ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 377

Comunità energetiche: “il Piemonte esempio virtuoso”

Gse e Regione Piemonte hanno organizzato un seminario on line per presentare lo stato della normativa nazionale e le sperimentazioni in corso in Piemonte. Marnati: “Sul territorio piemontese si stanno organizzando numerosi esempi virtuosi di comunità energetiche”

 

Comunità energetiche, un modello innovativo per la produzione, l’autoconsumo, l’accumulo e la vendita di energia proveniente da fonti rinnovabili nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione e della transizione energetica. Da dicembre 2020 sono in vigore disposizioni e incentivi per sviluppare i sistemi collettivi di autoconsumo da fonti rinnovabili e, con la pubblicazione delle regole tecniche del Gse (Gestore servizi energetici), si è completato il quadro. E proprio per fare il punto della situazione, per accelerare la sperimentazione e per informare i consumatori sulla possibilità di avere un ruolo attivo nella gestione della propria spesa energetica, il Gse in collaborazione con la Regione Piemonte e con gli attori locali interessati (Anci e Uncem regionale, Ance Piemonte e Valle d’Aosta, Anaci, Fiopa, Enti promotori di progetti di comunità energetiche locali Energy Center del Politecnico di Torino ed Environment Park), ha organizzato un seminario on line.

“Numerosi sono gli esempi di comunità energetiche che si stanno organizzando sul territorio – ha detto l’assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, nel portare i saluti della Regione – tese a valorizzare risorse e specificità”.

Esempi virtuosi sono l’esperienza di Barge, nell’ambito del raggruppamento dell’Associazione Comunità Energetica del Monviso, quelle delle valli Maira e Grana, del pinerolese, della Val di Susa e del comune di Magliano Alpi.

“L’obiettivo europeo – ha ricordato – è quello di arrivare a raggiungere nel 2030 una riduzione del 55% delle emissioni di CO2 in atmosfera. Ci sono numerosi investimenti e a seguito dell’approvazione della legge sull’idroelettrico, ci attendiamo un incremento di produzione da fonte idraulica pari al 15% con una razionalizzazione dell’uso della risorsa primaria. Vogliamo salvaguardare l’ambiente e investire sull’economia ma dare, a chi vuole investire, anche i giusti strumenti”.

“Il 2020 è stato un anno di programmazione, ora aspettiamo i fondi che devono ancora arrivare sia con il Recovery Plan, sia con la programmazione europea; quello che serve in questo momento sono progetti immediatamente cantierabili, definitivi e in “rete” per arrivare ad intercettare i fondi europei. In poche parole: concretezza e gioco di squadra per fare sistema”.

Lettera aperta delle Associazioni Ambientaliste sulle linee ferroviarie sospese

Al Ministro Giovannini: «Sono essenziali per la mobilità pendolare di lavoratori e studenti, in chiave turistica e utili a contenere il traffico veicolare e le relative emissioni. Una mobilità integrata potrebbe portare ripopolamento e sviluppo delle aree interne, migliorando contemporaneamente la qualità della vita dei grandi centri urbani».

 

Mentre prosegue l’articolata campagna virale sui social network di #futurosospeso, le associazioni e i comitati che sollecitano la riattivazione di tutte le tratte ferroviarie sospese del Piemonte avviano un dialogo con il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini. In una lettera trasmessa nei giorni scorsi, le organizzazioni piemontesi hanno sintetizzato al Ministro la situazione esistente dopo la sospensione di molte linee, dal 2012, e pari a circa un terzo dell’intera rete ferroviaria regionale.

Partendo dai casi emblematici della linea elettrificata Pinerolo-Torre Pellice (sospesa nel 2012 e la cui riattivazione, prevista per il 2019, non ha avuto seguito), della Asti – Castagnole delle Lanze – Alba (che la Regione Piemonte vorrebbe sopprimere definitivamente trasformando i binari in una anacronistica pista ciclabile artificiale) e della Cuneo-Ventimiglia/Nizza (premiata come “Luogo del cuore” dal FAI per la sua particolare bellezza che ancora una volta ha dimostrato le sue potenzialità come collegamento internazionale che meriterebbe un servizio adeguato e di tipo universale anzichè il disinteresse dell’amministrazione regionale), le organizzazioni della campagna hanno evidenziato al Ministro le incongruenze attuali rispetto agli orientamenti strategici proposti dall’Unione Europea, che vedono centrali proprio i temi connessi alla sostenibilità ambientale e dei trasporti.

