CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 616

Ecco i vincitori del Premio Pavese

Narrativa, Editoria, Saggistica e Traduzione: riceveranno il Premio a Santo Stefano Belbo, paese natale di Pavese Sabato 24 e domenica 25 ottobre

Con il libro“I meccanismi dell’odio”, edito da Mondadori e scritto a quattro mani
con Marco Gatto (un confronto a due sulla crisi socio-culturale che ha investito
l’Occidente nell’ultimo ventennio, sul razzismo e sul come combatterlo) è il romano
Eraldo Affinati
– scrittore, insegnante e fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della “Penny Wirton”, scuola gratuita di italiano per immigrati, oggi con cinquanta nuclei didattici in tutt’Italia – il vincitore per la sezione Narrativa
della 37^ edizione del “Premio Cesare Pavese”, promosso e organizzato dalla
“Fondazione Cesare
Pavese”, con la collaborazione da quest’anno anche delle“Cantine Ceretto”, a
celebrazione di un connubio fra cultura contadina e letteraria che caratterizza l’anima
più profonda e vera di una terra, quella di Langa, riconosciuta ovunque in virtù di
queste sue identificative unicità. Affinati sarà premiato domenica 25 ottobre, alle 10,a Santo Stefano Belbopresso l’Auditorium
della “Fondazione”, che ha sede nella
Chiesa dei Santi Giacomo e Crostoforo
(piazza Confraternita, 1), sconsacrata negli
anni Venti e in cui venne battezzato lo stesso Pavese. Con lo scrittore romano, a
ricevere il Premio, rispettivamente nelle sezioni
Editoria,Saggistica e
Traduzione, saranno anche la milanese
Renata Colorni
(che, dopo avere lavorato per Boringhieri
e Adelphi ha diretto continuativamente dal ’95, per Mondadori, la collana
“IMeridiani”, facendone un vero e proprio “pantheon letterario”), l’albanese e il
tedesco Elton Prifti e Wolfgang Schweickard
(cui si deve il grande“LessicoEtimologico Italiano”, monumentale dizionario della lingua italiana e dei suoi dialettiedito dalla “Akademie der Wissenschaften und der Literatur” di Magonza, ma redatto in italiano) e
Anna Nadotti, traduttrice di vasto curriculum, attualmente all’opera su
“The Shadow King”di Maaza Mengiste, in lizza per il “Booker Prize 2020”.
 “Le sezioni in cui il Premio è suddiviso
– sottolineano i membri della Giuria, presieduta
da Alberto Sinigaglia –
intendono rappresentare i tanti ambiti in cui Pavese aveva
lavorato: narrativa, editoria, traduzione e saggistica, riconoscendo in ciascuno una
personalità che si è distinta nel corso degli anni per passione, cura del lavoro,creatività, continuo confronto con il mondo” . Il Premio si arricchisce inoltre,
quest’anno, di una sezione dedicata alle scuole. Così, nel corso della premiazione di
domenica 25 ottobre, verranno anche premiati i ragazzi delle scuole che hanno
partecipato al concorso dedicato ai temi del romanzo
“La luna e i falò” ’Associazione per il “Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli”di Langhe Monferrato e Roero e la
“Fondazione Cesare Pavese”
metteranno a disposizione della scuola
vincitrice materiale didattico a sostegno dell’istruzione in un periodo complesso per
tutte le scuole d’Italia.
Prologo alla giornata di premiazione, anche il giorno precedente,
sabato 24 ottobre, riserverà un ricco programma di appuntamenti ed ospiti ad accompagnare pubblico e
lettori.
Sempre nell’Auditorium della
Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo si inizierà
alle 11,30 con un“Omaggio a Cesare Pavese”
a cura del“Centro Studi Piero
Gobetti”. Verrà poi presentata la nuova
immagine-guida
del Premio, un magnifico
acquerello (Pavese bambino, ritratto di spalle, su un tappeto o foglia volante, intento
ad osservare la sua Langa) dedicato dall’illustratore
Paolo Galetto
allo scrittore in
occasione dei 70 anni della sua scomparsa.
Nel corso del pomeriggio si susseguiranno
numerosi incontri con personaggi di spicco del mondo culturale e letterario. Di
particolare interesse, il documentario con l’intervista inedita a
Maria Luisa Sininipote di Pavese, e aGabriellaScaglione, figlia di Pinolo Scaglione, il Nuto de
“La luna e i falò”  insieme all’intervista, concessa espressamente per quest’occasione a
Giulia Boringhieri, dallo storicoCarlo Ginzburg, figlio di Leone e Natalia
Ginzburg, amici carissimi dello scrittore.

