Dall Italia e dal Mondo- Pagina 74

Auto si schianta contro albero, muore 23enne

DALLE MARCHE

Sulla provinciale Fogliense, all’altezza di Caprazzino, nelle Marche, una Golf guidata  da un  23enne si è schiantata contro con un albero. Il conducente è morto sul colpo e  l’amico a bordo, un 26enne polacco,  ora ricoverato ad Ancona in gravissime condizioni, dopo essere stato soccorso dall’eliambulanza. Forse un colpo di sonno o l’elevata velocità le possibili cause. I ragazzi stavano rientrando da una festa.

Antoine de Saint-Exupéry, il “Piccolo Principe”

E’ uno dei libri più venduti di sempre, tradotto in più di duecentocinquanta lingue e stampato in oltre 134 milioni di copie in tutto il mondo

È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttate via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio”. Questa frase riporta all’ opera più famosa di Antoine de Saint-Exupéry, “Il Piccolo Principe”, il suo romanzo capolavoro pubblicato il 6 aprile 1943 da Reynal e Hitchcock in inglese, e qualche giorno dopo in francese.  “Il Piccolo Principe” è uno dei libri più venduti di sempre, tradotto in più di duecentocinquanta lingue e stampato in oltre 134 milioni di copie in tutto il mondo.

Un libro che, per alcuni , è secondo per popolarità soltanto alla Bibbia. Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry nacque a Lione il 29SAINT E 3 giugno del 1900, centoquindici anni fa, in una vecchia famiglia di nobili ( uno dei suoi antenati aveva combattuto con gli americani a Yorktown, la battaglia che decise l’esito della Guerra d’indipendenza americana). Aviatore e scrittore francese, guardava all’avventura e al pericolo con gli occhi del poeta e, come si legge ne “Il Piccolo Principe” anche con quelli di un bambino. Belli ed emozionanti i suoi racconti sui primi voli aerei, tra i quali Volo di notte, L’aviatore e l’intimo Terra degli uomini. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nell’aeronautica militare francese e dopo l’armistizio nelle Forces aériennes françaises libres, dalla parte degli Alleati. Il libro “Let­tera al Gene­rale X e il senso della guerra”, uscito lo scorso anno, è una rac­colta di let­tere e brani (alcuni ine­diti in Ita­lia) di Saint-Exupéry, in cui tro­viamo anche le sue ultime, com­muo­venti parole, quelle scritte all’amico Pierre Dal­loz in una breve let­tera — mai spe­dita — datata 30 luglio 1944, settantuno anni fa. Il giorno dopo sarebbe stato abbat­tuto in volo sul mar Mediterraneo. Questo libro rappresenta il testamento spirituale e artistico di uno dei più straordinari personaggi del Novecento. Saint-Exupéry rac­conta una sto­ria diversa da quella del ragaz­zino dai capelli d’oro che apprende e soprat­tutto inse­gna.

SAINT E1In queste lettere l’autore fran­cese si pre­senta al let­tore come persona , avia­tore, uomo in guerra, e soprat­tutto come chi ha un cuore alla ricerca di un senso per l’uomo e per la vita, con domande sulle ragioni di tante cru­deltà e fol­lie del conflitto bellico. La sua morte in volo restò per molti anni misteriosa, finché nel 2004 venne localizzato e recuperato il relitto del suo aereo. Colpito da un caccia tedesco nel mare antistante la costa marsigliese, il Lockheed P38 Lightninga bordo del quale volava Antoine de Saint-Exupery, si inabissò a una settantina di metri di profondità. Lo scrittore francese,  partito in missione ricognitiva, era scomparso all’alba del 31 luglio del 1944, poco dopo il decollo da una base in Corsica. Il 29 giugno del duemila, nel centenario della nascita, gli è stato intitolato l’aeroporto di Lione. Una frase, molto bella, raccoglie il suo spirito d’avventura: “Quando si arriva al futuro, il nostro compito non è di prevederlo, ma piuttosto di consentire che accada”. Merci, Petit Prince.

