Dalle Collezioni Presidenziali del Quirinale
Dal 20 al 31 marzo

Ricorrenza istituita nel 2010 dal “Dipartimento delle Informazioni Pubbliche” dell’ONU “per celebrare il multilinguismo e la diversità culturale, nonché per promuovere la parità di utilizzo di tutte e sei le lingue uffuciali in tutta l’Organizzazione”, il prossimo sabato 20 marzo (data ricorrente ogni anno, scelta per ricordare la nascita dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia) si celebra la “Giornata della Lingua Francese”. Occasione colta al volo, in tempi cupi di Musei chiusi al pubblico, dal torinese Palazzo Madamaper costruirvi intorno, fino al prossimo mercoledì 31 marzo, un progetto didattico, curioso e saggio sotto il profilo storico-artistico, rivolto ai più piccoli, bambine e bambini, e alle loro famiglie. A loro sarà data la possibilità di incontrare la cultura francese attraverso le vicende del magnifico “baule” realizzato intorno al 1200 in una bottega orafa di Limoges e un tempo appartenuto al diplomatico e cardinale Guala Bicchieri,o anche Giacomo Guala Beccaria (Vercelli, 1150 ca. – Roma, 1227) che fu legato pontificio in Francia nel 1208 e in Inghilterra dal 1216 al 1218.
Tramite l’acquisto su “Vimeo” del video in lingua italiana “Blu e Oro, i colori del Medioevo” al costo di € 3,50, sarà possibile scoprire cosa custodiva il prezioso cofano esposto a Palazzo Madama, con quali materiali e tecniche venne realizzato, quali creature fantastiche sono state poste a guardia di questo splendido scrigno e perché il blu, che è stato adottato anche nella bandiera francese e che oggi è uno dei colori più usati e amati, è una delle tante e preziose eredità che ci ha lasciato il Medioevo. Dopo aver guardato il video, i bambini potranno giocare con le creature fantastiche che lo sorvegliano, attraverso un quiz, durante il quale si ascolteranno brevi brani descrittivi in lingua francese e bisognerà mettere in atto le migliori capacità di osservazione per rispondere correttamente alle domande. Alla fine del quiz sarà possibile scaricare una scheda per disegnare la propria creatura fantastica e un modello per costruire un “taumatropio” (dal greco “girare delle meraviglie”), un singolare gioco ottico – di epoca vittoria, inventato nel 1824 dal fisico inglese Mark Roget – che permetterà di dare movimento a due degli animali presenti sul cofano.
In sintesi,come partecipare?
“Ci penseremo noi – dicono da Palazzo Madama – a pubblicarli sui nostri profili social”.
g. m.
Questo lavoro è nato anche grazie all’apprezzamento di un lettore che ha sottolineato come i libri dell’autrice non si limitano unicamente a narrare storie ma sono ricchi anche di spunti di riflessione e capaci di lasciare tracce, in linea perfetta quindi con lo spirito e il proposito letterario. C’è il sole fuori racconta di Vera, una donna fragile ma determinata, una maestra appassionata del suo lavoro che, a seguito di una cocente delusione, si dedica a ciò che rimane della famiglia che ha costruito.
Nell’estate del 2017, in una Torino affascinante e assolata, il ricovero del padre e la paura di perderlo per sempre obbligano la protagonista a riflettere sull’essenza della vita stessa. Solo allora, grazie all’esempio dell’amica Stella e all’incontro col misterioso Nicola, Vera riuscirà a rispondere alla domanda che per troppo tempo ha nascosto a se stessa: “Vuoi ricominciare a vivere?”.
Il romanzo, abilmente costruito su piani temporali alternati capaci di creare attesa e suscitare partecipazione lungo il dipanarsi della storia, consente al lettore di entrare in sintonia con la protagonista, comprendere il suo vissuto ed assistere al suo percorso di crescita.
C’è il sole fuori trasmette un messaggio positivo e di speranza in un periodo distopico come quello attuale, “il momento storico che stiamo vivendo”, spiega infatti Silvia Cavallo, “è delicato e complesso, ciononostante credo che continuare a parlare di buio ci tolga la possibilità di intravedere la luce e affrontare con coraggio le difficoltà. Come scrivo nelle pagine del libro, credo che la vera sfida, in un’esistenza fatta anche di ombre e di momenti bui, sia attraversare il dolore e trasformare i rischi in opportunità di crescita e realizzazione. Perché attraverso il buio, ed oltre la sua ombra, tornerà il sole fuori”.
