Benvenuto aprile!




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Dal 10 al 30 aprile 2026, presso i locali della GALLERIA AVERSA, in via Cavour 13 a Torino; si terrà la mostra personale di ANNA ROTA MILANI. L’artista monferrina ma torinese d’adozione presenta una ventina di opere prevalentemente di paesaggio realizzate con un sapiente uso della spatola e lavorando sulla matericità del dipinto fino, a volte, ai limiti dell’astratto. Apprezzata da numerosi critici fra cui Paolo Levi, Guido Folco e Gian Giorgio Massara, l’artista trae spesso ispirazione dal paesaggio monferrino che si stende sotto il suo atelier di Gabiano.
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I cambiamenti negli stili di vita — dallo smart working alla sostenibilità, fino alle nuove esigenze abitative — stanno ridefinendo il modo in cui viviamo gli ambienti e, di conseguenza, il volto stesso della città.
È in questo scenario che nasce Casa & Abitare, la nuova rubrica de Il Torinese: uno spazio editoriale pensato per interpretare il vivere contemporaneo, mettendo in relazione casa, territorio, innovazione e trasformazioni sociali.
Il progetto si rivolge alle imprese che operano nel mondo della casa e degli spazi di vita, intesi in senso ampio: progettazione, edilizia, design, tecnologia, servizi e sviluppo urbano. Realtà che, ogni giorno, contribuiscono concretamente a migliorare la qualità del vivere e a costruire nuove forme di relazione tra individuo e città.
Casa & Abitare offre a queste imprese la possibilità di entrare in un contesto autorevole e coerente, non come semplici inserzionisti, ma come partner culturali ed editoriali. Un modello che valorizza il contributo delle aziende, trasformando competenze, progetti ed esperienze in contenuti capaci di leggere e interpretare i cambiamenti in atto.
I profili coinvolti: un ecosistema interconnesso
Il progetto si apre a un sistema ampio di soggetti:
progettisti, architetti, imprese edili
aziende tecnologiche e dell’efficienza energetica
brand e realtà legate al design e al comfort
operatori della filiera immobiliare e dei servizi
attori impegnati nello sviluppo e nella qualità del territorio.
Tutti accomunati da un elemento: contribuire alla qualità del vivere contemporaneo.
Accanto alla partecipazione editoriale, è previsto anche un ruolo di sostenitore del progetto, per le realtà che desiderano contribuire in modo continuativo allo sviluppo della rubrica, rafforzando il proprio posizionamento e legando il brand a un’iniziativa culturale radicata nel territorio.

I benefici sono concreti: maggiore riconoscibilità, presenza qualificata, relazione con un pubblico attento e la possibilità di emergere come interlocutori credibili in un contesto in evoluzione. Non solo visibilità, ma costruzione di valore nel tempo.
Il Torinese accompagna questo percorso con una regia editoriale attenta e coerente, capace di valorizzare i contenuti e inserirli in una narrazione credibile e riconoscibile capace di:
– leggere e interpretare i fenomeni urbani e sociali
– valorizzare i contenuti in chiave giornalistica
– costruire narrazioni coerenti e rilevanti
– offrire un contesto credibile e territoriale
Un supporto che consente alle imprese di diventare parte attiva del racconto. Un invito alle imprese del vivere contemporaneo.
Casa & Abitare è uno spazio per le imprese che vogliono andare oltre la comunicazione e diventare parte attiva del racconto del vivere contemporaneo. Se la tua impresa contribuisce a trasformare il modo in cui le persone vivono gli spazi — dalla casa alla città — Casa & Abitare è il luogo in cui questo ruolo può emergere. Puoi partecipare. Puoi contribuire. Puoi sostenerlo.
Se la tua impresa contribuisce a trasformare il modo in cui le persone vivono gli spazi — dalla casa alla città — questo progetto ti riguarda.
Perché il cambiamento della città passa da come scegliamo di vivere. E da chi, ogni giorno, contribuisce a renderlo possibile.
