Dall Italia e dal Mondo Archivi - Pagina 65 di 84 - Il Torinese

Dall Italia e dal Mondo- Pagina 65

Eleanor Rigby

beatle2Il dramma della povertà continua a colpire nella più totale indifferenza. Le cronache, di tanto in tanto, raccontano storie di miseria e di solitudine. Perdere il lavoro, la casa, gli affetti. Trovarsi soli, spaesati. Diventando, non di rado, protagonisti di due scarne righe in cronaca perché la solitudine può uccidere e uccide. Uno dei temi delle nostre società più preoccupanti è il crescere delle solitudini che sono  spesso figlie di ingiustizie e drammi sociali. Storie come quella di Eleanor Rigby ,protagonista dell’omonima canzone dei Beatles, pubblicata nell’agosto del 1966 nell’album “Revolver”. Il testo scritto da Paul McCartney comincia con una richiesta: “Look at all the lonely people” (“Guarda tutte le persone sole“), dove la solitudine è intesa come una condizionebetles1 esistenziale. Eleanor Rigby vive in un sogno“, aspettando alla finestra che qualcuno arrivi a salvarla ( e non verrà). Ed è solo anche padre McKenzie, il parroco che “scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà” nella stessa chiesa frequentata da Eleanor: rimangono soli pur essendo vicini, pur avendo bisogno dell’affetto reciproco. L’epilogo è tragico: Eleanor Rigby muore in quella chiesa, e avrà un funerale “al quale nessuno verrà”. Le ultime parole della canzone beatlessottolineano che “nessuno fu salvato“, aggiungendo una nota decisamente pessimistica. Questa canzone, che chissà quanti di noi hanno ascoltato e fischiettato, è una delle più “sociali” dei quattro ragazzi di Liverpool. E quel nome – Eleanor Rigby –  non è frutto della fantasia di McCartney: nel cimitero della chiesa di St. Peter, nella zona di Woolton (Liverpool), esiste la tomba della famiglia Rigby ed Eleanor (nata nel 1895 e morta nel 1939) lavorava come lavapiatti e donna delle pulizie nella cucina del City Hospital di Parkhill. Chissà se, da oggi in poi, la vita di questa donna che ispirò una delle più popolari canzoni dei Beatles, aiuterà a prestare ascolto al dramma della solitudine.

Marco Travaglini

CALIFORNIA, ULTRAMARATONA: SIMONE LEO FINISHER DELLA GARA PIU’ DURA AL MONDO

Non era per niente scontato, ma ora e’ ufficiale: in 42 ore e 45 minuti, l’ultramaratoneta piemontese Simone Leo (Impossible Target) e’ tra i Finisher della Badwater, la corsa piu’ dura al mondo che ogni anno si svolge nella Valle della Morte in California, uno dei luoghi piu’ caldi del pianeta.
Come da tradizione Simone ha tagliato il traguardo con la bandiera tricolore dedicata a La Via della Felicita’, la guida al buon senso per una vita migliore scritta da L. Ron Hubbard che abbina ad ogni sua impresa.
Nella crew di appoggio anche il torinese Giuseppe Cicogna che con Simone Leo e’ cofondatore della Maratonina della Felicita’, una corsa non competitiva aperta a tutti che si svolgera’ al Parco della Pellerina il 21 ottobre prossimo.  “Abbiamo sentito sulla nostra pelle i 53 gradi che i runners hanno dovuto sopportare correndo o camminando per ore nel deserto – racconta Cicogna – Anche di notte la temperatura era di oltre 45 gradi. Arrivare al traguardo sembrava impossibile.”  Invece Simone ed altri 68 eroi ci sono riusciti, ma anche i 29 che si sono dovuti ritirare sono campioni veri per il solo fatto di aver tentato l’impresa.  Simone Leo sta contribuendo a rendere popolare questa specialita’. Anche se ben poche persone si cimenterebbero in prestazioni di questo genere, questo sport particolare e chi lo pratica, trasmettono un messaggio chiaro che vale per tutti: la volonta’, la tenacia e la preparazione sono fondamentali per superare i propri limiti e realizzare i propri sogni.”

