Predrag Matvejević, uno dei più lucidi e acuti intellettuali europei, è morto a Zagabria.Aveva 84 anni. Nato a Mostar – da padre russo di Odessa e madre croata – quando la città del ponte sulla Neretva faceva parte della Jugoslavia (oggi è il centro più importante dell’Erzegovina), ha vissuto per quindici anni in Italia dove ha insegnato Slavistica alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007. Prima ancora era stato docente di Letteratura francese all’Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Nuova Sorbona di Parigi.Il suo libro più famoso – “Breviario mediterraneo” – è come una finestra spalancata sul “mare nostrum”, sui moli e le banchine, le sagome delle chiese e l’architettura delle case, i fari delle coste e gli itinerari delle carte nautiche. Parla del Mediterraneo non come un mare “ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. Matvejević , tra i più grandi scrittori e saggisti balcanici, oltre a scrivere pagine memorabili, si è sempre battuto per la pace e il dialogo tra i popoli, in difesa
dei diritti umani. E ha duramente pagato le sue scelte di libertà, senza mai rinunciarvi. Tra le sue opere più importanti vanno ricordate anche “Sarajevo”,”Mondo Ex”, “Il Mediterraneo e l’Europa”, “Confini e frontiere”, “L’altra Venezia”,”Un’Europa maledetta”, “Pane nostro”. Amava molto Mostar e nelle occasioni in cui ho avuto l’opportunità di conversare con lui, il dialogo toccava spesso la città dov’era nato. Ma è dal suo libro più famoso che ci rimarrà il
suo ricordo più vivo e potente. Da quelle pagine dove esce l’odore del mare, si percepiscono onde e risacche, si studiamo le rose dei venti della Grecia che accarezzano le “isole dalmate, verdi come smeraldi”; e le ceramiche, gli ex voto, il vino e l’olio, le preghiere della sera e i nomi delle strade e degli angiporti, l’avventuroso viaggio di parole capaci di trasformarsi da un popolo all’altro nel tumulto delle civiltà. Il Mediterraneo di Predrag Matvejević è sempre stato anche il mare delle tempeste dei conflitti, dei viaggi dei migranti in fuga da guerre e miseria, ma soprattutto il mare delle culture che si sono incontrate e si sono sovrapposte tra loro come un groviglio e una mescolanza di dialetti. Sarà pur vero che è chiuso tra le sue coste, ma forse è davvero “il mare più ricco e più libero del mondo”. E questa consapevolezza la si deve anche a lui.
Marco Travaglini
Giovedì 9 febbraio 2017 alle h 18.00, con ingresso libero e gratuito, presso la Casa della Memoria e della Storia (Via San Francesco di Sales, 5 Roma), va in scena la lezione recitata “Vittorio Foa. Pensare il mondo con curiosità”
realizzato dall’Ass. cult. Compagnia Marco Gobetti in collaborazione con Centro studi Piero Gobetti, Unione culturale Franco Antonicelli, Parco Paleontologico Astigiano e Polo Univeristario Asti Studi Superiori. I primi testi scritti per il progetto Lezioni Recitate sono pubblicati nel volume “Lezioni recitabili” di Leonardo Casalino, a cura di Gabriela Cavaglià e Marco Gobetti (Torino, Edizioni SEB27, 2012 ). Vittorio Foa (1910-2008) è stato un protagonista della storia del Novecento. La lezione proposta ricostruisce le fasi più
importanti della sua vita: la formazione a Torino, la cospirazione in Giustizia e Libertà, la lunga carcerazione, la partecipazione alla Resistenza e alla Costituente, l’attività come sindacalista e come uomo politico, sino all’intensa opera di scrittura degli ultimi vent’anni. Filo conduttore della lezione su Vittorio Foa sono proprio i suoi testi e le sue azioni: punto di arrivo e di partenza i suoi inviti a pensare tenendo conto delle differenze, a trasformare gli ostacoli in opportunità, a “conoscere le cose” ma anche “il modo di raccontarle”: a porsi il problema della trasmissione della conoscenza. In sintesi, la proposta di una memoria attiva, necessaria per capire il presente e costruire il futuro.