Marco Travaglini

La Venezia di Hugo Pratt tra locande, campielli e malinconiche magie

pratt3Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni ‘70: “A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…”. Considerato uno dei simboli della venezianità, in realtà  Hugo Pratt era nato a Rimini nel 1927. Giramondo, irrequieto, a dieci anni  fu letteralmente trascinato in Africa dal padre – ufficiale dell’esercito – e restò nel continente nero  fino al 1945, per poi vivere in Argentina e sviluppare lì la sua arte grafica e poi, dagli anni ’70 in avanti, sempre più spesso a Parigi e in Svizzera, a Losanna, dove morì nel 1995. Ma a Venezia, che lui adorava e di cui ha saputo esprimere l’essenza come pochi altri, Pratt ha vissuto intensamente tutta l’infanzia e , tornandovi, aveva stabilito a Malamocco la sua “sede”. “Scarso, Scarso, è pronto lo “sfogio” per Corto Maltese!”. Con questa battuta, contenuta nell’Angelo della finestra d’Oriente, una delle sue storie veneziane, omaggiava la trattoria locanda “da Scarso” a Malamocco, nella parte più meridionale del Lido, sulla laguna. Gestita dall’omonima famiglia, assieme all’annessa locanda, fa parte anch’essa della storia di Venezia. Sui suoi tavoli, a gustare sarde in saòr e baccalà mantecati, risi e bisi, radicchi e – ovviamente – gli sfogi, cioè le sogliole, oltre al papà di Corto Maltese si sono alternati tanti personaggi illustri, da Mario Soldati a Federico Fellini.

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Tra calli, campielli e fondamenta della Serenissima Pratt amava perdersi, girava, incontrava il gruppo di amici storici che lui chiamava “i bighelloni di Venezia”, ritrovava il suo dialetto, rimanendo sempre venessian fino al midollo. Del resto non fece mai mistero di considerare Venezia “il centro del mondo”, prediligendone le parti “nascoste”, al di fuori dei classici itinerari dei turisti, dove stanno le “corti sconte”, quelle piazzette al riparo dallo sguardo indiscreto dei foresti. Raccontava, parlando della sua infanzia: “Avevo quattro o Cinque anni, forse sei, quando mia nonna si faceva accompagnare da me al Ghetto Vecchio di Venezia. Andavamo a visitare una sua amica, la signora Bora Levi, che abitava in una casa vecchia. A questa casa si accedeva salendo un’antica scala di legno esterna chiamata “scala matta” oppure “scala delle pantegane”, o ancora “scala turca”…andavo alla finestra della cucina e guardavo giù in un campiello erboso con una vera da pozzo coperta di edera. Quel campiello ha un nome: Corte Sconta detta Arcana. Per entrarvi si dovevano aprire sette porte, ognuna delle quale aveva inciso il nome di un shed, ossia di un demonio…. Ogni porta si apriva con una parola magica..”