Ne parliamo con l’avvocato torinese Simone Morabito, esperto in diritto dell’arte
Nata nelle zone occupate e poi esplosa anche fuori di esse, la Street Art oggi è considerata un’espressione vivificante del panorama artistico italiano che, come tale, necessita di una regolamentazione legale puntuale. Ne è da tempo nato un vivace dibattuto, anche in relazione al fatto che la Street Art è ormai uscita da anni dal circuito dei centri sociali, che hanno il merito di aver organizzato, a partire dagli anni Novanta, happening ed incontri underground, nell’ambito dei quali i writers sono cresciuti. Oggi è sempre più al centro di iniziative culturali curate dagli Assessorati alla Cultura di vari Comuni italiani, fino a giungere all’ideazione di progetti volti a strappare via i murali dalla città per musealizzarli, come proposto a Bologna.
“La Street Art – spiega l’avvocato torinese Simone Morabito, esperto in materia di diritto dell’arte – nasce e si sviluppa come forma di espressione la cui natura è strettamente correlata al luogo in cui viene realizzata, tanto che lo stesso supporto materiale che la contiene, di natura pubblica e visibile ad un tipo di spettatore di carattere indeterminato, è esso stesso elemento essenziale dell’opera d’arte medesima. Per questo motivo, riferendosi alla Street Art e più in generale in tema di elementi giuridici dell’opera d’arte, per individuare in modo più appropriato l’oggetto di tutela che si riferisce a questo ambito, si tende a distinguere tra “corpus mysticum” (ovvero l’opera d’arte considerata quale bene immateriale, capace di concretizzarsi nel messaggio che essa è in grado di veicolare e che, dal punto di vista giuridico, costituisce l’oggetto della tutela, corredato dei suoi diritti morali ed economici) e “corpus mechanicum“, termine con il quale si intende l’opera d’arte in sé, il bene materiale, espressione dello slancio artistico”.
“Nel caso della Street Art – precisa l’avvocato Simone Morabito – rimane un punto fermo l’acquisizione da parte dellartista dei diritti morali a partire dal momento della creazione dell’opera medesima, senza che siano richiesti ulteriori atti successivi, quali la pubblicazione o la registrazione dell’opera. Tuttavia, proprio con riguardo al “corpus mechanicum” dell’opera, possono sorgere inevitabilmente alcune problematiche, in particolare in caso di trasferimento dell’opera stessa, che nasce in un determinato luogo e che, pertanto, è strettamente correlata a esso”.
“Un riferimento piuttosto esemplificativo – precisa l’avvocato Morabito – è rappresentato dall’opera di Bansky intitolata “Season’s greetings“, che è stata realizzata su due muri di un garage privato nella zona di Taibach, a Port Talbot, città industriale del Galles meridionale, considerata una delle più inquinate del Regno Unito. Il video esemplificativo, pubblicato sul profilo Instagram dall’artista, non lascia alcun dubbio; mostra un bambino che pare gioioso ed intento ad assaggiare la neve fresca; poi il campo della visuale, estendendosi, permette di comprendere che non si tratta di neve, ma di cenere. Pochi centimetri dietro, l’occhio di chi guarda è portato a trovare lorigine del fumo: un’acciaieria tetra e allarmante che incombe sulla città. Il messaggio sottinteso all’opera di Bansky, ora descritta, è volto ad evidenziare la problematica della polvere a Port Talbot, provocata dalle vicine acciaierie “.
“I diritti morali e quelli di sfruttamento dell’opera d’arte – aggiunge l’avvocato Simone Morabito – dal punto di vista economico, rimangono in capo all’artista. Sorge allora spontanea la domanda relativa a cosa possa accadere nel caso in cui il proprietario decida di abbattere il muro, distruggendo l’opera d’arte creata su di esso, senza il preventivo consenso dell’artista. È quanto si è verificato, destando una grande attenzione mediatica, un quartiere di Queens a New York, nel luogo divenuto, a partire dagli anni Novanta, un noto punto di ritrovo degli Street Artists, vale a dire “”5pointz“. In tale occasione, la Corte di Appello di New York ha condannato il proprietario a risarcire gli Street Artists della complessiva somma di oltre 6 milioni di dollari “.
