ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 572

Case-albergo, anche a Torino il nuovo investimento immobiliare

Un po’ casa, un po’ albergo: ci sono novità nel business immobiliare, che per esempio una città in espansione turistica come Torino può cogliere al volo. Da quest’anno è in vigore il nuovo regolamento che disciplina il “condhotel”: “Un’opportunità di investimento immobiliare, ma anche un nuovo modo di fare impresa nel campo dell’accoglienza turistica”, dichiara Aurelio Amerio, presidente di Fiaip Torino, la Federazione degli agenti immobiliari professionali (da non confondersi con gli immobiliaristi). “La nostra associazione – aggiunge – è pronta per svolgere attività di consulenza in questo campo nei confronti di tutti i cittadini che abbiano intenzione di acquistare immobili per questa finalità o trasformare quelli già di proprietà al fine di perseguire tale interessante business”. Come spiega Paola Aglietta, dottore commercialista e revisore dei conti torinese, “i condhotel sono strutture miste: esercizi alberghieri che affiancano alla proposta delle camere anche unità abitative. Sono gestiti da un unico soggetto che mette a disposizione sia camere di albergo, sia appartamenti in locazione, con la condivisione di servizi comuni”. Il condhotel può nascere sia dalla trasformazione in appartamenti di una porzione di un albergo esistente (non più del 40% della superficie), sia dall’aggregazione di un certo numero di appartamenti ubicati nelle immediate vicinanze (200 metri lineari). Nel primo caso, le unità abitative risultanti dalla conversione da albergo a condhotel possono essere anche vendute ai privati: questa è una opportunità molto interessante per i privati che vogliano investire in immobili destinati ad attività ricettive (si pensi all’attuale grande interesse per le locazioni brevi e per le locazioni turistiche). Gli agenti immobiliari di Fiaip possono seguire i clienti passo passo, dall’acquisto dell’immobile alla trasformazione effettiva in condhotel. “Il regolamento che lo disciplina è arrivato a inizio 2018 – chiarisce Aglietta – le Regioni dovranno poi emanare la specifica disciplina locale. Elemento caratterizzante – aggiunge – è la compresenza di un contratto di trasferimento della proprietà verso un privato, da una parte, con un mandato di gestione dal privato all’impresa alberghiera, dall’altro, la quale conserva il diritto di affittare l’unità residenziale nei periodi di inutilizzo da parte del proprietario. Il contratto stabilisce le modalità di ripartizione degli oneri nonché dei ricavi”. “Per il privato – spiega Amerio – l’operazione rappresenta un investimento immobiliare su unità abitative che vengono “messe a reddito” nel settore ricettivo, con la gestione interamente delegata al condhotel. Una formula nuova e molto interessante. Dal lato dell’operatore alberghiero, sono previste semplificazioni per la rimozione del vincolo di destinazione alberghiera e trasformazione in unità abitative. Inoltre – conclude il presidente di Fiaip Torino – le spese per l’intervento di conversione possono dare diritto al “bonus alberghi” del 65%”.

Povertà, carità e decoro

STORIE DI CITTA’ di Patrizio Tosetto
Penso di conoscere molto bene la nostra città. Soprattutto il centro, perché sono tutto il giorno alla ricerca di notizie. Notizie o episodi che possono raccontare che cosa è diventata e forse potrà essere Torino. Il mio ricordo si alterna a ciò che vedo. Finalmente la mia curiosità è stata appagata da un incontro e le mie domande  mi hanno dato la possibilità di andare oltre ciò che vedevo. L’ essenza molto più profonda di ciò che mi appariva. Via Cernaia, due donne accovacciate a ridosso della vetrina di un minimarket. Le noto ma sono in ritardo ad una riunione.  Visivamente memorizzo ma non ci faccio caso più di tanto. Passata un’oretta le rivedo. La prima chiaramente una senzatetto.  La seconda che fa assistenza all’altra. Le parla e prima di lasciarla riassetta e pulisce intorno.  Mi fermo per osservare. La seconda ha una improvvisa accelerazione del passo. Mi chiedo: sarà di qualche associazione che si occupa di questi “poveretti”. Prendo coraggio e la fermo premettendo le mie intenzioni di voler conoscere.  Gentilissima e sorridente precisa: non lavoro per nessuna associazione. Sono anche io una di loro. Sono anche io una senza fissa dimora. D’istinto replico che non ci credo.  Non ha i segni di sofferenza tipici di una vita sulla strada. Bellissima, occhi celesti tendenti al blu.  Vestiti magari dimessi ma assolutamente non sdruciti. Lei incalza: sì, sì, sono senza fissa dimora ancorché ci tenga alla mia dignità e decoro. Semplicemente davo una mano ad una amica. Aveva bisogno di una carta d’identità e non sapeva come fare.Scelta consapevole?
Proprio cosi. Posso farle delle domande e riportare le risposte?
Si, basta che non sia strumentale.
In che senso?
Che non ci ricami sopra.
Bene. Quanti anni hai?
31 e sono laureata in filosofia. Poi ho deciso un mio percorso interiore.
In strada?
Anche, e come avrai notato aiutando gli altri.
C’è chi aiuta i senza tetto…
Sì, ma il più delle volte  c’è troppa burocrazia. Meglio le organizzazioni cattoliche o statali?
Sicuramente  le cattoliche.
Quanti sono i senza tetto a Torino?
Probabilmente 7 o 8 mila.
Cosi tanti?
Aumenta la povertà.
Tu sei di Torino?
No, ma piemontese.
Come mai nella nostra città?
E’ più accogliente di altre. Perlomeno lo era.
Io non volendola urtare sottolineo che  tossicodipendenza ed alcolismo sono alla base del fenomeno. Lei annuisce e sottolinea : non sempre. La discussione e il confronto continuano. Altri mi stanno aspettando ma lei ha voglia di parlare…. E prosegue: I senza tetto non solo dormono. Fanno tutto, dal mangiare al bere ai loro bisogni fisiologici. Situazione insostenibile. In città sono tanti e troppi i punti dove ” bivaccano”.
***
Ci si lascia, ma questa storia ha due puntate. La settimana di ferragosto ho un appuntamento di lavoro, giornate terse. Belle. Arrivo in piazza San Carlo, splendida  come isola pedonale. Tanti turisti che la rendono ancora più bella e il Caffè Torino tutto un programma, con tutti i tavolini occupati. Del resto é l’ ora dell’aperitivo. Passo veloce sono in ritardo. Ho un appuntamento con Roberto Gerace sociologo. Giusto per una ricerca sui senzatetto a Torino. Quasi inciampo sul “giaciglio ” che si sono fatti dei giovani accompagnati da cani in libertà, a due passi dallo storico caffè, sotto i portici all’angolo con via Alfieri. Manca solo la televisione e  la lavatrice e poi ci sarebbe tutto, in questa casa improvvisata visibile da tutti i passanti. I “residenti” leggono un libro o consultano il telefonino. Anche loro cercano conforto nella modernità. Una situazione che il Comune o chi di competenza dovrebbe risolvere. Siano rispettati i diritti di questi senzatetto (che così non mi pare proprio vivano con dignità, bivaccati come sono sotto i portici) ma si trovi il coraggio di rendere decoroso il salotto di Torino. A Roberto chiedo subito come è possibile un simile fenomeno.
Parte tutto dalla cassa integrazione dell’ottanta alla Fiat.
Sicuro? Sono passati quasi 40 anni. Non ti sembra di partire troppo lontano?
Forse. Sono condizionato dal fatto che mio padre cassaintergrato Fiat mi ha indirettamente stimolato nella mia tesi di Laurea sui cassintegrati Fiat.
Dunque?
É stato il momento in cui la nostra città ha cominciato a perdere identità. Ed un filo sottile attraversa questi anni. Questo filo sottile si chiama povertà.
Su questo ti sequo…
Gli racconto dell’incontro con la ragazza che ha scelto di vivere in strada.
Roberto sorride e commenta ciò che gli racconto.
Non stento nel crederci.
Precisa che i senza tetto censiti in Torino sono 2200. E sottolinea censiti. Anche qui il fenomeno non è tutto alla luce del sole. Ribatto che a 100 metri di distanza non si direbbe e gli chiedo come risolvere la questione. Ed appunto lui mi parla di inclusione e lotta alla povertà. Insomma è un mostro tentacolare e non si sa come affrontarlo. Con la mia modesta e personale convinzione che se non lo affronteremo ne saremo travolti.