A chiusura, in serata (21,45) si potrà infine
assistere al recital
“L’estate perduta. Ballata per Cesare Pavese”
con
Alessio Boni, Marcello Prayer Francesco Forni e
Roberto Aldorasi
L’ingresso agli appuntamenti di sabato 24 ottobre e alla premiazione di domenica 25
ottobre è libero, fino ad esaurimento posti: Prenotazione nominale obbligatoria su:
https://fondazionecesarepavese.it
Info: Fondazione Cesare Pavese, tel.
0141/840894 o www.fondazionecesarepavese.it
g. m.

Il Pannunzio conferisce i premi “Alda Croce”

GIOVEDI’ 15 OTTOBRE alle ore 17,30, nella sala teatro del Collegio San Giuseppe (via Andrea Doria,18), avrà luogo la cerimonia di conferimento del “PREMIO ALDA CROCE”.

Il premio, dedicato a donne e uomini piemontesi che abbiano raggiunto meriti di particolare valore culturale e sociale, è stato assegnato a:
*  Dott. Anna ANTOLISEI, scrittrice.
*  Gen. D. Salvatore CUOCI, comandante della Scuola di Applicazione di Torino.
*  Dott. Maria Teresa FURCI, provveditore agli studi di Cuneo e Biella, già preside a Torino.
*  Prof. Umberto LEVRA, docente emerito di Storia del Risorgimento di Torino.
*  Avv. Riccardo ROSSOTTO, presidente della Fondazione “Fulvio Croce”.
*  Prof. Elisabetta VITZIZZAI, scrittrice(conferimento alla memoria).

Coordinerà Marina ROTA.

L’attore Bruno PENNASSO leggerà un racconto di Patrizia VALPIANI rievocativo di Alda Croce, Presidente del Centro “Pannunzio”.

Artissima in versione unplugged

La tradizionale kermesse dell’Oval  è stata costretta al  cambio di format.

Questa edizione di Artissima si svolgerà infatti in versione Unplugged.

Una formula resasi necessaria a causa della pandemia,  dilatata nei tempi e negli spazi, che fa convivere esposizioni fisiche realizzate con Fondazione Torino Musei e progetti digitali.

 

Artissima è pronta a svelare la sua nuova forma. Un modello Unplugged dilatato nei tempi e negli spazi, che riunisce esposizioni fisiche e progetti digitali: una versione acustica della fiera che focalizza la propria attenzione sullo strumento (le opere) e la voce (le gallerie).

Nella sua veste fisica, Artissima presenterà tre progetti espositivi nei musei della Fondazione Torino Musei (GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica e MAO Museo d’Arte Orientale) dal 7 novembre 2020 al 9 gennaio 2021. Le mostre, accomunate dal tema Stasi Frenetica e a cura di Ilaria Bonacossa, ospiteranno i lavori di molte delle gallerie selezionate per questa edizione della fiera.

Nella sua veste digitale, Artissima lancerà due progetti virtuali. Da un lato Artissima XYZ, un’inedita piattaforma cross-mediale dedicata alle sezioni curate: Present Future curata da Ilaria Gianni e Fernanda Brenner, Back to the Future curata da Lorenzo Giusti e Mouna Mekouar e Disegni curata da Letizia Ragaglia e Bettina Steinbrügge (online dal 3 novembre al 9 dicembre 2020). Dall’altro il catalogo online, per esplorare gallerie, artisti e opere delle sezioni Main SectionNew EntriesDialogue/ MonologueArt Spaces & Editions (online dal 5 novembre al 9 dicembre 2020).

Novembre rappresenterà ancora una volta – grazie anche alla sinergia fra la fiera e le istituzioni culturali e artistiche del territorio – un’occasione per conoscere e ammirare l’arte contemporanea nelle sue infinite forme.

La natura autunnale nelle tavole di Demarchi

La natura autunnale si nasconde dietro aforismi che l’artista torinese Roberto Demarchi è riuscito a cogliere con grande maestria nelle sue opere

Aforismi della natura autunnale. Tali sono quelli che ha realizzato  l’artista torinese Roberto Demarchi e che è possibile godere nella mostra visitabile dall‘otto ottobre scorso nel suo spazio espositivo torinese, in corso Rosselli 11. L’esposizione comprende ventitré opere realizzate dall’artista, da lui definite aforismid‘autunno”, in cui l‘immagine pittorica non ha soltanto una valenza ornamentale e decorativa, ma una portata di carattere simbolico e spirituale.

