l’occupazione. La crisi non si potrà certo superare affossando il commercio tradizionale”. 

(foto: il Torinese)

Lavoratori stagionali in agricoltura: dati e prospettive in Piemonte

Il Gruppo consiliare Partito Democratico ha organizzato un convegno per affrontare la tematica dei lavoratori stagionali nel settore dell’agricoltura, alla luce delle novità introdotte dalla L.r. 12/2016 “Disposizioni per la sistemazione temporanea dei salariati agricoli stagionali nelle aziende   agricole piemontesi. Modifica della legge regionale 5 dicembre 1977, n. 56 (Tutela ed uso del suolo)”, primo firmatario il Consigliere Paolo Allemano, e dei dati raccolti durante la stagione 2016. La legge stabilisce che “ai fini del supporto all’attività lavorativa stagionale in agricoltura, […] è data facoltà ai coltivatori diretti e agli imprenditori agricoli professionali di accogliere temporaneamente salariati agricoli stagionali nei periodi di raccolta della frutta e di attività correlate alla coltivazione”. “Il provvedimento – spiega Allemano – ha modificato la legge urbanistica regionale, consentendo agli imprenditori agricoli di recuperare strutture inutilizzate all’interno delle aziende agricole, fino ad un massimo di 200 metri quadri, per la sistemazione temporanea di salariati stagionali. La superficie è ricavabile da manufatti esistenti anche non residenziali, oppure, in caso di insufficienza o inesistenza degli stessi, da prefabbricati. Anche le piccole e medie aziende agricole, singole o associate, o con la mediazione delle loro categorie professionali, sono state messe in condizione di alloggiare dignitosamente i salariati agricoli stagionali, alla luce del sole e con vantaggi per tutti, senza appesantimenti burocratici. Grazie a questa legge nel caso in cui il picco di migranti stagionali, in coincidenza con la raccolta della frutta, sia superiore alla possibilità di alloggiamento presso aziende, enti pubblici o associazioni convenzionate con gli stessi, potranno essere allestiti dei campi di accoglienza fino a 2 mila metri quadri, interventi per i quali la Regione potrà concedere, a bando, contributi fino ad un massimo di 25 mila euro”.

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Martedì 18 aprile 2017, alle ore 11.00, Consiglio regionale del Piemonte – Sala Viglione – Via Alfieri 15 – TORINO

 Interverranno: 

                Giorgio Ferrero, Assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte

                Giovanni Paludi, Direzione Ambiente, Governo e Tutela del territorio

                Delia Revelli, Presidente Coldiretti Piemonte, promotrice aree accoglienza lavoratori

                Mauro Calderoni, Sindaco di Saluzzo

                Luigi Gallareto, Presidente Cisa Asti-sud

                Alessandro Armando, referente progetto “Saluzzo Migrante”, Caritas Saluzzo

            Introdurrà: Paolo Allemano, Consigliere regionale, primo firmatario L. r. 12/2016.

Ha confermato la presenza il Vice Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Andrea Olivero.

La strage di Copti nel Sinai

FOCUS / di Filippo Re

Si fugge come disperati da El Arish mentre ad Al-Azhar si parla di tolleranza e di pace ma nel Sinai i cristiani, considerati “prede” da cacciare, vengono brutalmente eliminati. I copti di El Arish muoiono uno dopo l’altro, uccisi e bruciati, e se ancora vivi, costretti a scappare dalla ferocia dei miliziani del gruppo locale dello “Stato islamico”. La violenza islamista si abbatte sulla comunità cristiana con ferocia e nell’indifferenza del mondo. Anche il nord del Sinai si svuoterà di cristiani, come avviene in Siria e in Iraq, a Mosul, nella Piana di Ninive o a Raqqa ? Trascorse poche settimane dagli ultimi massacri, la fuga dei copti dal Sinai sembra non importare più a nessuno, oscurata da altre vicende e dalla volontà del regime di farla passare in secondo piano ma proprio qui, in questo minuscolo angolo del mondo, si accanisce la persecuzione contro i cristiani. E così accade che sulla stampa egiziana sono sparite velocemente le notizie sulle violenze sui copti mentre per il governo la crisi sembra superata dopo aver inviato nei luoghi degli eccidi, nel nord della penisola del Sinai, qualche convoglio di aiuti umanitari e di viveri.