Con Cia sette talk agricoli a Carmagnola

All’ora dell’aperitivo da sabato 1 a sabato 8 settembre, con produttori, agronomi, cuochi e operatori del settore. Protagonisti gli agricoltori delle aree terremotate del Centro Italia e lo chef argentino Martin Vera

Ci sarà anche Martin Vera, lo chef argentino delle Tavole Accademiche dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, tra gli ospiti della Confederazione italiana agricoltori di Torino ai “talk” in programma da sabato 1 a sabato 8 settembre alla Fiera nazionale del Peperone di Carmagnola. Sette incontri con produttori, agronomi, cuochi e operatori del settore, ogni sera all’ora dell’aperitivo, dalle 19,45 alle 20,15, all’Accademia di San Filippo, in piazza Manzoni a Carmagnola, intervistati da Paolo Massobrio e Renata Cantamessa. Dall’innesto del peperone con i semi di terre lontane, al confronto con le produzioni di altre parti d’Italia, attraverso inedite degustazioni che vedranno protagonisti in primo piano gli agricoltori delle aree terremotate del Centro Italia e i loro prodotti tipici, dall’olio ai salumi, dal formaggio allo zafferano…

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IL CALENDARIO. In particolare, ecco gli argomenti e gli ospiti dei singoli incontri: sabato 1 settembre “La salsiccia di Norcia al peperone di Carmagnola”, con l’azienda Dall’Orso di Norcia; lunedì 3 settembre “Peperoni con radici lontane: la tecnica dell’innesto”, con il tecnico agronomo Flavio Reburdo; martedì 4 settembre “L’olio biologico delle Marche incontra il Peperone di Carmagnola per il pinzimonio. La tradizione marchigiana del vino cotto”, con le aziende Conca d’Oro di Appignano Del Tronto (Ascoli Piceno) e Carboni Settimio di Castignano (Ascoli Piceno); mercoledì 5 settembre “La ricotta salata aromatizzata al peperone e la lenticchia di Castelluccio”, con l’azienda Brandimarte di Norcia; giovedì 6 settembre “Segreti e sapori del peperone nel mondo”, con lo chef delle Tavole Accademiche dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Martin Vera; venerdì 7 settembre “Le produzioni di peperone nel Sud Italia”, con Edoardo Ramondo del Gruppo T18  di Torino; sabato 8 settembre “Lo zafferano e l’aglio nero di Norcia incontrano il peperone”, con l’azienda Bosco Torto -Etiche Terre di Norcia. L’ingresso e le degustazioni sono gratuiti. In più, nelle domeniche 2 e 9 settembre, sempre la Confederazione italiana agricoltori di Torino sarà presente in via Piero Gobetti a Carmagnola con le bancarelle dei produttori de “La spesa in campagna”.

Come nascono i pensieri? Se ne parla al Poli

Com’è organizzato il cervello dal punto di vista della struttura gerarchica e quanto è complesso il suo funzionamento? Qual è il nesso mente-cervello e come nascono i pensieri? Le moderne neuroscienze propongono per rispondere a queste domande un approccio multi-scala, che parte dagli aspetti molecolari e termina con aspetti psicologici, psichiatrici e farmacologici. La Summer School“Brain and Gut Neuroscience: From Molecules to Mood”, organizzata dal Research Institute for Quantitative and Quantum Dynamics of Living Organisms – Center for Medicine, Mathematics & Philosophy Studies insieme a Bromatech, Politecnico di Torino, Società Italiana di Biologia Sperimentale, intende presentare una visione integrata del cervello umano sia in termini di organizzazione strutturale gerarchica che di complessità funzionale.

Le ipotesi della neuroscienza cognitiva utilizzano le astrazioni teoriche della fisica del XIX secolo. Nello specifico, i modelli di rete neurale di “esperienza cosciente emergente” si basano su analogie con le relazioni tra molecole di cristalli, fluidi e gas e utilizzano ipotesi chimiche sull’emergenza di pensieri, stati d’animo e percezioni dalla modulazione chimica delle interazioni sinaptiche tra i neuroni. Tuttavia, la scienza del XX e XXI secolo offre prospettive probabilistiche da cui osservare il nesso mente-cervello. La meccanica quantistica e la teoria dei campi quantistici hanno dato ai fisici “gradi di libertà” in più. Derivazioni relativamente nuove della fisica quantistica sono poi la teoria dell’informazione quantistica, la crittografia quantistica e il calcolo quantico reale, che, insieme alla cosiddetta biologia quantistica, aprono la strada a nuovi paradigmi cognitivi  e a una nuova letteratura psicologica. Lo studio di queste teorie può offrire prospettive nuove per la ricerca relativa alla genesi e alla natura della malattia mentale.

Il corso sarà ospitato dal Politecnico, dal 26 al 31 prossimi e vedrà riunirsi a Torino 50 medici da tutta Italia e circa 15 studenti di discipline tecniche e fisiche, che discuteranno con 15 speaker di livello internazionale su questi argomenti, tra i quali i professori Ted Dinan (Ireland), Gustav Bernroider (Austria), Paavo Pylkkanen (Finlandia), Mark Rasenick (Chicago, USA) e i docenti italiani Massimo Cocchi, Francesco Cappello, Giuseppe Vitiello e Alessandro Vercelli.