“La natura che si nasconde. Aforismi d’autunno” ne costituisce il felice titolo, che si richiama al pensiero del filosofo Eraclito che affermava che “È  proprio della natura nascondersi“.

 

Secondo il celebre pensatore di Efeso – afferma l’artista Roberto Demarchi –  la natura, ovvero la Physis, non comprendeva soltanto il concetto che comunemente intendiamo oggi, ma inglobava un significato molto più ampio, quello di Arke’ , il principio dal quale tutto deriva e che tutto comanda, e che si nasconde allo sguardo visibile dell’uomo, capace di percepire soltanto la realtà fenomenica e apparente. L‘autunno, tra tutte le stagioni dell’anno, è quella nella quale la natura, spogliandosi dei fenomeni, vale a dire delle apparenze generative della primavera e dell’estate, pare volercisvelare la sua essenza e verità, prima che giunga la coltre bianca del silenzioso inverno, capace nuovamente di nasconderla“.

Mara Martellotta 

 

Corso Rosselli 11.

Prenotazioni al 3480928218

Mail rb.demarchi@gmail.com

Due commedie in anteprima al Tff

Due commedie in anteprima internazionale per l’apertura e la chiusura del 38° Torino Film Festival BALLO BALLO (Explota Explota) di Nacho Álvarez UN ANNO CON GODOT (Un Triomphe) di Emmanuel Courcol


Il Torino Film Festival, in un anno così difficile e complicato, cerca di riportare il sorriso al cinema e lo fa con due commedie europee di grande impatto.
Ad aprire il festival, il 20 novembre, sarà BALLO BALLO (Explota Explota), una commedia musicale costruita sulle note dei più grandi successi di Raffaella Carrà, che segna l’esordio nel lungometraggio del regista uruguaiano Nacho Álvarez.
UN ANNO CON GODOT (Un Triomphe), opera seconda del regista francese Emmanuel Courcol, è invece il film che, il 28 novembre, chiuderà la manifestazione.
“Sono molto fiero di avere due film europei in anteprima internazionale che si rivolgono al grande pubblico – sottolinea Stefano Francia di Celle, direttore del Torino Film Festival. Sono certo che saranno in grado di dare un importante slancio al rapporto tra spettatori e sale, grazie alle molteplici chiavi di lettura. I film sono legati a due icone molto accoglienti, Raffaella Carrà e Kad Merad: entrambi portano messaggi di inclusione sociale, positività e amore per l’arte, sottolineando l’incrocio di culture, da sempre un tema caro al TFF”.
BALLO BALLO (Explota Explota) è ambientato negli sfavillanti anni ’70 in Spagna, periodo segnato però anche da una rigida censura dei costumi. La protagonista, Maria, è una ragazza piena di vita e voglia di libertà, con la grande passione del ballo e il sogno di diventare una star della televisione. Dopo avere abbandonato il suo promesso sposo davanti all’altare di una chiesa di Roma, torna a Madrid e, con un colpo di fortuna, riesce a entrare nel corpo di ballo del programma di maggior successo del momento, “Las noches de Rosa”. Lì si innamora di Pablo, figlio del temibile censore televisivo Celedonio, che sta seguendo le orme del padre nell’emittente televisiva.
Accompagnati dalle hit di Raffaella Carrà, in un turbinio di musiche e di coreografie in technicolor, scopriremo se vale davvero la pena andare contro ogni regola e avere il coraggio di cambiare radicalmente la propria vita.
Nel cast Ingrid García-Jonsson, Verónica Echegui, Fernando Guallar, Giuseppe Maggio, Fran Morcillo, Fernando Tejero, Pedro Casablanc, Carlos Hipolito E Natalia Millán.
“Sono entusiasta di presentare la mia opera prima in Italia, in particolare al prestigioso Torino Film Festival – dichiara il regista Nacho Álvarez. Con “Ballo Ballo” vorrei rendere omaggio, con uno sguardo latinoamericano, a quella straordinaria donna che gli italiani sono così fortunati ad avere. Questo film è un inno alla libertà e alla gioia di vivere, due cose che purtroppo quest’anno abbiamo perso ma che è tempo di ritrovare! Olé Raffaella, Olé Ballo Ballo!”
BALLO BALLO è una produzione INDIGO FILM con RAI CINEMA, TORNASOL, EL SUSTITUTO PRODUCCIONES AIE in coproduzione con RTVE, con la collaborazione di AMAZON PRIME VIDEO.

