CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 45

Torino città delle donne

Torino citta’ delle donne e’ una interessante e vivace collezione di interviste fatte a 22 torinesi, di origine e di adozione, attraverso cui l’autrice, Maria La Barbera, giornalista e sociologa, racconta  l’affezione per Torino, le sue potenzialita’ e la gratitudine nei confronti di una citta’ che non ha bisogno di assomigliare ad altre. 

Le  straordinarie torinesi  che hanno partecipato a questo progetto editoriale posseggono una visione complessa e articolata della citta’ e hanno un comune denominatore: l’amore per Torino . Questo sentimento di devozione lo ha espresso anche l’autrice che scrive: “Torino rappresenta per me quel centro di gravita’ che cercavo da tempo dove sobrieta’ e creativita’ si diluiscono, dove l’estro si sposa con la moderazione, la mia miscela perfetta, il mio antidoto agli eccessi”   e ancora “Girando per la citta’ nel  mio primo periodo torinese rimanevo incantata dai suoi angoli, dai suoi particolari, dalla sua eleganza e dalla sua signorilita’, prodotto di una esistenza regale e di un passato glorioso cardine della storia della nostra Italia, e  dalla capacita’ di essere contemporanea con uno stile tutto suo, temperante ma convincente”.

 

Un tema importante trattato nel libro e’ quello del lavoro che andrebbe intrapreso per  fare di Torino  un luogo ancora piu’ attraente, sviluppare ulteriormente le sue potenzialita’ e risolvere quei problemi che la tengono ancora  troppo salda al suo  passato nonostante sia indiscutibilmente una laboratorio di idee e rappresenti un modello ispirazionale.

Nell’ultima fase dell’intervista si affronta, inoltre, la questione di genere ovvero quale e’ la posizione delle donne all’interno del mondo delle opportunita’ lavorative, quanta strada e’ stata fatta e se queste ultime hanno imparato a fare squadra per unire le forze e puntare al futuro con lo spirito del sodalizio.

Hanno gentilmente partecipato a questo libro dedicato a Torino, la citta’ delle donne:

Maria Caramelli, Evelina Christillin,  Maria Luisa Cosso, Sara D’Amario, Elena D’Ambrogio Navone, Elsa Fornero, Alessandra Giani, Paola Gribaudo, Piera Levi-Montalcini, Marina Marchisio, Licia Mattioli, Camilla Nata, Margherita Oggero, Enrica Pagella, Antonella Pannocchia, Laura Pompeo, Paola Prunastola Filippi di Baldissero, Fulvia Quagliotti, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Giulietta Revel, Carola  Vallarino Gancia Bianco di San Secondo Biondi, Tiziana Viora.

Con Gianfranco Ferré la fotografia sposa l’arte sartoriale

Al “Forte di Bard”, il grande “architetto della moda” si scopre in 90 scatti firmati da otto geni della fotografia di moda

Fino al 9 marzo 2025

A proposito di moda e fotografia di moda, scriveva, in “Lettres à un jeune couturier”Gianfranco Ferré, il grande architetto (laurea al “Politecnico” milanese nel ’69) prestato al fashion design: “Lo stilista non deve soltanto sapere con chiarezza ciò che vuole, ma anche scegliere l’interlocutore adatto, quello che darà corpo, colore, luce e magia alla sua idea. Deve comunicare col fotografo, stabilire una complicità, dargli autonomia, ma con la certezza di potersi riconoscere nell’immagine realizzata. È una questione di feeling, di intesa … senza la capacità di creare insieme, di condividere le emozioni, di fare lavorare insieme l’occhio e l’anima, la fotografia sarà vuota, fredda, inutile e falsa”. Un concetto che Gianfranco Ferré (Legnano, 1944 – Milano, 2007) applica anche su di se’, allorché dal suo lavoro “pretende” sempre (laurea in “architettura” docet) “equilibrio, eleganza e rigore”, mai però disgiunti dai liberi voli di emozione, fantasia e creatività. Lungo lo stesso sentiero devono correre il creatore di moda e il fotografo (figura assai importante nel settore) che quella moda cristallizza in un click, che può farsi immortale. E allora, che bella, ironica e fantasiosa la fotografia in bianco e nero scattata nel ’95 a Ferré dal fotografo svizzero Michel Comte!

