La Statua della Libertà è probabilmente uno dei monumenti più famosi al mondo ed è senza dubbio il simbolo più rappresentativo della città di New York e degli interi Stati Uniti d’America. Con i suoi 93 metri d’altezza, è visibile a 40 km di distanza e si erge come un imponente “biglietto da visita” per il visitatore che si appresti ad entrare nel Paese.L’opera, inaugurata nel 1886, fu donata dalla Francia agli Stati Uniti d’America, non solo in quanto le due nazioni erano storicamente alleate, ma anche perché, nell’imminenza del centenario delle rispettive rivoluzioni francese ed americana, si voleva ricordare l’impegno profuso da questi due popoli nella lotta per la conquista dei diritti fondamentali del cittadino.La Statua della Libertà fu realizzata dallo scultore francese Frédéric Auguste Bartholdi, con la collaborazione di Gustave Eiffel (noto anche per la torre parigina che porta il suo nome), che si occupò in particolare di progettare gli interni dell’immensa opera. Il genio creativo di Bartholdi è stato giustamente celebrato in tutto il mondo, ma sarà stata tutta farina del suo sacco? Nella bellissima basilica di Santa Croce a Firenze si trova una splendida scultura che ricorda moltissimo, soprattutto nella posa della figura femminile, il celebre monumento americano. L’opera si chiama “Libertà della Poesia” ed è stata realizzata tra il 1870 ed il 1883 e dunque solo qualche anno prima rispetto all’inaugurazione della Statua della Libertà. Il suo autore, lo scultore Pio Fedi, all’epoca in cui lavorava all’opera scultorea, era già all’apice della sua notorietà, avendo appena ultimato il suo ultimo capolavoro (il famoso “Ratto di Polissena”), che aveva avuto l’onore di essere collocato sotto la Loggia de’ Lanzi in Piazza della Signoria, in compagnia di altre stupende opere d’arte realizzate da artisti di tutte le epoche. Data la riconosciuta bravura dello scultore italiano, Pio Fedi ebbe anche l’onore di realizzare una scultura che rappresentasse un’allegoria della poesia e che sarebbe stata collocata, come in effetti è avvenuto, sopra la tomba del drammaturgo italiano Giovan Battista Niccolini, deceduto circa dieci anni prima e sepolto nella basilica di Santa Croce. Il destino ha voluto che, in quegli anni, si trovasse a Firenze lo scultore francese Bartholdi, il quale visitò l’Italia in più occasioni, soprattutto per combattere, a fianco di Garibaldi, nelle file dei franchi-tiratori durante la guerra franco-prussiana. Si sa per certo che Bartholdi si trovava a Firenze nel 1875, poiché è stata ritrovata una lettera che lo stesso scultore aveva scritto alla madre quell’anno. E’ altamente probabile che uno scultore straniero come Bartholdi, trovandosi a Firenze e visto il clamore suscitato dall’opera che il “collega” Pio Fedi stava realizzando, non abbia resistito alla tentazione di dare un’”occhiata” al lavoro dello scultore italiano e, con l’occasione, di studiarne i dettagli. Del resto, al di là delle differenze di dimensioni e di materiali utilizzati dai due artisti, la somiglianza tra le due statue è strabiliante ed induce a pensare che Bartholdi, quantomeno, abbia preso ispirazione dall’opera italiana. A ben vedere, infatti, entrambe le statue rappresentano una figura femminile con una corona in testa (quella di Pio Fedi è composta da otto raggi, mentre quella newyorkese ne ha solo sette), entrambe hanno il braccio destro sollevato, sebbene la statua italiana tiene nella mano una catena spezzata, mentre nella statua della libertà americana la figura femminile tiene in mano una fiaccola (le catene invece la statua americana le ha ai piedi); il braccio sinistro della statua italiana è abbassato e culmina con una ghirlanda d’alloro, simbolo della poesia, mentre la Statua della Libertà ha anch’essa il braccio sinistro abbassato ma tiene in mano il libro della dichiarazione di indipendenza americana. Entrambe le statue, infine, indossano una lunga toga e poggiano su un piedistallo. E’ plagio o semplice casualità?