Troppo poco e tutto ciò a dispetto dei tanti segnali di tolleranza e di cordialità lanciati nei giorni scorsi dal maestoso simposio internazionale organizzato dall’ Università di Al-Azhar, la massima autorità dell’Islam sunnita, sui temi della libertà religiosa e della cittadinanza, alla presenza di centinaia di personalità religiose e laiche provenienti da 50 Stati e con la partecipazione di cinque Patriarchi e decine di vescovi mediorientali. Non sono calati gli attacchi ai cristiani sotto la presidenza di Al Sisi nonostante i suoi proclami quando nel luglio 2013 il generale si presentò al mondo come un campione di liberalità verso le minoranze. Ad Al-Arish, capoluogo del Governatorato del Sinai del nord, dove si è scatenata la furia omicida dei jihadisti, i cristiani, sempre meno difesi dalle forze di sicurezza egiziane, sono quasi spariti. Come già ai tempi di Bin Laden, anche oggi l’Isis promette una nuova “pulizia religiosa” cacciando i cristiani dalla penisola. Sono almeno 300 le famiglie copte (oltre 1500 persone) fuggite a causa delle violenze che nell’ultimo mese hanno causato la morte di una decina di persone. L’improvvisa catena di attacchi ha seminato terrore e panico tra i copti che vivono nella città costiera che dista soltanto una cinquantina di chilometri da Gaza. Tre anni fa, nella penisola sul mar Rosso, l’Isis dichiarò guerra contro lo Stato egiziano prendendo di mira non solo polizia e soldati ma anche i cristiani accusati di collaborare con le autorità. I guerriglieri fanatici di Ansar al-Maqdis, gruppo jihadista locale, affiliato al Daesh, comiciarono a sparare all’impazzata contro la popolazione, senza risparmiare nessuno, compresi capi tribali e musulmani moderati come i sufi, considerati però “eretici” dagli integralisti. Già nell’estate del 2013 a El Arish ci furono gravi episodi di intolleranza e da quel periodo il Sinai è sempre sfuggito al controllo dell’esercito egiziano e molti cristiani sono stati costretti a cercare rifugio in altre città a causa della violenza estremista. Proprio a El Arish, nel giugno scorso, era stato ucciso padre Rafael Moussa, prete della chiesa di San Giorgio, e il monastero di Santa Caterina, metà tradizionale di migliaia di pellegrini è da tempo chiuso per motivi di sicurezza. Tra i fatti recenti più violenti, l’attentato suicida dell’11 dicembre scorso nella chiesa copta ortodossa di San Pietro e Paolo al Cairo, accanto alla cattedrale di San Marco, con 29 vittime. Ma era solo l’inizio della persecuzione contro gli “infedeli” e contro i musulmani moderati. I tagliagole del Califfo avevano già atrocemente colpito i copti due anni fa sgozzando sulle spiagge libiche di Sirte 21 egiziani cristiani rapiti dall’Isis che prima di morire avevano voluto perdonare i loro killer.