Qui, la complicità fra i due “attori”, il fotografo e il fotografato (in tale sintonia da essere loro dedicata una doppia mostra a Parma nel 2016, in occasione del bicentenario dell’arrivo nella città emiliana di Maria Luigia d’Asburgo Lorena) è davvero a tutto tondo. Magnifica e imponente. Come il corpo e il volto barbuto di Ferré, fermato nell’atto, all’apparenza “titanico”, di farsi il nodo alla cravatta, aspetto serioso (ma forse lì lì per scoppiare in una sonora risata), la giacca rattenuta all’ascella e in un’asola dell’abbondante camicia (non bianca, suo “capo feticcio”) l’immancabile “ferma-cravatta”, una grande spilla da balia d’oro, sua personale “style signature”, dettaglio immancabile, fermamente convinto com’era della giustezza del motto di Le Corbusier, secondo cui “Dio è nei dettagli”. La fotografia scattata da Comte è una delle oltre 90 opere, mai prima esposte e provenienti dalla sezione fotografica dell’“Archivio Storico Gianfranco Ferré”, raggruppate nelle “Cantine” del “Forte di Bard” fino a domenica 9 marzo 2025“Gianfranco Ferré dentro l’obiettivo”, il titolo della rassegna realizzata dal “Forte” valdostano e a cura del “Centro Ricerca Gianfranco Ferré” del “Politecnico di Milano” e “CZ – Catia Zucchetti Fotografia”.

 

Oltre 90, si diceva, le foto in mostra a firma di otto maestri della fotografia di moda che con Ferré hanno lavorato a iconiche campagne pubblicitarie: Gian Paolo BarbieriGuy BourdinMichel ComtePatrick DemarchelierPeter LindberghSteven MeiselBettina Rheims Herb Ritts. Le sei stanze che accompagnano la galleria fotografica si avvicendano in un continuo fil rouge, disvelante il “processo creativo” dello stesso stilista e i sei principi operativi da lui spesso evocati: comporreridurreenfatizzarericalibraredecostruire e, soprattutto, emozionare. Principi che appaiono simbiotici nel loro divenire fotografico e stilistico, accostando alle immagini altri elementi centrali della progettazione come i disegni (dai tratti rapidi e compiuti), le cartelle materiali e gli stessi abiti.

Con palleggi continui fra fotografia e manufatto sartoriale, attraverso i quali il lavoro dello stilista (sempre fortemente attratto dal richiamo delle mode del passato e dal gusto neoclassico) si fa di più agevole comprensione, passando dal “rigore compositivo” del milanese Barbieri (collocato da “Stern” fra i 14 migliori fotografi di moda al mondo), agli “scatti rapidi ed essenziali” di Comte; dai “racconti cinematografici” in bianco e nero del polacco Lindbergh (per ben tre volte firma del “Calendario Pirelli”) all’“intensità dei ritratti” della francese Rheims; dalle “inquadrature eccentriche” di Bourdin (gran “protégé” di Man Ray) alla “ricercata naturalezza” di Demarchellier, fino al “classicismo grafico” di Ritts (con i suoi uomini “palestrati” in pose plastiche ispirate alle sculture dell’antica Grecia) e alla “complessità” dello statunitense Meisel (celebre il suo scatto del ‘92 a Madonna, nel provocatorio libro “Sex”). Il tutto in un’Antologia di grandi “pagine fotografiche”, nate come suggestivo racconto di una delle storie più esemplari dell’“Italian Fashion Style”.