UN ANNO CON GODOT (Un Triomphe), presentato nella selezione ufficiale dell’ultimo Festival di Cannes, è una commedia ispirata a un’incredibile storia vera. Prodotto da Dany Boon (Giù al Nord) e Robert Guédiguian, diretto da Emmanuel Courcol (sceneggiatore di Welcome e Nel nome della terra), ha per protagonista un attore di teatro (Kad Merad) che per sbarcare il lunario accetta di tenere un seminario in carcere.
Sorpreso dalle doti di alcuni detenuti, decide di mettere in scena con loro Aspettando Godot di Samuel Beckett, e di farlo in un vero teatro. Tra mille difficoltà inizia così una straordinaria avventura umana, la cui conclusione imprevista lascerà tutti a bocca aperta.
“Ho sentito da subito – afferma il regista Emmanuel Courcol – il potenziale emotivo, comico e drammatico al tempo stesso di questa storia. I detenuti protagonisti, pur essendo ‘lontani anni luce da Beckett’, come dice uno di loro, si rivelano in realtà più vicini all’universo di Aspettando Godot di quanto si possa immaginare, illuminando con la loro esperienza quotidiana i temi universali dell’assenza e dell’attesa”.
UN ANNO CON GODOT sarà distribuito in Italia da TEODORA FILM.

Vitamine Jazz in modalità virtuale

E’ iniziata in modo “virtuale” la quarta stagione di “Vitamine Jazz”, Il più articolato, ampio e longevo programma al mondo di esecuzioni di jazz dal vivo realizzate in un ospedale (198 incontri dal 2017).
La terza stagione, da marzo 2020 causa virus, ha visto la sua continuazione con le “Vitamine Jazz Virtuali” a cui hanno aderito stelle del jazz italiano e straniero (citiamo per tutti Ivan Lins, Emanuele Cisi, Roberto e Eduardo Taufic, Daniele di Bonaventura, Emanuele Francesconi. Roberto Beggio, Elis Prodon, Giulia Damico, Fulvio Chiara, Enzo Zirilli, Emanuele Sartoris, Carola Cora, Gilson Silveira, Max Gallo,Ugo Viola, Fabio Giachino, Diego Borotti e tanti altri).
Curato da Raimondo Cesa e varato al Sant’Anna (il più grande Ospedale d’Europa dedicato alle donne) dalla “Fondazione Medicina a Misura di Donna”, ha visto la partecipazione di oltre 240 jazzisti di fama nazionale e internazionale.
Le note del jazz hanno dato il benvenuto alla vita nei reparti maternità, hanno accompagnato i pazienti al day hospital oncologico durante le cure chemioterapiche e hanno ingannato il tempo dell’attesa nelle sale d’aspetto e al pronto soccorso.
Appena il maledetto virus lo concederà le note torneranno a riempire dal vivo i corridoi dell’ospedale.
“L’arte, come dimostrano le Vitamine Jazz e innumerevoli evidenze cliniche, è un alleato al percorso di cura. Il nostro è un lavoro collettivo che unisce scienza e arte e i risultati sono leggibili in ospedale”. Sono le parole della Prof.ssa Chiara Benedetto presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna e Direttore della Struttura Complessa Universitaria Ginecologia e Ostetricia 1.
Ha detto Diego Borotti durante uno dei suoi interventi musicali in ospedale:
“La musica dà il significato a ciò che pare non averne, dà espressione all’inesprimibile”.