Il grande caos iracheno

FOCUS INTERNAZIONALE   di Filippo Re

Manca il governo, mancano il lavoro e l’energia elettrica, le proteste e le rivolte contro il caro vita, la disoccupazione e la corruzione infiammano il Paese da nord a sud. Altrochè ritorno alla stabilità politica come promesso dai partiti dopo le ultime elezioni. In Iraq regna il caos e gli ingredienti per una deflagrazione generale ci sono tutti. Ma, almeno per il momento, sembra essere la crisi idrica il problema più assillante. I due grandi fiumi della Mesopotamia sono quasi senz’acqua. Non è difficile in questo periodo attraversare a piedi, in alcune zone, sia il Tigri che l’Eufrate. Se l’acqua è molto scarsa in Siria, il vicino Iraq rischia di rimanerne senza. Per questi Paesi la ricerca dell’acqua diventa una lotta per la sopravvivenza. Con un clima torrido la cui temperatura d’estate sfiora i 50 gradi, e di notte supera i 40, con i ventilatori che funzionano solo qualche ora in assenza di corrente, il governo iracheno è costretto perfino a importare acqua dagli Stati confinanti. Da Mosul a Bassora passando per Baghdad il livello dei due fiumi è calato in modo impressionante. L’acqua manca perchè piove poco, perchè la rete idrica è malgestita ma anche perchè c’è chi la ruba e ne ruba tantissima lasciando città e villaggi quasi all’asciutto e penalizzando gli agricoltori che non riescono a irrigare i loro campi. Sono le grandi dighe del sultano di Ankara costruite sul Tigri a creare i problemi più drammatici. Per affrontare l’emergenza le autorità irachene sono costrette a rifornire gli abitanti con autobotti che stanno raggiungendo molte aree del Paese. Ma l’acqua manca in tutte le regioni irachene, da nord a sud. Sotto accusa ci sono i piani energetici del governo turco sul Tigri e sull’Eufrate. In particolare la diga di Ilisu, nella provincia turca di Mardin, che sottrae l’acqua dal Tigri impoverendo la popolazione circostante, in gran parte curdi, e porta meno acqua agli stessi iracheni. Il riempimento della diga, anche solo parziale, diminuisce la portata del fiume lasciando l’Iraq senz’acqua.

***

La contesa sulla diga non è nuova e ha già causato negli anni passati crisi diplomatiche tra Baghdad e Ankara che hanno sfiorato lo scontro armato. Ma quest’anno con la scarsità eccezionale di precipitazioni la mancanza dell’ “oro blu” si fa sentire molto di più. La diga copre una vasta area di 30.000 ettari e fornisce energia elettrica ma viene usata da Erdogan anche per motivi politici. Un’arma in più per sbarazzarsi di migliaia di curdi. Per far posto alla colossale opera idraulica oltre 50.000 persone, tutti curdi, sono stati fatti sfollare e costretti a recarsi in Iraq o nelle città turche dove sono più facilmente controllabili dalle autorità locali. La carenza d’acqua è un problema che riguarda l’intera regione mediorientale a tal punto da spingere il regime iraniano ad accusare Israele di “bloccare le piogge” con tecnologie molto avanzate per mettere in difficoltà i suoi nemici tradizionali. Ci sono seri problemi anche per la mancanza di elettricità. Con l’Iran, che vende l’energia elettrica all’Iraq, i rapporti sono tesi. Baghdad non paga da anni le forniture energetiche e Teheran ha sospeso l’export costringendo il governo iracheno a rivolgersi all’Arabia Saudita per acquistare corrente elettrica. Da Mosul dove c’è un’emergenza sanitaria con il 70% delle strutture non utilizzabili a un anno dalla sconfitta dell’Isis, a Bassora nel profondo sud petrolifero dove le proteste divampano da alcune settimane, l’intero Iraq rischia di trasformarsi in una polveriera. Le manifestazioni sono così violente che aeroporti e porti sul Golfo sono stati chiusi temporaneamente per ragioni di sicurezza. Il sud iracheno sciita rivendica il possesso dei ricchissimi pozzi petroliferi della zona, tre milioni di barili esportati ogni giorno, e chiede la rottura dei contratti con le compagnie straniere che estraggono il greggio. A Bassora e nella regione del Golfo comanda il controverso imam sciita Moqtada al Sadr, vincitore delle elezioni parlamentari del 12 maggio. Alla guida di una strana ed eterogenea alleanza che riunisce comunisti, sciiti radicali e movimenti anti-corruzione, che noi definiremmo populista, ha vinto le elezioni battendo il premier uscente al Abadi e ora dovrebbe governare il Paese nei prossimi anni ma ha bisogno di altri alleati per raggiungere la maggioranza in Parlamento. Al Sadr proviene da una importante famiglia irachena: un suo parente, il grande ayatollah Mohammed Baqir al Sadr fu ucciso dal regime di Saddam nel 1980. Al Sadr, che nel dopo Saddam Hussein capeggiò una sanguinosissima rivolta contro i soldati americani, respinge ogni ingerenza straniera negli affari interni iracheni a partire da americani, iraniani e sauditi. Al Sadr guida un potente esercito di almeno 30.000 uomini ben armati, domina incontrastato il sud iracheno e sarà decisivo, insieme al grande ayatollah al Sistani, per formare i futuri equilibri politici nel Paese.