La comunità copta d’Egitto è da sempre nel mirino degli estremisti islamici, sia qaedisti che Fratelli musulmani e Daesh, per aver sostenuto nel 2013 la destituzione dell’ex presidente Morsi, leader della Fratellanza. Non votarono per Morsi perchè si rischiava una pericolosa deriva islamista ma per i generali vicini ad Al Sisi che poi andò al potere. E proprio dal golpe militare del 3 luglio 2013 che ha rovesciato il governo dei Fratelli musulmani, il nord del Sinai è diventato un’area molto pericolosa al confine con Israele e la Striscia di Gaza, covo di gruppi radicali jihadisti, terroristi, trafficanti di armi e migranti, dove è in atto uno scontro frontale con i reparti dell’esercito egiziano, le forze di polizia e la minoranza cristiana. Non esistono dati ufficiali ma i copti cristiani sarebbero il 10% della popolazione egiziana (90 milioni) e rappresentano una delle più antiche comunità della regione. I cristiani egiziani appartengono in gran parte alla Chiesa copta ortodossa e sostengono il regime del presidente Al Sisi nella speranza di subire meno discriminazioni nella vita quotidiana. Sono infatti svantaggiati, rispetto ai musulmani, soprattutto nel lavoro e nell’istruzione. Malgrado il presidente Abdel Fattah al-Sisi aumenti i segnali di attenzione verso i cristiani le disparità di trattamento con la maggioranza musulmana restano ampiamente presenti nel Paese. L’obiettivo dei terroristi è quello di indebolire il governo, destabilizzare l’Egitto, allontanare i turisti colpendo duramente l’economia e costringere i copti ad abbandonare il Paese nel segno di un’ostilità anti cristiana sempre più marcata. Ma la lotta jihadista minaccia anche Israele che fa finta di nulla pur vedendo che l’Isis è in grado di seminare il terrore e la morte in una città come El Arish a una trentina di chilometri dal confine con lo Stato ebraico oppure di lanciare razzi verso la città israeliana di Eilat, generalmente intercettati dall’Iron Dome, le sofisticate batterie antimissile in dotazione alle Forze armate di Gerusalemme. La situazione nel nord della penisola pare fuori controllo e neppure i 30.000 soldati egiziani schierati sul territorio sono riusciti in due anni a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri, a mantenere l’ordine e a difendere la grande comunità copta a rischio estinzione.

Filippo Re

dal settimanale “La Voce e il Tempo”

 

 

 

 

Archeologia industriale, 692 i siti in Piemonte

Sono 692 i siti di archeologia industriale in Piemonte. Dalle miniere aurifere di Ceppo Morelli e di Macugnaga ai lanifici e cotonifici del Biellese, dai vari sistemi di mulini che alimentavano gli opifici alle carbonaie legate ai sistemi di trasporto e lavorazione del legname, dalle fornaci di Mondovì alle cave di marmo di Paesana. Antichi edifici di fabbriche, centrali idroelettriche, cartiere, lanifici che nei secoli sono stati fonti di lavoro e di ricchezza per interi territori oggi rimangono vuoti e inutilizzati per mancanza di fondi per la ristrutturazione dei locali.

Si è parlato anche di questi beni da valorizzare nella seduta della Commissione Urbanistica di oggi che ha poi espresso parere negativo a maggioranza alla proposta di legge 150, presentata dal Movimento 5 Stelle, sugli “Interventi per la valorizzazione e la promozione del patrimonio di archeologia industriale.

“La bocciatura di questa proposta non esprime disinteresse per i siti di archeologia industriale – precisa Nadia Conticelli, presidente della II Commissione – ma vuole evitare di moltiplicare leggi su argomenti molto simili, preferendo invece un quadro normativo unico e ben organizzato. Stiamo lavorando per arrivare entro l’estate alla votazione del Piano paesaggistico regionale (già approvato dal Ministero) che comprende anche seicento siti di archeologia industriale censiti dall’assessorato. Il nostro scopo è valorizzare i siti industriali dismessi ed il territorio in cui sono inseriti, anche coinvolgendo investitori privati”.

La prima firmataria della proposta di legge, Francesca Frediani (M5S), si dice “disponibile a modificare il testo della pdl poichè il censimento è già stato realizzato, ma dobbiamo occuparci anche degli Ecomusei già esistenti. A noi preme restituire parti di territorio che ora sono semplicemente zone industriali abbandonate. Vogliamo valorizzare la loro storia e restituire questi immobili ai cittadini perchè li possano utilizzare per iniziative culturali”.

