CANTINE D’ITALIA 2019
Oltre 400 persone presenti, circa 80 aziende vinicole rappresentate in sala, giornalisti ed enoappassionati per discutere di turismo del vino e premiare la grande accoglienza italiana in cantina.
Cantine d’Italia 2019, la Guida a cura di Go Wine che si propone di promuovere la grande accoglienza italiana in cantina, è stata presentata a Milano con un grande evento. Alcuni numeri del volume: oltre 750 cantine selezionate, 230 “Impronte d’eccellenza” per l’enoturismo, oltre 4.200 vini segnalati, 1.600 indirizzi utili per mangiare e dormire. Un volume che racconta luoghi e storie di uomini e donne del vino. Conduce al vino attraverso la cantina come sito da visitare e come fattore che concorre alla promozione del turismo del vino. Una sorta di omaggio alla grande accoglienza italiana in cantina! A tenere a battesimo la nuova edizione Gioacchino Bonsignore (giornalista Tg5 Gusto), Anna Schneider(ricercatrice presso il Cnr di Grugliasco) e Antonio Paolini (Gambero Rosso): i primi due hanno anche firmato due interventi che aprono il volume e che accrescono la natura di una Guida che ha nel racconto il suo punto di forza. In sala oltre 80 aziende vinicole rappresentate, con moltissimi uomini e donne del vino provenienti da ogni parte d’Italia. Massimo Corrado, presidente di Go Wine, ha presentato le linee generali del volume e le sue principali novità. La Guida tende a valorizzare la cantina come luogo inserito nel contesto di un territorio vinicolo e come dimora ove uomini e donne operano. Essi realizzano quella virtuosa opera di promuovere il territorio mentre promuovono se stessi. Una Guida che pertanto non vuole rivolgersi soltanto ai “super appassionati”, ma che desidera essere un’occasione per creare cultura a favore del vino e dei suoi territori. E per far riflettere sull’importante ruolo che la viticoltura italiana sta svolgendo a favore della bellezza e della valorizzazione di tanti territori. “Continua la crescita di investimenti e attenzioni da parte delle aziende vinicole verso il turismo del vino – ha evidenziato Corrado nel suo intervento. In Guida sono numerose le realtà che si presentano sia attraverso attività parallele come agriturismo, b&b, sia attraverso iniziative che rendono la cantina un luogo aperto per incontri, eventi culturali, manifestazioni legate al gusto. Al contempo la Guida richiama una maggiore attenzione per l’enoturista italiano: in questa direzione si segnala ilfattore “D”: D come domenica. Ovvero un simbolo posto a fianco di quelle cantine che manifestano disponibilità effettiva ad accogliere i visitatori alla domenica: direttamente o su appuntamento.
Sono in totale 230 le “Impronte Go Wine” nella edizione 2019: rappresentano un segno di “eccellenza” nel campo dell’enoturismo nazionale e costituiscono una sorta di segno ideale che Go Wine assegna alle cantine che hanno conseguito un alto punteggio nella valutazione complessiva su sito, accoglienza e profilo produttivo. Si tratta dei tre fattori su cui si compone la presentazione delle aziende vinicole e su cui si va a definire una loro valutazione. Sito da intendere come luogo ove si trova la cantina, guardando anche alla cantina medesima dal punto di vista architettonico. Ma sito anche come patrimonio di vigneti complessivo di cui dispone la cantina. Accoglienza per valorizzare la vocazione della cantina verso una parallela attività: sia per attività come agriturismo, B&B o ristorazione, sia per iniziative culturali che denotano un atteggiamento di “apertura” della cantina verso il mondo esterno. Vino, come profilo produttivo dell’azienda valutato nel tempo, al di là dell’exploit di una singola vendemmia; dunque anche tenendo conto del carattere della produzione, della eccellenza di alcune etichette, di una particolare cura verso specifiche tipologie di vini.
Nella speciale classifica per regioni ai vertici troviamo la Toscana con 49 impronte, seguita da Piemonte (41) e Veneto (34)
Sono 17 le Cantine che raggiungono il vertice delle “Tre Impronte Go Wine”:
Badia a Coltibuono (Toscana); Bellavista (Lombardia); Bisol (Veneto); Ca’ del Bosco (Lombardia); Capezzana(Toscana); Castello di Modanella (Toscana); Castello di Verduno (Piemonte); Ceretto (Piemonte); Donnafugata(Sicilia); Ferrari (Trentino); Florio (Sicilia); Fontanafredda (Piemonte); Lungarotti (Umbria); Malvirà (Piemonte);Masciarelli (Abruzzo); Planeta (Sicilia); Tenuta Vicchiomaggio (Toscana).