«Le linee ferroviarie sono essenziali per la mobilità pendolare di lavoratori e studenti, in chiave turistica e utili a contenere il traffico veicolare e le relative emissioni che causano i gravi problemi di inquinamento atmosferico che affliggono questa parte della pianura Padana e le sue città, provocando il conseguente rischio sanitario per la popolazione e l’aggravamento della crisi climatica – affermano nel documento le organizzazioni – Una mobilità integrata potrebbe portare ripopolamento e sviluppo delle aree interne, migliorando contemporaneamente la qualità della vita dei grandi centri urbani».

Primi Firmatari:

Co.M.I.S. – Coordinamento Mobilità Integrata e Sostenibile

Associazione Ferrovie Piemontesi

Associazione Pendolari e Trasporti Biellesi

Associazione Pendolari Novesi

Associazione Utenti del Trasporto Pubblico.

Comitato per la valorizzazione delle ferro-tramvie in Val Tanaro e Ponente Ligure

Comitato strade ferrate “Bartolomeo Bona” Nizza Monferrato

Comitato Trenovivo Val Pellice

Gruppo Pendolari Cuneo-Torino

AMODO – Alleanza Mobilità Dolce

AmicinBici – bik&motion

ARCI Piemonte – Associazione ricreativa e culturale italiana

Associazione Asti Cambia

Associazione Italiana Greenways

CIPRA Italia – Commissione internazionale per la protezione delle Alpi

Comitato Torino Respira

Coordinamento dei comitati piemontesi del Forum Salviamo il Paesaggio

FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta – Coordinamento Nord-ovest

FIFTM – Federazione Italiana Ferrovie Turistiche e Museali

Fridays For Future – Piemonte

Greenpeace Italia

Italia Nostra

Kyoto club

Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta

Pro Natura – Piemonte

UISP – Unione italiana sport per tutti – Piemonte

WWF Oasi e aree protette piemontesi

In Cina il Poli inaugura il Pearl River Piano Cultural Park

GUANGZHOU: IL PEARL RIVER PIANO CULTURAL PARK PROGETTATO DAL POLITECNICO DI TORINO APRE AL PUBBLICO

 

Grazie al recupero architettonico della fabbrica di pianoforti, 130.000 metri quadri nel cuore della città, è stata anche creata la Italian Cultural Box, trampolino di lancio per le imprese del territorio torinese in Cina.

 

È stato inaugurato oggi a Guangzhou (Canton), dopo tre anni di intensi lavori di ristrutturazione, il Pearl River Piano Cultural Park, il cui progetto presentato dal Politecnico di Torino insieme alla South China University of Technology è stato selezionato grazie al concorso internazionale di architettura vinto nel 2017. Ad oggi rappresenta uno dei risultati più importanti delle collaborazioni internazionali tra Torino e Guangzhou sui temi del recupero delle aree industriali dismesse per lo sviluppo dell’industria culturale.

Lo scorso 8 febbraio la sindaca di Torino Chiara Appendino e il sindaco di Guangzhou Wen Guohui hanno siglato un Protocollo di Collaborazione con l’obiettivo di avvicinare le due municipalità attraverso programmi di carattere culturale, economico e accademico. Nonostante le complessità legate alla pandemia che da più di un anno acuisce le distanze fisiche, la firma dell’accordo ha avvalorato la contiguità di intenti delle due città e ufficialmente consolidato il rapporto di collaborazione instaurato ormai da tempo.

Stabilmente a Guangzhou dal 2015 con il South China-Torino Lab, centro di ricerca in cooperazione con la South China University of Technology, il Politecnico di Torino ha avuto un ruolo cardine nella stipula del Protocollo. All’interno delle collaborazioni avviate a Guangzhou si inserisce il progetto per la valorizzazione dell’ex stabilimento industriale della Pearl River Piano Factory, la fabbrica di pianoforti più grande al mondo, ora trasferita fuori città. A seguito del primo posto ottenuto dal South China-Torino Lab del Politecnico nel 2017 nel concorso internazionale di architettura per la riqualificazione dell’area industriale in dismissione, oggi si è conclusa una delle principali operazioni di rigenerazione urbana della città di Guangzhou. La proposta progettuale si basava sulla realizzazione di una “strada” interna all’edificio, che permettesse di collegare le funzioni culturali e di servizio su tutta la lunghezza della fabbrica, di oltre 600 metri. Per una similitudine dimensionale, il progetto sino-italiano è stato soprannominato dai committenti Cantonesi il “Lingotto cinese”, in analogia allo stabilimento torinese.

La proposta vincente del South China-Torino Lab, che ha coinvolto docenti e ricercatori del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino (China Room) e della School of Architecture della South China University of Technology, ha convertito l’ex Pearl River Piano Factory in un Centro Culturale di 130.000 mq, finalizzato ad ospitare start up nei settori della musica e del cinema e ha contribuito alla realizzazione di una sede per la promozione della cultura musicale e cinematografica italiana in Cina.