***

In passato “L’esercito del Mahdi” di al Sadr era vicino all’Iran e acquistò fama nel mondo per le cruente azioni militari contro i sunniti iracheni accusati di aiutare i movimenti jihadisti. Oggi è un leader politico che punta a porre fine alle violenze tra sciiti e sunniti che continuano a insanguinare il Paese dei due Fiumi. È così forte e rispettato nel sud che il premier sconfitto al Abadi, giunto a Bassora, culla delle proteste, per placare l’ira delle masse contro il governo, ha dovuto scappare in fretta e furia. Al Abadi non vuole lasciare il potere, d’accordo con gli Stati Uniti, senza prima pacificare il Paese, nonostante i risultati elettorali per lui negativi. Le forze di al Sadr, che oggi si chiamano “Brigate della pace”, rischiano di scontrarsi con le forze dell’esercito iracheno che, per non soccombere anche questa volta, viste le pessime figuracce fatte all’arrivo dei miliziani del califfo, dovranno cercare di allearsi con le milizie sciite filo iraniane. Non solo, ma la ribellione si prepara ad esplodere anche nelle regioni del nord, da Mosul a Kirkuk e nelle province occidentali dell’Anbar. A un anno dalla liberazione di Mosul e della piana di Ninive dall’Isis, il terrorismo jihadista torna a colpire nelle stesse zone dove nel 2013-14 si scontrava con i governativi. Sullo sfondo della crisi irachena il braccio di ferro tra Trump e gli ayatollah iraniani torna ad agitare le acque del Golfo. Si alza pesantemente il livello dello scontro tra Washington e Teheran. Gli americani vogliono impedire all’Iran di esportare il suo petrolio attraverso il Golfo mentre gli iraniani minacciano di chiudere lo Stretto di Hormuz dove transita quasi il 90% del greggio dei Paesi del Golfo. Hormuz è oggi uno dei terminal più importanti al mondo dove ogni giorno transitano superpetroliere da 150.000 tonnellate di stazza con poco meno di 20 milioni di barili di petrolio.

Filippo Re

dal settimanale “La Voce e il Tempo”

 

 

L’isola dei gatti

pescatori isolapescatori gattoE’ stata la prima ad essere abitata tant’è che, in un decreto vescovile datato 1627, veniva citata come Insella o Insula Superior, distinguendosi dalla vicina Insula Inferior (isola Bella) a quel tempo ancora disabitata