Uno spazio importante nella cerimonia è stato riservato alla consegna dei 7 “Premi Speciali”, che si rivolgono a Resort e Tavole aziendali d’eccellenza, vini “storici” e “autoctoni”, Enocultura, EnoArchitetture.
Ecco i premi speciali di Cantine d’Italia 2019:
Premio “Alto Confort” per il Relais aziendale dell’anno:
Albergo Real Castello di Verduno (Verduno, Piemonte);
Premio “Cantine Golose” per la Tavola aziendale dell’anno:
Agriturismo Salae Domini Antonio Caggiano (Taurasi, Campania);
Premio “Cantine Meravigliose” per l’EnoArchitettura dell’anno:
Conte Collalto (Susegana, Veneto);
Premio Enocultura:
Premio Casato Prime Donne, Donatella Cinelli Colombini (Montalcino, Toscana);
Premio “Autoctono si nasce”:
Nerobufaleffj Nero d’Avola, Gulfi (Chiaramonte Gulfi, Sicilia);
Premio “Buono…non lo conoscevo!”:
Bianco d’Alessano, I Pastini (Martina Franca, Puglia);
Premio “Vini Storici d’Italia”:
Ferrari Perlè Trentodoc, Ferrari (Trento, Trentino).
E’ poi seguita l’esclusiva e straordinaria degustazione dei Vini Top premiati dalla Guida, a beneficio del numeroso pubblico partecipante all’evento.
La Guida Cantine d’Italia 2019 è edita dall’associazione Go Wine; conferma l’impegno dell’associazione volto ad affermare, anche attraverso la Guida, i principi ispiratori dell’attività associativa. La redazione Go Wine cura la redazione di tutto il volume e del repertorio delle cantine selezionate, con i contributi e le segnalazioni di giornalisti e delegati Go Wine in Italia. Le oltre 700 cantine presenti nel volume sono state scelte in base all’esperienza diretta. Per ogni cantina una pagina ricca di notizie: dall’anagrafica aziendale ai dati sulla produzione, ai referenti interni da contattare; dai giorni e gli orari di visita alle informazioni stradali; dal racconto delle suggestioni che la cantina e il suo contesto offrono al visitatore a una serie di utili appunti sui vini aziendali con indicazione del vino top e degli altri vini da conoscere. Ogni cantina è presentata attraverso una valutazione in stelle (su scala 5), suddivisa nei tre aspetti che sono ritenuti rilevanti dalla Guida: il sito, l’accoglienza e i vini. Inalterato è sempre lo spirito dell’opera: spingere l’appassionato a viaggiare per conoscere il fascino del territorio del vino italiano attraverso il racconto di molti suoi interpreti d’elezione.
Per ulteriori informazioni:
gowine.editore@gowinet.it











A Sultanahmet, la città vecchia, bastano pochi passi per incontrare la storia. Si staglia la bizantina Ayasofya, considerata la chiesa più grande del mondo per la sua poderosa mole fino a quando ( nove secoli dopo) non fu costruita la cattedrale di Siviglia, trasformata in moschea da Maometto II a metà del 1400 e , nel 1935, in museo per volontà del fondatore della Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Di fronte si erge l’elegante, Sultanahmet camii , meglio conosciuta come la Moschea Blu, che deve il suo nome dalle 21.043 piastrelle di ceramica turchese inserite nelle pareti e nella cupola, facendone il colore dominante nel tempio. Pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di İznik (l’antica Nicea), con toni che variano dal blu al verde. La Moschea Blu, che risale ai primi anni del 1600, è anche l’unica a poter vantare ben sei minareti, superata in questo solo dalla moschea della Ka’ba, alla Mecca, che ne ha sette. Secondo una leggenda popolare, questa particolarità è stata il frutto di un fraintendimento: l’espressione delle manie di grandezza del sultano Ahmed I, non potendo eguagliare la magnificenza della moschea di Solimano né quella della prospiciente Santa Sofia, non trovò soluzione migliore per cercare di distinguerla che i minareti in oro; ma l’architetto interpretò male le parole del sultano, capendo “altı” (in turco “sei”) anziché “altın” (oro). E poi l’Ippodromo, con l’obelisco di Teodosio e la colonna Serpentina in bronzo e la bizantina Basilica Cisterna, la Yerebatan Sarnici. Scoperta sul finire del XIX secolo, la cisterna fu costruita sotto il regno Giustiniano I, il periodo più prospero dell’Impero romano d’Oriente, nel 532. Oggi , millecinquecento anni dopo, si presenta come un ambiente incredibile, suggestivo, unico; un enorme spazio sotterraneo, in cui si trovano dodici file di 28 colonne alte 9 metri e distanziate di quasi cinque metri l’una dall’altra.