Maria La Barbera
L’architetto Donatella d’Angelo e’ da tanti anni la punta di diamante della battaglia a tutela dei Beni Culturali con la sua attività di architetto sensibile alla storia e al bello che molti suoi colleghi trascurano, per non dire che contribuiscono a devastare.
E’ stata autorevolissima e rimpianta Presidente di “Italia nostra “ che sotto la sua guida aveva perso la patina vecchiotta di un gruppo di attempati signori e madamine un po’ snob , che ha sempre caratterizzato la pur nobilissima associazione . Solo ai tempi remoti di Valdo Fusi ebbe la grinta battagliera che è stata anche quella di Donatella D’Angelo che ha al suo attivo tantissime benemerite battaglie per la tutela non a parole del nostro patrimonio storico – artistico. Adesso tocca alla storica Villa Giolitti di Cavour. Il testo redatto dall ‘architetto D’Angelo ci esime da commenti . Fa parte della storia d’Italia che forse gli eredi dello statista di Dronero non valutano abbastanza. Sono stato a visitare la villa qualche anno fa dopo un convegno a cui avevo partecipato con l’indimenticabile senatore Giuseppe Fassino. Appare incredibile che i due sodalizi dedicati a Cavour di cui uno ha sede proprio a Cavour , tacciano. E il Sindaco del piccolo centro del Pinerolese famoso anche per la Locanda della posta dove era solito andare Giolitti con Croce e Soleri , forse e giustamente troppo occupato dal COVID ( Cavour e ‘ stata la prima zona rossa del Piemonte) per potersi dedicare alla villa in vendita .
Ma esiste oltre che un presidente della Regione, anche un assessorato regionale alla cultura appare anch’esso silente . C’è da augurarsi che il documento predisposto dall’architetto D’Angelo smuova le aque e soprattutto la Sovrintendenza .La stessa “Italia nostra dovrebbe svegliarsi dal torpore in cui è caduta da gran tempo , diventando la succursale di un vecchio e polveroso club inglese. La villa è una pagina di storia piemontese e italiana da tutelare proprio nell’anno centenario della fine del V Governo Giolititti del 1920-21. Anche quanto resta della cultura liberale non sedicente deve attivarsi per portare in Parlamento questo tentativo di trattare quella villa come un affare da agenzia immobiliare. Pubblichiamo il testo dell’appello.
Pier Franco Quaglieni
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Al sig.Ministro della Cultura
Al Sig Ministro delle Infrastrutture
Al Sig Ministro delle Finanze
e pc Al Presidente del Consiglio dei Ministri
pc Al Presidente della Repubblica
Abbiamo appreso con sgomento della imminente vendita della villa che fu di Giovanni Giolitti sita a Cavour, luogo già evocativo di un altro grande Statista, Camillo Benso.
La Villa, di per sé pregevole per l’indubbio valore architettonico, è una gradevolissima costruzione del XVIII. Sec., ed ambientale, essendo dotata di un parco di oltre 25.000 mq di piante rare, ha un inestimabile valore documentario/politico/storico. Giolitti ci passava molto tempo, vi riceveva i più illustri personaggi dell’epoca, che qui elaboravano leggi e trattati. Ci rimase in maniera permanente negli ultimi anni sino alla sua morte qui avvenuta nel 1928. Oltretutto è posta in vendita con tutti i preziosi arredi, testimoni muti della Storia d’Italia.
Chiediamo pertanto che questo patrimonio di Cultura, Storia e di Conoscenza non venga disperso ma lo Stato eserciti il Diritto di Prelazione ai sensi del D. Lgs 42/04,tenuto conto dell’interesse Nazionale che il Decreto richiama.
Certi in una Sua cortese attenzione, attendiamo fiduciosi.
I Firmatari.
Donatella D’Angelo
Angelo Argento
Alberto Improda
Ho guardato il Festival dal BUGO della serratura, poiché non si poteva entrare a teatro…
Siamo stati controllati dai RAPPRESENTANTI DI LISTA mandati dallo STATO SOCIALE, bardati con mascherine e camici verdi che hanno controllato che non avessimo MALIka ai denti o “ERMAL de testa”, sintomi di Covid.