Davide Longo


E’ stato eretto anche un bel monumento al personaggio di legno, opera degli artigiani locali fratelli Bertaina. Nella pace del cimitero comunale, l’artistica tomba dello “zio di Pinocchio” è vegliata dal burattino che piange
Il grande disegnatore scelse a Vernante la seconda compagna della sua vita, la signora Martini Margherita, ed il luogo in cui dedicarsi al lavoro artistico e trascorrere gli ultimi anni della sua vita, dal 1944 al 1954. Formatosi all’Accademia Albertina di Torino, già da studente Mussino collaborò con alcuni giornali satirici come La Luna e Il Fischietto. Lungo quasi mezzo secolo fu il rapporto con il Corriere dei Piccoli : a partire dal primo numero, pubblicato nel dicembre del 1908, fino al 1954 (anno della sua morte). Il suo lavoro più celebre, tuttavia, è rappresentato dalle illustrazioni delle collodiane “Avventure di Pinocchio”nell’edizione del 1911 edita dalla fiorentina Bemporad . Con i disegni di Attilio, come usava firmarsi, Pinocchio affrontò per la prima volta il colore e andò ben oltre i limiti in cui l’avevano confinato i primi due illustratori, Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri. Mussino portò il burattino di Carlo Collodi dentro la grande illustrazione europea del Novecento, al punto che la sua edizione sarà la più ristampata e venduta in assoluto e, per molti versi, resterà ineguagliata. Vernante, dove è stato eretto anche un bel monumento a Pinocchio, opera degli artigiani locali fratelli Bertaina, gli ha intitolato – oltre al museo – anche la Scuola Elementare e i giardinetti pubblici. Non a caso, nella pace del cimitero comunale, l’artistica tomba dello “zio di Pinocchio” è vegliata dal burattino che piange.
Alessandro Volta, tra i più famosi fisici della storia, studioso e inventore molto prolifico che si applicò soprattutto allo studio dei fenomeni elettrici. Infatti, quella che viene comunemente chiamata la “
melmoso dell’acqua, Volta vide salire a galla e poi svanire nell’aria bollicine gassose. Incuriosito, racchiuse il gas all’interno di provette di vetro e incominciò a studiarne le proprietà e scoprì che poteva essere incendiato, sia per mezzo di una candela accesa, sia mediante una scarica elettrica(
grandi vantaggi e, già nella prima metà dell’Ottocento, l’illuminazione a gas divenne comune in molte città americane ed europee, a tal punto da modificare gli stili di vita dei cittadini: le strade, ben illuminate anche di sera, scoraggiarono i malintenzionati, la gente usciva anche di sera i luoghi d’incontro e cambiavano anche i costumi. Nel febbraio del 1822 il gas fece la sua prima apparizione a Torino, in piazza San Carlo, nel caffè del sig. Gianotti ( quello che oggi è il Caffè San Carlo) ma solo vent’anni dopo venne impiegato nell’illuminazione delle strade cittadine. Nel 1837, Carlo Alberto, autorizzò François Reymondon, architetto di Grenoble, e Hippolyte Gautier, ingegnere di Lione a costruire il gasometro di Porta Nuova e due anni dopo un nuovo tipo di illuminazione a gas entrò in funzione con 100 fiamme che divennero 1600 nel 1840. Le cronache dell’epoca raccontano che, nell’ottobre del 1846, “fra l’entusiasmo della popolazione, furono illuminate le contrade Dora Grossa e Nuova” e, poco dopo, anche le vie Po e Santa Teresa, piazza Castello, piazza San Carlo e piazza Vittorio. E tutto questo, in qualche misura, trovò origine anche da quella “nativa aria infiammabile di palude” che il Volta scoprì tra i canneti dell’isolotto sul lago Maggiore.