Diventa partner culturale o sostenitore di Casa & Abitare Contattaci per costruire insieme un percorso editoriale su misura Non si tratta solo di esserci. Ma di scegliere il ruolo che vuoi avere nel cambiamento.
Link alla presentazione aziendale https://canva.link/casaeabitare
E’ ricoverato al Regina Margherita in codice giallo il bambino di cinque anni investito oggi mentre attraversava la strada su un monopattino. L’incidente è avvenuto in via Lessona, angolo corso Monte Grappa. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 di Azienda zero.




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La Polizia di Stato, domenica notte, è intervenuta a Torino salvando un uomo di nazionalità straniera che aveva scavalcato la ringhiera del ponte Duca degli Abruzzi con l’intento di compiere un gesto estremo. Durante il normale servizio di controllo del territorio, l’attenzione di una pattuglia dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico è stata richiamata da una donna che segnalava la presenza di un uomo seduto sulla ringhiera del ponte. Gli agenti hanno immediatamente raggiunto il punto indicato e avviato un dialogo con l’uomo, già oltre la ringhiera del ponte, che manifestava un forte stato di disagio. Nel frattempo sopraggiungeva sul posto un secondo equipaggio in ausilio e, approfittando di un attimo di distrazione dell’uomo, ormai sul punto di lasciarsi cadere nel vuoto, i poliziotti riuscivano ad afferrarlo e a trarlo in salvo, riportandolo in sicurezza sul marciapiede nonostante i tentativi dello stesso di divincolarsi e la complessità dell’operazione.
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Aggiornato a marzo 2026 • Osservatorio spese familiari Torino
Siamo ormai a marzo 2026, e guardando indietro a questi primi mesi dell’anno emerge con chiarezza un quadro che chi vive in città conosce bene: Torino non è una città a buon mercato. Bollette, affitti, spesa alimentare, trasporti — ogni voce si somma alle altre e il bilancio familiare finisce spesso sotto pressione. C’è però chi sta reagendo in modo strategico, puntando su interventi che riducano i costi fissi nel lungo periodo. Tra questi, la sostituzione dei serramenti è tra le richieste più frequenti alle imprese del settore: chi cerca infissi a Torino lo fa perché sa che una finestra efficiente vale anni di risparmio in bolletta. Ma andiamo per ordine, e vediamo nel dettaglio dove finiscono i soldi delle famiglie torinesi in questi primi tre mesi del 2026.
Il punto di partenza è l’ultimo dato consolidato della Camera di Commercio di Torino. Nel 2024 la spesa media mensile delle famiglie torinesi si è attestata a 2.609 euro, segnando il valore più alto dell’ultimo decennio. L’aumento rispetto all’anno precedente era stato contenuto — appena lo 0,5%, pari a 12 euro in più al mese — ma dietro quel numero si nasconde una polarizzazione crescente e preoccupante.
In un solo anno sono più che raddoppiate le famiglie in fascia di “debolezza economica”, passate dal 12,9% al 29,2%. Si è ridimensionata la classe “autosufficienza” (dal 29,6% al 18,8%), e sono diminuite le famiglie “agiate” (dal 21,7% al 14,5%). Un dato che colpisce in modo particolare riguarda chi vive da solo: quasi 9 persone sole su 10 si trovano in una condizione economica sotto la media. Entrare nel 2026 con questo retroterra significa affrontare i primi mesi dell’anno con riserve finanziarie già ridotte al minimo, e ogni rincaro pesa doppio.
Tra le voci che pesano di più sul bilancio domestico, le utenze energetiche restano saldamente in cima alla lista. Nel corso del 2025, la bolletta del gas ha raggiunto mediamente 1.445 euro annui per i piemontesi, mentre per l’elettricità la spesa media si è attestata intorno ai 710 euro. Sommando le due voci, si supera abbondantemente la soglia dei 2.000 euro annui solo per luce e gas: una cifra che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fuori scala per molte famiglie.
