“Una pazza felicità”. La strana umanità “a pezzi” dell’artista in mostra alla galleria “metroquadro” di Torino. Fino al 14 novembre
Ha talento e originalità creativa da vendere, Daniele Galliano. E che bello il titolo dato alla sua mostra ospitata a Torino da Marco Sassone, nella galleria “metroquadro” di corso San Maurizio, fino al prossimo 14 novembre. “Una pazza felicità”: bene prezioso (la felicità, pur se “pazza”), di cui tutti abbiamo un gran bosogno. Sempre. E oggi più che mai. Dati i tempi di ansiogena emergenza sanitaria. E dunque titolo cui l’artista vuole anche affidare un certo potere acquietante o addirittura esorcizzante rispetto alla brutta aria che tira? L’interpretazione può anche starci, ma quel ch’é certo è che quel titolo nasce in tempi non sospetti e servì a Galliano un anno fa per definire la sua ultima serie pittorica (“Una pazza felicità”, per l’appunto), prodotta insieme ad un’altra dal titolo “Let’s Go” ed entrambe esposte nel 2019 in anteprima nelle Fiere di “ArtMiami”e “Artefiera Bologna”. La tappa successiva avrebbe dovuto essere alla “metroquadro” di Torino.

Tappa annullata, causa lockdown. E oggi fortunatamente recuperata. Pinerolese di nascita, classe 61, Daniele Galliano vive oggi a Torino con studio nella Barriera di Milano. Autodidatta, s’è fatto totalmente da solo (di qui il grande talento di cui si diceva prima), con impegno e fatica e grinta, studiando i grandi maestri e la storia dell’arte moderna e contemporanea. Oggi suoi dipinti fanno parte di alcune fra le principali collezioni pubbliche e private, come la GAM di Torino, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e la Unicredit Art Collection di Milano. Numerose anche le sue collaborazioni con musicisti, regisi e scrittori. In queste ultime opere presentate in mostra si sbizzarrisce alla grande con una componente che da sempre lo affascina e lo attrae: la folla, l’assembramento (oggi bruttissime parole!), i riti collettivi di un’umanità sfuggente, che si muove e fluttua nel blu del mare o procede, cerca strada, s’arrampica negli spazi terapeutici di cascate fumanti, ispirategli – pare– dalle Terme di Saturnia. In “Let’s Go” i bagnanti si muovono perfino goffi in spazi immobili di mare blu, senza un minimo accenno d’onda o di vitalità marina. Tutto è statico. Cristallizzato nel tempo. I corpi fuoriescono dall’acqua “a pezzi”.”Una metafora della vita – spiega Galliano – dove tutti galleggiamo in una dimensione che non padroneggiamo e ne usciamo inevitabilmente fatti a pezzi”. E’ un’umanità che spesso si ignora o va per conto suo verso confini (o ipotesi di confini) misteriosi, in una pittura spesso definita “fotografica”, che può allocarsi, senza mai escludere autonome originalità creative, nell’ambito dei cosiddetti “nuovi realismi” degli anni ’90, con storiche citazioni al ritrattismo degli “outsider” britannici degli anni ’60 e ’70, da Lucian Freud a Francis Bacon, così come – sia pure in maniera assai più moderata – al tratto pesantemente sarcastico e violentodi Otto Dix. Molto lontano il segno iperrealistico, per Galliano si può invece parlare – come scriveva il grande teorico dell’arte, Mario Perniola – di “iporealismo”per quel suo tratto distintivo che è il “blurring” (lo sfocato), tecnica che all’alta definizione oppone la bassa definizione. L’immagine fuori fuoco. La sua “è una visione che oscilla fra la miopia e il sogno, che sacrifica i dettagli a favore di una visibilità ridotta, senza profondità di campo”. Al centro dei suoi mondi, sempre la folla, amore che parte dal ’94 con la mostra “Narcotica, frenetica, smaniosa, eccitante”, viaggio nella notte torinese che verrà rievocata anni dopo nel libro “La guerra dei Murazzi” di Enrico Remmert.