. In “Favola di Venezia”,  venticinquesima avventura di Corto Maltese, ambientata a Venezia tra il 10 e il 25 aprile 1921, si narra una  storia che si svolge prevalentemente di notte , in equilibrio tra sogno e realtà, tra oriente e occidente, tant’è che nel fumetto compare anche il titolo in arabo del racconto ( Sirat Al Bunduqiyyah ). Nel finale, una rivelazione: “Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in calle dell’amor degli amici; un secondo vicino al ponte delle Meraveige; un terzo in calle dei marrani a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (e qualche volta anche i maltesi..) sono stanchi delle autorità costituite, si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie…”. Nomi fantastici, luoghi magici, come la pratt4maggior parte delle centinaia di ponti e calli nei rioni di Venezia dove, tra le ombre umide delle case strette sui rii silenziosi o sotto le logge dei grandi palazzi signorili, si svelano le trame di storie e racconti vecchi d’ogni epoca, vicina o lontana. secoli di storia. Come se tutto ciò non bastasse, Hugo Pratt si è divertito un mondo ad inventare nomi per i luoghi frequentati dal suo marinaio. Seguendo questa toponomastica fantastica si scopre che il “Ponte della nostalgia” è il ponte Widmann, nei pressi della Chiesa dei Miracoli, a Cannaregio o che il “Sotoportego dei cattivi pensieri” in realtà corrisponde al Sotoportego dell’Anzolo che dà sulla Calle Magno, verso l’Arsenale, nel sestiere di Castello. Il “Campiello de l’arabo d’oro” è in Corte Rotta a San Martino, nelle vicinanze di Campo Do Pozzi, la “Corte del Maltese” equivale a Corte Buello nei pressi di Corte Nova e  la “Calle dei Marrani” è in Salizada Santa Giustina, vicino a Campo San Francesco della Vigna, tutti in Castello. La famosa e già citata “Corte Sconta detta Arcana” è la Corte Botera , che deve il proprio nome ad una bottega dibotteri, cioè di fabbricanti di botti, nei pressi della basilica dei Santi Giovanni e Paolo (detta San Zanipolo in dialetto veneziano) mentre nel citato racconto Pratt scelse l’abitazione di Tiziano come domicilio di Corto Maltese, nella corte che porta il nome del pittore, a Cannaregio. Pratt, negli ultimi suoi anni, ricordava con un velo di tristezza il pratt1suo legame con la città sulla laguna, quasi parafrasando – inconsapevole o meno – il testo di quella bella e triste canzone che  Guccini ha dedicato alla città (“ Venezia che muore,Venezia appoggiata sul mare, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi,Venezia, la vende ai turisti, che cercano in mezzo alla gente l’ Europa o l’ Oriente..”). Quindi, per finire, è necessario far parlare ancora il maestro: “..vado e vengo per il mondo, quasi senza meta. Ma a Venezia ci torno sempre. Cammino per le sue calli, attraverso i canali, mi fermo sui ponti e osservo che sulle rive non ci sono più i granchi che al pomeriggio se ne stavano pigramente a prendere il sole. Non ci sono più da tanti anni. Cerco i posti di quando ero bambino ma molte volte non li riconosco. La scala matta non c’è più e non più neppure la signora Bora Levi. Le finestre della sua casa sono murate, la fisionomia del luogo è cambiata. Quando chiedo non mi sanno rispondere. Gente giovane che non sa, oppure qualche vecchio che non vuole ricordare”.