L’isola Superiore, più comunemente conosciuta come isola dei Pescatori ,con i suoi cento  metri di larghezza per trecentocinquanta  di lunghezza, è la più piccola delle isole del golfo Borromeo sul lato occidentale lago Maggiore, di fronte a Stresa ( la più grande è l’isola Madre, seguita dall’isola Bella). Quest’isola è stata la prima ad essere abitata tant’è che,in un decreto vescovile datato 1627, veniva citata come Insella o Insula Superior, distinguendosi dalla vicina Insula Inferior (isola Bella) a quel tempo ancora disabitata. Quella dei Pescatori è anche l’unica isola del golfo che non appartiene al patrimonio dei Borromeo. Abitata per tutto l’anno da una cinquantina di residenti stabili. La pesca, un tempo attività principale, è ancora praticata da alcune famiglie che hanno conservato quest’antica tradizione. Le tracce di quest’attività s’intravedono un po’ ovunque, dal “codino” dell’isola – striscia di terra alberata con cui termina l’Isola verso nord – dove s’incontrano le strutture in ferro un tempo usate come supporti per stendere le reti, al piccolo porto, dove sono ormeggiate le barche da pesca e si conservano i resti di una caldaia che veniva utilizzata per tingere le reti, variandone il colore a seconda dell’uso. L’Isola dei Pescatori è conosciuta anche come “l’isola dei gatti”. Perfettamente integrati nell’ambiente tranquillo e privo di pericoli, sono tantissimi i felini che si possono incontrare nelle vie del borgo, in gruppo o solitari, a cercare cibo o protezione – dal sole o dalla pioggia – tra le piante dei giardini, nella piazzetta della chiesa di San Vittore o nelle vicinanze delle trattorie che s’affacciano sul lago. Quando tramonta il sole e anche l’ultimo battello riparte, l’isola cambia aspetto: cala il silenzio e nella quiete notturna i gatti diventano i veri padroni del territorio. A ferragosto, la processione delle barche da pesca illuminate che portano la statua dell’Assunta è preceduta, la sera prima, dal grande falò sulla “coda” dell’isola che riverbera sull’acqua del lago. E anche per i gatti è festa grande, potendo godere di teste e lische dei pesci finiti in padella o sulle griglie. L’isola, esposta ai venti, il cui nome li distingue per provenienza ( il Mergozzo, che soffia dall’omonimo lago, battendo la sponda occidentale; il Maggiore, impetuoso e deciso che dalla Svizzera scende verso oriente; l’Inverna , che si muove in direzione opposta al Mergozzo, increspando leggermente il lago e portando il bel tempo ), offre ai felini riparo nei vicoli stretti e sinuosi tra le case a più piani dai lunghi balconi dove veniva messo il pesce ad essiccare.