mondiale, è una sorpresa continua. “Nèa Ryme”, Nuova Roma, secondo il suo nome ufficiale, per gli amanti della storia. Costantinopoli, il suo vero nome, da sempre e per sempre. Un nome che evoca immagini mirabili: il sogno dell’Oriente, le lontananze raggiungibili attraverso il Bosforo e l’Anatolia. Le moschee, gli harem, i sufi danzanti, gli aromi del bazar delle spezie, il caos dei commerci e delle contrattazioni ad alta voce del Gran Bazar, il cibo e le stoffe, le ceramiche colorate e l’artigianato che riserva mille sorprese. Si dice che da mezzo millennio l’Europa identifica in quella sola città il prezioso anello di congiunzione fra l’antichità perduta e la modernità mai davvero raggiunta, fra il Levante e l’Occidente. Ed oggi, dentro questa megalopoli brulicante di vita, piena di suoni e profumi, è normale e per certi versi inevitabile cercare le tracce d’un passato che in fondo appartiene a noi tutti e che tuttavia, come ha scritto uno storico famoso “inseguiamo nel sogno orientalistico attraverso il quale l’Occidente cerca da secoli di definire se stesso”.
Il tramonto dei sogni del “sultano”
Si dice, proverbialmente, che “tutte le strade portano a Roma” e precisamente in un punto, nel Foro Romano, dove nel 20 a.C. Augusto, con l’idea di organizzare e riordinare l’impero, fece costruire una colonna rivestita di bronzo dorato che indicava il punto di partenza di tutte le strade, il punto da cui ogni distanza da allora in poi si sarebbe misurata. Lo stesso vale per Costantinopoli-Istanbul dove, nei pressi della Cisterna e di Santa Sofia s’incontra un modesto pilastro di pietra sbrecciato, seminascosto, sul quale di solito le guide turistiche sorvolano. Quel pilastro è il Milion o Miliarium, il Milliario d’Oro, tutto quel che rimane del Tetrastoon, il quadriportico dell’Augusteion costantiniano dal quale, come a Roma, iniziavano le strade e si misuravano le distanze per tutto l’impero. Una moderna cartellonistica, a fianco, indica le distanze delle principali città del mondo e con un po’ di fantasia ci si sente davvero al centro del vecchio mondo, dove Oriente e Occidente si uniscono in un mosaico di civiltà. Come direbbe Paolo Rumiz, evocando il nostro immaginario, l’Occidente e l’Oriente intesi come “un portale che schiudeva mondi nuovi”, rimpiazzato frettolosamente oggigiorno con dei freddi monosillabi astronomici: “Ovest” e “Est”.
Infine, Eyüp, il meraviglioso quartiere posizionato nella parte settentrionale del Corno d’Oro. Ci si arriva da Eminönü con l’autobus o in alternativa con un taxi ( è raccomandabile contrattare la tariffa, per evitare sorprese). Si respira un’aria del tutto particolare in questo quartiere religioso che reclama rispetto. E’ a Eyüp che s’incontra una delle moschee più suggestive di Istanbul: la più sacra di tutte, una di quelle che solitamente i turisti ignorano, intenti a visitare le altre, più note e celebrate. La moschea di Eyüp – per essere precisi, la Eyüp Sultan Camii – è tutt’altra cosa: una delle più antiche (se non la più antica, secondo molte fonti) della città, famosa perché sacra proprio in virtù della tomba di Eyyûb/Eyüp, porta-stendardo del Profeta Maometto morto durante l’assedio arabo del VII secolo e poi apparso in sogno per svelare il luogo della sua sepoltura e dare nuova carica nel corso dell’assedio vincente del 1453. Tutt’attorno si trovano le tombe di alti dignitari ottomani, ed era il luogo in cui i nuovi sultani venivano consacrati dal Gran maestro sufi. Da lì paret la teleferica che porta al Pierre Loti Cafè ( dedicato allo scrittore francese che amava Istanbul) da dove si può godere una meravigliosa vista sul Corno d’Oro e sulla città “delle mille e una notte”. Indimenticabile, unica, è una città che lascia il segno. Ci si può innamorare e Istanbul, a quel punto, rubata l’anima, non la lascerà più fuggire.