Nonostante tutto, è stata una serata GAIA, chiusa con una bella cena.
Era un buffet, ognuno si serviva RANDOM (a caso, per chi non sapesse le lingue…)
Squisito il colaPESCE al forno, pescato dal figlio DI MARTINO (un pescatore sanremese); un mio amico è arrivato in ritardo e quando ne ha chiesto una razione e gli han detto che era finito ha gridato: “NOoo! E MI?” (per chi non sapesse il genovese: Nooo, e io?”). Si è dovuto accontentare di un’aRENGA affumicata.
Dopocena, due salti, ballando un EXTRALISCIO con MADAME ANNALISA, una veneta tenutaria di bordelli (data l’età avanzata, la chiamano “Mona Lisa”…). Doveva essere una bella dona, ai tempi che BERTI filava…
Un gruppetto che aveva bevuto troppo ha litigato, e sono venuti alle MANESKIN; purtroppo uno è caduto malamente ed è andato in COMA.
Alcuni si sono messi in un angolo per una partita di backGHEMON.
Altri infine si sono guardati cartoni animati con Bip Bip, il Wil Coyote e Willie PEYOTE; grandi scoppi di ARISA sulle scenette più divertenti.
Fuori la luna illuminava una splendida quercia con I RAMA pieni di gemme; su uno c’era un bel nido di GAZZE’.
All’improvviso il cielo si è oscurato, è scoppiato un temporale con tanti tuoni e FULMINACCI. Una tregenda: nell’ombra qualcuno ha visto apparire un F(ant)ASMA…
Terrore, ma è poi tornato l’ottimismo: bisogna avere FEDEZ nel futuro!
PS C’era pure AIELLO, ma non l’ha visto nessuno…
Gianluigi De Marchi
demarketing2008@libero.it
Grande successo – con quasi 27.000 spettatori – per la prima del Così fan tutte diretta da Riccardo Muti, trasmessa ieri sera in streaming sul sito del Teatro Regio. Si ricorda che l’opera di Mozart resta disponibile gratuitamente on-demand fino al 30 settembre 2021.
A una settimana esatta dal Così fan tutte, giovedì 18 marzo alle ore 20 sul sito del Teatro Regio, l’appuntamento in streaming è nuovamente con il Maestro Riccardo Muti sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio in un programma interamente dedicato a Giuseppe Verdi, che prevede la Sinfonia da Giovanna d’Arco e Stabat Mater e Te Deum da Quattro pezzi sacri per coro e orchestra. Il Coro del Teatro Regio è preparato dal Maestro Andrea Secchi. Soprano solista nel Te Deum è Eleonora Buratto.
Riccardo Muti è il più grande interprete vivente della musica di Giuseppe Verdi, applaudito dalla critica e dal pubblico in tutto il mondo e Giuseppe Verdi è un autore profondamente legato al percorso artistico dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio. Questo è un concerto che si preannuncia strepitoso, senza mezzi termini. Con la direzione di Riccardo Muti, i nostri musicisti si uniranno in un abbraccio virtuale al pubblico lontano, celebrando la “liturgia” dello stare insieme nel canto e nella musica.
Composta per la Scala di Milano nel 1845, Giovanna d’Arco è un’opera di guerra, di grandi passioni amorose, di ossessioni mistiche, di affetti familiari e conflitti interiori. La sua Sinfonia rispecchia, condensandoli, questi caratteri, ed è tra le più evolute e sviluppate tra quelle scritte da Verdi nei suoi “anni di galera”, gli anni giovanili di produzione a ritmo serrato che gli fecero conquistare il primato tra gli operisti italiani ed europei. Divisa in tre parti, nella prima si assiste a una sorta di tempesta di ascendenza rossiniana; la seconda è un’oasi pastorale che vede gli strumenti a fiato concertare fra loro, e nella terza si sviluppa una grande rielaborazione del materiale tematico che conduce a un finale esplosivo. All’indomani della prima, il suo autore la valutò come la sua opera migliore «senza eccezione e senza dubbio».