Marco Travaglini

Lo sbarco dei Saraceni

All’orizzonte apparvero minacciose decine di vele con la mezzaluna. Erano turchi, corsari musulmani che nel Cinquecento passavano il tempo a compiere scorrerie e incursioni devastanti sulle coste mediterranee. Piombavano con rapidità sulle spiagge, incendiavano paesi interi, uccidevano, violentavano, rapivano uomini e donne per fare schiavi e infoltire l’harem, rubavano bestiame e legna. Erano il terrore degli abitanti del luogo. Il 25 luglio 1546 toccò a Laigueglia. Dalla torre di avvistamento del paese ligure (oggi quelle torri sono chiamate “saracene” un po’ ovunque) si distinsero nettamente le sagome delle vele. Erano quelle dei turchi, sempre più vicine alla spiaggia. Lo sbarco dei corsari avvenne su un litorale deserto e assolato, anche i gabbiani erano volati via avvertendo un pericolo imminente, il tintinnio delle scimitarre preannunciava qualcosa di terribile, le urla impazzite degli invasori, pescatori e borghigiani che fuggivano in preda al terrore, le campane della chiesa che suonavano senza sosta ma era ormai troppo tardi. È tutto così vero e reale, sembra che stia accadendo sul serio… È la rievocazione dello sbarco dei Saraceni a Laigueglia, accaduto realmente cinque secoli fa. Una tragica giornata che ogni generazione di laiguegliesi ricorda anno dopo anno, a distanza di centinaia di anni, e la mette in scena con un grandioso spettacolo storico alla fine di luglio. È accaduto proprio così, i fatti sono storicamente accertati. Episodi simili non accadevano solo a Laigueglia ma in tante altre località rivierasche della penisola. Era l’epoca della guerra corsara nel Mediterraneo, un capitolo di storia poco conosciuto e poco studiato. La presenza di quelle torri di avvistamento che disegnavano un tempo la geografia delle coste italiane e, in parte, la disegnano ancora oggi con torri, bastioni e cinte murarie sopravvissute o restaurate, testimoniano che la pirateria sui mari e sulle coste era vissuta dalle popolazioni locali in modo ossessivo e angoscioso tra Cinquecento e Ottocento. Non solo cristiani contro musulmani ma anche cristiani contro altri cristiani convertiti all’islam, pescatori calabresi che diventano corsari e perfino ammiragli della flotta ottomana o figli di sultani che abbacciano la religione cattolica. Il personaggio principale della rievocazione storica è il corsaro Turgut Reis, chiamato Dragut dagli europei, già fedelissimo di un altro celebre corsaro, Khayr ed-Din, detto Barbarossa, figlio di una donna greca, che diventerà il comandante dell’armata navale imperiale di Solimano il Magnifico. Terrore delle isole e delle coste mediterranee, il corsaro Dragut divenne anche il rais di Tripoli libica che i turchi conquistarono ai Cavalieri di Malta nel 1551. Compì centinaia di incursioni, duellò sul mare con la flotta spagnola e con il grande ammiraglio genovese Andrea Doria, saccheggiò Pozzuoli e Castellamare di Stabia nel golfo di Napoli, Laigueglia e Rapallo in Liguria. Davanti a Lipari sbucò fuori come un fulmine da dietro un isolotto e catturò alcune galee dirette a Napoli facendo prigioniero il vescovo di Catania che trovò per caso a bordo e che fu poi liberato dopo quasi un anno di prigionia dietro il pagamento di un riscatto. Non gli andò sempre bene. Fu catturato nel Tirreno e imprigionato a Genova ma fu poi liberato. In galera radicalizzò il proprio odio verso i cristiani e lo mise in mostra nelle successive imprese. Ecco chi era il corsaro Dragut che il 27 luglio tornerà a “terrorizzare” Laigueglia. I piemontesi che trascorrono le vacanze da queste parti sono avvisati. Laigueglia ha conosciuto bene la pirateria turca, sia con Dragut che con il più famoso Khayr al Din, detto Barbarossa. Nel 1543 il paese venne bombardato dal mare dalle navi del Barbarossa. Gli abitanti fuggirono sui colli circostanti ma le navi genovesi costrinsero alla fuga i turchi che stavano per sbarcare. Tre anni più tardi, nel 1546, lo sbarco riuscì invece al pirata Dragut che saccheggiò il borgo e rapì donne e bambini. L’intervento del capitano di Alassio Giulio Berno salvò gli abitanti evitando una tragedia ben peggiore. Anche Laigueglia fece costruire tre torrioni dei quali è rimasto solo quello di Levante. Dragut morì, colpito in testa da una scheggia di pietra, durante il grande assedio turco di Malta del 1565. Tra gli appuntamenti in programma, visite guidate ai luoghi dei Saraceni, un libro gioco su Dragut con il racconto per i bambini e la caccia al tesoro. Ma il momento clou è la serata di venerdì 27 luglio a partire dalle 22.00 con “lo Sbarco dei Saraceni” e la rappresentazione del saccheggio di Dragut al molo centrale. Si tornerà indietro nel tempo di cinque secoli, al 1546. La quiete del paese, con gli uomini impegnati a pescare il corallo in mare e le donne occupate a rammendare e a badare ai figli, verrà stravolta dall’irruzione dei turchi. Oltre 200 figuranti animeranno il bacino d’acqua di fronte al Bastione per dare vita a uno spettacolo pirotecnico e musicale con golette, velieri e piccoli natanti a vela. La lunga “Notte dei Saraceni” si sposterà poi nel centro storico di Laigueglia con feste e concerti musicali fino a tarda notte.

Filippo Re

Paziente aggredisce medico e lo colpisce alla testa

DALLA SICILIA

Un paziente ha colpito alla testa un medico con un oggetto. Il fatto è avvenuto mentre il dottore era in servizio nel reparto di ortopedia dell’ospedale di Acireale. E’ stata fatta denuncia ai carabinieri della locale compagnia che hanno iniziato le indagini e arrestato  il ricoverato, accusato di tentato omicidio.

Muore a 13 anni nella piscina

DALLA CALABRIA Il ragazzino di 13 anni, di origini cinesi, stava facendo il bagno nella piscina di un agriturismo a Corigliano Calabro. Aveva mangiato e si è tuffato subito dopo in acqua ed è morto, colto da malore. E’ stato portato  fuori dalla piscina ma quando il personale del 118 è arrivato, era già deceduto. Con ogni probabilità la morte è stata provocata da una congestione. 