Gianni Milani

“Gianfranco Ferré dentro l’obiettivo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 9 marzo 2025

Orari: Feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; luned’ chiuso

Nelle foto: Michel Comte “Gianfranco Ferré”, 1995; Herb Ritts “Collezione Gianfranco Ferré” “Alta Moda Autunno/Inverno 1987”; Collezione Gianfranco Ferré “Prêt-à-porter Autunno/Inverno 2000- ‘01”; Collezione Gianfranco Ferré “Prêt-à-porter Autunno/Inverno 1981–‘82”, Disegno uscita sfilata

Riccardo Iacona: Nel tempo del racconto

Venerdì 13 dicembre 2024 – ore 19

sold out

All’interno del programma 2024-2025 del Laboratorio di Resistenza Permanente, incentrato sul tema del tempo, la Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba ospita Riccardo Iacona, uno dei più autorevoli giornalisti italiani, per un incontro intitolato “Nel tempo del racconto”. Il filo conduttore della stagione trova in Iacona un interprete d’eccezione: il suo giornalismo, attento e rigoroso, si muove costantemente nel tempo, scavando nel passato per dare senso al presente e aprire prospettive sul futuro.
Laureato al DAMS di Bologna, Riccardo Iacona esordisce nel cinema in qualità di aiuto regista per poi approdare in Rai nel 1988, dove lavora per molti anni a fianco di Michele Santoro in importanti trasmissioni televisive, fra cui “Samarcanda”, “Il Rosso e il Nero” e “Temporeale”.
Autore e regista di numerosi programmi d’informazione tra cui W l’Italia, nel 2008 realizza il reportage “La guerra infinita” sui conflitti in Kosovo e Afghanistan, per poi tornare protagonista del palinsesto serale di Rai 3 con “Presa Diretta”, di cui è autore e conduttore dal 2009.
Dal cambiamento climatico al sistema giustizia, dal mondo della sanità all’agenda politica del Paese, Riccardo Iacona è autore e regista di reportage che indagano l’Italia nelle sue sfaccettature più diverse e ne restituiscono un quadro nitido e sincero. Per le sue inchieste ha vinto cinque volte il Premio Ilaria Alpi.
È curatore della collana di Edizioni Dedalo “Sottoinchiesta” che racconta l’attualità attraverso indagini giornalistiche di approfondimento.

L’incontro di venerdì 13 dicembre alle 19 non sarà solo un viaggio nei grandi temi d’attualità che il giornalista ha affrontato nella sua carriera – dal cambiamento climatico al sistema giustizia, dalla sanità alle tensioni politiche – ma anche una riflessione sulla potenza del racconto come strumento per interpretare la realtà.
L’incontro – a ingresso libero su prenotazione – è sold out, ma è possibile iscriversi alla lista d’attesa in caso di disdette.

Una serata dedicata a Elda Lanza, la prima presentatrice della televisione italiana

Elda Lanza è stata nel 1952, in una Rai in fase sperimentale, quando ancora il termine non esisteva e quindi coniato appositamente per lei, la prima “presentatrice” della televisione italiana. Nel centenario della nascita, venerdì 13 dicembre, alle ore 21, alla Sala Pessini, in piazza Vittorio Veneto 2, a Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria, si svolgerà una serata in suo onore con il racconto della preziosa attività al servizio culturale e sociale della località dove scelse di vivere, arricchita dai ricordi di chi l’ha conosciuta e la narrazione del suo grande amico Mariano Sabatini, giornalista, scrittore ed autore di numerosi programmi televisivi come Unomattina, Parola mia e Tappeto volante. Elda Lanza, arrivata per caso da giornalista, a fare ben 14 provini alla Rai, venne scelta per testare programmi passati alla storia del piccolo schermo, quali Arrivi e partenze e Una risposta per voi.