 Marco Travaglini

Spara dopo una lite: un morto e due feriti gravi

DALLA TOSCANA

E’ stato arrestato vicino a Grosseto l’uomo che ha sparato a tre persone a Follonica, uccidendone una e ferendo le altre due in modo grave, una donna e un uomo, dopo una lite. Era riuscito a fuggire in auto ma i carabinieri l’hanno bloccato. Si è trattato di un agguato avvenuto a seguito di un litigio. L’omicida, secondo quanto si è appreso, sarebbe un ristoratore della zona.

Saint- Eustache, chiesa “magnifica e trascurata” nel ventre di Parigi

Lungo il viale deserto, nel profondo silenzio della notte, i carri degli ortolani, diretti verso Parigi, percuotevano con l’eco dei loro monotoni scossoni, a destra e a sinistra, le facciate della case immerse nel sonno dietro i filari confusi degli olmi. Un carro di cavoli e un altro di piselli si erano riuniti sul ponte di Neully ad otto carri di rape e di carote calati da Nanterre; ed i cavalli procedevano a testa bassa, con andatura pigra e uguale rallentata dalla fatica della salita. Su in alto, sdraiati bocconi, sul carico dei legumi, sonnecchiavano i carrettieri coi loro mantelli a righe nere e grigie, le redini arrotolate al polsi..”. Così inizia Le ventre de Paris (Il ventre di Parigi) che Émile Zola pubblicò nel 1873, ambientando il racconto a Les Halles , i vecchi mercati generali dove venivano venduti all’ingrosso i prodotti alimentari freschi. Un mondo incredibile, carico di odori e colori che si è trasformato nei secoli, fino ai nostri giorni. Oggi  dove sorgevano i padiglioni ottocenteschi in ferro battuto ( “un gigantesco ventre di metallo, inchiavardato, saldato, fatto di legno, vetro e ferro”) c’è la Canopée, megastruttura di vetro e acciaio, dal tetto ondulato aperto verso ovest, che sovrasta il Forum des Halles, secondo centro commerciale di Francia. Siamo  nel primo arrondissement, il centro del centro di Parigi dove tutto è cambiato, stravolgendo quello che era il “ventre” della città. L’unica a restare immutata e impassibile davanti al turbinio delle trasformazioni è la chiesa di Saint-Eustache, una delle più grandi e famose di Parigi, costruita per volere di Francesco I di Francia tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. Varcata la soglia è l’imponenza delle cinque navate ad ammutolire; si resta senza fiato percorrendo l’interno maestoso di questo luogo di culto dove lo stile tardo gotico è di quelli  “flamboyant”, fiammeggianti, accompagnato da decorazionirinascimentali. “Chiesa magnifica e trascurata”, scrive Corrado Augias ne “I segreti di Parigi”. Eppure l’église Saint-Eustache  contiene importanti opere d’arte antiche e come una delle più celebri tele di Rubens, i “Discepoli di Emmaus” del 1611, varie opere di artisti italiani  ( Santi di Tito, Rutilio Manetti , Luca Giordano) e vi sono sepolti personaggi illustri come Jean-Baptiste Colbert, madame de Pompadour e Anna Maria Pertl, madre di Wolfgang Amadeus Mozart. Sotto le volte di Sant’Eustachio furono battezzati Molière, il cardinale Richelieu e Jeanne-Antoinette Poisson, futura marchesa di Pompadour; Luigi XIV, il Re Sole, ricevette la sua prima comunione mentre vi si sposò il compositore Jean-Baptiste Lully. Nella chiesa si svolsero i funerali di Mirabeau e La Fontaine, Franz Liszt  asistette all’esecuzione della sua Messa solenne mentre Hector Berlioz diresse per la prima volta il suo Te Deum. Visitando la chiesa è impossibile non notare il magnifico organo. Con più di 8.000 canne e più di cento registri è il più grande di Francia, superando gli strumenti storici della cattedrale di Notre Dame de Paris e della chiesa del Saint-Suplice. E se Enrico di Navarra abiurò il calvinismo per il cattolicesimo pur di conquistare Parigi dove fu incoronato re nel 1594, affermando che “Parigi val bene una messa”, si può ben dire che vale altrettanto la pena assistere ad una messa accompagnata dalle note dell’organo di questa splendida chiesa di Saint- Eustache.