Rosso Istanbul

ISTANBUL OZPETEKFerzan Ozpetek, grande regista, nato ad Istanbul e naturalizzato italiano, nel giro di pochi anni è diventato una delle punte di diamante del nostro cinema. Dai suoi esordi fino alle opere della maturità si è sempre avvertita la sua urgenza nel proporre un preciso ventaglio di temi: la famiglia ( allargata e “tradizionale”), la ricerca del sé e dell’altro da sé, il potere della memoria, la separazione, l’esotismo e l’erotismo. Chi non si è perso tar le immagini, i dialoghi, le storie de “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte”, “Mine vaganti” o “Magnifica presenza”? Ma, oltre alla delicatezza e all’originalità che esprime dietro alla macchina da presa, è stata una piacevole sorpresa scoprirne il talento come scrittore. Il suo primo romanzo , “Rosso Istanbul” ( al quale ha fatto seguito “Sei la mia vita”) è una straordinaria dichiarazione d’amore allaOZPETEK 1 città dov’è nato. Affacciata sullo stretto del Bosforo, Istanbul è il “portale che schiude mondi nuovi”, la città dai tanti nomi e dai tanti volti (Costantinopoli, Bisanzio, seconda capitale dell’Impero Romano). Ozpetek racconta un ritorno a casa che accende a uno a uno i ricordi: della madre, donna bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e altrettanto misteriosamente ricomparso dieci anni dopo; OZPETEK 12della nonna, raffinata “principessa ottomana”; delle “zie”, amiche della madre, assetate di vita e di passioni; della fedele domestica Diamante. Narra del primo aquilone, del primo film, dei primi baci rubati. Del profumo intenso dei tigli e delle languide estati sul Mar di Marmara. E, ovviamente, del primo amore, proibito, struggente e perduto. Ma è Istanbul ad afferrarlo, trattenerlo, incrociando il suo destino con quello di una donna. Partiti insieme da Roma, sullo stesso aereo, seduti vicini, senza conoscersi , si incontreranno nella città della Moschea Blu e della cristiana Aya Sofya, del Topkapi , del mercato delle spezie e del Gran Bazar. Una città oggi più triste per le imposizioni di Recep Tayyip Erdoğan, che ha stretto i cordoni delle libertà democratiche, ma al tempo stesso una città orgogliosa e tremendamente bella. Così come “Rosso Istanbul” è, senza dubbio, tra i libri più belli che abbia mai letto.

 

Marco Travaglini

Estate 2018: il Sud e le Isole si riconfermano la meta preferita dagli italiani

Le prenotazioni aumentano del +13% rispetto al 2017

 

eDreams rende noti i risultati della ricerca Summer Trends 2018: ai primi posti della classifica delle mete nazionali più scelte dagli italiani Sicilia, Sardegna e Calabria

 

Palermo, Catania, Olbia, Cagliari e Lamezia Terme sono, nell’ordine, le cinque mete nazionali più scelte dai viaggiatori della Penisola. eDreams, l’agenzia di viaggi online leader in Europa, grazie a un’analisi dei dati delle prenotazioni effettuate nei primi mesi dell’anno, per le vacanze da giugno a settembre, sul sito web e sull’app, rende note le mete preferite dagli italiani per l’estate 2018 e registra un +13% delle partenze estive rispetto allo scorso anno.

 

La ricerca Summer Trends 2018 di eDreams conferma ai primi posti della classifica delle destinazioni più scelte dagli italiani la Sicilia: Palermo e Catania si aggiudicano ancora le prime posizioni. In particolare, il capoluogo registra un + 46% delle prenotazioni rispetto allo scorso anno.

 

A seguire, nella Top 5 delle mete italiane più scelte dagli italiani, si posizionano Olbia e Cagliari. Il mare cristallino, la natura incontaminata e la vivace vita notturna della Sardegna richiamano buona parte dei turisti e permettono alle due città di aggiudicarsi il terzo e il quarto posto nella classifica italiana, con un sorpasso di Olbia sul capoluogo sardo.

 

Rispetto ai trend del 2017, rimane, stabile al quinto posto del ranking nazionale, anche Lamezia Terme, che registra un incremento del +29% delle prenotazioni, segnando in modo concreto la rinascita turistica della Calabria.