I Quattro pezzi sacri sono composizioni che hanno visto la luce singolarmente e che furono pubblicati insieme nel 1898. Verdi scrisse il suo Stabat Mater, per coro misto e grande orchestra, nel 1896-97. L’approccio alla preghiera, attribuita a Jacopone da Todi, è quello dell’autore di musica per il teatro: Verdi, interessato al dramma umano della madre ai piedi del figlio al patibolo, ne restituisce lo strazio in un affresco cupo e dolente, in un gesto espressivo senza pause e senza respiro. Al realismo drammatico dello Stabat Mater si contrappone l’austero contegno del Te Deum, per doppio coro e grande orchestra. L’esecuzione «senza misura» del tema gregoriano, eseguito a cappella dalle voci maschili all’inizio del lavoro, diffonde sull’intera composizione un’aura di severa compostezza. Verdi evita qui il gioioso trionfalismo che solitamente caratterizza l’inno di ringraziamento al Signore; questa pagina, dal respiro grandioso e dalla singolare bellezza, si pone invece come una solenne meditazione pervasa da dubbi, più che sorretta da certezze: l’estremo lascito creativo del Maestro si chiude nell’ombra malinconica che il breve, dolente postludio strumentale proietta retrospettivamente sulle parole di speranza affidate al soprano solista: «In te, Domine, speravi», interpretato da Eleonora Buratto.
Il concerto si avvale del contributo di Reale Mutua, Socio Fondatore del Teatro Regio.
Si ringrazia RMMusic (www.riccardomutimusic.com), società che detiene i diritti di registrazione e immagine di Riccardo Muti.
I biglietti per assistere al concerto sono in vendita al costo di € 3. Lo streaming resterà on-demand fino al 30 settembre 2021.
Per informazioni, vendita e streaming: www.teatroregio.torino.it.
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Hypercritic, piattaforma che connette mondi culturali e artistici in uno spazio digitale condiviso, celebra la Giornata mondiale della Poesia con una maratona di letture lunga una settimana su Facebook e Instagram dedicata a 88 poetesse del passato e contemporanee.
Dal 15 al 21 marzo scrittori, autori e testimonial da tutto il mondo si alterneranno nella lettura di una poesia l’ora in 24 lingue, come greco antico, polacco, svedese, portoghese, turco, arabo, russo, persiano, giapponese e cinese.
Tra i lettori, che daranno voce alle poetesse di 40 Paesi saranno presenti Roberto Saviano, che leggerà il Premio Nobel per la Letteratura 2020 Louise Glück, Nicola Lagioia con una poesia di Amelia Rosselli, Christian Greco, che leggerà in geroglifico dei versi che celebrano la figura femminile, Beatrice Venezi (Margaret Atwood), Savina Neirotti (Sylvia Plath), Giovanni Caccamo (Alda Merini), Emiliano Poddi (Wisława Szymborska), Antonella Lattanzi (Patrizia Cavalli), Federica Manzon, Chiara Tagliaferri, Paolo Giordano, Chiara Valerio, Fabio Geda, Mauretta Capuano, Serena Danna, Ezio Mauro, David Frati, Mario De Santis, Francesca Angeleri, Alessandro Colombo, Claudio Petronella, Ilaria Gaspari, Andrea Tarabbia, Marco Belpoliti, Eleonora Sottili, Mauro Berruto, Nicola Campogrande, Giulia Caminito, Mario Brunello, Camilla Ronzullo, Paolo Maria Noseda (che leggerà Patti Smith).
Il fondatore di Hypercritic Alessandro Avataneo leggerà Cristina Campo e Emily Dickinson. A conclusione della maratona poetica, Alessandro Baricco leggerà Saffo in greco antico.
Faranno parte della Hypercritic Poethon 2021 le opere di poetesse italiane come Alda Merini e Patrizia Cavalli, dei Premi Nobel per la Letteratura Wisława Szymborska e Louise Glück, delle poetesse latino americane, tra cui Carmen Yáñez e Gioconda Belli, le americane, da Emily Dickinson, Sylvia Plath, Maya Angelou fino alla giovane Amanda Gorman, di poetesse politiche come Yasar Nezihe, poetesse erotiche come Patrizia Valduga e Saffo e poetesse-influencer come Rupi Kaur.