Nella trasmissione “Vetrine” da lei ideata e condotta inventò la prima rubrica di cucina della televisione e date le telecamere giganti di allora, la sua prima idea fu quella di mettere uno specchio sopra il piano di lavoro, in modo tale che queste potessero riprendere quello che succedeva anche nelle pentole. Anni fa raccontò che si rese conto di quanto questa rubrica, con la partecipazione di Luisa De Ruggeri che non soltanto cucinava ma dava consigli pratici, ebbe successo quando diede la ricetta del Pesce di tonno, in cui metteva l’impasto in una forma di pesce di alluminio, e tutte le telespettatrici chiesero dove trovare quello stampo perché tutti i negozi l’avevano esaurito. Elda Lanza abbandonò il piccolo schermo a metà degli anni ’70 per dedicarsi alle pubbliche relazioni nell’agenzia di comunicazione fondata dal marito, il pubblicitario Vitaliano Damioli, occupandosi di grafica, giornalismo, architettura e arredamento. Ma ciò che davvero amava era scrivere e per tutta la vita ha scritto per quotidiani, periodici, novelle, romanzi e saggi.

Dopo una lunga pausa tornò ospite in tante trasmissioni tv, prima su La7 con Benedetta Parodi, e poi da Caterina Balivo, per una serie di tutorial sul “bon ton” a Detto fatto su Rai2. Nel 2012 esordì come giallista con “Niente lacrime per la signorina Olga” e le avventure dell’avvocato napoletano Max Gilardi, protagonista di numerosi titoli, tutti pubblicati da Salani. Nata a Milano il 5 ottobre 1924, scompare a Castelnuovo Scrivia, dove viveva, il 10 novembre 2019. La sua vita meriterebbe una fiction!

Igino Macagno

Pier Luigi Borla, la bellezza come occasione d’arte

Il Museo Etnografico Maison de Cogne Gerard Dayné  prestigiosa architettura che valorizza il patrimonio artistico-culturale della valle, ha accolto in permanenza, datate tra il 1963 e  il 1974, molte opere del noto pittore piemontese Pier Luigi Borla (Trino 1916- 1992), grazie alla donazione della figlia Bruna e del genero Mauro Galfrè anch’egli affermato artista.

I bellissimi scorci del villaggio di Cogne, luogo amato e scelto per trascorrere le vacanze estive, siano essi disegnati di getto a matita, penna a sfera e ad inchiostro nero, oltre ai cromatici dipinti ad olio confermano il temperamento riservato e meditativo di Borla che, tra le montagne del Gran Paradiso, trovava l’ambiente adatto per soddisfare il proprio senso estetico della bellezza intesa  anche come suggestiva occasione d’arte.

Le raffigurazioni della parrocchiale di sant’Orso, la chiesetta di Sant’Antonio, la piccola cappella votiva di Rue Revettaz, le stradine che collegavano agglomerati di tipiche abitazioni, molte delle quali non esistono più o sono state rimaneggiate, costituiscono una preziosissima e documentata memoria del tessuto urbano di quegli anni.

Contrassegnate da un’atmosfera avvolta nel silenzio escludendo la presenza di figure umane (tranne nel disegno del circo arrivato in paese dove si notano figurine pressoché  impercettibili  quasi potessero turbare e contaminare la purezza e l’incanto della montagna), le opere sono fissate nell’immobilità, bloccate per sempre nel tempo per  preservarle dall’oblio.

Ancor più i paesaggi, verdeggianti o innevati, che riprendono le vette del Gran Paradiso pervaso dal senso di sospensione, vengono trasferiti in uno spazio mentale avvicinandosi in qualche modo alla più prepotente atmosfera metafisica soffusa nelle figure muliebri dipinte in atelier che rendono  Pier Luigi Borla “il pittore dei silenzi e delle attese” come acutamente è stato definito.