Alla discussione hanno partecipato anche i consiglieri del Movimento 5 Stelle, del Pd, del Movimento Democratico Progressista e di Forza Italia.

 

(foto: il Torinese)

FC – www.cr.piemonte.it

“Natura che Cura” fa tappa a Torino

Il progetto è dedicato agli studenti dagli 8 ai 13 anni e alle loro famiglie con lo scopo di sensibilizzare i giovani alla prevenzione delle malattie attraverso stili di vita salutari

 

Il progetto “Natura che Cura” per l’anno scolastico 2016/2017 coinvolgerà molte scuole su tutto il territorio nazionale in una serie di incontri tra studenti e medici. Il progetto AMIOT – Associazione Medica Italiana di Omotossicologia – con il contributo incondizionato di GUNA S.p.A, prevede l’utilizzo di un kit multimediale per aumentare la conoscenza degli studenti sul tema della prevenzione delle malattie a 360° mediante corretti stili di vita e sull’uso consapevole e appropriato delle medicine di origine biologico-naturale.

 

Lunedì 10 aprile – nelle fasce orarie 08.00-09.45 e 09.55-11.35 –

la Dr.ssa Ileana Potenza spiegherà l’importanza di adottare corretti stili di vita agli alunni

della Scuola Secondaria di Primo Grado I.C. Marconi-Antonelli di Torino (TO).

 

L’iniziativa “Natura che Cura” è dedicata agli insegnanti, agli studenti dagli 8 ai 13 anni e alle loro famiglie, coinvolgendo direttamente le scuole primarie – in particolare le classi terze, quarte e quinte – e secondarie di primo grado italiane, con lo scopo di sensibilizzare gli studenti alla prevenzione delle malattie attraverso stili di vita salutari. Aiutare i più giovani e le loro famiglie a comprendere le potenzialità dei rimedi naturali in chiave preventiva, al fine di aumentare l’indice di benessere della popolazione, significa fare in modo che anche gli adulti di oggi, oltre a quelli di domani, possano fare luce su un argomento ancora sconosciuto a molti e possano optare per una scelta responsabile a tutela della propria salute.

 

Con il supporto del kit multimediale i medici esperti di medicina naturale illustreranno agli studenti e ai loro insegnanti come le cosiddette Medicine Complementari si rivelino essere una scelta di rispetto per la salute dell’uomo, contribuendo così a sfatare i pregiudizi che ancora pesano su questi strumenti terapeutici e attribuiscono a queste cure una minore efficacia rispetto ai farmaci convenzionali. Il vero cuore della lezione a supporto didattico per il medico/docente sarà infatti una chiavetta usb che è stata strutturata attentamente da esperti pedagogisti e insegnanti – per le Scuole Primarie e Secondarie di Primo Grado – trattandosi di u-n vero e proprio percorso di conoscenza che il medico/docente ha la possibilità di approfondire, per fornire agli tudenti e agli insegnanti interessanti informazioni e generare riflessioni condivise. Per sensibilizzare anche i genitori gli alunni che assistono alla lezione porteranno a casa una documentazione informativa che brevemente, ma con efficacia, illustri la genesi, l’uso e la validità delle Medicine non Convenzionali.

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di Pier Franco Quaglieni

Ztl: vorrei che  non passasse un’idea a danno dei negozianti e anche dei torinesi  che non potrebbero accedere al centro ,di fatto nel corso dell’intera giornata, se non  in bus o taxi. Tutto ciò che oggi può danneggiare le aziende che reggono e affrontano una  crisi che ha portato molti a chiudere, andrebbe, non foss’altro per ragioni di buon senso, osteggiato con tutti i mezzi possibili”

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Il nuovo libro di Elisabetta Chicco