“Sotto il profilo penale – precisa l’avvocato Simone Morabito – la prima ipotesi di reato che viene contestata allo Street Artist, che realizzi la propria opera su beni immobili di proprietà altrui, è quella prevista dall’articolo 639 c.p., rubricato “Deturpamento e imbrattamento di cose altrui”. La giurisprudenza di merito, chiamata a valutare la configurabilità o meno di questo reato in un caso di opere di strada su immobili degradati presenti nella città di Bologna effettuate da un’artista di strada di una certa notorietà, si è espressa favorevolmente, ritenendo di dover affermare la responsabilità dell’artista per la fattispecie di reato a lei ascritto. Un’altra ipotesi di reato astrattamente configurabile è rappresentata dalla violazione di domicilio, disciplinata nell’articolo 614 c.p., che punisce chiunque si introduca nell’abitazione altrui o in altro luogo di privata dimora, contro la volontà (tacita o espressa) di chi ha il diritto di escluderlo. Ciò è accaduto, sempre a Bologna, ad alcuni seguaci dello Street Artist “Blu”, denunciati per aver rimosso, senza l’autorizzazione da parte dello stesso artista, le sue opere dai muri della città.
La Street Art oggi pone in campo uno degli aspetti più affascinanti che coinvolge un’espressione artistica, rappresentato dallo scontro tra diritti confliggenti, da una parte il diritto di proprietà e, dall’altra, quello d’autore, in capo agli artisti di strada. Questo scontro, simile quasi a questo quello tra due titani, è destinato a perdurare fino a quando questa forma d’arte, relativamente recente, non verrà adeguatamente disciplinata dal punto di vista giuridico”.
Mara Martellotta
In primis va chiesta la ragione del sorvolo al ministro della Difesa perché non c’era nessun motivo di festeggiare in un paese piegato in due e in una regione che certo non ha brillato nella lotta alla pandemia. In secundis il costo del sorvolo appare oggi, in tempo di gravissima crisi, uno sperpero di denaro pubblico che va indirizzato diversamente.
Fossati è morto di Coronavirus il 23 marzo dopo pochi giorni di ricovero all’ospedale “Fatebenefratelli”, forse non curato con l’attenzione che la gravità della sua malattia meritava, da quanto si può desumere da un articolo sul “Corriere della Sera “ di cui fu collaboratore e che neppure nella Cronaca di Milano non diede notizia della sua morte che passò quindi quasi inosservata. Anche sua moglie venne ricoverata e ne è uscita guarita. Il suo tragico destino è sottolineato dalla pagina a lui dedicata sabato 23 maggio dal “Corriere” in cui si annuncia che la famiglia non venne avvisata della morte di Fossati e che è stato sepolto d’iniziativa del Comune in un campo in cui vengono inumati gli indigenti che non hanno parenti. Il titolo del “Corriere” è eloquente: “Gianni la vittima dimenticata, sepolto tra chi non ha nessuno.La famiglia: noi mai avvertiti.” Sottolineo come quel Gianni confidenziale nel titolo sia oltre modo fuori posto e denoti come il titolista non si sia informato chi fosse Fossati. Il fratello viene a conoscenza della morte solo tredici giorni dopo la sepoltura. Un’offesa pesante che la città di Milano ha inferto ad un suo illustre cittadino. Giustamente Roberto Pirino delegato dell’Accademia della cucina italiana del Ponente Ligure che mi fece conoscere Fossati con il quale nacque un’amicizia sincera mi ha scritto: “Ancora non conosciamo bene quante storie di sofferenza e dolore sono state causate da questa tragedia del Coronavirus” Fossati avrebbe dovuto presentare a Milano proprio in marzo il mio libro su Mario Soldati che poi rinviammo a giugno. Ora non sarà più possibile rivederlo ed avevamo combinato anche una cena al “Don Lisander”, un locale di Milano in via Manzoni molto amato da ambedue. La mia amica Elisabetta Cocito che ha collaborato strettamente con Fossati come segretario del Centro Studi Marenghi dell’Accademia e come direttore del Centro Studi Piemonte dell’Accademia, ha scritto di lui definendolo un “uomo elegante, riservato e colto” che aveva tra le sue grandi passioni anche quella che Veronelli chiamava la cultura del cibo e Mario Soldati la civiltà di un popolo. E’ stato anche un grande amico del Centro “Pannunzio”. Il Sindaco di Milano Sala che si è rivelato spesso inadeguato al ruolo che ricopre durante i mesi più terribili della pandemia e soprattutto nella sua fase iniziale, dovrebbe esprimere le scuse della Città, sia pure tardive, per l’intollerabile trattamento riservato a Fossati che non può avere né scusanti né attenuanti. E’ una caduta di stile che Milano non può permettersi e che costituisce una cesura con la sua storia più recente e che fa pensare all’oltraggio della salma di Giuseppe Parini sepolto in una fossa comune, come denuncio’ con indignazione il Foscolo nei “Sepolcri”’ Al minimo va conferito alla memoria di Fossati “l’Ambrogino d’oro” 2020 che sicuramente avrebbe meritato in vita.