Marco Travaglini

12 aprile, Alessandria sconfigge il Barbarossa… grazie alla mucca Rosina

Ricorre il 12 aprile l’anniversario della fine dell’assedio del Barbarossa alla città di Alessandria nel 1175. Dopo aver saccheggiato e distrutto Chieri, Asti e Tortona durante la prima discesa in Italia nel 1155, l’imperatore Federico I tornò nella penisola per la quinta volta nell’autunno del 1174. Giunto al Moncenisio, proveniente dalla Svevia e dalla Borgogna, il Barbarossa piombò su Susa devastandola. Dopo la resa di Asti si diresse verso Alessandria, che era stata fondata pochi anni prima diventando il simbolo della resistenza all’imperatore e il 29 ottobre 1174 iniziò ad assediarla. Fu tutt’altro che una passeggiata e quella nuova piccola città con povere case di legno e tetti di paglia, abitate, come affermava convinto il marchese del Monferrato, solo da briganti e servi e ormai prossima a finire nelle mani dei nemici, era invece pronta a sostenere il grande assedio. Fu un inverno lungo, piovoso e molto freddo. Le forze imperiali giunsero di fronte alla città sicure di occuparla in breve tempo ma rimasero presto bloccate da un lungo e profondo fossato che circondava Alessandria. Cominciò così un lungo accerchiamento che terminò il 12 aprile 1175 (un anno prima della famosa battaglia di Legnano) con la resa degli uomini del Barbarossa, attaccati dagli alessandrini mentre erano intenti a scavare una galleria per penetrare all’interno del centro abitato. La tradizione popolare vuole che a salvare la città fosse stato uno stratagemma escogitato da un tale Gagliaudo Aulari, oggi personaggio popolare e maschera carnevalesca di Alessandria. Costui era un pastore che decise di sfamare la sua vacca Rosina con il foraggio e gli ultimi viveri rimasti in città. Con grande coraggio uscì un giorno dalle mura assediate per portare la mucca a pascolare. I nemici lo catturarono, uccisero la bestia per nutrirsi e rimasero meravigliati da tutto ciò che riempiva il suo stomaco. Il Barbarossa interrogò subito il contadino Gagliaudo che gli rivelò che Alessandria era ben provvista di cibo ed era in grado di resistere all’assedio ancora per molto tempo. L’imperatore germanico decise allora di non perdere altro tempo. Tolto l’assedio ad Alessandria si mosse contro l’esercito della Lega Lombarda. Nell’Oltrepò pavese, a Montebello della Battaglia, sulle colline tra Voghera e Casteggio, un armistizio, noto come la pace di Montebello, evitò uno scontro campale tra i due eserciti. La leggenda della mucca Rosina, che ancora oggi si racconta ai bambini alessandrini, è stata ripresa da Umberto Eco nel romanzo “Baudolino”, santo patrono della località piemontese. Nel 1183 il comune di Alessandria fu riconosciuto da Federico I Barbarossa. In un monumento dedicato a Gagliaudo in piazza Duomo una frase di Umberto Eco recita così: “A Gagliaudo Aulari, che ci ha insegnato come si possa risolvere un conflitto senza uccidere alcun essere umano. Se il mondo lo ha dimenticato, ricordiamolo noi”.

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Filippo Re

Cade da traliccio di 12 metri, morto operaio

DAL VENETO Nuovo tragico incidente sul lavoro, la vittima è un operaio campano di 44 anni che è morto in Veneto mentre stava lavorando su una linea elettrica. E’ caduto a terra da un traliccio di 12 metri, morendo sul colpo. L’incidente è avvenuto a San Germano dei Berici, in provincia di Vicenza. L’uomo lavorava alle dipendenze di una ditta specializzata nella manutenzione delle linee elettriche.

Accoltella la fidanzata dopo una lite

DALLA SARDEGNA

A Quartu Sant’Elena, nel Cagliaritano, al termine di una lite avvenuta all’interno di un’ automobile un uomo ha accoltellato la fidanzata . Il presunto aggressore è stato  rintracciato, è un 45enne di Cagliari, accusato di  di lesioni aggravate. Un passante ha segnalato al telefono un’aggressione con coltello ai danni di una donna. Sono giunte la Squadra Volante del Commissariato e un’ambulanza, e  la donna è stata trasportata in ospedale. L’aggressione è dovuta a una lite per futili motivi.  Dal controllo dell’auto dell’uomo, è stato rinvenuto il coltello utilizzato nella lite.

Padre Claudio e il dialogo islamo-cristiano

FOCUS INTERNAZIONALE

di Filippo Re

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Lasciata Piasco, sulle colline della bassa Val Varaita, piccolo paese di 3000 abitanti che negli anni della Grande Guerra diede i natali a Luigi Pareyson, uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento, si trasferisce a Torino dove studia teologia delle religioni, con particolare attenzione alla religione islamica ed entra nell’Ordine dei frati domenicani. Padre Claudio Monge diventa ben presto uno dei più autorevoli esperti italiani di dialogo islamo-cristiano e viene inviato in missione a Istanbul per portare avanti le sue ricerche sul mondo arabo-musulmano. Di recente Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Il missionario domenicano vive da 15 anni nella città sul Bosforo ed è parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, una delle pochissime chiese cattoliche ancora presenti in una metropoli in profonda trasformazione sotto diversi punti di vista. Oggi infatti possiamo definire Istanbul una città quasi “araba” e molto più “velata” di prima. Non cambia per fortuna il suo splendore, intatto e indistruttibile, come le sue possenti e celebri mura, il fulgore di una millenaria capitale imperiale, nelle cui pietre cerchiamo ancora oggi le tracce di un passato molto lontano ma che ci appartiene strettamente. Ma dietro la città incantata e al di là del commovente nazionalismo kemalista che il 10 novembre, giorno dell’anniversario della morte di Ataturk, fa suonare le sirene, alle 9,05 del mattino, fermando simbolicamente per un paio di minuti i traghetti sul Bosforo e sul Mar di Marmara e pietrificando all’improvviso il traffico assordante di una città di quindici milioni di abitanti (esclusi i 500.000 profughi siriani che vivono per strada), spuntano i cambiamenti che avanzano lentamente da qualche anno.