Il management del Guangzhou Pearl River Piano Group ha infatti deciso di riservare uno spazio dedicato alla promozione della cultura e dell’imprenditoria torinese attraverso un accordo con la Municipalità di Torino e il Politecnico denominato “Italian Cultural Box”.

 

La progettazione interna dell’Italian Cultural Box è avvenuta durante un workshop svoltosi nel mese di ottobre 2019 all’interno del programma Torino Design of the City 2019 coinvolgendo gli studenti del Politecnico e dell’Università di Torino oltre che tre studi emergenti di architettura, ex-allievi Polito (PlaC, BDR Bureau, BTT Studio). Grazie anche al sostegno del Consolato d’Italia, l’Italian Cultural Box mira a insediare una presenza imprenditoriale torinese presso la città di Guangzhou che possa diventare vetrina privilegiata per la promozione di eventi, progetti di scambio e iniziative culturali italiane in Cina.

Il Rettore del Politecnico Guido Saracco dichiara: “La conclusione dei lavori di conversione della fabbrica di pianoforti e l’inaugurazione del Pearl River Piano Cultural Park, secondo il concept architettonico di Politecnico di Torino e South China University of Technology, conferma il ruolo chiave svolto dal Politecnico in questa lunga collaborazione. Questo è solo il primo dei progetti che in futuro potranno essere realizzati nel campo del recupero architettonico e della promozione culturale, grazie alla competenza che il Politecnico e le aziende del nostro territorio hanno dimostrato di possedere e che la creazione della Italian Cultural Box a Guangzhou potrà valorizzare e supportare al meglio”. Il Vicerettore per le Relazioni con la Cina Michele Bonino conclude: “Negli ultimi anni i Dipartimenti di Architettura e Ingegneria del Politecnico hanno lavorato al fine di consolidare la presenza in Cina sia dell’Ateneo sia del comparto imprenditoriale e culturale torinese, attraverso progetti di ricerca, programmi di formazione e accordi istituzionali. Grazie al forte coinvolgimento delle università nei progetti di trasformazione delle città cinesi, sempre più spesso le nostre collaborazioni riguardano casi concreti, come il recupero della fabbrica Pearl River Piano in centro culturale”.

 foto: Vista esterna del Parc Pearl River (credit: TheSignR)

Reati di discriminazione o di odio. La funzione del disegno di legge Zan

di Carmen Bonsignore

La cronaca ci riporta, sempre più spesso, anche a Torino (l’ultimo caso è di qualche giorno fa ai danni di un giovane 23enne), episodi criminosi perpetrati per ragioni di discriminazione e di odio fondate sulla razza, la religione, l’orientamento o l’identità sessuale.

Si tratta di reati comuni o base, già previsti dalla legislazione penale, il cui movente è strettamente collegato a particolari caratteristiche e qualità personali della vittima (appunto la razza, la religione, l’orientamento sessuale, l’identità di genere), che per tale motivo meritano una maggiore attenzione, sia dal punto di vista sociologico che giuridico.

Il fondamento di questi comportamenti è l’odio, che nasce dal pregiudizio nei riguardi del non omologato alla maggioranza della società. A sua volta conseguenza della paura, alimentata e rinforzata da ciò che non si conosce. Tant’è che si definiscono genericamente “crimini d’odio”.

Una categoria criminologica, invero, priva di definizione giuridica, perché, certamente, la problematica è prima sociale, dopo giuridica. E così andrebbe affrontata, preventivamente, per il tramite di politiche attive, strutturali e sistemiche di carattere educativo e culturale. La società si evolve e dei mutamenti sociali si deve prendere coscienza, prima culturalmente e poi legislativamente.

La premessa è che solo una mente educata e consapevole può capire un pensiero diverso dal suo, senza necessità di accettarlo, ma con la capacità di comprenderlo, tollerarlo ed includerlo.

Purtroppo, come molto spesso accade, i cambiamenti si realizzano lentamente ed a colmare il vuoto più semplicisticamente si fa intervenire il diritto penale, con la sua forza punitiva, generando quella commistione tra morale e giustizia, che, invece, si dovrebbe rifuggire.

L’essere umano, però, con i suoi diritti ed i suoi doveri, deve essere posto al centro ed allora anche interventi come il disegno di legge Zan possono essere d’aiuto.

E’ una proposta di legge invero non innovativa, già altre in precedenza erano rimaste inascoltate. Nella sostanza estende l’applicazione del reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa a quelli fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità (modifica art. 604 bis c.p.). L’estensione vale anche per l’aggravante già prevista dal codice penale (art. 604 ter), ora applicabile ai reati commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, che, pertanto, se il disegno di legge verrà approvato in via definitiva al Senato, potrà anche essere contestata per quei crimini commessi per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.