Io e l’Olivetti / 2

La svolta del ’78 e gli anni da De Benedetti ai “capitani coraggiosi”…

Ermanno Castellaro, classe 1946. Nato a Ivrea, ha sempre vissuto nella “città dalle rosse torri” ed è un eporediese doc.   Per diversi decenni è stato un dirigente alla Olivetti di Ivrea, scalando nel corso della sua vita i vari livelli dell’azienda fondata nel 1908 da Camillo Olivetti e resa grande dall’intuito e dalla capacità del figlio Adriano

Il 1978 fu l’anno del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro e della elezione di Pertini alla presidenza della Repubblica. Nell’agosto venne eletto al soglio pontificio Albino Luciani, Giovanni Paolo I. Il “papa del sorriso”, ultimo pontefice di nazionalità italiana, morì trentatre giorni dopo e a ottobre diventò papa Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. In quel periodo anche per l’Olivetti ci fu una svolta, iniziò un’altra stagione..

 

“ Nel 1978 arrivò Carlo De Benedetti e con lui iniziò il periodo della rinascita. In modo non traumatico si alleggerirono gli organici adeguandoli ai vari business, si cominciò ad affrontare in modo capillare il mercato, si costituirono le Consociate al fine di poterne controllare i conti, ma soprattutto si guardò all’internazionalità. De Benedetti sensibilizzò tutto il management sui costi, sul cash-flow, sui budget, sull’utile operativo; si cambiò in modo radicale il modo di fare business costruendo sui valori e sulla cultura degli uomini Olivetti che restarono, nelle seconde linee, sempre gli stessi. Il merito dell’Ingegnere fu quello di costruire sulle risorse presenti in azienda il modello di internazionalizzazione che aveva in testa sfruttando altresì il fatto che Olivetti sin dagli anni ’60 era stata una vera multinazionale con stabilimenti al di fuori dei confini nazionali. In questo processo di internazionalizzazione del management la funzione del Personale ebbe il compito di organizzare corsi per il middle e top management di altissimo profilo (corsi Elea a Firenze, centro di Haslemere, ISTUD, università americane), seminari specialistici con orientamento economico-finanziario, corsi tecnici di alto livello, coinvolgendo il maggior numero possibile di dirigenti e quadri italiani e stranieri”.

 

Una fase che durò parecchio…

 

“ Sì, questa fase rinascimentale durerà quasi dieci anni, durante i quali si vivrà, da parte dei dipendenti, una forte identificazione con il successo dell’azienda che continuerà la sua espansione acquisendo società con forte caratterizzazione tecnologica e sviluppando joint-venture di una certa rilevanza. Il mutamento fu rapido e coinvolse in modo particolare gli uomini del Personale che si trovarono costretti ad abbandonare i vecchi stili di gestione incentrati ancora molto sulla risorsa umana fine a se stessa per cominciare a sviluppare quei modelli dove la risorsa si identificava maggiormente con il gruppo, i mercati, i dati economici e lo sviluppo dell’azienda. Non dimentichiamo che tra i primi problemi da affrontare con l’arrivo di De Benedetti ci fu quello spinoso degli esuberi (alcune migliaia); in un contesto molto statico, che non aveva ancora chiaro il piano di sviluppo del nuovo azionista, le reazioni furono dure e anche la funzione del Personale rimase stordita all’annuncio degli oltre cinquemila licenziamenti”.

La città d’Ivrea 54esimo sito in Italia patrimonio mondiale dell’Unesco. Officine ICO ampliamenti (Paolo Siccardi)

Anche in questo frangente l’Olivetti tenne fede alla sua storia di relazioni industriali e sindacali? E’ così?

 

“ Possiamo dire che ancora una volta la cultura olivettiana prevalse e con un De Benedetti attento a non rompere gli equilibri formatisi in tanti anni tra azienda e sindacato, si arrivò al peso forma attraverso modelli di pensionamento anticipato, in parte a carico della Olivetti, dimissioni incentivate, trasferimenti, utilizzando una Cassa integrazione di sole 400 persone. Altro effetto positivo fu quello che, in Canavese, molte persone uscite dall’azienda, iniziarono delle attività industriali o commerciali dando così un notevole incremento all’economia del territorio. Non solo “tagli di teste”, ma anche pianificazione delle carriere, valutazione e grande attenzione alle risorse pregiate, formazione a 360 gradi, piani di incentivazione per obiettivi, nuove assunzioni orientate verso quei settori in via di sviluppo (hardware, software gestionale   e applicativo). Sono gli anni in cui la Funzione diventa una struttura forte e centrale con tutta una serie di compiti e responsabilità supportando il vertice aziendale ed elaborando politiche e linee guida per i settori di line; elaborando come struttura centrale le politiche del personale, gestendo i trasferimenti tra le società del Gruppo, selezionando il personale da assumere. Cose di non poco conto alle quali si sommavano la gestione della formazione e lo sviluppo dei dipendenti individuando i key-people e le relative tavole di rimpiazzo e partecipando alla costruzione di nuovi modelli organizzativi”.

 

Cos’altro caratterizzò quel periodo?

 

“Altro elemento nuovo del periodo debenedettiano fu il processo di societarizzazione del Gruppo (creazione delle Consociate) e di acquisizione di nuove aziende: tutto questo portò gli uomini del Personale ad avere una doppia dipendenza, una gerarchica dal direttore o amministratore delegato della società e l’altra funzionale dalla struttura centrale del Personale. Questo nuovo ruolo di gestione dei modelli centro – periferia – centro porterà la funzione ad avere un certo potere, mai burocratico, di controllo sulle organizzazioni e sui processi. Il Personale e l’Amministrazione diventeranno, a livello centrale, le due funzioni di controllo. In questi anni si verificò una forte crescita professionale degli addetti alla funzione soprattutto per quelli che dovettero gestire le Consociate in quanto gestirono in prima persona, e non attraverso le strutture centrali, incontri sindacali, rinnovi contrattuali, piattaforme integrative, etc”.

Poi, come in una parabola triste avvenne il declino dellinformatica italiana..

 

“Alla fine degli anni ’80 inizi ’90 arrivò la crisi dell’informatica e per i settori portanti Personal Computer e Sistemi si perse il riferimento dei business, la fiducia nell’azienda che per dieci anni era stata uno dei punti di forza e si cominciò a parlare nuovamente di eccedenze. Ritornarono in auge i soliti discorsi sugli allineamenti degli organici e si utilizzarono le dimissioni agevolate, la Cassa Integrazione, la mobilità con aggancio alla pensione: soluzioni che piacquero molto al sindacato e poco ai capi che si trovarono di colpo senza quelle professionalità sulle quali si era costruita l’Olivetti degli ultimi anni. Anche il Personale perse la sua forza e in parte quell’identità che lo aveva caratterizzato, si navigò un po’ a vista, pochi riferimenti, pochi obiettivi. Non molto tempo dopo il futuro direttore del Personale, il dottor Celli, biasimerà gli addetti ai lavori in quanto avrebbero dovuto opporre resistenza a quelle politiche di riduzione degli organici e pensare a nuovi modelli, peccato che anche lui, a poca distanza di tempo, comanderà le stesse cose condite da fumose politiche di sviluppo”.