DA MEMOIR DI SARAH BERNHARDT CON ANNA BONAIUTO E GIANLUIGI FOGACCI
La
Venerdì 3 febbraio ore 21.00 si terrà, presso la Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis
settimana prima del suo debutto ufficiale. Un cortometraggio la cui proiezione sarà preceduta e conclusa da parole dedicate all’oceano, ai pescatori, alla storia ed ai tanti giovani che hanno vissuto dentro ai sottomarini. A presentare la serata l’autore del libro edito da Aletti Renzo Sicco con Angela Dogliotti Marasso, presidente del Centro Studi Sereno Regis. Sarà presente anche Renato Di Gaetano, regista del corto. La storia narrata è straordinaria. Il 3 gennaio 1945 l’U-Boat 1277 usciva dall’hangar gelato di Bergen in Norvegia. Quarantasette marinai
Con tutte le possibilità contro. L’equipaggio si arrese il 4 giugno 1945, un mese dopo la fine del secondo conflitto mondiale, a un capo della Guardia di Finanza portoghese. Renzo Sicco ha recuperato questa storia di mare e di fuga per la vita, appartenente ad una piccola comunità di pescatori, e rimasta sconosciuta anche agli stessi portoghesi. L’ha riscattata e rappresentata con un grande spettacolo realizzato con successo sull’oceano, sulla stessa spiaggia di Angeiras dove avvenne la vicenda. C’erano 47 marinai a bordo dell’U-Boat-1277, tutti giovanissimi. Come tutti i militari tedeschi avevano ricevuto l’ordine di consegnarsi ai vincitori, ma non lo fecero. In occasione del Torino Film Festival 2016, il cortometraggio di U-Boat 1277 è stato inserito nella Italian Short Films Library, proposta dal Centro Nazionale del Cortometraggio.

L’opera, scritta da Luc Plamondon e musicata da Riccardo Cocciante è tratta dall’omonimo romanzo di Victor Hugo
2017. L’opera, scritta da Luc Plamondon e musicata da Riccardo Cocciante è tratta dall’omonimo romanzo di Victor Hugo. La storia narrata dal grande scrittore francese si svolge nel 1482 e vede protagonisti Quasimodo, il campanaro gobbo della famosa cattedrale parigina, la giovane e bellissima zingara Esmeralda e il malvagio arcivescovo Frollo. Scenario principale degli eventi è la cattedrale di Notre Dame, capolavoro dell’arte gotica, affascinante esempio di architettura nella quale si alternano motivi ornamentali e gargoyle. Cocciante e Plamondon realizzarono quest’opera per il puro piacere di scrivere musica, senza pensare a trasformarla in forma scenica. Al termine del lavoro decisero di creare uno spettacolo teatrale che ha avuto un successo travolgente, a partire dal debutto, nel 1998, a Parigi, fino ad oggi.
Si racconta abbia scattato la sua prima foto semplicemente a una pila di ciottoli ammucchiati a terra per l’occasione. Era il 1928 e Robert Doisneau aveva solo 16 anni
Sabato 28 gennaio nel Salone d’onore dell’Accademia Albertina, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico2016 – 2017 alla presenza della Ministra dell’Istruzione Università e Ricerca Valeria Fedeli sono stati conferiti i diplomi honoris causa a tre importanti protagonisti dell’arte e della cultura italiana
Paolini, dalla storica dell’arte e curatrice, Maria Teresa Roberto, docente dell’Accademia Albertina e per la coppia Ferretti – Lo Schiavo dallo stesso Direttore Bitonti, regista e docente di Regia e Storia del Cinema. Erano presenti e sono intervenuti la Sindaca della Città Chiara Appendino, il Presidente della Regione Sergio Chiamparino, ill Rettore dell’università Gianmaria Ajani, il Rettore del Politecnico Marco Gilli, il Presidente del Conservatorio Valentino Castellani e il Direttore Marco
Zuccarini. Nei panni della cerimoniera l’attrice Mita Medici. La Ministra Fedeli nel corso della cerimonia ha colto l’occasione per annunciare la nascita del Polo dell’Arte,una nuova grande realtà educativa culturale, che avrà luogo dall’accorpamento dell’Accademia Albertina e del Conservatorio. Nel suo personale intervento Dante Ferretti (vincitore
insieme alla moglie di tre premi Oscar: The Aviator nel 2004, Sweeney Todd nel 2008, Hugo Cabret nel 2012) ha dichiarato di essere orgoglioso di ricevere un premio così prestigioso e ha ricordato i criteri da lui seguiti nel processo di costruzione scenica attraverso la massima attenzione e studio del periodo storico considerato in un approccio di totale immersione.”Mi immergo nella ricerca come fossi un artista dell’epoca”. Ricordiamo anche le parole significative di Giulio Paolini, che nella sua prolusione ha detto che “la parola dell’arte è il silenzio. Penso sia superata la stagione delle prediche liberatorie…Ritengo che nessuno sia in grado di ‘fare arte’ perchè è l’opera, essa stessa, ad accedere alla cifra segreta e immutabile della propria esistenza”. 