Nessuna incidenza sulla libertà di manifestazione del pensiero, dei convincimenti e delle opinioni personali, che rimane garantita dalla previsione di una espressa clausola di salvaguardia (art. 4 del ddl).

Sconforta la supplenza del diritto penale e del potere sanzionatorio dello Stato quale strumento preventivo di comportamenti che dovrebbero essere esautorati da una società civile, in virtù di principi fondamentali, uguaglianza e pari dignità sociale, riconosciuti anche dalla nostra Carta Costituzionale e di regole di civile convivenza. Ma, nell’attesa che ciò avvenga naturalmente e con spontaneità, qualcosa si dovrà pur fare.

Funzionale alla necessità di azioni fattive ed incisive anche la istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia, e la transfobia (il 17 maggio), di cui all’art. 7 del disegno di legge, che non pare voler promuovere l’omosessualità, ma solo la cultura del rispetto e dell’inclusione. Il fine: il contrasto dei pregiudizi, delle discriminazioni e delle violenze giustificate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi richiamati.

Molti passi avanti sono stati fatti da quel 17 maggio 1990, in cui si decise di rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità.

La strada per traguardare pienamente obiettivi di uguaglianza e di pari opportunità, di rispetto della diversità quale fonte di arricchimento, di libertà delle scelte e del pensiero, di tolleranza ed inclusione è, però, ancora lunga.

In questo percorso, forse, guardare al disegno di legge Zan come strumento di responsabilizzazione e sensibilizzazione su temi delicati, forieri di diversità di vedute, ma che non possono più rimanere invisibili, potrebbe essere una delle prime tappe.

Un’alleanza per offrire cure odontoiatriche ai meno abbienti

Tra Società di San Vincenzo De Paoli e SIdP, nasce un’alleanza per aiutare i più deboli. E’ stata annunciata nel corso di una videoconferenza  tra i vertici delle due Associazioni.

 

Quelle dentarie sono cure costose, che spesso rappresentano una spesa impossibile da affrontare per chi perde lavoro o vive in condizioni di disagio. Difficoltà che la pandemia ha ulteriormente accentuato.

 

Per questo, la Società di San Vincenzo De Paoli e la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia hanno deciso di fare rete comune con il progetto: Il dentista solidale. Una sinergia – ha dichiarato il Presidente della Federazione Nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli Antonio Gianfico – che permette alla SIdP di individuare i pazienti bisognosi ed alla San Vincenzo di poter contare sulla disponibilità di professionisti preparati.

 

L’obiettivo è l’attuazione di programmi e azioni di solidarietà sociale in campo odontoiatrico finalizzati alla cura e al sostegno delle persone svantaggiate dal punto di vista economico.

 

Il progetto non si limita ad affrontare l’emergenza, permettendo alle fasce più deboli di affrontare le cure, ma offrirà anche un approccio alla prevenzione attraverso seminari e webinar. “Da questa sinergia tra le due realtà – ha concluso il Presidente Gianfico – si nasce la possibilità di fare educazione ed accompagnamento per uscire fuori da questa povertà, o addirittura di prevenirla. E’ un ruolo educativo e sociale che si prefiggono le nostre due realtà insieme!”.

 

Su tutto il territorio nazionale, sono già più di 200 i soci della SIdP, che hanno accettato di offrire cure gratuite ai meno abbienti che verranno segnalati dalla San Vincenzo. Ma il numero delle adesioni degli specialisti è destinato a crescere.

 

A promuovere l’iniziativa, che è stata condivisa dal Presidente Eletto della SIdP Nicola Sforza, è stato il vicepresidente Claudio Gatti, Consigliere dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Milano, insieme a Marco Aimetti, Professore associato presso l’Università degli Studi di Torino, Roberto Rosso, Presidente di Key-Stone, Enrico Montefiori, Consulente giuridico e Chiara Saracco, Key Account Manager presso YouKey.

 

Il patrimonio edilizio di Torino? Vecchio ed energivoro

“Urgono interventi di riqualificazione edilizia in ottica energetica, anche e soprattutto sul patrimonio di edilizia popolare”


Presentati  nei fgiorni scorsi i primi dati della campagna Civico 5.0 di Legambiente: il 60% degli edifici ha più di 45 anni ed è antecedente sia alla prima legge sul contenimento del consumo energetico (1976), che quella per le costruzioni in zone sismiche (1974).

Inquinamento interno (PM2,5, CO2 e COV) e inquinamento acustico sotto le soglie a norme di legge.