 

Dopo ci fu la scalata dei “capitani coraggiosi” ad uno dei marchi più gloriosi dell’industria italiana…

“Dal 1996 iniziò quella che io chiamavo “la storia recente”, quella di Colaninno, ma essendo passati più di venti anni recente non è più (questi appunti li avevo scritti e custoditi in un cassetto verso la fine del secolo scorso). Questa storia parte dalle macerie finanziarie : mancavano i soldi per gli stipendi, i prodotti informatici stavano morendo, mentre le attività legate alla telefonia non decollavano ancora. In poco tempo Colaninno trovò sul mercato le risorse finanziarie (i titoli dopo aver toccato un minimo di 460 lire recuperarono in modo vertiginoso), cedette i settori non più strategici, spinse su Omnitel e Infostrada e diede vita ad un’altra fase rinascimentale. Colaninno giocò tutto sui due nuovi nomi tralasciando quello Olivetti troppo legato al settore fallimentare dei P.C. e all’indebitamento. Chiuse gli stabilimenti di Singapore, Spagna e Brasile; la produzione all’estero di Olivetti Lexikon si concentrò in Messico. Omnitel conseguì notevoli risultati: in un anno i clienti salirono da 51.000 a 713.000.Le due Società del Gruppo Olivetti di Olivetti non ebbero mai nulla: vennero inseriti nuovi managers esterni, si utilizzò pochissimo personale Olivetti, la gestione del personale rimase autonoma, ma molto in mano ai capi di line con i vantaggi e gli svantaggi che ne derivarono. Venne chiamato a dirigere il Personale un uomo nuovo (Pier Luigi Celli) che non dialogherà mai con il Personale Olivetti, cercherà di improntare la sua linea attraverso il “libretto verde” dei valori, vale a dire ciò che deve guidare il nostro lavoro come il lavoro in team, l’attenzione al cliente, la prestazione e così via: senza polemica alcuna, ma a mio avviso, molto fumo e poco arrosto e lo si vedrà quando assumerà, in seguito, la responsabilità della Direzione del Personale di Gruppo”.

 

Sulla soglia del passaggio epocale al terzo millennio cambiò definitivamente il profilo di Olivetti in termini di attività, di organizzazione e struttura societaria…

 

“ E’ così. Nel 1999 il profilo di Olivetti cambiò radicalmente. Tramite la controllata Tecnost (una consociata di poco peso nel panorama Olivetti), in febbraio Olivetti lanciò un’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) del valore di 61.000 miliardi per acquisire il controllo di Telecom Italia. L’OPAS si conclude positivamente con l’acquisizione del 52,12% del capitale ordinario di Telecom. L’operazione fu finanziata con la cessione a Mannesmann delle partecipazioni in Omnitel e Infostrada e con il ricorso a prestiti e aumenti di capitale. Telecom Italia entrò così nel perimetro del bilancio consolidato del Gruppo Olivetti, il cui fatturato salì a 54.616 miliardi; i dipendenti nel mondo 129.063. A fine anno Tecnost si fuse con Olivetti; la complessa operazione accorciò e semplificò la catena di controllo di Telecom. A fine luglio 2001 la Pirelli SpA, d’intesa con Edizione Holding (Benetton), si accordò con Bell S.A. per acquistare da quest’ultima il 23% circa del capitale ordinario Olivetti. L’operazione fu condotta attraverso una nuova società, Olimpia. A fine ottobre, quando l’operazione si perfezionò, Olimpia, partecipata da Pirelli, Edizioni Holding, Unicredit e Banca Intesa, possedeva il 27,7% di Olivetti. Il cambiamento dell’assetto societario e dei vertici aziendali condusse a un’ampia riorganizzazione e all’avvio di una politica di dismissioni per un valore previsto di 6 miliardi di euro in 24 mesi. Olivetti Lexikon mutò la denominazione sociale in Olivetti Tecnost”.

 

E siamo arrivati al 2002. La politica di focalizzazione sul core business comporta la cessione di diverse partecipazioni del Gruppo Olivetti-Telecom in Italia e all’estero. Gli asset immobiliari confluiscono in due nuove società, per un successivo conferimento a un fondo immobiliare…

 

E’ l’anno nel quale io esco di mia volontà da Olivetti Tecnost e dopo 37 anni la mia storia aziendale finisce. Una storia ricca di soddisfazioni e anche di successi, un “mestiere” che mi ha dato tanto sul piano umano e professionale, una storia indimenticabile vissuta tra momenti aziendali di grande entusiasmo e altri un po’ più scuri, purtroppo con un finale che non avrei voluto vedere e vivere e, quando le cose prendono questa piega, anche se hai ancora un certo livello di responsabilità, è meglio andarsene, perchè hai capito che quella non è più latua Olivetti o meglio la “tua Ditta“.

 

Marco Travaglini

 

( seconda parte. Fine)

http://www.iltorinese.it/io-e-lolivetti/

 