Giuliana Romano Bussola

Due grandi interpreti per il film (di un maestro) che lascia dubbi

La stanza accanto”, sugli schermi il Leone d’oro di Venezia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

In fondo quel melodramma che gli è caro, certo quei tanti autentici sentimenti che gli abbiamo da sempre riconosciuto all’interno di non pochi capolavori – “Tutto su mia madre” e “Parla con lei” sopra tutti, per restare tra i titoli più celebri, e non dimentichiamo il grande “Dolor y gloria” -, quella passione smoderata per le architetture e gli interni, per l’arte che qui compare con Hopper, per l’esposizione di alto design, per quei colori che riempiono le immagini, per il cinema che qui s’affaccia con l’antico Buster Keaton e con “The Dead” ultimo film di John Huston e per la letteratura che qui rovista nella vita di Virginia (Woolf) e di Vita (Sackville-West), per la guida perfetta, senza nessun ripensamento da parte di chi guarda, delle sue tante attrici che per blocchi temporali si sono susseguite nel suo cinema, quel cinema che ha già visto l’Oscar e coronato tra gli altri lo scorso settembre con il Leone d’oro veneziano: ogni cosa resta, ben salda. Lo sottoscriviamo. Pedro Almodòvar tante volte ci ha appassionato e coinvolto, innanzi tutto per quel lavoro d’attenzione e di raffinato cesello drammaturgico, pur spingendosi più volte ben sopra le righe, che stava alla base delle sue opere, in alcuni momenti ci ha deluso con spazi vuoti che sembravano memento di tempi del tutto trascorsi o scommesse perdute o interruzioni di un lungo cammino, tutto completamente buttato via (“La pelle che abito” o “Gli amanti passeggeri”). Oggi, davanti alla storia che il regista stesso ha tratto in prima persona e liberamente dal romanzo “Attraverso la vita” di Sigrid Nunez e alle immagini e all’avvicendarsi dei fatti della “Stanza accanto” non ci sentiamo di gridare all’ennesimo capolavoro, inconfutabile, senza se e senza ma: innegabile la fermezza nel suo primo film in lingua inglese dell’immaginario e delle doti che in questi decenni ci ha regalato, le radici di una architettura filmica almodovariana, ma qualche dubbio, mentre scorrono i titoli di coda, sulla scrittura, su un certo schematismo che attraversa la vicenda, su certi flashback che disturbano nella loro visiva narrazione (per chi vorrà vedere il film, l’incendio della vecchia casa, una forzatura), sui dialoghi che i due personaggi femminili si scambiano, davvero più recitati che vissuti, quasi imposti da una certa interna geometria, su quel tanto di artefatto e di obbligato dal momento in cui noi – ovvero la terra intera intesa come natura, paesaggio, verde, ambiente: in totale sopravvivenza – viviamo e ci dibattiamo: avverti che qualcosa non sta al punto giusto, scricchiola, non ti convince appieno. Anche se continueremo ad accompagnare Almodòvar con la parola “maestro”.