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Il turismo europeo e americano è sparito quasi del tutto dopo gli ultimi gravi attentati terroristici che hanno colpito la metropoli europea e dopo il fallito golpe del 15 luglio 2015, sostituito dal turismo del Golfo Persico e del Medio Oriente che salva dalla crisi il settore turistico turco. Dove sono finiti i francesi, gli inglesi, i tedeschi, gli americani e gli italiani che si trovano ovunque? A Istanbul non si vedono quasi più, come dissolti nelle nuvole della paura e del terrore che da qualche tempo tengono lontani i turisti da questa citttà. Ci sono però russi, cinesi e giapponesi, questi sì che si vedono ma c’è soprattutto una folla di arabi che mai nei secoli passati erano riusciti a conquistare Costantinopoli e adesso invece ci sono riusciti, con trolley zeppi di denaro. A Istanbul non si sono mai visti così tanti turisti mediorientali. Ed ecco allora sauditi, qatarioti, kuwaitiani, iraniani, iracheni, emiratini, c’è tutto il Golfo, sia arabo che persico. “Il turismo è in forte crisi, spiega Claudio Monge, un crollo verticale, da due anni a questa parte. È crollato soprattutto il turismo organizzato delle agenzie, sostituito in gran parte dal turismo arabo. È in corso una forte arabizzazione e in certi quartieri ci sono scritte bilinque, come nei negozi e negli hotel, li hanno favoriti togliendo i visti ai turisti arabi che sono gli unici che possono investire e pagare ingenti somme con denaro liquido. Qui il turismo classico, fatto di arte, storia e pellegrinaggi, è stato sostituito dal turismo dello shopping.

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Ci sono voli charter che portano i cittadini dei Paesi del Golfo che si fanno un weekend nei centri commerciali e nei negozi di lusso e poi ripartono senza fare neanche un giro in città. E poi gli arabi sono gli unici possibili acquirenti nel settore immobiliare. C’è stata un’esplosione edilizia incontrollata ma le case sono rimaste invendute per il 70%. In Turchia c’è poco denaro oggi e i prezzi sono troppo alti”. Padre Claudio guida come parroco la piccola chiesa di San Pietro e Paolo, all’ombra della possente Torre di Galata, che sopravvive insieme ad altre due chiese cattoliche, incuneata tra moschee, case ottomane e grandi edifici. Una biblioteca con 30.000 volumi per la formazione dei frati ma aperta a tutti, agli studenti turchi e agli stranieri allo scopo di aiutarli nella ricerca universitaria, nello studio della teologia delle religioni e del rapporto tra islam e cristianesimo. Un centro culturale nato per far incontrare gente diversa, seguendo un disegno tipico della cultura domenicana. Un progetto che procede con alti e bassi. “Qui vengono anche ricercatori che lavorano nel campo della storia per riscoprire le vicende di questi quartieri multietnici che un tempo erano abitati da molti cristiani, cercano documenti sulle radici cristiane di Costantinopoli e sui siti cristiani diventati poi moschee. Ci sono stati sicuramente periodi più facili di quello attuale, ammette fra Claudio, ma le tensioni politiche in questo Paese hanno fatto sì che molte persone, un tempo ben collocate nei gangli del potere, e che erano i nostri referenti diretti, sono spariti e abbiamo dovuto cambiarli con la conseguenza che certi contatti costruiti in passato sono finiti e hanno dovuto essere cambiati. Da anni stiamo cercando di ristrutturare una parte del vecchio convento per trasferire la biblioteca ma ci sono molti impedimenti e procedure burocratiche interminabili che ci stanno sfiancando. La nostra condizione di cristiani e di stranieri non aiuta, è un ostacolo in più, che riguarda non solo noi italiani ma tutti i cittadini dell’Ue”. Sempre più donne con il velo nelle strade di Istanbul, scuole religiose in aumento, Ataturk in naftalina? Per il momento il padre fondatore della Turchia moderna e laica resiste, le immagini di Mustafa Kemal abbondano in città e la sua statua di cera nel Museo navale, sulla sponda europea del Bosforo, non è ancora stata rimossa. Ma qualcosa è già cambiato.