Per il 2026 le previsioni sono parzialmente incoraggianti. Si stima che la bolletta del gas possa scendere del 12%, passando da 1.691 euro nel 2025 a circa 1.493 euro, mentre per l’elettricità si ipotizza un calo più contenuto del 2%, con una spesa attorno ai 743 euro annui. Tuttavia il contesto geopolitico internazionale rischia di rimescolare le carte in tavola: le tensioni sui mercati energetici globali stanno già facendo sentire i propri effetti, e le misure di sostegno varate dal governo potrebbero non essere sufficienti a proteggere le famiglie più vulnerabili da eventuali nuovi rincari nei prossimi mesi.
L’abitazione rimane, per la stragrande maggioranza dei torinesi, la voce più rilevante del bilancio mensile. Nel 2026 il mercato immobiliare torinese presenta prezzi sostanzialmente stabili, con una variazione media del +1,2% annuo. Le differenze tra le zone della città, però, sono marcate: quartieri come Aurora e San Salvario crescono del 3-4%, mentre la collina alta registra cali del 3-5%. Per orientarsi: un trilocale di 80-90 mq costa in media 150.000-180.000 euro in periferia, tra 200.000 e 250.000 euro in semicentro, e dai 280.000 ai 350.000 euro nelle zone centrali e di precollina.
Per chi invece preferisce ristrutturare un immobile già posseduto, i costi variano sensibilmente in base alla tipologia di intervento. Per una ristrutturazione media il prezzo al metro quadro oscilla tra i 600 e i 900 euro; per un intervento pesante completo — che comprenda rifacimento strutturale, impianti e serramenti — si arriva a 1.200-1.500 euro al mq. In collina, dove molti immobili sono classificati in classe energetica G, una riqualificazione completa può costare tra i 400 e i 600 euro al metro quadro, ma garantisce un risparmio tangibile nei decenni successivi. Il costo medio di un singolo serramento nuovo varia tra i 400 e i 900 euro, un esborso che molte famiglie considerano ormai un investimento necessario più che una spesa discrezionale.
Sul fronte alimentare, i torinesi hanno stretto la cinghia. La spesa alimentare nel 2024 si è attestata a 407 euro mensili, con un calo del 2,9% rispetto al 2023. I tagli più significativi hanno riguardato carni e salumi, latte e formaggi, pesce e bevande. Un segnale chiaro di adattamento forzato al caro vita, che porta molte famiglie a rivedere profondamente le proprie abitudini a tavola. La tendenza si sta confermando anche nei primissimi mesi del 2026, con i supermercati che segnalano una crescita costante dei prodotti a marchio proprio a scapito delle marche più consolidate.
Paradossalmente, alcune voci di spesa non alimentare sono cresciute. Le spese per viaggi e vacanze hanno raggiunto i 116 euro medi mensili, il valore più elevato dal 2015, con un incremento di 15 euro rispetto al 2023. I pasti fuori casa segnano anch’essi un incremento positivo. Un apparente controsenso che si spiega facilmente: i torinesi tagliano sui beni di prima necessità per non rinunciare ai piccoli piaceri che danno senso alla quotidianità.
La mobilità è un’altra voce che incide in modo significativo sul budget mensile. Chi sceglie il trasporto pubblico può contare su un abbonamento annuale GTT a 330 euro (circa 27,50 euro al mese), oppure su un abbonamento urbano e extraurbano a 450 euro annui. Molti torinesi, specialmente chi vive nel centro città, hanno rinunciato all’auto per tagliare carburante, assicurazione e manutenzione. Per chi invece mantiene un veicolo, le voci aggiuntive portano il totale mensile legato alla mobilità a cifre ben più elevate.
Per una persona single che vive da sola a Torino, il costo della vita complessivo si aggira tra 1.400 e 2.000 euro al mese, considerando spesa alimentare, utenze, internet, attività sportive e vita sociale. Sul fronte dello sport, la spesa mensile media è di circa 48 euro, con un incremento di 5 euro rispetto al 2023. Il 48% dei torinesi dichiara di aver praticato sport negli ultimi 12 mesi, e tra questi quasi il 71% lo fa in maniera continuativa: un dato che racconta una città attenta alla qualità della vita, anche quando il portafoglio è sotto pressione.