Per cui, quasi per eccesso, ti metti a seguire gli sguardi e i silenzi, le rabbie e le commozioni, la malinconia soffusa di due attrici, Tilda Swinton (semplicemente da applauso incondizionato) e Julianne Moore, che qualcuno ha detto potrebbero leggere l’elenco del telefono e sarebbero altrettanto perfette. Non ci ha pensato la giuria di Isabelle Huppert, rimedieranno le cinquine degli Oscar? Procedono ferme e lucide, costruiscono sguardi e sospensioni ed è fuori di dubbio che l’asse portante dell’intero film siano quelle due interpretazioni. Sono Martha che è stata una fotoreporter del New York Times, un’inviata di guerra che alleggeriva le immagini dolorose e furiose con un sesso offerto a piene mani, e che ora è ricoverata in una camera d’ospedale a subire un tumore impossibile da curare; e Ingrid, scrittrice di successo, che nell’apprendere la notizia decide di starle accanto e accompagnarla lungo quella strada di ultimi istanti di vita quando la bionda amica ritrovata deciderà di morire nella pienezza della propria volontà, nella piena dignità della morte. Hanno avuto momenti di felicità comune in gioventù (“Ti ricordi quanto casino negli anni ottanta a New York”: e quanto ne ha fatto Pedro a Madrid, in quegli stessi anni?), hanno condiviso lo stesso uomo, si sono poco a poco abbandonate ma un solo richiamo è sufficiente a riavvicinarle, con solidarietà, con intrigo, con una amicizia che non ha confini. Martha, nell’avvicinarsi della fine, guarda anche con rammarico alla sua realtà di madre che una figlia (la figlia che apparirà per alcuni istanti, ha i tratti ancora della Swinton, con parrucca nera) l’ha allontanata, messa da parte, ignorata, incapace di rispondere alla insistente domanda di chi fosse il padre, mentre si dispera per le cure che non approdano all’effetto sperato, mentre rivela di aver trovato sul dark web quella pillola che l’aiuterà nel gesto finale, che ora affida all’amica, rivelandogliene il nascondiglio. Tanti momenti di passaggio e di scrittura controversa, momenti che raccolgono l’ospedale mentre la neve cade sulla città, rosata per il cambiamento climatico, e la casa di Martha e il rifugio all’interno del bosco dove il disegno del regista rimanda a un impianto teatrale, dove l’allegria dei colori – un maglione, una parete, un vaso di Venini, l’ultimo abito – giallo – indossato da Martha sconvolge in un attimo l’atmosfera di morte, guidata e accolta: un tragitto, una componente di sorellanza dove forse il momento più rabbioso e doloroso allo stesso tempo è la presenza indagatrice e accusatrice del poliziotto Alessandro Nivola, nel chiuso di una stazione di polizia, a forzare le domande e le risposte di Ingrid, nel considerarla “una delinquente”, nel volerla degradare completamente.

Siamo d’accordo, i messaggi che Almodòvar manda al suo pubblico sono autentici, innegabili, fanno parte di un cinema alto: ma allo stesso tempo non supportati da altrettanta altezza del racconto, toccato a tratti da una debolezza che, stranissimo a dirsi, ce lo fa apparire lontano da noi, forse preso troppo nell’ingranaggio di due persone, per vederlo espandersi in una più dolorosa universalità.

“Attraverso lo specchio” con la Gypsy Musical Academy

Da Micheal Jackson a Saturday Night Fever  al Teatro Concordia di Venaria sabato 14 dicembre

 

Due decenni di successi e trionfi, tra i quali la finalissima di Italia’s Got Talent 2019 e la carriera di alcuni suoi allievi, oggi vere star. La Gypsy Musical Academy, una delle più importanti accademie di musical in Italia, che ha sede in via Pagliani 25 a Torino, è pronta a festeggiare i suoi primi vent’anni con lo spettacolo “Attraverso lo specchio”, in scena il 14 dicembre al Teatro Concordia di Venaria. Lo show è realizzato con la supervisione artistica di Reece Richards, protagonista di grandi musical nel West End di Londra come “Hair Spray” e “Mootown”, nonché protagonista di “Sex Education”. Reece sarà la guest star della serata e creatore delle coreografie, insieme a Cristina Fraternale Garavalli e il contributo di Federica Nicolò. La direzione musicale è di Marta Lauria e la regia è di Neva Velli.

In scaletta pezzi tratti dai grandi Jukebox dei musical londinesi: “MJ”, il musical sulla vita di Micheal Jackson che debuttò a Broadway nel 2021; “&Juliet”, musical molto in voga nel West End di Londra come sequel di Romeo e Giulietta (cosa sarebbe successo se Giulietta non si fosse uccisa ?) con le musiche di Britney Spears, Backstreet Boys, Katy Perry, Bob Jovi, Justin Timberlake e molti altri; “Moulin Rouge”, che nella nuova versione comprende diversi mush up di brani di Lady Gagà e di Annie Lennox, altri brani tratti dal musical “Tina”, sulla vita di Tina Turner, fino ad arrivare al più classico Jukebox musical con le musiche dei Bee Gees “Saturday Night Fever”.