Una passione, uno stato d’animo, motivo di ispirazione che lo porterà anche a interessanti sperimentazioni tecniche con esiti di imponente valenza astratta (in mostra il grande – di dimensioni, ma anche per cifra stilistica- “Do you remember” del 2019) e, in anni precedenti, nel 2016, allaproduzione della serie “Anything”, dove figure, oggetti, auto, icone e quant’altro si schiacciano l’una all’altra per recuperare millimetri di spazio. Il tutto in una narrazione “abbandonata al caos stesso da cui è stata generata e che diventa esso stesso protagonista dell’opera”. In mostra anche alcuni oli su tavola del 2019, ispirati a temi vagamente erotici su cui, negli anni passati, Galliano aveva parecchio lavorato e anche in modo assolutamente disinibito.
Qui abbiamo un normalissimo nudo femminile esposto ai benefici effetti del sole e un paio di gambe, che spuntano da una (peccaminosa?) lingerie nera, sopra un paio di scarpe rosse con tacchi a spillo.Ancora “pezzi” di corpo. Immagini piacevoli. Gradevoli. Conenute nei limiti del “comune senso del pudore”. Espressione, immagino, sempre rifuggita e rifiutata dal “libero” Galliano.
Gianni Milani
“Una pazza felicità”
Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/F, Torino; tel. 328/4820897 o www.metroquadroarte.com
Fino al 14 novembre
Orari: marc. – sab. 16/19, lun. e mart. su appuntamento
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Nelle foto
Mercoledì 21 ottobre il Cinema Massaua di Torino ha ospitato l’anteprima nazionale del film “ Sul più bello “ di Alice Filippi , prodotto dalla Eagle Pictures.
Donatello 2018, è stata anche ospitata nell’ambito della recente Festa di Roma.
Conficcato in una nicchia di un grande masso compare il volto di un personaggio dell’antichità. Si parla di Maometto, il profeta dell’Islam, o di un Giove romano o forse di qualcun altro. In bassa Val di Susa, a una quarantina di chilometri da Torino, i colori dell’autunno e le prime nebbie d’ottobre rendono quel luogo ancora più incantato e anche un po’ fiabesco. Ma intorno a quella figura maschile persiste la disputa, ormai vecchia di decenni, tra borgonesi e storici. I valsusini non hanno dubbi: quel volto scolpito nella roccia è quello di Maometto ma gli studiosi la pensano molto diversamente. Maometto non c’entra nulla, sostengono i ricercatori, si tratta piuttosto di una divinità romana. Eppure quel gigantesco masso caduto in valle a ridosso di una stradina accanto al bosco è rotolato per centinaia di metri dall’alto di una montagna dove i saraceni musulmani passavano, stazionavano e poi scendevano in valle per uccidere e distruggere paesi e borgate. Chissà che non siano stati proprio loro a incidere su quella roccia il volto del fondatore della religione islamica? Vale comunque la pena passare da queste parti quando si va in alta valle a sciare o a visitare Susa e la Novalesa o a mangiare la polenta in qualche rifugio. Si lascia l’auto dove è possibile e dopo una brevissima camminata eccolo lì, è talmente piccolo nell’enorme masso che quasi non si vede ma poi, avvicinandosi, emerge una piccola nicchia a forma di tempietto a quattro-cinque metri dal suolo. I borgonesi lo chiamano “il Maometto di Borgone”. Indossa una tunica e un mantello, ha le braccia sollevate verso l’alto e ai piedi si scorge un animale mentre sul frontone compare un’iscrizione, quasi
cancellata dal tempo, con lettere latine. Per la tradizione popolare della zona quella figura rapresenta Maometto e molte leggende antiche si fanno risalire alle invasioni dei Mori che oltre mille anni fa devastarono la Valle di Susa lasciando terribili ricordi nella gente, poi tramandati per generazioni. Ma allora chi è rappresentato in quel bassorilievo? Le ipotesi avanzate sono diverse ma il Profeta avrebbe poco a che vedere con quel ritratto. Si tratterebbe invece, secondo gli storici, del volto di Giove Dolicheno, una divinità anatolica venerata dai soldati romani nel II-III secolo. Gli arabi arrivarono in Val di Susa alcuni secoli dopo la morte di Maometto. Valicate le Alpi marittime i predoni musulmani giunsero in Liguria e in Piemonte e nell’anno 906 furono avvistati per la prima volta nelle grotte dell’alta Val di Susa che furono usate come basi per assaltare e depredare i borghi valsusini, saccheggiando e uccidendo gli abitanti del luogo. La stessa celebre Abbazia di Novalesa, all’epoca uno dei più importanti centri culturali e religiosi del Piemonte, fu incendiata nel 912 dai saraceni e i monaci furono costretti a fuggire a Torino mettendo in salvo codici e manoscritti della biblioteca. Ma il mistero in bassa valle resta e la domanda se la pongono in molti: quel volto misterioso è di Maometto o di un Giove? Gli studiosi, come detto, non hanno più dubbi, si tratta di una divinità romana, ma per i borgonesi l’uomo misterioso resta Maometto. Lasciamo quindi a Borgone il suo “Maometto” in bella mostra su quella rupe che attira turisti e gitanti diretti in alta valle. Una capatina da Maometto è sempre gradita ai borgonesi.

Un testo che fa riflettere e sognare ad occhi aperti. Un viaggio nella Lucania aspra e selvaggia ma sempre bella,meravigliosa ed accogliente.Occhi attenti che scrutano con dovizia di particolari tutto ciò che circonda il bravo poeta Luigi, addolorato perché assiste impotente allo svuotamento della sua Terra, con tanti giovani che partono per cercare fortuna al Nord Italia ma anche all’estero. L’autore Nasce a Tricarico, MT,42 anni fa,coniugato vive tuttora nella
provincia di Potenza.Impiegato nelle ferrovie ha svolto il servizio militare a Torino ed è rimasto innamorato della città Sabauda al punto che quasi ogni anno ci ritorna felice come un ragazzino. Ha scritto tanti libri e vinto numerosi premi.Di recente è stato eletto segretario generale Filt Cgil Basilicata,grande sostenitore dei diritti dei lavoratori e battagliero sempre per portare avanti istanze,anche in Parlamento, atte a migliorare la vita lavorativa dei lavoratori nel mondo del trasporto.