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“Da tre-quattro anni, osserva il frate domenicano, c’è un aumento notevole del velo tradizionale, alla turca, almeno del 40%, e si vedono anche molte donne arabe e iraniane con un lungo velo nero o donne turche provenienti dai piccoli villaggi anatolici con il tradizionale velo. Le vie dello shopping restano abbastanza “occidentali” ma nel resto della città la situazione è mutata. E’ stato tolto il divieto di portare il velo negli uffici pubblici e quindi c’è un ritorno del velo che ora è ammesso, il cambiamento di panorama è innegabile anche se penso che la Turchia non potrà tornare troppo indietro. Come il Kemalismo aveva comportato l’occupazione della scena pubblica con simboli e cultura laica imposta dall’alto, oggi assistiamo a un’occupazione della scena pubblica con i simboli islamici”. Nel Paese della Mezzaluna cambia anche la scuola per avere musulmani più ortodossi e Istanbul si è già adeguata con il potenziamento degli istituti religiosi. “Più che di medrese si tratta di scuole “imam-hatip”, scuole di formazione religiosa per coloro che in futuro potrebbero diventare imam di moschea, insegnanti di religione o dipendenti del Diyanet, il Ministero degli Affari Religiosi. Tuttavia queste scuole che dovevano limitarsi a formare i quadri di questo Ministero stanno rimpiazzando di fatto l’educazione tradizionale. Sono aumentate con la chiusura di diverse scuole pubbliche e con il risultato di fare abbassare drasticamente il livello medio dell’istruzione. È certo però che lo studio scolastico dei decenni di potere di Kemal sarà ridimensionato nella nuova Turchia del sultano Recep Tayyip Erdogan. A cominciare dai simboli del kemalismo, come il “Centro culturale Ataturk” che domina piazza Taksim, il cuore di Istanbul, e ora è in fase di smantellamento (al suo posto sorgerà un teatro dell’Opera) mentre dalla parte opposta della piazza è in costruzione una grande moschea. Il vicino Gezi Park, punto di ritrovo per le manifestazioni anti-Erdogan rischia di scomparire e lasciare il posto a una caserma ottomana.

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“C’è chiaramente la tendenza a voltare pagina, aggiunge il missionario piemontese, il discorso è che si sta rimpiazzando quella che è stata una sorta di identità laica imposta dall’alto, il progetto autoritario di Ataturk con un altro progetto autoritario, si sta imponendo ora un’identità che fa riferimento molto di più alle radici culturali islamiche. E ciò implica anche una presa di possesso dei luoghi simbolici degli anni della Repubblica kemalista che adesso sono ripresi e reinventati a immagine e somiglianza del nuovo progetto. Taksim, che era per eccellenza la piazza della laicità repubblicana kemalista, sta cambiando faccia. Assistiamo a uno scontro tra ideologie diverse. A una vecchia ideologia si risponde con una nuova ideologia”. Decine di ragazze affollano il vecchio caffè turco a ridosso di Santa Sofia, nella grande piazza Sultanahmet, a poche decine di metri dalla Moschea Blu. Sono appena uscite da scuola, ancora più allegre perchè domani è domenica, giorno festivo per tutti nella Istanbul europea, capelli al vento, musica nelle orecchie, cellulare in mano. L’Oriente, per loro, sembra lontano, l’Europa più vicina.