In questo scenario, la capacità di risparmiare resta un privilegio. La quota di famiglie risparmiatrici ha registrato un aumento, passando dal 16,7% del 2023 al 19,6% del 2024. Ma il dato va letto con attenzione: chi risparmia sono prevalentemente coppie con o senza figli. La percentuale scende drasticamente per le persone sole (16,2% tra i risparmiatori) e ancor di più per i nuclei monoparentali (appena 8,1%). Nessuna famiglia classificata in fascia di debolezza economica riesce a mettere da parte qualcosa.
Una polarizzazione che nei primi mesi del 2026 sembra accentuarsi ulteriormente, con il costo della vita che erode le riserve delle fasce più fragili, mentre chi ha margini riesce ancora a pianificare e, in alcuni casi, a investire.
Da gennaio a questo marzo 2026, il bilancio è chiaro: vivere a Torino è possibile e la città offre una qualità della vita ancora apprezzabile, ma richiede una gestione oculata delle risorse. Le spese energetiche restano la voce più volatile e preoccupante, mentre la casa — tra affitti, mutui e ristrutturazioni — assorbe una quota crescente del reddito disponibile. Il carrello della spesa si alleggerisce, ma crescono le uscite legate al tempo libero, a riprova che i torinesi non rinunciano facilmente al benessere quotidiano.
In questo contesto, sempre più famiglie si stanno orientando verso interventi strutturali che garantiscano risparmi nel lungo periodo: efficientamento energetico, coibentazione, sostituzione degli impianti. Chi riesce a fare questi investimenti oggi si trova in una posizione di vantaggio domani, in un mercato energetico che — come ci ricordano puntualmente ogni anno — può sempre riservare sorprese.
Fonti: Camera di Commercio di Torino, Osservatorio Famiglie 2024; ARERA; Immobiliare.it; GTT Torino
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Nel mondo dell’orologeria, la parola “militare” non indica uno stile, ma un’origine. Significa progettazione funzionale, resistenza, leggibilità immediata, autonomia. Prima ancora di diventare oggetti culturali e simbolici, questi orologi sono stati strumenti operativi, pensati per accompagnare soldati, piloti ed esploratori in contesti dove il tempo non era un dettaglio, ma una coordinata vitale.
L’orologio militare nasce per necessità, non per estetica. E proprio per questo, alcuni modelli hanno superato la dimensione storica in cui sono stati creati, diventando riferimenti stabili anche nell’orologeria civile.Non sono icone perché rari o costosi, ma perché hanno definito un linguaggio progettuale che continua a influenzare il presente.
Nel contesto militare, l’orologio ha sempre avuto una funzione precisa: sincronizzare, coordinare, orientare. Durante le missioni, la precisione temporale era determinante per operazioni simultanee, navigazione, comunicazioni e movimenti strategici.
Da qui nascono caratteristiche che oggi consideriamo quasi naturali: quadranti leggibili, numeri netti, materiali resistenti, assenza di elementi superflui. Ogni dettaglio rispondeva a un’esigenza reale, spesso legata alla sopravvivenza.
Questa origine operativa è ciò che rende alcuni modelli ancora oggi archetipi. Non oggetti del passato, ma standard progettuali.
Negli anni Trenta e Quaranta, l’affidabilità era la priorità assoluta. L’orologio doveva funzionare in trincea, in mare, in condizioni estreme. Il Rolex Oyster, con la sua cassa impermeabile e la costruzione robusta, rappresenta uno dei primi esempi di orologio concepito per resistere al mondo reale.
Non era pensato per distinguersi, ma per durare. La sua eredità non è solo tecnica: ha introdotto l’idea che un orologio potesse essere un compagno di missione, non un oggetto fragile da proteggere.