 

Summer Trends 2018 registra, inoltre, un aumento della durata della vacanza per italiani, francesi e tedeschi che hanno prenotato viaggi da 8 a 14 giorni in percentuale maggiore rispetto a spagnoli, portoghesi e inglesi che, per gli stessi periodi, hanno scelto invece ferie più brevi. In particolare, il 32% degli italiani ha preferito soggiorni che superano la settimana, a differenza del 2017 quando le vacanze non andavano oltre i 6 giorni.

 

Infine, in base a quanto emerge dalla ricerca di eDreams, i turisti stranieri in Italia preferiscono le metropoli e le grandi città d’arte alle località del Mezzogiorno: tedeschi, francesi e spagnoli, infatti, fanno rotta soprattutto verso Roma, Milano e Venezia. La Capitale, in particolare, si riconferma protagonista indiscussa dell’estate degli stranieri per il secondo anno consecutivo.

Yemen, il grande dramma

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Nel silenzio della comunità mondiale si è consumato in poche settimane uno dei più grandi massacri del conflitto siriano mentre nello Yemen, stremato da tre anni e mezzo di guerra, la situazione è sempre più drammatica. “Non c’è alternativa alla pace in Medio Oriente”: il monito di Papa Francesco giganteggia al di sopra di una regione martoriata da tante guerre. “Non si può parlare di pace e riarmarsi al tempo stesso. L’auspicio è che il Medio Oriente non sia più un arco di guerra teso tra i continenti ma un’arca di pace accogliente per i popoli e le fedi”. Ma sul terreno si continua a combattere e a morire. Anche l’ultimo tassello strategico del mosaico siriano è tornato nelle mani di Bashar al Assad al termine di una lunga e sanguinosa offensiva militare. A caro prezzo in vite umane si sta concludendo la battaglia per il sud-ovest della Siria. Jet siriani insieme a caccia russi e forze iraniane si sono scagliati per un mese contro i resti dei ribelli attorno alla città di Daraa, nel sud-ovest della Siria, nella città della rivolta dove nella primavera del 2011 iniziarono le proteste pacifiche della popolazione, duramente represse dal regime di Damasco, che portarono in seguito alla guerra civile. L’attacco congiunto siro-russo-iraniano è stato di una violenza eccezionale. Sotto accusa in particolare i raid aerei russi, che avrebbero colpito anche ospedali e cliniche. Oltre alle vittime si contano centinaia di migliaia di sfollati, oltre 320.000, in fuga verso il confine con la vicina Giordania che però ha chiuso la frontiera e verso le alture del Golan nella zona di Quneitra. Con tale operazione Damasco ha ripreso il controllo del valico di Nassib, nei pressi del confine giordano, che da tre anni era presidiato dagli insorti, in cambio di un possibile ritiro dal Golan di forze iraniane e di Hezbollah, come richiesto da israeliani e americani. La preoccupazione maggiore, come ripete il premier Netanyahu, non riguarda Damasco con cui non ci sono seri problemi da 40 anni ma Teheran e i suoi alleati nell’area. Alla presenza di ufficiali russi è stata raggiunta un’intesa in base alla quale, come era già avvenuto nella Ghouta orientale, una parte dei combattenti è stata trasferita a nord, nella provincia di Idlib controllata dai turchi. Sopravvivere e tornare a colpire è invece il motto dell’Isis che, sconfitto in Medio Oriente sul piano militare e sradicato nel teatro siro-iracheno, mantiene in vita il suo progetto politico, la sua ideologia radicale e fondamentalista, portando avanti un sanguinoso cocktail di guerriglia e attacchi terroristici un pò ovunque, come dimostra l’attacco suicida contro truppe governative e russe a