Teatro Concordia – corso Puccini, Venaria Reale / 14 dicembre, ore 16.30 e ore 21

Info e prenotazioni: 349 1446282

 

Mara Martellotta

Il Biellese nelle opere di Basso al Grattacielo Piemonte

L’artista biellese presenta la sua esposizione fino al 19 gennaio prossimo negli spazi di Sala Trasparenza a Torino. Il Vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino: “ L’evento raccoglie lo spirito del Natale e i valori del territorio”.

Il Natale e il Capodanno 2024/2025 si festeggiano con l’arte al Grattacielo della Regione Piemonte: fino al 19 gennaio 2025, infatti, la Sala Trasparenza ospiterà l’esposizione “Riflessi Biellesi” di Daniele Basso.

Un’iniziativa in cui le opere dell’artista racconteranno il Biellese in un percorso simbolico a tappe, non esaustivo, ma forte di alcuni dei tratti più distintivi di un territorio ricco di eccellenze e pronto per essere scoperto a livello nazionale e internazionale.

La mostra è un’occasione per far conoscere un patrimonio di cultura, tradizione e imprenditorialità. Ospitarla nel periodo del Santo Natale significa tenere vivo il sentimento delle tradizioni e riscoprire il significato profondo delle nostre radici. Le opere di Daniele Basso raffigurano il rapporto con i valori cristiani, ma anche la capacità di produrre, di innovare e di creare il saper fare d’eccellenza. Questi eventi sono fondamentali non solo per promuovere l’arte, ma anche per stimolare l’orgoglio delle comunità locali e rafforzare i principi della nostra identità” dichiara il Vicepresidente e Assessore a Lavoro e Istruzione della Regione Piemonte, Elena Chiorino.

Un’opportunità straordinaria per raccontare il Biellese attraverso un lavoro che dura da anni – prosegue Daniele Basso – Ringrazio non solo Elena Chiorino per l’invito, ma tutto il suo staff e l’Ufficio Patrimonio di Regione Piemonte che l’hanno reso possibile. E soprattutto ringrazio i diversi attori del territorio che nel tempo mi hanno commissionato parte delle opere oggi in esposizione, permettendomi di indagare significati e valori del Biellese e di interpretarli liberamente in simboli capaci di portarli in una dimensione universale, in cui tutti noi possiamo riconoscerci”.

Riflessi Biellesi è un allestimento altamente simbolico – sottolinea l’artista – che partendo da temi di attualità come spiritualità e famiglia, montagna e accoglienza, artigianalità e imprenditoria d’eccellenza, sostenibilità e progettualità futura, racconta un territorio attraverso l’arte contemporanea ed i propri simboli. Una storia intrisa dei valori identitari della cultura italiana… cristianità, etica, morale, coscienza, lavoro, saper fare… per riflettere anche sul carattere costruttivo del Biellese, e più in generale del Piemonte. Territori dallo spirito progettuale orientato al benessere, che tra “Spiritualità” e “Saper Fare Bene”, esprimono la propria attitudine all’eccellenza. In un momento di veloce evoluzione globale, l’allestimento è la testimonianza della capacità di reiventarsi nel solco del proprio passato, ma con valori saldi e lo sguardo rivolto al futuro”.

A Pinerolo si torna a ricordare Lidia Poët

In mostra, al “Museo della Cavalleria”, i cimeli della prima “donna-avvocato” d’Italia, in occasione della seconda stagione a lei dedicata su “Netflix”

Dal 15 dicembre al 6 gennaio 2025

Pinerolo (Torino)