Al Museo del Risorgimento cinque incontri per raccontare la fotografia

“TRANSMISSIONS people – to – people”  Al Museo del Risorgimento di Torino, cinque incontri per  raccontare la mostra fotografica di Tiziana e Gianni Baldizzone

Da martedì 13 ottobre a martedì 1 dicembre, ore 18

 

Saluzzese, classe ’56. Negli anni ’70 fu lo sciatore più giovane della mitica “Valanga azzurra”, nonché il più forte slalomista italiano di quella compagine dopo Gustav Thoni, Piero Gros e Fausto Radici. Dodici podi, oltre cinquanta piazzamenti nei primi dieci, rimase competitivo fino ai trent’anni. Oggi fa il giornalista sportivo e dal ’93, dopo una parentesi a Telemontecarlo, lo sci  lo racconta – con lo stesso entusiasmo che sfoderava e trasmetteva sulle piste – commentando per la Rai le gare di sci alpino, affiancando prima Furio Focolari, poi Carlo Gobbo e quindi Davide Labate. Sarà proprio lui, Paolo De Chiesa a dare il via, martedì prossimo 13 ottobre, alle 18, al ciclo di “Incontri”organizzati dal Museo Nazionale del Risorgimento Italiano in piazza Carlo Alberto 8 a Torino, nell’ambito della mostra fotografica, a firma di Tiziana e Gianni Baldizzone, dal titolo “TRANSMISSIONS people – to – people” e ospitata nel Corridoio Monumentale della Camera italiana fino al 6 gennaio 2021. Cinque incontri, spalmati nell’arco di tre mesi, su argomenti strettamente connessi al tema della mostra che attraverso 60 scatti, in grande formato a colori e in bianco e nero, racconta la trasmissione – di generazione in generazione – di millenari “saperi”, magnificamente documentati attraverso l’obiettivo fotografico in viaggi entusiasmanti (durati dal 2010 al 2018) dall’Asia all’Africa all’Europa, Italia compresa e lo stesso Piemonte. Negli incontri si parlerà di sport, con De Chiesa per l’appunto (“Dalla Valanga azzurra al microfono: raccontare e trasmettere una passione”), e del suo essere scuola importante, attraverso cui trasmettere ai giovani i segreti  di un “mestiere” o di un gioco che mestiere può diventare,indubbiamente appassionante ma anche capace di regalare dal maestro all’allievo regole importanti di vita. Valide sempre. Anche a giochi finiti. E poi, ancora, siparlerà di ambiente e paesaggio, di psicologia e di managerialità e delle tante storie di donne e uomini raccontate dalle immagini esposte dei due artisti.

“TRANSMISSIONS people – to – people, 8 anni di ricerca sul campo. Le storie  dietro le fotografie”, è infatti il titolo e il tema del secondo appuntamento, programmato per martedì 27 ottobre (ore 18), con i fotografi Tiziana e Gianni Baldizzone, autori della mostra, che parleranno delle storie che sono andati a cercare e di quelle di cui sono stati testimoni; di comesono nate e sono state composte alcune delle fotografie del progetto. I due (compagni di vita e di lavoro) mostreranno anche reportages e fotografie inedite con l’intervento di Tiziana Bonomo, curatore della mostra.

Martedì 10 novembre (ore 18), sarà la volta di Consolata Beraudo di Pralormo (“Di generazione in generazione. Conservazione e innovazione nella tutela dell’ambiente e del paesaggio”) che racconterà di come conservare l’esistente senza stravolgerlo, attraverso progetti innovativi, rispettosi dei valori tradizionali ma proiettati verso il futuro.

Remigia Spagnolo, psicologa del lavoro e fondatrice di “Professional Dreamers Project” incontrera’, poi,martedì 24 novembre (ore 18), i due Baldizzone in un incontro sul tema del “Trasmettere il ‘sogno professionale’. L’occhio del fotografo incontra lo sguardo dello psicologo”. Fotografia e psicologia a confronto. Bella sfida!

E infine, martedì 1 dicembre (ore 18), si chiuderà con “Saper fare, saper vivere, saper essere. La trasmissione della managerialità: illusione o realtà?”. Altro argomento bello tosto. Di scena, Luigi Francone, top manager da oltre cinquant’anni, prima in Fiat e poi in altre aziende, italiane ed estere.

La partecipazione agli “Incontri” è gratuita. E’ necessario prenotarsi al numero 011/5621147. Tutti gli appuntamenti saranno trasmessi in diretta sulla pagina facebook.com/MuseoRisorgimentoTorino.

Gianni Milani

Nelle foto
– Paolo De Chiesa
– Tiziana e Gianni Baldizzone
– Tiziana e Gianni Baldizzone: “Atelier Grandi Complicazioni Vacheron Constantin”, Svizzera, 2014

 

November age

La Poesia di Alessia Savoini

November age

Sono solo autunni queste righe che mi attraversano il volto,
sono state diamanti le spine che mi restano.

