CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60
Continuiamo ad addentrarci nel fitto sottobosco delle etichette di piccolo-medio cabotaggio degli anni ‘60 a stelle e strisce… C’è da rilevare che in molti casi si trattava di produzioni discografiche eterogenee, che toccavano generi musicali anche molto diversi tra loro, con artisti dagli stili ben diversificati e per ascoltatori dai gusti anche diametralmente opposti. Ne derivava che si tendeva a non privilegiare nessun genere in particolare, lasciando tutto un po’ in superficie; forse col timore del fatto che lo specializzarsi in un certo stile musicale potesse portare con sé il rischio di diventare “di nicchia” o “per pochi”, in una sorta di suicidio commerciale dell’etichetta.
A volte si operava un altro tipo di scelta: veniva lasciato un certo specifico genere musicale unicamente ad una propria “sottoetichetta”, rivolta ad un pubblico più di settore, senza che il potenziale insuccesso potesse “intaccare” l’etichetta “madre”. In altri casi ancora anche le “sottoetichette” presentavano il carattere eterogeneo dell’etichetta principale; ma non di rado erano proprio queste “etichette figlie” (ex-post per i cultori e per i moderni appassionati del garage rock) a riservare le sorprese più gradite a livello storico, dal momento che tuttora vi si possono continuamente scovare “pepite nascoste” o brani ingiustamente dimenticati dalla storia del rock e ben degni di rientrare in compilations dedicate al genere.
Presentiamo qui l’esempio di una sottoetichetta di Lynn Records di Houston (Texas), cioè “Sabra Records”, attiva tra 1961 e 1965; anno, quest’ultimo, in cui si manifestò quell’interessantissima fase di passaggio tra il rock ‘n roll / rockabilly e il garage rock, seminando già il terreno per le primissime forme di quel protopunk che sboccerà in pieno in tutto il 1966. Sottoetichetta eterogenea per eccellenza (spaziava dal rock’n roll al funk al jazz, dal rhythm and blues al garage), ma che ebbe il merito di presentare due notevoli esempi del 1965 di quel periodo di transizione appena indicato, quando al ritmo trascinante e travolgente si aggiunse la forza e la rabbia del garage rock, con una convinta trasformazione nel canto e nel “sound”, più “sporchi” e “vissuti”. Riportiamo qui di seguito la discografia (allo stato attuale delle conoscenze) di “Sabra Records”, evidenziando i due esempi del 1965 sopra accennati:
– C.L. and The Pictures “I’m Asking Forgiveness / Let’s Take A Ride” (517) [1961];
– Mickey Gilley “I Need Your Love / Valley Of Tears” (518) [1961];
– The Epics “The Magic Kiss / Last Night I Dreamed” (516) [(2.), ca. 1962];
– Cecil & Ann “Through The Night / You Wrote This Letter” (520) [1962];
– Louis (Blues Boy) Jones with Bobby Scott Orchestra “Come On Home / I Cried” (524) [1964];
– The Jones Boys “Honky / Beatlemania” (555) [1964];
– Billy Patt Quintett “Passion (An Act Of Love) / Desafinado” (556) [1964];
– THE EMPEROR[‘]S “I Want My Woman / And Then” (5555) [1965];
– JOHN ENGLISH III AND THE HEATHENS “I Need You Near / Some People” (5556) [1965];
– Louis (Blues Boy) Jones with Bobby Scott Orchestra “I’ll Be Your Fool / Someway, Somewhere” (519);
– Bobby Scott “Swanee River Twist / Nifty” (521).
Gian Marchisio
L’appuntamento di sabato 16 dicembre si svilupperà a partire dai libri “La cena del cuore. Tredici parole per Emily Dickinson” e “Quello che ci muove. Una storia di Pina Bausch”, entrambi editi dalla palermitana “rueBallu”, in cui l’autrice spiegherà perché conoscere queste due donne del passato (la prima fra le principali esponenti della poesia americana dell’Ottocento e la seconda coreografa e ballerina tedesca del secolo scorso inventrice del cosiddetto “Tanztheater” o “Teatrodanza”) sia così importante ancora oggi.