Nata a Perrero, in Val Germanasca, nel 1855 e scomparsa a 93 anni, a Diano Marina (Imperia), è stata la prima donna – avvocato d’Italia. Laureatasi in “Giurisprudenza” all’Università di Torino, il 17 giugno 1881 (con una tesi sulla condizione femminile e sul diritto di voto per le donne), Lidia Poët, dopo aver praticato per anni la professione forense solo di fatto nello studio legale del fratello avvocato Giovanni Enrico (la Corte d’Appello di Torino, l’11 novembre 1883, annullò infatti la sua iscrizione all’albo, ritenendo disdicevole per le donne “esercitare l’avvocatura … nella razza umana esistono diversità e disuguaglianze naturali”) solo nel 1920, all’età di 65 anni, e a quasi a 40 dall’ottenimento della laurea, poté entrare ufficialmente – grazie alla “legge Sacchi” che autorizzò anche le donne a entrare nei pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica ed in tutti i ruoli militari –  nell’“Ordine degli Avvocati”, diventando, per l’appunto, la prima donna d’Italia ad esservi ammessa. Grande “guerriera”, Lidia Poët fu anche combattiva pioniera per l’emancipazione femminile e fra gli ideatori del moderno diritto penitenziario. Nel 1922 divenne la presidente del “Comitato pro voto donne” di Torino, partecipando con convinzione ai primi congressi femminili. Figura di altissima levatura etica e professionale, a lei, il 28 luglio 2021, il “Consiglio dell’Ordine degli Avvocati” di Torino ha dedicato un cippo commemorativo nei giardini del Palazzo di Giustizia, mentre a Milano le è stato dedicato un giardino di fronte al Tribunale e una via a San Giovanni Rotondo e a Livorno.

Ce n’è di che per dedicarle, nei luoghi che la videro adolescente e giovane avvocatessa combattiva a difesa dei diritti civili per le donne e per i più deboli (i “minori”) in primis, una seconda mostra, dopo quella organizzata un anno fa, sempre al “Museo Storico dell’Arma di Cavalleria” di via Giolitti 5, a Pinerolo. Mostra, in programma da domenica 15 dicembre a lunedì 6 gennaio 2025, promossa dal “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli”, in occasione anche della messa in onda (dal 30 ottobre e già in programma la terza) su “Netflix” della seconda stagione de “La legge di Lidia Poët”, diretta da Matteo RovereLetizia Lamartire e Pippo Mezzapesa.

In mostra accanto alla sua nera “toga” forense”, tanto agognata e “vinta” con fierezza, troveremo anche vari libri appartenenti a Lidia,  arricchiti da sue annotazioni vergate a mano. E, ancora, l’abito di una pronipote, che proprio Poët aveva cucito a mano, e le borsette con le quali era solita andare a teatro a Pinerolo (al “Teatro Sociale”) con il fratello. In rassegna non mancheranno anche la cuffia e lo scialle dell’abito valdeseUn piccolo percorso – spiega Rossana Turina, presidente del ‘Consorzio Turistico Pinerolese e Valli’ – che racconta Lidia Poët come pioniera e prima avvocatessa d’Italia, ma anche come donna valdese che ha vissuto intensamente il nostro territorio”.

Parallelamente, il “Consorzio” torna a proporre il tour “La toga negata” che porta nei veri luoghi dove visse Poët, partendo dalla sperduta borgata di Traverse, a Perrero, per vedere la sua casa natale. Un lavoro meticoloso che ha impegnato il “Consorzio” nella ricerca dei discendenti della prima avvocatessa d’Italia. Si entrerà, anche, nel cimitero di San Martino dove Poët è sepolta.

La giornata prevede anche una sosta in Agriturismo, con un menù che propone ricette di inizi Novecento, la tappa all’esposizione allestita al “Museo della Cavalleria” e una passeggiata per Pinerolo dove Poët era solita incontrarsi con Edmondo De Amicis, scrittore e giornalista noto soprattutto per il suo “evergreen” “Cuore” e caro amico di Lidia.

Per partecipare: prenotazioni@turismopinerolese.it.

Per ulteriori info: “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli”, Località Molino, Massello (Torino); 331/3901745 o www.turismopinerolese.it

Orari: mart. merc. giov. 9/12 e 13,30/16,30; dom. 10/12 e 14/18

g.m.

Nelle foto: immagini dall’allestimento espositivo e la “Casa” di Lidia Poët a Perrero