Torino che scrive: quando la poesia vince la pandemia

Pochi giorni fa ho avuto il piacere di partecipare alla premiazione del Concorso Nazionale per Poesia e Narrativa breve, unica edizione, intitolata “Epidemia di Parole”, iniziativa indetta dal Centro Studi Cultura e Società di Torino. 

Il riferimento alla pandemia è evidente e voluto: il difficile periodo di reclusione è ancora limpido nella nostra memoria, le restrizioni giustamente imposte ancora ci intimoriscono ed è inutile negare che tutti abbiamo paura di dover rivivere un altro “lockdown”.
Credo che ognuno abbia affrontato a modo suo questo particolare infelice momento, io, come molti altri “appassionati”, mi sono affidata all’arte e alla creatività per rielaborare quanto vissuto e provato. Nel “male” della reclusione, ho trovato di nuovo il tempo di leggere un po’ di più, di visitare qualche museo on line, di lavorare su alcune fotografie e, soprattutto, ho ritrovato la possibilità di dedicarmi alla “libera scrittura”.
Il Concorso “Epidemia di Parole” ha dato la possibilità a molti di “rielaborare se stessi” adattandosi alla nuova circostanza, e di fare il punto della situazione attraverso la parola scritta; l’iniziativa ha così fornito l’occasione ai partecipanti di mettere nero su bianco pensieri, sensazioni, stati d’animo assai complessi.
Nel corso della cerimonia, i premiati (me compresa), chiamati via via al microfono, hanno interpretato i propri scritti, ognuno differente, specchio delle molte sfaccettature della stesa realtà; i testi declamati erano più o meno brevi confessioni liberatrici, e, dopo la lettura, ci siamo tutti sentiti un po’ più sollevati, perché, come diceva Calvino, “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”. È stato come togliersi un peso dallo stomaco.
Ho molto gradito la ( più che benevola) motivazione della giuria riguardo al mio testo: “Non siamo parte del mondo”, stesa da Claudia Murabito: “La poesia rappresenta in modo sintetico ma preciso, lo stato dell’essere durante questa pandemia. I versi asciutti e intrisi di significato profondo, portano il lettore alla conoscenza interiore di ciò che si prova nella mancanza di libertà e di chiusura. È una speranza a godere dei momenti che ci vengono dati, anelando ad una vita fuori da sé, ma consapevoli”.
Le opere in concorso sono state riunite in un volumetto stampato a Torino, presso la Tipografia AGAT, nel settembre 2020; la raccolta riporta il titolo del bando e i loghi della Regione Piemonte, Torino Città Metropolitana e della Circoscrizione 3, Enti che hanno supportato l’iniziativa.
Lungi da me proclamarmi “scrittrice” o tantomeno “poeta”, termini che si addicono a personalità di ben altra levatura e che davvero rientrano nei canoni che Orazio aveva definito nella sua “Ars Poetica”; a mia discolpa dico che mi piace scrivere e che dopo averlo fatto sto meglio.