Si è svolto  in diretta streaming il primo Forum Energia di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta.

Il calcio d’inizio si è dato sul Piano nazionale di Rinascita e Resilienza nazionale e regionale, con la partecipazione del Presidente Nazionale di Legambiente Stefano Ciafani, del Presidente regionale Giorgio Prino, della deputata Rossella Muroni, dell’Assessore regionale all’ambiente Matteo Marnati, dell’Assessore all’ambiente della Città di Torino Alberto Unia, dei consiglieri regionali Marco Grimaldi e Daniele Valle.

La posizione di Legambiente è stata chiara: il PNRR non sia occasione per svuotare i cassetti di tutti i progetti non realizzati accumulatisi negli anni e non sia utilizzato come semplice gratificazione ai territori. “Ci deve essere una pianificazione generale – hanno concordato Ciafani e Prino, raccogliendo il consenso degli altri relatori – ci deve essere un progetto di fondo, una visione unitaria. Legambiente ha pubblicato e reso pubblico un proprio PNRR (scaricabile al link https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/02/proposte-Legambiente-per-PNRR.pdf) , una serie di opere indispensabili che vanno realizzate per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione ed abbattimento delle emissioni inquinanti. Sono di primario interesse la realizzazione della linea 2 della metro torinese e il ripristino delle 15 linee ferroviarie sospese; un programma di bonifica amianto con sostituzione delle coperture con impianti fotovoltaici e solari; un programma di riqualificazione del territorio, a cominciare dalle aree fluviali; un’opera ampia di bonifica delle falde acquifere dall’inquinamento dai PFAS nella provincia di Alessandria. È necessario ridisegnare gli spazi urbani, cambiare la mobilità nelle città e intraprendere un percorso serio di lotta all’inquinamento atmosferico che affligge Torino e l’area padana tutta. È necessario investire nell’agroecologia, come occasione di presidio e sviluppo, in particolare di aree interne e montane. E, soprattutto, serve un confronto aperto con il territorio e le associazioni, ad oggi completamente assente”.

Progetti e buone pratiche sono state il cuore della seconda sessione del Forum.

Dal silver cohousing del Progetto Villa Mater al ruolo attivo degli atenei nell’azione di efficientamento energetico (Politecnico di Torino); dalle soluzioni green individuate da multinazionali come Saint Gobain alla bioeconomia circolare del progetto Saturno; dall’approccio sostenibile all’utilizzo delle biomasse dei progetti LENO e ProBEST al ritorno del solare termico.

Nella terza sessione si sono presentati i primi dati torinesi della campagna di Legambiente Civico 5.0, dedicata al vivere in condominio in modo nuovo. La fotografia del patrimonio immobiliare torinese è, al pari di quella nazionale, poco rassicurante: il 60% degli edifici ha più di 45 anni ed è antecedente sia alla prima legge sul contenimento del consumo energetico (1976), che quella per le costruzioni in zone sismiche (1974). Abitazioni che dunque non applicano nessuno dei principi di ottimizzazione energetica.

Il super Ecobonus è oggi un’occasione preziosa e Legambiente chiede che venga prolungato al 2025. Ma non è la sola. Restano in piedi altri incentivi (Ecobonus, Sismabonus, Greenbonus…) che possono essere altrettanto allettanti. L’edilizia priva è certo un target, ma non il solo. Si lavori anche sull’edilizia popolare: l’efficientamento energetico, con i risparmi economici che ne derivano può essere una forma di welfare per le famiglie in difficoltà, oltre ad essere un efficace strumento di lotta ai cambiamenti climatici.

I dati completi di Civico 5.0 saranno presentati il 4 maggio 2021.

Il Forum energia di Legambiente Piemonte Valle d’Aosta ha il patrocinio di Comune di Torino, Città Metropolitana di Torino, Consiglio Regionale del Piemonte, Regione Piemonte, Unioncamere Piemonte.

L’evento si svolge in partnership con Saint Gobain (https://www.saint-gobain.it/) , Solarfocus (https://www.solarfocus.com/it) e Rockwool (https://www.rockwool.it/) .

Fondi regionali per salariati nelle aziende agricole

125 mila euro complessivi per l’acquisto e affitto delle unità abitative temporanee

Per l’anno 2021 Comuni, Unioni di Comuni e Consorzi di Comuni del Piemonte potranno contare su una dotazione finanziaria complessiva di 125mila euro che la Regione assegna per la sistemazione temporanea dei salariati agricoli stagionali non fissi che operano nelle aziende agricole.