Quelle estati di libertà in Barriera

STORIE DI CITTA’  di Patrizio Tosetto
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I ricordi di giovinetto in Barriera hanno i colori del sole estivo. I compiti scolastici estivi erano una formalità che avremmo sbrigato a settembre, noi fortunati che iniziavamo le scuole il 1 ottobre. Che poi con qualche aggiustamento del calendario si arrivava anche dopo. Nonostante l’inquinamento i colori rimanevano sgargianti.Giocare con gli amici non era un problema.  Bastava scendere in strada. Ma la parte del leone la faceva l’oratorio. Nelle vacanze estive anche di mattino era aperto. Chiusura alle 12 30. A casa per mangiare e poi di corsa giù in strada,  quattro piani senza ascensore ma la fatica non si sentiva mai. Poi ci siamo “emancipati” e tre giorni alla settimana andavamo in piscina. Piscina Sempione, dove per cambiarti ti davano un braccialetto con il numero della rotatoria. Ti spogliavi in cabina e via in acqua fino a sera quando la sirena suonava l’uscita. Ed il sole si “mischiava” alla assoluta libertà. Non dico amori… ma i primi sguardi a quella ragazzina sorridente  e timida che per tutta l’estate non hai avuto il coraggio  neanche di  salutarla. Tranne all’ultimo giorno, dove al “ciaooo” ci si riprometteva di rivederci a settembre. Cosa che non si verificava mai. Ma allora il tempo era altra cosa. Libertà e sole ci aiutavano nel vivere una Barriera di Milano che era tutta nostra. Poche le auto. Le nostre madri in casa erano fieramente casalinghe. Ed i nostri padri lavoravano alla Feroce (la Fiat). Io ero tra i più fortunati . Mio padre faceva il centrale e qualche volta ci si scambiava parsimoniose parole a cena. Qualche volta si parlava, ma  non esageriamo. Siamo figli di un tempo dove il padre era padre e il figlio il figlio.  Si cenava presto e poi di nuovo giù per strada per le ultime ore di luce. Giochi imposti biglie e ligia. Colpire con una pietra piatta altre pietre vincendo biglie di plastica con l’effige dei corridori da portarsi al mare per le piste di sabbia. Proprio così, ci si divertiva con poco. Che poi i soldi erano pochi. Ed io ero fortunato o abile perché mettevo da parte il ” bottino” per l’ estate al mare o in montagna.  Io fortunato nel gioco e fortunato di essere nato in Barriera dove anche il sole e la libertà erano un’altra cosa. Proprio oggi il rientro da alcuni giorni di relax. Mi sono fermato in Barriera per fare due passi a piedi. E per l’ ennesima volta non l’ho riconosciuta. Non ho voluto riconoscerla. Dalla pulizia delle strade alla convivenza tra le persone, la situazione peggiora sempre di più.  Una decina di persone in uno spiazzo di corso Palermo dietro l’ oratorio della Pace. Integrazione riuscita intorno a molte bottiglie di birra e vino.Tutti ubriachi e sono solo le le tre del pomeriggio. Lontano il ricordo di spensieratezza e il sole accecante di 50 anni fa. Ma al peggio non c’è limite. Telegiornale del Piemonte, notizia dell’accoltellamento perché  due uomini hanno litigato per i loro cani. Via Baltea, proprio lì davanti la sede della mitica 35, sezione del PCI.  Dove alle elezioni il popolo faceva la coda per chiedere chi votare. Sorridente diceva: “di voi comunisti mi fido”. I padri erano braccianti pugliesi che scappavano dai caporali e dalla assurda fatica dei campi nel Tavoliere. Oggi il ferito lotta tra la vita e la morte. L’accoltellatore è in prigione.  Posso solo chiudere gli occhi sperando di vivere un  lirico incubo. Ma so che non è cosi. E mi rifugio nel mio ricordo di libertà e di sole. Per me Barriera è rimasta ferma a 50 anni fa.

L’agricoltura piemontese guarda al futuro

Giungere ad una sempre migliore qualificazione delle produzioni in un’ottica di filiera integrata che muova dal campo passi alle operazioni di trattamento aziendale dei prodotti e si concluda  con la loro valorizzazione e commercializzazione

 È questo uno dei principali obiettivi annunciati dall’assessore regionale all’Agricoltura Giorgio Ferrero,  presentando in terza Commissione il Documento di economia e finanza regionale (Defr) 2019-2021 per la materia di competenza. “Bisogna migliorare la competitività dei produttori primari integrandoli meglio nella filiera agro-alimentare attraverso i regimi di qualità, la creazione di un valore aggiunto per i prodotti agricoli e la loro promozione nei mercati locali e nelle filiere corte. Serve una più efficace penetrazione nei mercati anche attraverso l’organizzazione sistemica delle imprese orientate ad obiettivi condivisi”, ha spiegato Ferrero.Tra le principali strategie, il Defr individua la garanzia della corretta concorrenza di mercato tramite i controlli sui prodotti di qualità (Dop, Igp, Igt, Sqn, biologico) e lo sviluppo di forme di valorizzazione e di promozione strutturate per differenti livelli comunicativi (il brand Piemonte, i marchi Dop e Igp, il sistema di qualità regionale, i Pat e i prodotti di nicchia) e per le diverse tipologie di target di consumatore e di mercato (locale, interno nazionale, interno europeo e paesi terzi), con particolare attenzione all’internazionalizzazione delle produzioni agroalimentari piemontesi di qualità. Tutto ciò attraverso la garanzia della sicurezza alimentare: dal rispetto delle norme di produzione attraverso analisi chimiche dei vini ai controlli sui residui di prodotti fitosanitari e all’etichettatura e alla tracciabilità dei prodotti zootecnici.Con il supporto dei Fondi europei, l’agricoltura piemontese guarda anche a facilitare l’insediamento e la formazione dei giovani e all’ammodernamento delle strutture aziendali.“Il documento prevede di indirizzare le richieste di intervento in un’ottica di co-finaziamento pubblico-privato con incentivazione al ricorso al credito”, ha aggiunto Ferrero.Altro tema al centro del Defr è il valore dell’acqua, il controllo della sua qualità e la corretta gestione delle risorse idriche.Per l’approfondimento delle conoscenze sulle superfici irrigate dai consorzi è prevista infine la realizzazione dei catasti informatizzati.

 

 

MB – www.cr.piemonte.it

Io e l’Olivetti

PRIMA PARTE / Ermanno Castellaro, classe 1946. Nato a Ivrea, ha sempre vissuto nella “città dalle rosse torri” ed è un eporediese doc.   Per diversi decenni è stato un dirigente alla Olivetti di Ivrea, scalando nel corso della sua vita i vari livelli dell’azienda fondata nel 1908 da Camillo Olivetti e resa grande dall’intuito e dalla capacità del figlio Adriano per il quale l’Olivetti non era solo una fabbrica “ma un modello, uno stile di vita”. Il racconto della sua esperienza lavorativa, riassunto in quest’intervista non è solo una narrazione autobiografica di una persona che ha conosciuto quest’azienda lavorandoci per una vita intera, ma rappresenta un documento importante per conoscere e riflettere una volta di più sulla straordinaria storia di un modello aziendale che rappresentò “la grande utopia che nessuno ebbe mai il coraggio e la fantasia di imitare”.

Come è iniziato il rapporto con l’Olivetti?

 

“Quando finisci l’esame di maturità tecnica alle ore 11 di un mercoledì di luglio e alle 12 ti viene recapitata una lettera da un fattorino della Olivetti contenente una convocazione ad un colloquio di selezione per il venerdì successivo, dire che resti basito è dire poco. Tralascio le considerazioni e le incertezze che scattarono in un giovane di 19 anni: l’assunzione, quasi sicura perchè eravamo i primi periti usciti dall’Istituto Tecnico di Ivrea, voluto fortemente da Olivetti, che andava a precludere la possibilità di continuare gli studi (corso di laurea in matematica) o rinunciare ad una autonomia economica e fornire un piccolo contributo alla famiglia che doveva fare i conti con una sola retribuzione. La capacità decisionale, la testardaggine e forse l’incoscienza sono sempre state le mie armi nel bene e nel male e così decisi di accettare l’ assunzione che avvenne nel mese di settembre del 1965”.