L’impatto sull’orologeria civile è stato enorme. Da quel momento, robustezza e affidabilità sono diventate qualità ricercate anche fuori dall’ambito militare.
Quando parliamo di Hamilton parliamo della storia del brand. Un marchio che ha costruito la propria identità tra ferrovie americane, aviazione e forze armate, contribuendo in modo concreto allo sviluppo di strumenti temporali per contesti operativi.
Durante la Seconda guerra mondiale, Hamilton abbandonò la produzione civile per dedicarsi completamente alle forniture militari. I suoi orologi erano progettati per essere leggibili, affidabili e facilmente riparabili sul campo. Non oggetti di prestigio, ma strumenti essenziali.
In questo contesto nasce la genealogia che porterà, nel tempo, a modelli come Hamilton Khaki Field, diventati emblematici per il modo in cui traducono l’esperienza militare in un linguaggio contemporaneo.
Il loro impatto sull’orologeria civile è evidente: hanno definito l’estetica dell’orologio “da campo”, sobrio, funzionale, proporzionato. Un design che non insegue la moda, ma deriva direttamente dalla funzione.
Ancora oggi sono considerati riferimenti perché incarnano un equilibrio raro: autenticità storica e utilizzo quotidiano.
Non tutti gli orologi militari sono nati sulla terra. L’Omega Speedmaster, sviluppato negli anni Cinquanta e poi adottato nei programmi spaziali e militari aeronautici, rappresenta un altro passaggio fondamentale.
Progettato per resistere a vibrazioni, escursioni termiche e condizioni estreme, ha dimostrato come un cronografo potesse diventare uno strumento tecnico avanzato senza perdere leggibilità e immediatezza.
La sua diffusione nel mondo civile non è stata guidata dal mito, ma dalla funzionalità. Ha introdotto un nuovo modo di concepire l’orologio sportivo: tecnico, preciso, essenziale.
Questi modelli continuano a essere centrali non perché appartengano al passato, ma perché nascono da esigenze reali. Non sono frutto di interpretazioni stilistiche, ma di progettazione funzionale.
L’orologeria civile ha assorbito questa eredità, trasformandola in un linguaggio riconoscibile. Oggi molti segnatempo mantengono quadranti puliti, casse robuste, materiali resistenti proprio perché questi elementi sono stati testati sul campo, prima ancora che sul mercato. La loro iconicità deriva dalla coerenza tra forma e funzione. Non c’è decorazione gratuita, non c’è sovrastruttura. Solo ciò che serve.
Guardare oggi un orologio militare significa leggere una storia fatta di contesti, necessità, adattamenti. Significa comprendere come la progettazione possa nascere da vincoli estremi e trasformarsi in cultura materiale.
Nel mondo della moda e del design, spesso dominato dall’immagine, questi oggetti rappresentano un controcampo interessante. Non chiedono di essere interpretati. Si limitano a funzionare. Ed è proprio questa origine operativa, questa fedeltà alla funzione, che li rende ancora oggi punti di riferimento. Non perché siano perfetti, ma perché sono stati pensati per una realtà concreta.
Una realtà in cui il tempo non è un dettaglio estetico, ma una variabile decisiva. E un buon orologio, prima di tutto, deve continuare a misurarlo.
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Basta passeggiare per il centro di Torino nelle ore serali per accorgersene: i maxischermi torino illuminano i portici storici con volti perfetti, texture setose e palette di colori che sembrano uscite da un sogno orientale. Non si tratta di un fenomeno isolato. Da Milano a Verona, da Bologna a Bergamo, le città del Nord Italia si sono trasformate negli ultimi tre anni in autentiche vetrine della bellezza globale, con un’accelerazione senza precedenti nella presenza di pubblicità cosmetiche in ogni angolo dello spazio urbano.