Lo ha stabilito oggi la Giunta regionale, su proposta dell’assessore all’Agricoltura e Cibo Marco Protopapa e in applicazione della Legge regionale 12/2016, definendo i criteri di assegnazione dei contributi e le tipologie di strutture abitative prefabbricate per l’ospitalità dei lavoratori stagionali in agricoltura.

 Viene concesso un contributo forfettario di 1.500 euro per l’acquisto di strutture prefabbricate ad uso stagionale, e un contributo di 500 euro per la locazione (comprensivi di trasporto ed installazione) e viene finanziato l’adeguamento igienico-sanitario in strutture esistenti non residenziali che siano di proprietà pubblica o nella disponibilità effettiva degli Enti locali richiedenti. Per strutture prefabbricate si intendono container di tipo abitativo e prefabbricati modulari ad uso di servizi igienici. Il periodo di utilizzo non può essere superiore a centottanta giorni all’anno.

Il contributo massimo che può essere assegnato ad ogni ente locale è di 25mila euro e avranno priorità gli enti con minor numero di abitanti al fine di consentire una distribuzione capillare delle strutture abitative e limitare gli spostamenti degli stessi lavoratori stagionali.

“Anche per il 2021 dalla Regione Piemonte arriva un sostegno diretto ai Comuni per gestire l’ospitalità dei lavoratori stagionali non fissi in strutture conformi alle norme igienico-sanitarie, con più risorse e con regole modificate e migliorate dopo l’esperienza dello scorso anno e nel rispetto delle segnalazioni ricevute dai territori coinvolti – sottolinea l’assessore regionale Marco Protopapa – Inoltre la possibilità di collocare le strutture direttamente nelle aziende agricole per chi ne fa richiesta offre una disponibilità immediata di manodopera in azienda e garantisce maggior sicurezza in tempo di Covid, evitando concentrazioni di numeri elevati di persone in strutture centralizzate e limitando gli spostamenti tra comuni”.

Abitare la montagna

Confcooperative Cuneo e Uncem Piemonte lanciano una serie di video conferenze per mettere a fuoco spazi e opportunità di sviluppo delle aree montane. 

Un ciclo di incontri programmato dal 27 aprile all’8 luglio 2021, quattro martedì, dalle ore 18 alle 20. L’iniziativa è realizzata con il contributo della CCIAA di Cuneo.

L’obiettivo è promuovere una imprenditorialità che sappia coniugare dimensione economica e sociale con un preciso taglio comunitario.
Riteniamo che il favorire e sostenere sul piano economico e sociale risposte collaborative che possano trovare nella cooperazione, ma non solo, una forte attenzione al territorio, rappresenti un contributo prezioso per una più alta presenza e qualità della vita in questi contesti.

I temi vanno dalla promozione dei servizi ecosistemi, alla opportunità delle comunità energetiche, dalla risorsa cooperazione alle problematiche legate ai servizi e agli spazi dove favorire una più piena socialità, in risposta ai bisogni di dialogo e cittadinanza che le persone esprimono.

Ogni incontro vedrà l’introduzione di figure di esperti a cui seguirà la presentazione di proposte sui temi affrontati accompagnate dal racconto di esperienze che ne dimostrino la fattibilità. “I contenuti che affronteremo – evidenzia Alessandro Durando, Presidente di Confcooperative Cuneo – mettono in luce come il parlare di alte terre significa ragionare più complessivamente dello sviluppo del nostro paese sollecitando una più coerente e virtuosa relazione tra montagna e pianura, aree interne e aree urbane”.
“Per Uncem è molto significativa questa collaborazione con Confcooperative su iniziative formative che partono dai territori e dalle comunità vive. E che si rivolgono agli stessi territori, alle nostre comunità – afferma Roberto Colombero, Presidente Uncem Piemonte – Ripartire dai territori vuol dire guardare e lavorare per i chi i territori li vive e li orienta, puntando su sviluppo, crescita, organizzazione dei servizi. In questa direzione, il patto tra Confcooperative e Uncem è decisivo”.

 

Ristoranti e hotel: il Covid brucia 38 miliardi

Le stime dell’Osservatorio sui bilanci pubblicato dal Consiglio e dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti 

RISTORANTI E ALBERGHI: NEL BIENNIO 2020/21 IL COVID BRUCIA 38,5 MILIARDI DI EURO 

Nel 2021 si stima una riduzione del fatturato del -35% contro il -44,2% del 2020 

Il settore ristoranti e alberghi a causa dell’emergenza Covid-19 brucia nel biennio 2020-2021 oltre 38miliardi di euro. In particolare le oltre 74 mila società di capitali di questo comparto realizzerebbero complessivamente una perdita di 38,503 miliardi di euro, pari a circa la metà dell’intero settore. Il settore dell’alloggio registrerebbe un calo complessivo di 17,5 miliardi di euro, mentre quello della ristorazione una flessione di 21 miliardi di euro. Il 2021 si presenta però leggermente migliore del 2020 rispetto al 2019. Quest’anno, infatti, il fatturato complessivo delle società di capitali è previsto ridursi del -35% contro il -44,2% del 2020.