 

La città d’Ivrea 54esimo sito in Italia patrimonio mondiale dell’Unesco. Officine ICO ampliamenti

Che mansioni le furono assegnate?

 

“Mi occupai di disegno tecnico per circa un anno (ero un elettrotecnico e di quel che avrei dovuto fare non capivo nulla). Venni spostato allo stabilimento Telescriventi, ma anche quì per circa un altro anno furono solo delusioni (fossi andato all’Università!).Un giorno venni chiamato dal Direttore di stabilimento, che aveva capito il mio disagio, il quale mi offrì la responsabilità di un piccolo centro avviamento della nuova telescrivente con il coordinamento di quattro-cinque persone : questa attività segnò la mia fortuna. Visti i buoni risultati, quando il prodotto andò in produzione, diventai il capo reparto del controllo con circa 90 dipendenti (non avevo ancora 23 anni). Nel 1973, avendo vinto un concorso interno, potei frequentare un corso di “Promozione Quadri Tecnici” (quelli che chiamavano i superperiti) della durata di 15 mesi a tempo pieno : grandissima esperienza. A febbraio 1975 venni inserito nella funzione del Personale (termine oggi obsoleto, sostituito dall’ anglosassone HR)   e ci rimasi, con responsabilità crescenti, sino al giorno di andare in pensione : erano passati in un baleno quasi 37 anni: quante soddisfazioni !”.

 

Quali sono stati gli “anni d’oro” dell’azienda di Ivrea?

 

“Credo che l’Olivetti , dal 1955 al 1965, abbia vissuto il suo periodo migliore: questo è il decennio, fatto di due lustri molto precisi, l’ultimo di Adriano e il primo del post Adriano. Nei racconti e nelle reminescenze personali questo è il periodo delle assunzioni massicce di operai, di giovani tecnici delle scuole professionali e degli istituti tecnici, di laureati, non sempre in linea con le esigenze organizzative, talvolta ridondanti, ma questa era la filosofia di Adriano :”se ci capita un giovane che vale lo assumiamo. Un lavoro glielo troveremo“. Oggi la potremmo chiamare la ridondanza organizzativa, ma state tranquilli, esiste solo più in qualche ente pubblico”.

 

In quel periodo – che in parte coincise con gli anni del boom economico italiano – l’ Olivetti era una delle aziende leader nel settore dell’alta tecnologia, all’avanguardia nella progettazione e realizzazione di macchine per scrivere..

 

“Quelli erano gli anni della meccanica che dava margini molto alti, anni in cui non ci si preoccupava più di tanto dei costi, ma solo del fatturato e si guardava alle acquisizioni con una certa leggerezza come nel caso della Underwood, società americana con una grande tradizione nel settore delle macchine per scrivere. A proposito di Underwood mi colpì una frase di Renzo Zorzi nel discorso che tenne il 4 ottobre 2001 per ricordare i 100 anni dalla nascita di Adriano : “quando incontrai Adriano a Milano, di ritorno da New York, stanco, rattristato….e gli dissi che tutti i giornali parlavano di questo grande evento, lui mi rispose : caro Zorzi, se invece di far parte del gruppo degli avvocati e dei contabili fossi andato con gli ingegneri ad Hartford, io quella azienda non l’ avrei mai comprata. E’ una fabbrica vecchia, con macchinari obsoleti e maestranze anziane...”.

A parte queste considerazioni, non si può negare che l’Olivetti fu una scuola di vita: il rispetto per le persone, la cultura in generale e quella del design in particolare, il culto del bello, i servizi sociali (mense, colonie, infermerie, asili) furono per tanti anni i valori che differenziarono questa azienda da tutte le altre anche nel dopo Adriano, ma non dimentichiamo che fu un grande centro produttivo e di sviluppo tecnologico d’avanguardia, quindi non fu un ente di beneficenza come tanti la descrivono oggi dimenticando la “fabbrica” perché, anche se Adriano era stato un imprenditore illuminato, era comunque stato un imprenditore nel vero senso della parola, attento alle nuove tecnologie, al design, ai mercati, alla qualità dei prodotti, alle risorse umane e soprattutto alla creazione del profitto, senza il quale le aziende non si sviluppano e muoiono”.

Ermanno Castellaro e la moglie Roberta

Vennero gli anni ’60. Improvvisamente, durante un viaggio da Milano a Losanna, muore Adriano Olivetti. Era il 27 febbraio 1960. Lasciava in eredità un’azienda presente su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero…

 

“Sì, lasciò anche un’impronta indelebile, un segno inconfondibile nella storia dell’azienda, del Canavese e in tutta l’industria italiana. Dagli anni ’60 l’azienda si arricchì di prodotti per ufficio, ma i cambi di tecnologia e le poche risorse lasciate da Adriano provocarono una crisi finanziaria che dovette essere gestita, nel 1964, da un “Gruppo di intervento” costituito da Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI con Bruno Visentini Presidente e Aurelio Peccei Amministratore Delegato. Ricordiamoci che nel 1965 l’Olivetti presentò il primo calcolatore da tavolo P101 e che solo tre anni dopo la Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric (grande occasione persa – dov’era il Governo? – quello francese nel frattempo lanciava importanti piani a favore delle aziende a sviluppo meccanico ed elettronico). Con riferimento al periodo che va sino ai primi anni sessanta si può affermare, senza tema di smentita, che Olivetti fu una grande scuola,insegnò come si dovrebbe vivere non solo in un’azienda, ma anche al di fuori, come ci si identifica nel luogo di lavoro, come si   fa cultura e come si trasmette il “bello” non solo attraverso le mostre e gli incontri con gli artisti, ma anche attraverso le linee dei prodotti. Insegnò il rispetto della persona. Qualcuno ha sostenuto che non seppe trasmettere le metodologie, ma non sono d’accordo, perché le cose di cui sopra erano dentro ad ogni lavoratore che le elaborava a modo suo e con quel grande senso di appartenenza alla fabbrica che aveva il piacere di chiamare “ditta”. Va sottolineata anche la funzione del Personale. In quegli anni svolse un ruolo centrale, collaborò con il Centro di Psicologia, studiò l’integrazione dei lavoratori agricoli nel mondo industriale, si occupò molto di cultura, pensò al recupero dei lavoratori con handicap (Centro R), fu un riferimento per i problemi familiari, soprattutto sul piano economico e, cosa importantissima fu sempre attenta ai livelli occupazionali: in Olivetti non si licenziava”.

 

Sul finire degli anni ’60, iniziarono gli anni del grande cambiamento..