Un cambiamento che non è casuale. Dietro le campagne pubblicitarie di skincare, make-up e profumeria che tappezzano stazioni, metropolitane, facciate di palazzi e centri commerciali si nasconde una strategia precisa: il Nord Italia è oggi uno dei mercati cosmetici più dinamici d’Europa, con una capacità di spesa media pro capite tra le più elevate del continente.
Il fenomeno più dirompente degli ultimi anni ha un nome preciso: K-beauty, ovvero la bellezza coreana. Quello che fino a pochi anni fa era un mercato di nicchia, frequentato da appassionate di cultura pop asiatica, è esploso in tutta la sua forza commerciale, portando nelle strade italiane brand come Innisfree, Laneige, COSRX e Anua. I loro prodotti — sieri a base di bava di lumaca, creme al centella asiatica, toner stratificati — hanno sedotto milioni di consumatori europei, e le campagne pubblicitarie seguono questa ondata con investimenti crescenti.
A Milano, epicentro indiscusso della moda e del beauty italiano, la K-beauty ha trovato la sua casa d’elezione. In zona Brera come in Corso Buenos Aires, le vetrine dedicate alla cura della pelle di ispirazione coreana si sono moltiplicate. Ma il fenomeno si estende ben oltre il capoluogo lombardo. A Torino, seconda città per investimenti pubblicitari nel settore cosmetico al Nord, i grandi display digitali nelle stazioni e i muri brandizzati nei quartieri Vanchiglietta e San Salvario testimoniano un interesse crescente, soprattutto tra il pubblico under 35.
Non è solo una questione di metropoli. Verona, con il suo tessuto commerciale vivace e una borghesia attenta alle tendenze, è diventata un polo di riferimento per i brand del lusso cosmetico. Le campagne di Chanel Beauty, Dior Parfums e Giorgio Armani Beauty trovano qui un terreno fertile, con affissioni lungo Via Mazzini e nelle gallerie del centro storico che raggiungono un target ad alta capacità di spesa. Anche Brescia e Bergamo, tradizionalmente associate all’industria manifatturiera, stanno emergendo come mercati promettenti per i cosmetici premium.
A Genova, invece, il porto e la vocazione internazionale della città hanno favorito l’ingresso di brand asiatici e nordeuropei che cercano visibilità nel mercato ligure. Bologna, porta del Nord-Est, gioca un ruolo strategico grazie all’Università e a una popolazione giovane e cosmopolita particolarmente ricettiva alle novità del mondo beauty. Le aziende lo sanno, e investono di conseguenza.
I dati di Cosmetica Italia — l’associazione nazionale delle imprese cosmetiche — parlano chiaro: il Nord Italia concentra oltre il 60% degli acquisti cosmetici nazionali, con Lombardia, Piemonte e Veneto in testa. La combinazione di redditi più elevati, una cultura dell’immagine profondamente radicata e una rete distributiva capillare rende queste regioni il bersaglio naturale delle campagne pubblicitarie più ambiziose. Non a caso, i grandi gruppi internazionali come L’Oréal, Estée Lauder e Shiseido localizzano qui i propri hub italiani.
Ma c’è un altro fattore determinante: la trasformazione digitale della pubblicità outdoor. I classici manifesti cartacei hanno lasciato spazio a installazioni LED ad alta risoluzione, capaci di cambiare contenuto in tempo reale, di adattarsi alle condizioni meteorologiche e di targetizzare il pubblico in transito. Questo ha reso la pubblicità cosmetica più efficace, più spettacolare e, inevitabilmente, più presente.
La pubblicità cosmetica nelle città del Nord Italia non è più soltanto comunicazione commerciale: è diventata parte integrante del paesaggio urbano, un linguaggio visivo che parla di aspirazioni, identità e tendenze globali filtrate attraverso sensibilità locali. La K-beauty ha contribuito a democratizzare la cura della pelle, abbattendo la barriera tra lusso e accessibilità. E le città del Nord, con la loro apertura internazionale e il loro dinamismo economico, si confermano il laboratorio ideale in cui questo cambiamento culturale prende forma, colore e, naturalmente, visibilità.