Domenica 21 marzo sarà il giorno clou: inviteremo gli amici, i follower e tutti coloro che vogliono partecipare a condividere la loro poesia del cuore, in forma di reading, accompagnata da un’immagine o pubblicandone solo il testo, con l’aggiunta dell’hashtag #postapoem e taggando le pagine social di Hypercritic.
“La casa in montagna. Storia di quattro partigiane” (Bollati Boringhieri, 2020) è il libro con il quale Caroline Moorehead racconta la storia delle donne piemontesi impegnate nella Resistenza. L’autrice, una giornalista londinese che conosce bene il nostro paese, ha pubblicato numerosi libri di argomento storico oltre ad aver collaborato con la BBC e le più prestigiose testate giornalistiche anglosassoni come il Times, il Guardian e l’Independent.
Con la sua scrittura chiara e sobria, resa interessante da un efficace ritmo narrativo, la Moorehead ci restituisce una storia corale delle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione, mettendo in rilievo le vicende di quattro protagoniste (Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Frida Malan, Silvia Pons) animate dagli stessi ideali di libertà e giustizia e al tempo stesso diverse l’una dall’altra. L’innovativo apporto di questo libro alla storiografia della Resistenza si coglie nel punto di vista “esterno” sull’intera vicenda della lotta partigiana e del ruolo decisivo della sua componente femminile. Le storie sono note per i più attenti lettori e per chi si è interessato di questi argomenti; lo stesso si può dire per le fonti alle quali ha diligentemente attinto la scrittrice britannica ( tutte e quattro le protagoniste ci hanno lasciato in eredità un’ampia testimonianza con lettere, diari, documenti). La scelta di occuparsi della Resistenza italiana e, in particolare, di quella piemontese che ne ha rappresentato – per valore, importanza e presenza ben documentate – il vero e proprio “cuore”, lo ha spiegato lei stessa in una intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica nei mesi scorsi , motivandola con una doppia ragione: riconoscere il giusto ruolo alla componente femminile del movimento partigiano, raccontando anche al pubblico di altri paesi ciò che accadde e che per troppo tempo è stato sottovalutato e denunciare le riserve e i pregiudizi che caratterizzarono l’atteggiamento dei militari e del governo inglese nei confronti della Resistenza italiana, preoccupati del ruolo e dell’eccessivo peso che le forze di sinistra ebbero nella lotta antifascista e antinazista. A giudizio della Moorehead fu l’ossessione del “pericolo comunista” a frenare gli alleati dal riconoscere i meriti dei partigiani, quasi ostinandosi a considerarli alla stregua di “partner inferiori, contaminati dagli anni del fascismo e dal voltafaccia del governo italiano nell’estate del 1943”.
Un anticipo del clima della guerra fredda che non consentì di valutare pienamente e con onestà intellettuale l’imprescindibile contributo dello sforzo partigiano alla campagna d’Italia. Ovviamente il tema centrale de La casa in montagna è la rivendicazione di un ruolo centrale delle donne nella Resistenza piemontese. Lo sviluppa, pagina dopo pagina, imbastendolo su vicende e profili delle quattro protagoniste, presentate come emblematico esempio di un intero movimento di donne altruiste, forti e motivate, che animarono azioni di ribellione collettiva, sfidando la guerra, la paura e i pregiudizi. Una narrazione che muove dalla cattura, l’uccisione e i funerali delle sorelle Vera e Libera Arduino nella plumbea Torino del marzo del ’45, a meno di un mese e mezzo dalla liberazione. La cieca violenza fascista si scontrò con la ribellione delle donne che espressero solidale affetto alle giovani vittime, protestando al cimitero Monumentale contro un regime ormai in agonia ma capace di reazioni quanto mai dure e brutali. Non vi era mai vista una manifestazione del genere, organizzata da donne e per le donne; donne che non potevano essere intimidite, né temevano le conseguenze delle proprie azioni. Come venne scritto su “Noi donne” nel luglio del 1944, si avvertiva da tempo che era “giunto il momento di dare tutto per salvare la nostra Patria, la nostra vita, il nostro pane. Non dobbiamo più avere esitazioni. Dimostriamo coi fatti che anche noi […] sappiamo imporci qualsiasi sacrificio”. E così fecero. Con concretezza e coraggio. “ Tra il 1943 e il 1945 in tutta l’Italia occupata le donne insorsero a migliaia, per unirsi alla Resistenza e combattere per la liberazione del loro paese”, scrive la giornalista britannica. “A renderle straordinarie era il fatto che l’Italia fascista, sotto il ventennio del governo Mussolini, le aveva trasformate in ombre: non avevano diritti, né voce, né uguaglianza, nessuna possibilità di esprimersi né riguardo alla propria vita né in merito al governo del paese. Che avessero trovato il coraggio, la determinazione e l’altruismo per lottare e spesso subire arresti, torture, violenze ed esecuzioni: fu questo a renderle davvero eccezionali”. Nel libro, accanto alle quattro principali protagoniste sono molte le figure che si incontrano tra le pagine dei diciannove capitoli, intrecciando le loro storie, accompagnando il lettore nei venti mesi della lotta partigiana fino ai primi passi del paese liberato che alcuni di loro, persa la vita per le loro idee, non faranno in tempo a vedere.