E’ appena uscito, edito da Castelvecchi, il bellissimo ed assai documentato libro “Nietzsche .Psicologia di un enigma” di Elisabetta Chicco Vitzizzai, nota ed apprezzata scrittrice torinese. Laureata all’Università di Torino in Estetica e in Psicologia Clinica, è autrice di romanzi di successo, anche se nel saggio rivela doti non indifferenti di ricercatrice e di studiosa di rango che difficilmente convivono in una narratrice  di straordinaria fantasia e creatività come è Elisabetta.Il libro coniuga una riflessione sull’opera filosofica di Nietzsche  con lo studio della sua vita e della sua personalità.Particolare interesse assume il capitolo sulla fine del filosofo. L’indagine rigorosa condotta attraverso la lettura  approfondita del suo epistolario contribuisce significativamente  all’evoluzione degli studi nicciani ,una italianizzazione consentita da Umberto Eco. Il libro fa anche  implicita giustizia delle tante sciocchezze scritte su Nietzsche  da sedicenti germanisti torinesi del passato, incredibilmente presi sul serio anche  dall ‘editore Einaudi.L’autrice che si è cimentata con la narrativa,la poesia,il teatro e anche con la pittura (è figlia del notissimo ed apprezzato artista Riccardo Chicco(un pilastro della storia dell’arte novecentesca, non solo torinese)è, a sua volta, una protagonista della vita intellettuale subalpina, prima come docente nei Licei di stato ,poi come scrittrice e come conferenziera  di rara seduzione intellettuale. Remo Bodei, uno dei maggiori filosofi italiani che ha scritto una lunga prefazione al libro, ha scritto che l’opera della Chicco è “una sfida alle leggende tenacemente sopravvissute sulla vita e il pensiero di Nietzsche”. Una parte del libro è ovviamente dedicato al soggiorno torinese del filosofo a Torino.

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Alassio, il “Toscana”, ”L’Unità” 

Una domenica di quasi cinquant’anni fa andai ad Alassio con una mia compagna di liceo. Era uno dei miei primi viaggi in cui guidavo la Fulvia  che mi aveva regalato mio padre per la maturità. Era primavera e la città del Muretto era illuminata di sole. Non c’era la folla domenicale che c’è adesso. Si parcheggiava con facilità. Era la Alassio di Mario Berrino, il pittore che aveva ridato ai torinesi il piacere della vacanza al mare dopo gli anni tormentosi della guerra. Andammo a pranzare in un ristorante che non conoscevo, il “Toscana” ,che c’è anche oggi ed è sempre piacevole come allora. Entrai in quel locale  con la mazzetta dei giornali, la più visibile ,casualmente, era la testata dell’”Unità”. Un cameriere  torinese che faceva la stagione al “Toscana” – è un fatto incredibile ,ma vero –  dopo avermi portato una sogliola alla mugnaia (allora, noi torinesi, apprezzavamo ,da veri provinciali, quasi soltanto quel pesce di mare )mi sussurrò testualmente :”Compagno, dì che non è cotta, così te ne porto un’altra”. Quel giornale, in quel clima di svolte epocali di sinistra, dava un senso-diciamo così- di  fortissima appartenenza, oggi impensabile .Per fortuna dei ristoratori, ma soprattutto nostra…  Non era del tutto casuale che quel cameriere fosse torinese.

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Francesco Barone  il filosofo della libertà 

 Il torinese Francesco Barone è stato uno dei più grandi filosofi della scienza, docente all’Università e alla Scuola Normale  di Pisa dove la baronia di  Augusto Guzzo nella Facoltà filosofica torinese costrinse  il laico Barone ad emigrare. Un po’ come accadde a Mario Fubini  a causa di Giovanni Getto che era sì cattolico, ma  che con i suoi allievi ,lui rigorosissimo fino al paradosso, si rivelò molto liberale.  L’altro sabato ho parlato di Barone  a lungo  con il suo allievo prediletto Marcello Pera,  mio amico da una vita.  Era figlio di un tipografo de “La stampa” alla quale collaborò per anni con elzeviri di grande valore. Lo aveva chiamato al giornale  Carlo Casalegno. Poi lo esclusero da quella collaborazione, cui teneva moltissimo. Ci soffrì molto. Scriveva importanti  articoli  sull’Illuminismo e sui rapporti tra filosofia e scienza ,ma si occupava anche  di università e di scuola con grande  coraggio e  assoluto anticonformismo, denunciando gli errori del ’68 e i pericoli della violenza contestatrice a cui si oppose tenacemente, e inutilmente, a Pisa come preside di Facoltà. La stessa città dove D’Alema e Mussi furono protagonisti di una contestazione un po’ troppo esagitata. Pera, nel corso della nostra conversazione lo ha definito “un liberale torinese  di temperamento, prima ancora che di cultura”. Non avrebbe  potuto dire meglio. 