 

 

 

Trieste, memoria e dolore tra i mattoni rossi della Risiera

I mattoni rossi della Risiera di San Sabba

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L’appuntamento è a Valmaura, rione alla prima periferia meridionale di Trieste, lungo l’asse che la collega con l’Istria

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di  Marco Travaglini

Il primo appuntamento, per gli studenti piemontesi distintisi nella 37° edizione del Progetto di storia contemporanea bandito dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale, si terrà a Trieste, capoluogo del Friuli Venezia Giulia all’estremo lembo orientale dell’Alto Adriatico, città di confine stretta tra il Carso e il mare.

La cella della morte

L’appuntamento è a Valmaura, rione alla prima periferia meridionale di Trieste, lungo l’asse che la collega con l’Istria. In questa piccola valle tra il colle di Servola e quello di San Pantaleone si trova la Risiera di San Sabba, unico esempio di lager nazista in Italia.

Luoghi di detenzione alla Risiera

Già all’entrata s’avverte, incombente, il “peso” della vicenda consumatasi tra le mura del grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, costruito nel 1898.

 

L’ingresso

 

Dapprima utilizzato dall’occupante nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 ( lo Stalag 339), verso la fine di ottobre di quell’anno venne strutturato come Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici, ebrei.

La Risiera oggi

 

La Risiera, dal 1965, è monumento nazionale e, dieci anni dopo, ristrutturata su progetto dell’architetto Romano Boico, divenne Civico Museo. Nel primo stanzone posto alla sinistra prima di entrare nel cortile e dopo aver attraversato lo stretto e inquietante “budello” tra le mura di cemento alte undici metri, s’incontra la “cella della morte”. Lì venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati a essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Proseguendo sempre sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell’edificio a tre piani, i laboratori di sartoria e calzoleria dove venivano impiegati i prigionieri, nonché le camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri. Queste celle erano riservate a partigiani, politici e ebrei destinati all’esecuzione.

Le celle

I graffiti degli internati

Le prime due venivano usate per la tortura o la raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono stati rinvenuti, fra l’altro, migliaia di documenti d’identità, sequestrati non solo a detenuti e deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto.

Mazza usata dagli aguzzini nazisti alla Risiera

Quasi tutti i documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera dopo la fuga dei tedeschi, furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia. Le porte e le pareti dei locali della Risiera erano ricoperte di graffiti e scritte. L’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l’umidità, la polvere, l’incuria degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez , conservati dal “Civico Museo di guerra per la pace” a lui intitolato, che ha sede al 22 di via Cumano, a Trieste. Nei diari è stata riportata l’accurata trascrizione delle scritte, offrendo una testimonianza drammatica di quanto accadde tra le mura della Risiera.

Una veduta del museo alla Risiera

Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi.Da Trieste venivano inviati a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. Nel cortile interno, proprio di fronte all’area contrassegnata dalla piastra metallica ( dove si pensava sorgesse l’edificio destinato alle eliminazioni) si trovava il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.

La targa alla Risiera di San Sabba

La struttura del forno crematorio venne distrutta con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Tra i resti venne trovata anche la mazza usata per l’esecuzione dei prigionieri la cui copia, realizzata e donata da Giuseppe Novelli nel 2000, è ora esposta nel Museo (l’originale venne trafugato nel 1981). Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei, “passarono” per la Risiera.

Studenti e docenti piemontesi alla Risiera di San Sabba

Quante furono le vittime? Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse tra quelle mura di mattoni rossi. Ma in numero ben maggiore furono i prigionieri e i ”rastrellati” che da lì vennero smistati nei lager — in particolare, a quello di Auschwitz-Birkenau — o al lavoro obbligatorio. La Risiera è un luogo della memoria della deportazione importantissimo, essendo stato il principale campo di concentramento, transito e sterminio italiano (altri campi di transito sorgevano a Fossoli, Ferramenti, Bolzano e — in Piemonte — a Borgo San Dalmazzo). In luogo della memoria importante come lo è la storia di questa città “dalla scontrosa grazia”, come scriveva Umberto Saba, dove sulle piazze e tra le vie soffia la bora e “ s’infrange l’ultima onda del Mediterraneo”.