Le staffette Lisetta Giua, fidanzata di Vittorio Foa, e Lucia Boetto, Matilde di Pietrantonio e Gigliola Spinelli; uomini e donne che subirono le discriminazioni razziali imposte dalle leggi contro gli ebrei, la deportazione come Primo Levi o la morte come Emanuele Artom; partigiani come Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco, Willy Jervis, il generale Perotti, Ferruccio Parri, Don Francesco Foglia (noto come “don Dinamite”), Giulio Bolaffi, Tancredi Galimberti, detto Duccio e tanti altri. C’è anche la figura straordinaria di Suor Giuseppina Demuro, madre Superiora delle Figlie della carità della congregazione di San Vincenzo De Paoli, una religiosa sarda di Lanusei che portò senza sosta conforto, alimenti e indumenti nelle celle del braccio femminile del carcere torinese “Le Nuove”, alleviando gli ultimi istanti di vita dei condannati a morte. Una donna coraggiosa che seppe distinguersi nella
resistenza disarmata. La lettura di questo libro è un utile esercizio per rammentare, non solo in occasione delle ricorrenze del calendario civile, quanto sia stato grande il contributo delle donne alla lotta di Liberazione. Un contributo quantificabile non solo numericamente ma per l’importanza e la qualità delle conseguenze – culturali e sociali prima e politiche poi – che ne scaturirono. L’apporto femminile fu massiccio sin dai primi momenti della lotta partigiana arrivando fino agli ultimi giorni dell’aprile 1945, con la completa liberazione del Paese. Non è possibile citare cifre che descrivano esattamente quante donne aderirono e si sacrificarono per la Resistenza perché molte di loro, appena conclusa la lotta, ritornarono in pieno alla loro vita familiare e di lavoro, scegliendo l’anonimato. Stando però ai calcoli di esperti militari si può affermare che le donne che furono impegnate in compiti ausiliari nella Resistenza italiana non furono meno di un milione, mentre, secondo le statistiche ufficiali, le partigiane combattenti furono circa 35 mila. Un dato considerevole che rappresenta ben più di un quinto del movimento resistente.
I ruoli che ricoprirono furono molteplici: dalla partecipazione alle agitazioni nelle piazze alla preziosa e pericolosa attività delle “staffette”, dalla cura e dal rifocillamento di feriti e sbandati alla raccolta di armi, munizioni e indumenti e, infine, alla dura e spesso sanguinosa lotta sulle montagne. Le donne che parteciparono alla Resistenza, fecero parte anche di organizzazioni come i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) e le Squadre di Azione Patriottica (SAP) che agivano nelle città e ,inoltre, fondarono i Gruppi di Difesa della Donna, “aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all’opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione“. Così le donne irruppero sulla scena e scelsero da che parte stare diventando soggetti attivi dei cambiamenti storici. Conquistarono il diritto al voto e lo esercitarono per la prima volta alle elezioni amministrative e poi alle politiche del 2 giugno 1946 per eleggere l’Assemblea Costituente e nella scelta referendaria tra monarchia o repubblica. L’esperienza delle protagoniste de La casa in montagna. Storia di quattro partigiane, così come quella delle tante che seppero “scegliersi la parte”, è stata determinante per le donne italiane che dal ’45 in poi si sono battute instancabilmente per il loro coinvolgimento attivo nella vita politica del paese, conquistando diritti legali, economici e politici verso la parità.