Homs in Siria in cui è morto Huthaifa al Badri, figlio di Al Baghdadi, leader dell’ex Stato islamico. Si cerca di sopravvivere non solo nel Siraq ma anche nel nord Africa, nel Caucaso, in Afghanistan, Indonesia, Filippine e in Occidente. Per il governo afghano gli attacchi non provengono più solo dai talebani ma dall’Isis scatenato contro le forze di sicurezza afghane e contro le minoranze sikh e indù. L’Isis va alla conquista di Kabul cercando di fondare un nuovo Califfato in Afghanistan, Pakistan e nel Kashmir contando su finanziamenti di Paesi stranieri e sulle cospicue entrate del mercato della droga. Colpisce gli ulema a Kabul, i massimi esponenti religiosi del Paese che condannano con una fatwa (parere giuridico) ogni forma di terrorismo e lavorano per mettere attorno a uno stesso tavolo talebani e governo. Un messaggio ai talebani meno radicali per convincerli a sedersi a un tavolo negoziale. In Pakistan insanguinano la campagna elettorale del 25 luglio facendo una strage a un comizio elettorale nella provincia del Baluchistan (128 morti). I luoghi di culto sono frequentemente nel mirino del terrorismo jihadista anche in Indonesia e nel Caucaso mentre in Cecenia e nella Repubblica russa del Daghestan l’Isis rivendica attacchi a chiese cristiane. Il Daghestan è una delle regioni più povere della Russia e numerosi combattenti andarono in Siria per unirsi al Daesh. Nel 2105 l’Isis annunciò di aver fondato una “provincia caucasica” del suo movimento islamista. Se in Siria e in Iraq restano piccole sacche di resistenza dell’Isis è in Libia la situazione più preoccupante. Il Paese magrebino è un laboratorio di terroristi a pochi chilometri dall’Italia. Grazie a massicci aiuti finanziari del Qatar e di altre organizzazioni terroristiche sia l’Isis che al Qaeda collaborano per fondare un nuovo califfato islamico sulle sponde del Mediterraneo cercando di reclutare profughi africani per trasformarli in kamikaze. Isis e al Qaeda scorrazzano in lungo e in largo sul suolo libico e in particolare nella regione sud-ovest della Libia al confine con Algeria, Niger e Ciad. Nella Libia che brucia il generale Khalifa Haftar annuncia la liberazione della città di Derna dalle milizie jihadiste. Era l’ultimo pezzo della Cirenaica che sfuggiva al controllo dell’Esercito nazionale libico di Haftar, definito dallo stesso generale “l’ultimo bastione dei terroristi nell’est libico”. A Derna, passata più volte in mani diverse negli ultimi anni, c’era un po’ di tutto, dagli oppositori armati di Haftar, ai tagliagole dell’Isis, a milizie ostili al califfo, a gruppi locali vicini ai Fratelli Musulmani e agli stessi qaedisti che continuano ad approfittare del caos libico per radicarsi in qualche zona del territorio. Il gruppo di “al Qaeda nel Maghreb islamico” è stato recentemente colpito dagli americani insieme a forze di Tripoli a sud-est della città di Bani Walid. Non è certo la prima volta che gli americani intervengono in Libia. Negli ultimi due anni il Pentagono ha più volte aiutato l’esecutivo di Tripoli con raid aerei per scacciare l’Isis da Sirte e contrastare le altre formazioni terroristiche. Lo Yemen è l’altra area del Medio Oriente, in cui, nell’indifferenza quasi totale, i morti sono già oltre 13.000 e 22 milioni gli yemeniti bisognosi di aiuti immediati. È la più grave crisi umanitaria nel mondo a causa della guerra, dell’epidemia di colera, malnutrizione, caldo torrido, carenza d’acqua. L’80% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, 9 milioni di bambini sono privi di servizi igienico-sanitari e le scuole sono state distrutte in gran parte dai bombardamenti. Il Paese è devastato da oltre tre anni di guerra divampata nel febbraio 2015 quando i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran e dal Qatar, riuscirono a cacciare il presidente Mansour Hadi dalla capitale Sana’a avviando un conflitto che oppone una coalizione di Stati sunniti guidata dall’Arabia Saudita agli insorti sciiti armati da Teheran che controllano circa il 30% del territorio, soprattutto a nord. Si combatte aspramente nella città portuale di Hodeidah, dove attraccano le navi cariche di armi iraniane per gli Houthi. Con la presa del porto strategico sul Mar Rosso sauditi e alleati sperano ora di costringere alla resa i ribelli. Ma la tregua si allontana per i troppi interessi in gioco.

(dal settimanale “La Voce e il Tempo”)