Sono le stime quantificate dall’Osservatorio sui Bilanci 2019 del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti.

Il campione analizzato è formato da quasi 75 mila società con oltre 670 mila dipendenti e quasi 49 miliardi di fatturato a valori 2019. In termini di fatturato, le società di capitali esaminate in queste simulazioni coprono più del 50% dell’intero settore che presenta, sempre a valori 2019, un fatturato complessivo vicino ai 90 miliardi di euro con circa un milione e mezzo di occupati.  La stragrande maggioranza delle società prese in esame dall’Osservatorio non supera i 10 milioni di euro di fatturato. Sono appena 410 le società di capitali che superano i 10 milioni di fatturato con ricavi però superiori a 14 miliardi di euro, il 29% del totale ed occupano quasi 144 mila dipendenti, il 21% del totale.

Le simulazioni sono state condotte tenendo conto degli andamenti congiunturali di settore del 2020 così come rilevati dall’Istat e dal Mef e dalle proiezioni condotte sul 2021. Queste ultime sono state elaborate tenendo conto della stagionalità del comparto turistico e dell’impatto delle misure restrittive adottate dal governo per il primo trimestre dell’anno. Per la restante parte dell’anno, le simulazioni sono state condotte prevedendo una graduale, ma parziale, ripresa del settore man mano che le vaccinazioni proseguono e gli indicatori permettono la riapertura delle attività. In ogni caso, si prevede un forte recupero nel terzo trimestre che, in alcuni casi, raggiunge il 90% dei livelli pre-covid, e un buon recupero anche nel quarto trimestre che, però, soprattutto per il settore degli alberghi, dovrebbe risentire ancora in maniera fortemente negativa il crollo degli arrivi dall’estero. 

L’Osservatorio analizza anche l’epoca precovid. Nel 2019, rispetto all’anno precedente, le Srl del settore ristoranti e alberghi erano in crescita.  In particolare, a fronte di un aumento degli addetti dell’1,4%, si registrava un incremento dei ricavi del 6,3% e del valore della produzione del 6,1%, che si traducevano in una crescita del valore aggiunto del 5,3%. A livello geografico le performance migliori in termini di fatturato si registravano nel Sud (+6,5%), mentre la crescita più bassa al Centro (+3,5%).

Simulazione fatturato Società di capitali Servizi di alloggio e ristorazione. Anni 2019, 2020 e 2021 (Valori in migliaia di euro)  

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SOCIETA’

RICAVI  

2019

RICAVI  

2020

RICAVI  

2021

PERDITA BIENNIO  

2020-2021

ALLOGGIO

19.729

18.663

9.256

10.624

-17.444

RISTORAZIONE

54.701

29.955

17.883

20.968

-21.059

TOTALE

74.430

48.618

27.140

31.593

-38.503

Bitcoin: “merda d’artista”?

Merda d’artista è un’opera dell’artista italiano Piero Manzoni. Nel dicembre del 1961, l’autore sigillò 90 barattoli di latta, uguali a quelli utilizzati normalmente per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta identificativa, tradotta in quattro lingue (italiano, francese, inglese e tedesco), con la scritta «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 01 a 90 insieme alla firma dell’artista.

L’artista stabilì il prezzo in 300 grammi di oro zecchino, e vendette tutte le scatolette incassando cifre enormi; ed alcuni esemplari furono acquistati addirittura da musei (ad esempio la Tate Modern di Londra, il Museo del Novecento di Milano, il Centro Pompidou di Parigi ed il Museum of Modern Art di New York).