Un prestito-scambio, a tempo determinato. Un Monet per un Modigliani. Stretta di mano fra il “Museum Barberini” di Potsdam e la “Staatsgalerie Stuttgart” di Stoccarda con il nostro “Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea”. L’intelligente accordo avviene all’interno di un nuovo programma di “scambi culturali” (“Opere in viaggio”) ideati dal “Castello” rivolese e avviati il 25 novembre scorso con l’esposizione nella “Sala Rettangolare” della “Villa Cerruti” (dal 2019 nuovo “Polo Museale” del Museo di piazza Mafalda di Savoia) della celebre “La Falaise et la Porte d’Aval”, olio su tela (65 x 81 cm.) realizzata da Claude Monet, fra i più grandi protagonisti della rivoluzione impressionista francese. Opera di grande suggestione e indiscutibile valore storico, appartenuta in primis al cantante lirico parigino Jean-Baptiste Faure, “La Falaise” monetiana passò solo nel 2010, dopo vari transiti in alcune importanti gallerie e collezioni, al “Museo Barberini”. Ma di “prestito – scambio” s’è parlato. Così per il Monet (appartenente al “Barberini”, sede della Collezione di Hasso Plattner) a noi arrivato, e in visione al pubblico fino al 18 agosto del prossimo anno, i due importanti Musei tedeschi, di cui sopra, hanno richiesto il prestito del dipinto di Amedeo Modigliani, “Jeune femme à la robe jaune”, 1918, olio su tela, 92 x 60 cm., in occasione della mostra “Modigliani: Modern Gazes”, che si terrà fino al 17 marzo 2024 alla “Staatsgalerie Stuttgart” e dal 26 aprile al 18 agosto 2024 al “Museum Barberini” di Potsdam. La presenza a “Villa Cerruti” di una delle più importanti opere di Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), artista mai acquistato dal grande imprenditore e collezionista Francesco Federico Cerruti (Genova, 1922 – Torino, 2015) “integra – sottolinea Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli” – l’interesse dimostrato dal collezionista per il movimento impressionista, che negli anni si è manifestato con l’acquisizione di opere di Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne e dell’italiano Federico Zandomeneghi”. Realizzata nel 1885 (in un periodo in cui l’artista viaggiò intensamente visitando, cavalletto e colori a tracolla, le coste settentrionali della Francia e, in particolare, la località di Étretat, in Normandia, famosa per le sue spettacolari scogliere e il caratteristico arco in pietra naturale della Porte d’Aval) “La Falaise e la Porte d’Aval” rivela appieno la cifra stilistica, di impronta fedelmente impressionista, di Monet fatta sempre e rigorosamente di rapide pennellate e piccoli tocchi di colore, assolutamente lontana dalla rappresentazione dettagliata del reale e totalmente coinvolta, invece a “cogliere i mobili riflessi della luce del sole sull’acqua” trasformando “la solidità di una scogliera in una massa fluida di impressioni vibranti”. Eccezionale spettacolo della natura, cui l’artista s’avvicinò timidamente, ben conoscendo il prodigio pittorico compiuto, negli stessi luoghi, dal “realista” Gustave Courbet ne “La Falaise
d’ Étretat après l’orage” (1870). A testimoniarlo le parole scritte da Monet alla futura moglie, Alice Hoschedé: “Voglio dipingere un grande quadro delle scogliere di Étretat, anche se è piuttosto audace da parte mia farlo dopo Courbet, che lo ha fatto in modo così mirabile; ma cercherò di farlo in modo diverso”. E così fu. Con risultati non meno validi e del tutto diversi per narrazione e punti di osservazione da quelli di Courbet. In un profluvio di piena libertà espressiva, nella scioltezza della pennellata e in quell’onirica resa luministica in cui amava confondere e disperdere i tratti più peculiari del paesaggio: caratteristiche che si compiranno appieno nelle sue ultime opere, realizzate nei primi decenni del ‘900 e dedicate alle “ninfee” o al “ponte giapponese” del suo giardino, nella casa di Giverny in Normandia, dove si trasferì nel 1883. Ad Étretat, Monet conobbe anche lo scrittore, padre del “naturalismo” francese, Guy de Maupassant, che ne ritrasse un folgorante ritratto: “Ho seguito spesso Monet alla ricerca di ‘impressioni’, ma in verità, egli non era ormai più un pittore, ma un cacciatore … L’ho visto cogliere così una cascata scintillante di luce sulla scogliera bianca e fissarla con un profluvio di toni gialli che rendevano in modo strano l’effetto sorprendente e fugace di quel riverbero inafferrabile e accecante. Un’altra volta prese a piene mani un temporale abbattutosi sul mare e lo gettò sulla tela. Ed era davvero la pioggia che aveva dipinto, nient’altro che la pioggia che penetrava le onde, le rocce e il cielo appena individuabili sotto quel diluvio”. Diluvio di luce. E di fugaci pennellate, sfuggite agli occhi, per ascoltare le voci del cuore.