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I cavalieri di gran croce romani 

A Torino con Antonio Maria Marocco, Paolo Emilio Ferreri, Enzo Ghigo, SIlvio Pieri, Mario Garavelli, Carlo Callieri, Giovanni Quaglia e pochi altri  fondammo in prefettura , esattamente dieci anni fa ,l’associazione nazionale degli insigniti del cavalierato di gran croce , l’equivalente italiano della Legion d’onore francese. Poi l’associazione trasmigrò a Roma, come forse era indispensabile e sicuramente inevitabile. Tutto ciò che nasce a Torino è destinato a finire a Milano o a Roma. L‘altra sera abbiamo festeggiato la Pasqua con il presidente Raffaele  Squitieri , presidente della Corte dei Conti. Di tanti cavalieri torinesi l’unico dei fondatori presente ero io. Ma è stato bello conversare con tanti amici provenienti da ogni parte d’Italia: prefetti, ambasciatori, docenti universitari, generali. Nel mio tavolo ho conosciuto un grande medico di Bologna che scrisse il testo una canzone di Lucio Dalla. L’associazione è una grande risorsa per la Repubblica ,una riserva di uomini e di donne al servizio dello Stato. Non a caso, tra noi, c’era anche il prefetto Tronca che a Milano e  a Roma si è distinto per le sue doti e per la sua onestà.

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Tom e il cimitero Sud

Mi ha sorpreso che lo storico vicesindaco di Chiamparino, Tom Dealessandri , sia invischiato in una vicenda relativa al crac del CSEA ,il consorzio per la formazione professionale partecipato dal Comune di Torino. Mi auguro per lui che si risolva nel migliore dei modi e che la Magistratura contabile accerti la sua non responsabilità per una vicenda per cui sono stati condannati sul piano penale amministratori  del CSEA.  Non ho mai conosciuto di persona il mitico Tom del decennio chiampariniano che fu anche assessore ai cimiteri. In occasione di un funerale in quello squallido cimitero torinese costruito a misura dei casermoni di via Artom -il Cimitero Sud, p oi ribattezzato da Beppe Lodi Cimitero Parco- scoprii una raccapricciante  lapide , piuttosto vistosa. in un settore del cimitero che riportava  parole che mi parvero  irrispettose dei morti: “Salme indecomposte”. Fotografai la lapide e la mandai ai giornali. Dopo circa un mese di silenzio si fece sentire anche l’assessore che non trovò fuori posto quell’iscrizione e scrisse che ,al massimo, era questione di punti di vista e di sensibilità personale. Mi rimase in mente la risposta dell’assessore e vice sindaco di Torino. Forse avevo torto io, ma la burocrazia non può essere sempre insensibile ed aver sempre ragione, anche quando sbaglia, non rispettando la dignità delle persone.