 

“ Il periodo che data dal 1965 al 1978 fu quello in cui si verificarono, in ambito aziendale, ma soprattutto nel mondo una serie di eventi e di mutamenti di portata immensa che provocarono, all’interno delle imprese, delle trasformazioni radicali nei rapporti tra dipendenti e impresa e impresa e sindacato. Dai movimenti ideologici del ’68 parte il cambiamento radicale delle relazioni con il personale e il sindacato, perché mutano le filosofie economiche, politiche e sociali in tutta Europa: c’é una gran voglia di cambiare il mondo e con una velocità senza precedenti. Tutto un sistema viene preso in contropiede, ma a farne le spese non sono tanto le aziende sul piano economico quanto il livello dirigenziale travolto da questo improvviso cambiamento. In questo scenario la funzione del Personale é a rischio, non é più garante dei capi di line, delle regole, delle norme; continua a predicare teorie di gestione che più nessuno accetta (per partito preso), crollano i rapporti con il sindacato che ha comunque perso il controllo di una parte della massa operaia: qualunque atteggiamento assuma é perdente. L’Olivetti si salva essenzialmente per due motivi: uno perché é fatta prevalentemente di lavoratori canavesani che non si portano sulle spalle i problemi dei loro colleghi che vivono nelle metropoli o nelle periferie e che hanno dovuto, la maggior parte, abbandonare il Mezzogiorno; due perché comunque in Olivetti esiste ancora un attaccamento alla bandiera: ancora una volta la cultura olivettiana emerge, i lavoratori non dimenticano, fanno tanto baccano, ma, per fortuna poco danno”.

Adriano Olivetti

In quegli anni che responsabilità aveva e che ricordi le sono rimasti?

 

“Ho vissuto quegli anni negli stabilimenti con responsabilità di capo reparto, sono stato trascinato da quei cortei di centinaia di persone che contestavano tutto, danneggiavano a volte le attrezzature, “defenestravano” i capi ribelli, ma fortunatamente non accadde mai nulla di grave: forse non sapevano neppure loro cosa stessero cercando veramente ! I responsabili del Personale tennero sempre un atteggiamento di buon senso cercando il dialogo con gli operai e il sindacato e senza mai usare metodi repressivi. Vennero accusati da altri imprenditori di essere dei deboli e troppo dalla parte delle masse operaie, ma in Olivetti non si videro mai persone gambizzate, bulloni lanciati contro i capi, automobili bruciate. Ancora una volta la “cultura Olivetti” aveva vinto. Passata la fase calda in cui si incrociarono e a volte si scontrarono le logiche del cambiamento della società con quelle dello sviluppo tecnologico, tutto sembrò tornare lentamente nella normalità tentando di realizzare un cambiamento globale, ma con la giusta gradualità”.

 

Ci fu un’ evoluzione anche nei rapporti…

 

“Certamente. La funzione del Personale dovette abbandonare i vecchi schemi cercando un giusto equilibrio tra fabbrica e società. Dall’altra parte un sindacato pieno di contraddizioni, imbottito di ideologie che lo stavano logorando e che troppo tardi capì che la perdita di efficienza e di efficacia si stava trasformando in perdita di competitività e di mercato, compromettendo l’intero tessuto economico italiano. Sono anche gli anni in cui gli ammortizzatori sociali diventano eccessivamente generosi, i lavoratori sono super garantiti, gli assenteismi sono alle stelle (8-12% gli uomini e 14-16% con punte di 20% le donne), il costo del lavoro é tra i più alti in Europa. In questo periodo così

La città d’Ivrea 54esimo sito in Italia patrimonio mondiale dell’Unesco. Il centro servizi sociali in via Jervis

travagliato, con i conti che continuano a preoccupare, c’é comunque la forza di guardare alla tecnologia e alle problematiche del lavoro: si sviluppano nuove metodologie quali le isole di montaggio, le UTI e le UMI (unità integrate) dove il lavoratore è responsabile di una parte importante del prodotto e lavora in autocontrollo. In queste unità integrate vengono svolte da un unico operaio quelle mansioni che prima erano responsabilità di più persone: era un notevole passo verso il job enrichment che andava a seppellire il job rotation. A seguito di queste innovazioni sul metodo di produrre, anche gli uomini della struttura del Personale dovettero avvicinarsi al prodotto e al modo di realizzarlo entrando sempre più nel vivo nell’organizzazione, nelle metodologie e nei processi, sensibilizzandosi sui temi della qualità, dell’efficienza e dei costi. Purtroppo le cose non andavano molto bene, i prodotti non si rivolgevano al futuro, si continuava ad insistere sulle calcolatrici e sui prodotti elettromeccanici, l’azienda era un insieme di produzioni meccaniche ed elettromeccaniche e non si capiva bene quali settori guadassero e quali perdessero. Si sperava che lo Stato potesse occuparsi in modo serio di Olivetti”.

Marco Travaglini

(prima parte – segue)

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Le foto delle architetture olivettiane di Ivrea sono di Paolo Siccardi, giornalista e photoreporter free-lance, cofondatore del collettivo fotografico Walkabout-Ph

Il 74° anniversario della battaglia del Sestriere

Sabato 25 agosto, al Colle del Sestriere, verrà celebrato il 74° anniversario della battaglia del Sestriere. Una ricorrenza speciale che coinciderà con il 26° anniversario del Monumento alla Resistenza che ricorda il sacrificio dei 210 caduti della Divisione Alpina Autonoma “Serafino”, delle brigate partigiane “Garibaldi” e “Giustizia e Libertà”, dei civili che persero la vita sulle balze delle Valli Chisone, Germanasca, Sangone e in alta Val di Susa nei venti mesi della guerra di Liberazione. La manifestazione, promossa dall’Anpi e dal Comune di Sestriere, si svolge con il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte e del Comitato Resistenza e Costituzione. Alle 10,45, dopo i saluti dell’Anpi e del Sindaco di Sestriere e Presidente del Comitato Promotore Valter Marin, il Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Nino Boeti terrà l’orazione ufficiale.

(Nella foto del Comune di Sestriere una passata commemorazione)

Legambiente: “Plastica nei laghi Maggiore e d’Orta”

Ecco i dati di Goletta dei Laghi: 2,5 rifiuti ogni metro quadrato di spiaggia, il 75% è plastica

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Il problema del marine litter, e in particolare l’invasione della plastica, non riguarda soltanto i mari e gli oceani, ma anche fiumi e laghi. E se per altri paesi gli studi su questi ambienti erano già stati condotti, per l’Italia la prima volta è stata quella della Goletta dei Laghi che tre anni fa, assieme ad Enea ha allargato il proprio fronte di indagine anche alle microplastiche, ossia le particelle di plastica con dimensione inferiore ai 5 millimetri, nelle acque interne. Quest’anno, sono state aggiunte ricerche sui rifiuti di grandi dimensioni presenti nell’ambiente di spiaggia e, come sul mare, il problema è presente anche sulle sponde lacustri. Lo dimostra la prima indagine svolta da Legambiente, su protocollo Eneache ha monitorato 20 arenili ubicati nei laghi Iseo, Maggiore, Como, Garda e Trasimeno dove sono stati trovati una media di 2,5 rifiuti ogni metro quadrato di spiaggia, per un totale di 2183 rifiuti censiti. Anche in questo caso plastica si conferma la regina indiscussa tra i materiali più trovati, con un percentuale del 75,5%. Rifiuti che possono frammentarsi così in milioni di particelle e provocare danni alla biodiversità: e, come dimostrano i dati già raccolti da Legambiente ed Enea, la cui indagine è proseguita anche quest’anno, i laghi non sono esenti dal problema delle microplastiche, un inquinamento di difficile quantificazione e impossibile da rimuovere totalmente.