Il costo dei barattoli è elevato: a dicembre 2016, un collezionista ha comprato un esemplare a 275.000 euro! Verificare cosa ci sia dentro significa distruggere l’opera ed azzerarne il valore; un amico di Manzoni, Agostino Bonalumi, ha dichiarato che all’interno delle scatole vi è un po’ di gesso. Nel 2008, il francese Bernard Bazile ne ha aperto una trovandovi dentro una seconda lattina più piccola (che però non ha aperto).
In questa breve narrazione ho trovato molte somiglianze con un fenomeno attualissimo che sta appassionando ed intrigando il mondo, quello del boom della più famosa criptovaluta, il bitcoin.
Il bitcoin è stato creato da un artista, un artista della finanza, che si è inventato una nuova “moneta” chiamandola fantasiosamente “bitcoin”, sintesi fra bit (contrazione di binary unit) e coin (moneta).
L’artista si chiama (secondo la storiografia corrente) Satoshi Nakamoto, e sarebbe, come indica il nome, giapponese. Usiamo il condizionale perché tra i tanti misteri che avvolgono la criptovaluta c’è proprio l’identità di chi l’ha inventato: nessuno ha mai conosciuto il simpatico Nakamoto, non si sa dove viva, quando sia nato, che studi abbia fatto…
Un’ipotesi diffusa è che in realtà si tratti di uno pseudonimo usato da un gruppo di esperti informatici di qualche università americana che si nascondono dietro un nome di fantasia per operare liberamente.
Il bitcoin non è emesso da una banca centrale statale (come le normali valute circolanti), ma lo si ottiene attraverso un complicatissimo sistema algebrico, risolvendo un “algoritmo” attraverso computer potentissimi che lavorano giorni e giorni per risolvere la formula ed estrarre il sospirato strumento.

 

Chi riesce ad estrarlo (l’operazione si chiama in inglese mining, che è proprio l’operazione di estrazione da una miniera) oggi diventa ricco perché il valore è di circa 63.000 dollari.
Ne ha fatta di strada quel bit!
Il primo minatore che è riuscito ad impossessarsene e ad utilizzarlo lo ha usato per comprarsi due pizze a Jacksonville, in Florida. Era il 2010 e Laszlo Hanyeczilk pensate, ha offerto al pizzaiolo di pagare con quella cosa strana, l’altro ha accettato un po’ per curiosità un po’ per scommessa ed ha incassato la bellezza di 10.000 bitcoin. Valore attribuito a “quella cosa”: 3 millesimi di dollaro!
Sicuramente il ristoratore se ne sarà sbarazzato (anche qui la storia è oscura e sfiora la leggenda…), facendo il peggior affare della vita, perché oggi quei 10.000 bitcoin rappresenterebbero una pizza del valore di ben 630 milioni di dollari!
A cosa serve questa moneta?
Come tutte le sue “sorelle reali”, la sua funzione è duplice: essere strumento di pagamento ed essere strumento di investimento.
Diamo qualche indicazione.
Dove spendere il bitcoin?

Poiché non è una moneta legale, può essere utilizzato per comprare beni o servizi solo in negozi che lo accettano; è una trattativa privata, perché nessuno può obbligare un concessionario auto o un supermercato ad accettare criptovaluta per una vendita. Sotto questo profilo la funzione del bitcoin è praticamente nulla. Esplorando i vari siti che indicano i punti vendita che accettano pagamenti con la moneta virtuale si scopre che in Piemonte sono solo 25… E se qualcuno si prende la briga di contattare i nominativi indicati scoprirà che alcuni cascano dalle nuvole perché in realtà non hanno mai accettato di entrare nel circuito. C’è qualche negozio di computer ed informatica, un paio di studi di architettura, due negozi di regali; un po’ poco per poter dire che la moneta circola e serve a comprare.
Vediamo il secondo utilizzo, quello dell’investimento.
Qui il discorso è diverso: infatti le transazioni sono numerosissime e quasi tutti coloro che comprano bitcoin lo fanno per tenerselo e vedere le quotazioni salire ogni giorno. Certo, i guadagni sono stati favolosi per chi ci ha creduto ed ha tenuto la posizione. Pensate che nel 2017 (otto anni dopo la sua nascita), valeva intorno a 800 dollari, ma a fine anno era schizzato a 20.000.
Dopo un pesante tracollo che lo fece precipitare a 3.000 dollari, è iniziata una galoppata che lo ha portato ai livelli attuali, oltre quota 60.000.
Un affare?

Chi ha avuto la fortuna di comprarselo a prezzi bassi e di tenerselo sicuramente oggi si sente ricco; chi lo ha comprato nel 2017 e, spaventato, lo ha venduto l’anno dopo (sono stati tanti!) ci ha rimesso la camicia mandando in fumo i suoi risparmi.
Bisogna ricordare che il valore della moneta virtuale non è determinabile sulla base di normali parametri (come avviene con dollaro, euro, sterlina), ma è fissato dall’incontro di domanda ed offerta senza precisi motivi: se molti chiedono di comprare e pochi vendono, il prezzo sale, altrimenti scende. Finché cresce la “febbre”, la crescita è assicurata…
Il bitcoin vale 1.000 oppure 10.000, oppure 100.000? Qualunque prezzo è plausibile; anche quello che a mio avviso è il più corretto, cioè zero…
Perché se si apre la scatoletta del bitcoin, è possibile che ci si trovi davanti ad un “pensierino” firmato Satoshi Nakamoto!

Gianluigi De Marchi