Ma questo ovviamente non lo affermo solo io. Sono molti gli studi che utilizzano la scrittura come terapia, si pensi ad esempio alla “scrittura terapeutica”, alla “medicina narrativa” o alla tecnica dello “storytelling”. Un piccolo inciso: il termine “terapia” non ci deve far pensare alle situazioni più estreme come inguaribili malattie mentali, ma vorrei che qui fosse inteso nel senso di “prendersi cura”, meglio ancora “prendersi cura di sé”. È  appurato da varie indagini che scrivere è terapeutico, poiché tale azione scioglie i blocchi e le paure dell’animo e ci aiuta a essere consapevoli di noi stessi. E ditemi, c’è qualcuno che non ne ha davvero bisogno? Inoltre fateci caso, gli stessi grandi autori trattano la materia come qualcosa di fortemente organico, Hemingway e Nietzsche assimilano l’atto del narrare a quello del sanguinamento, Anna Frank redige i suoi pensieri per scrollarsi di dosso i dolori e le fatiche, per Isaac Asimov scrivere è vivere, perché se non lo facesse morirebbe. Ne conviene che “scrivere” è più che utile, ma per nulla facile. Non solo, chi decide di dedicarsi alla scrittura, decreta anche di lasciare un pezzetto di se stesso sulla carta stampata, azione assai coraggiosa, non credete?
D’altro canto, ricordando Croce, il punto d’inizio della storia umana è stato segnato nell’invenzione della scrittura, dell’atto, cioè,  di “tracciare con lo stilo”, ossia in latino “scribere”, appunto “scrivere”.
Gli studiosi concordano sul fatto che la scrittura comparve in maniera indipendente in due luoghi, in Mesopotamia, intorno al 3000 a.C., grazie soprattutto ai Sumeri, i quali dal basico sistema dei “ciotoli” passarono prima all’utilizzo della scrittura pittografica e poi a quella cuneiforme, e in Mesoamerica, territorio in cui furono ritrovati diversi manoscritti risalenti al 600 a.C., tra cui quelli della popolazione messicana degli Olmechi. Non è qui  il caso di affrontare l’interessantissimo tema della nascita dell’alfabeto nella civiltà greco-romana che più ci riguarda.
La scrittura ha una sua propria e complessa storia; la sua evoluzione segue lo sviluppo dei sistemi di rappresentazione del linguaggio attraverso i mezzi grafici delle diverse civiltà umane. Detta così sembrerebbe una mera questione meccanica e asettica, eppure l’uomo non ha imparato a scrivere solo per documentare e tenere i conti, bensì per esprimersi e per comunicare.
L’uomo scrive  per mettersi in contatto con gli altri, con il mondo esterno e con se stesso.
Quanto a me, scrivo perché mi piace dire il mio punto di vista e mettermi alla prova, e soprattutto perché amo rielaborare con cura e porre l’attenzione su ciò che è oggetto dei miei studi e delle mie ricerche. Ma amo anche “dilettarmi” di poesia, tanto che – se posso dire in tutta umiltà – alcuni miei componimenti sono stati pubblicati in tre antologie.
Difficile spiegare che cosa si prova durante la stesura di un racconto o di una poesia, di un saggio o di un articolo, e ancora più difficile è spiegare che cosa significhi avere l’ispirazione e la voglia di mettersi lì e incidere il foglio (o, meglio, mettersi al computer) con quello che si sta pensando in un determinato momento, così come è assai arduo descrivere il fastidio di quando si viene interrotti perché è tardi o si deve mangiare o bisogna uscire.
L’unico modo è provare: scrivete per credere.

Alessia Cagnotto

 

Garessio, la Torre dei Saraceni narra antiche leggende

Dall’alto osserva la devastazione di Garessio e di Ormea, il fango che ai primi di ottobre ha invaso i centri storici lasciando garessini e ormeaschi senza luce, acqua e gas, i ponti travolti dalla furia del fiume, i cimiteri spazzati via dall’esondazione del Tanaro, le bare aperte tra alberi sradicati e detriti, dolori e lamenti in valle.
Qualcuno guarda lassù, in cima al monte, e la vede forte e intatta come quando resistette alle violente scorrerie dei Mori giunti sulle nostre montagne a portare sofferenze e disgrazie. È la Torre dei Saraceni che illumina il paesaggio autunnale, oggi devastato dall’alluvione, nella piccola frazione Barchi tra Garessio e Ormea. Su uno sperone pietroso, a 900 metri di altezza, come uno sparviero pronto a lanciarsi sulla preda, resiste da mille anni a invasioni e intemperie e continua a raccontare leggende di un tempo assai lontano. Oggi è uno dei simboli del territorio della Valle Tanaro e testimonia una storia molto antica. Quando i Saraceni invasero l’entroterra ligure e piemontese giungendo da Frassineto, l’attuale Saint Tropez, per saccheggiare il territorio, per fare bottino, uccidere gli infedeli e rapire ragazzi e giovani fanciulle gli abitanti del luogo innalzarono una torre cilindrica, appunto la torre di Barchi o torre dei Saraceni, nel territorio di Garessio a breve distanza da Barchi, frazione di Ormea in Alta Val Tanaro. In realtà la torre sarebbe stata eretta lungo il Tanaro già dai Bizantini nel secolo VIII come torre di avvistamento per controllare le mosse dei Longobardi in valle mentre per altri studiosi fu costruita dai garessini intorno al Mille per scorgere in tempo le bande saracene. Queste ultime, tra il IX e il X secolo, la utilizzarono cone torre di vedetta e ne fecero una base per le incursioni nella zona. Anche il grano saraceno, prodotto tipico della Val Tanaro, sembra che sia stato portato in zona proprio dai saraceni.
Filippo Re