La fotografia è stata scattata in occasione della chiusura dalla tredicesima edizione di Goletta dei Laghi, la campagna di Legambiente dedicata allo stato di salute dei bacini lacustri e realizzata in collaborazione con il CONOU – Consorzio Nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati e Novamont, che fa il punto sulle principali criticità che minacciano i nostri laghi e i loro ecosistemi: gli scarichi non depurati e inquinanti, i rifiuti in acqua, la perdita di biodiversità, la cementificazione delle coste legale e illegale, la captazione delle acque, l’incuria e gli scempi ai danni dell’intero sistema territoriale lacustre. Un viaggio quello di Goletta dei Laghi 2018 che ha toccato ad inizio luglio anche la sponda piemontese del Lago Maggiore e il Lago d’Orta e che ha visto impegnati i tecnici in un monitoraggio scientifico, ma anche in una serie di attività che hanno coinvolto i cittadini e le comunità territoriali. Tra queste una tavola rotonda a San Maurizio d’Opaglio dal titolo Industria, turismo ed ecosistema lacustre. La ricerca continua dell’equilibrio. Iniziativa a cui sono intervenuti numerosi rappresentanti delle istituzioni locali e del distretto produttivo della rubinetteria e dell’economia del turismo, organizzata proprio nei giorni in cui sul Lago d’Orta si verificava l’ennesimo grave sversamento di residui di lavorazione di cromatura e soda caustica.

I dati sui rifiuti – Dopo la plastica tra i materiali più trovati dalla Goletta dei Laghi c’è il vetro/ceramica (10,3%), seguito da metallo (4,7%) e carta/cartone (4,1%). Sul podio dei rifiuti più trovati ci sono, invece, i mozziconi di sigaretta, al primo posto con una percentuale del 29,4%; a seguire i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione; a seguire bottiglie (e pezzi) di vetro (7,4%); sacchetti di patatine e dolciumi (5,6%); bastoncini per la pulizia delle orecchie (3,5%); frammenti di carta (3,34%).

La cattiva gestione dei rifiuti urbani resta la causa principale della presenza dei rifiuti sulle sponde dei laghi monitorati (il 63% degli oggetti è riconducibile ad essa). Questa categoria di rifiuto è rappresentato per lo più da imballaggi alimentari (sacchetti di dolciumi e bottiglie, ad esempio), in primis, e da rifiuti da fumo, principalmente mozziconi di sigaretta ma anche accendini, pacchetti di sigarette e imballaggi dei pacchetti. La carenza dei sistemi depurativi, unita con la pessima abitudine di usare il wc e gli scarichi domestici come una pattumiera, è causa della presenza del 5,4% dei rifiuti presenti.

L’indagine sulle microplastiche – L’attenzione ai rifiuti di grandi dimensioni è fondamentale, perché questi sono i principali precursori delle microplastiche e di cui Legambiente, in collaborazione con Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha accertato la presenza nell’ecosistema lacustre. Per il terzo anno consecutivo infatti, Legambiente ha continuato il monitoraggio sulla presenza di microplastiche nei laghi. I laghi monitorati sono stati quello di Iseo, Garda, Como, Maggiore, d’Orta, Cavazzo, Trasimeno, Bracciano, Paola, per un totale di circa 80 ore di campionamento complessivo e 40 chilometri percorsi dalla manta, la rete utilizzata per i vari campionamenti. Quest’anno, inoltre, per ampliare gli indicatori dell’indagine sulla presenza delle microplastiche nei laghi italiani, i tecnici della Goletta dei Laghi hanno campionato le spiagge dei bacini toccati dalla campagna, secondo una procedura messa a punto grazie alla collaborazione con Enea. Oltre ai campionamenti condotti a centro lago, la metodologia del lavoro d’indagine sulla presenza di microplastiche ha riguardato anche i principali immissari ed emissari, così da ottenere ulteriori informazioni sulle caratteristiche del fenomeno.

Legambiente ricorda a tal proposito che nelle scorse indagini sono state trovate microplastiche in tutti i bacini esaminati, nonostante le loro diversità morfologiche ed ecosistemiche. Lo scorso anno i laghi di Como e il Maggiore furono quelli in cui fu trovata la maggiore densità media di microplastiche al chilometro quadrato: rispettivamente 157mila e 123mila particelle.

“Il nostro studio, il primo a livello nazionale, dimostra che il problema del marine litter non riguarda soltanto mari e oceani –spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente-. L’80% della plastica che arriva sulle nostre spiagge viene trasportata proprio dai fiumi ed è presente in misura preoccupante anche nei laghi. L’obiettivo, dunque, è di approfondire ulteriormente la dinamica delle microplastiche nei laghi, analizzando il ruolo che questi sistemi semi-chiusi svolgono, in relazione alla presenza dei loro immissari ed emissari. Di certo il problema dei rifiuti dispersi sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti ed è necessario e urgente mettere in atto politiche di prevenzione e sensibilizzazione per ridurre gli impatti economici e ambientali causati da questa emergenza”.

Proprio per far sì che fiumi e laghi non continuino ad essere considerati da molti come discariche a cielo aperto è partito nei mesi scorsi VisPO – Volunteer Initiative for a Sustainable Po, il progetto che per 3 anni coinvolgerà 230 volontari tra i 18 e i 30 anni in azioni di pulizia e valorizzazione delle sponde del Po e dei suoi affluenti in territorio piemontese. Un’esperienza di volontariato e apprendimento per giovani under 30 promossa da Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, in partnership con Arpa Piemonte e European Research Institute. Oltre alle iniziative di pulizia, che si svolgono principalmente nei siti Natura 2000, il progetto prevede attività di monitoraggio, sensibilizzazione, promozione, formazione ed educazione ambientale e sportiva.

E’ possibile candidarsi per diventare volontari europei VisPO sul sito www.bevispo.eu

Per consultare i dati di Goletta dei Laghi nel dettaglio:

https://www.legambiente.it/golettaverde-map/