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ZTL fino alle 19 

Molti commercianti del centro torinese hanno affisso  sulle loro vetrine  un modesto foglio  senza commenti polemici,denunciando l’idea folle che l’amministrazione comunale ha in mente: estendere la zona ZTL fino alle 19 ed estenderne anche i confini. Non vorrei che qualche zelante vigile contestasse  loro l’affissione abusiva del foglio. Soprattutto vorrei che  non passasse un’idea a danno dei negozianti e anche dei torinesi  che non potrebbero accedere al centro ,di fatto nel corso dell’intera giornata, se non  in bus o taxi. Tutto ciò che oggi può danneggiare le aziende che reggono e affrontano una  crisi che ha portato molti a chiudere, andrebbe, non foss’altro per ragioni di buon senso, osteggiato con tutti i mezzi possibili. Il timido foglietto di carta bianca non basta

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LETTERE (scrivere a quaglieni @gmail.com)

Ho letto il suo ricordo di Giovanni Sartori che mi è piaciuto, ma perché ha taciuto la sua contrarietà all’immigrazione islamica ? Non è da lei.

                                                                             Giuseppe Lomonaco

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Ho scritto di getto il ricordo di Sartori pochi minuti dopo aver appreso della sua morte. Ho citato la sua difesa di Oriana Fallaci e la sua polemica contro Gino Strada. Ho dato erroneamente per sottintesa la sua posizione critica sui rapporti con l’Islam. Andava invece citata e andava anche aggiunto che egli venne esaltato come critico di Berlusconi,ma successivamente  isolato e censurato per aver denunciato i pericoli insiti nell’islamismo. La mia preoccupazione,per altri versi, era quella di evidenziare la statura di uno studioso di straordinario valore che pochissimi politici italiani hanno letto. E ne vediamo (e ne paghiamo)le conseguenze.

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“I tagli mettono a rischio la Torino culturale e turistica”

“Il momento è duro e le casse pubbliche sono vuote, ma mi appello alle istituzioni, locali e nazionali affinchè con i tagli non si interrompa un processo più che decennale che ha portato Torino, con la sua eccezionale offerta culturale, alla ribalta internazionale”. A parlare è il presidente della Fondazione Torino Musei, Maurizio Cibrario, a proposito dei tagli alla cultura. “Ho incontrato la sindaca Chiara Appendino due giorni fa – così l’Ansa riporta  le sue parole a margine della presentazione della Notte Bianca dei Musei Reali  – e mi è sembrata  molto preoccupata anche lei. Mi auguro che insieme a tutti i soggetti preposti si trovi al più presto una soluzione. E’ in gioco il futuro di Torino. Basta un attimo a perdere quel posto guadagnato con così tanta fatica e progettualità”.

 

(foto: il Torinese)

Mostar, il parroco senza chiesa

FOCUS / di Filippo Re

Parroco senza chiesa in una città divisa tra cattolici e musulmani all’interno di una Federazione dove domina l’Islam. Il parroco è don Kreso Puljic che dalla collina di Mostar in Bosnia-Erzegovina, osserva i minareti che, dall’altra riva del fiume, svettano alti nel cielo e sovrastano l’abitato. La Federazione è quella Croato-Bosniaca in cui i musulmani sono l’80% e i croati cattolici il 20% mentre più a nord c’è la Repubblica serbo-bosniaca. Direttore della Caritas di Mostar negli anni della guerra 1991-1995 don Kreso è parroco dal 2010 a San Tommaso Apostolo, sulla collina bianca di Mostar.

I croati cattolici vivono nei quartieri occidentali della città e sono 50.000, a est ci sono 40.000 musulmani tra vecchie e nuove moschee. “A Mostar siamo più numerosi degli islamici ma nella Federazione Croato-Bosniaca siamo una minoranza di cattolici sotto la maggioranza islamica in continua espansione. Non c’è al momento ostilità tra noi e loro ma siamo ugualmente in grande difficoltà e ci sentiamo dimenticati dal mondo.

Don Puljic, come vivono i cattolici nella sua città, siete preoccupati?

R L’islamismo avanza, dilaga sotto i nostri occhi, ma non possiamo farci niente. Prima della guerra, in Bosnia, vivevano poco meno di un milione di cattolici ma adesso sono solo 420.000. Da una decina di moschee si è passati in poco tempo a quaranta luoghi di culto islamici. Ma ciò che preoccupa di più è l’arrivo di capitali dall’estero per islamizzare la regione. C’è il rischio che la Federazione Croato-Bosniaca diventi uno Stato unico, tutto islamico.