Marco Travaglini

La donna diventa sempre più protagonista della vita sociale ma anche artistica. A partire dalla data emblematica dell’8 marzo, diventata il simbolo della Festa della Donna, la galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia ha ospitato la mostra dal titolo “In scena la donna”. Sono esposte le opere di quattro artiste, Raffaella Bellani, Serena Renata Maggi, la scultrice Rabarama e, non ultimo, di un artista come Paolo Civera.
Della scultrice Rabarama, di cui sono esposti anche sculture di bronzo dipinto quale quella intitolata “Viaggio”, emerge un’arte ricca di un’energia accompagnata a un lessico formale decisamente personale. Ogni personaggio vive attraverso una dinamicità spaziale assolutamente originale che trascende l’aspetto puramente estetico. Le sue opere pittoriche sono contraddistinte da un originale timbro chiaroscurale e da un ritmo del segno armonioso, alimentati dall’incisività del colore. L’artista conduce un’interessante ricerca in cui il processo emotivo e concettuale sono dominanti nel suo iter creativo; le sue sculture bronzee sono frutto di un’interpretazione di un impegno progettuale indiscutibile, unito ad una riflessione esistenziale e artisticaprofonda. La materia plasmata da Rabarama riesce, infatti,a colmare gli spazi interiori dell’uomo, non dimenticando i veri valori dell’esistenza umana.
L’opera di Raffaella Bellani rivela un tratto di evidente impegno compositivo, in cui la scansione spaziale dello spazio si unisce al fascino penetrante del soggetto. L’artista utilizza per lo più colori monocromatici e realizza un sapiente gioco di luci e ombre, accompagnato a un felice movimento di trasparenze. Si serve per le sue opere pittoriche di diversi materiali quali stucco, garze, fogli e acrilici che, stesi mirabilmente sulla tela, conferiscono al tessuto narrativo un effetto visivo-tecnico assolutamente personale. Iquadri di Raffaella Bellani, a metà tra realtà e fantasia, vivono di velate contrapposizioni intrise di immagini figurative in cui spesso emerge il primo piano del volto femminile, che si fonde a uno sfondo di tipo astratto originale e luminoso. Il tratto segnico delle sue opere è morbido, ma al tempo stesso incisivo il cromatismo elegante e armonioso e il tutto converge in un dinamismo della prospettiva attenta al disegno. Nelle sue opere la scelta del bianco e nero sta a rappresentare il passato e la memoria, espressi dall’artista con segno graffiante.
È la figura femminile, ancora una volta, ad essere al centro dell’opera di un’altra artista protagonista della mostra alla Galleria Malinpensa By Telaccia, vale a dire Serena Renata Maggi. Il suo mondo pittorico si libera in un’espressione suggestiva, densa di valore simbolico e cromatico, accompagnati da un ritmo equilibrato. Spazio, luce, materia e segno grafico si muovono all’interno di un processo tecnico in cui il gioco dei colori è impreziosito da un’esecuzione materica frutto di uno studio molto approfondito.
L’artista utilizza l’acrilico e la tecnica mista su tela per realizzare le sue opere, evidenziando una sicura padronanza dei mezzi espressivi e una vena estetica molto originale, in grado di far vibrare ogni elemento della rappresentazione all’interno di un’opera di puro linguaggio poetico e sentimentale. I suoi soggetti sono in grado di trasmettere vita, sentimenti e emozioni intense, in cui l’essenza di un volto carico di poetica si arricchisce di un intenso ritmo musicale.
La figura umana indagata dall’ultimo artista in mostra, Paolo Civera, è contraddistinta da una scansione formale e espressiva in cui si evidenzia, in maniera assolutamente autonoma, un linguaggio fortemente intimistico. La donna è protagonista assoluta del suo iter artistico e viene colta in tutta la potenza del suo vissuto. Dalla intensa rappresentativita’ lirica di cui Civera si dimostra capace emergono un dialogo continuo ed un forte impianto chiaroscurale, una grande intensità coloristica, che si accompagnano ad una tecnica ad olio su tela, frutto di una solida ricerca da parte dell’artista.
Mara Martellotta
Galleria Malinpensa by Telaccia
Corso Inghilterra 51
Tel 011 5628200 ; 3472257267