Teme per il futuro?

R Sì, abbiamo paura. Le moschee, nella nostra Federazione, sono già centinaia, almeno 400, e il denaro arriva a pioggia dai Paesi arabi, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Qatar ma anche dalla Turchia e dall’Iran. Comprano tutto, terreni per costruire moschee e nuovi quartieri, allargando la superficie di paesi e città. Sarajevo, per esempio è una città tutta musulmana.

Cosa succede a Sarajevo?

R Sarajevo, a 130 chilometri da Mostar, è una città quasi tutta musulmana e continua a espandersi. Attorno alla capitale è nata una nuova città araba di 40.000 abitanti. Ci sentiamo come soffocati da una marea islamica che continua a salire.

 

L’Isis non è poi così lontano da Mostar…

R Il pericolo jihadista è una realtà anche in Bosnia dove è cresciuto l’estremismo islamico e da qui si va a combattere nel Vicino Oriente. I campi di addestramento dell’Isis sono lontani, a 200 chilometri a nord del capoluogo dell’Erzegovina ma sappiamo che centinaia di bosniaci, circa 400 uomini armati, sono andati in Siria per unirsi alle milizie del Califfo. Ma ora tornano dopo la sconfitta del Califfato e con quali obiettivi?

Intanto nella Mostar cristiana soffia il vento dell’integralismo…

R Un certo timore serpeggia anche da noi dove si è formato un movimento giovanile wahabita sostenuto e finanziato dai sauditi che predica rigore e stretta osservanza della legge islamica e coranica. Lo teniamo d’occhio ma sappiamo che trova facilmente nuovi seguaci.
L’allarme non si ferma all’islamismo dilagante ma investe direttamente la sua chiesa che in realtà non c’è ancora.

Don Puljic fa il parroco in un ex magazzino di mobili trasformato nella parrocchia di San Tommaso Apostolo.

R A Mostar non è facile essere cristiani. Non esistono enti culturali e religiosi in grado di venire incontro ai problemi dei cattolici, di soddisfare le loro richieste. Di conseguenza molti se ne vanno, finiscono nella vicina Croazia o emigrano in Germania e in America. Questo è il grande problema di Mostar. C’è molta disoccupazione e si cerca lavoro altrove oppure si finisce nella criminalità e nella tossicodipendenza. L’esodo dei croati da Mostar non si arresta. Prima della guerra erano centomila e ora sono la metà.
La parrocchia però si riempie di fedeli nei giorni festivi..

R E’ una grande gioia vederla piena di gente, ci sono molti giovani, è un segno di speranza per un futuro che non si annuncia agevole. Qui per i giovani ci sono poche strutture educative e di svago, manca il teatro, manca una cultura cristiana, evangelica. Organizzo corsi di lingue e di computer, seguo tanti universitari e cerco di aiutarli in senso spirituale.

Don Puljic guarda con ottimismo al futuro.

R Prima di tutto vogliamo costruire la nostra chiesa parrocchiale. Il progetto edilizio è pronto da tempo, manca ancora qualche permesso ma contiamo di averlo in breve tempo. La realtà amministrativa a Mostar è paradossale: il sindaco c’è ma manca il Consiglio comunale poiché non si vota da otto anni. Poi toccherà all’oratorio, a una sala per le attività culturali e a tre sale per il catechismo e gli incontri con i ragazzi. In tre-quattro anni dovremmo farcela.Occorre denaro e l’aiuto di tutti.

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Per offerte e contributi per la parrocchia di San Tommaso Apostolo di don Krèso Puljic ci si può rivolgersi all’Associazione Maria Madre della Provvidenza onlus (AMMP) in corso Trapani 36 a Torino che proprio a Mostar ha costruito un orfanotrofio e aperto una cooperativa agricola.

 

Filippo Re

(dal settimanale “La Voce e il Tempo”)