È dedicato a Marlon Brando – protagonista della retrospettiva di questa edizione – il manifesto del 42° Torino Film Festival, diretto per la prima volta da Giulio Base.
Si sarebbe dovuta tenere al Mastio della Cittadella
È stata annullata la mostra che si sarebbe dovuta tenere al mastio della Cittadella dedicata a Fernando Botero, scomparso il 15 settembre scorso, dal titolo “Ricordando Fernando Botero: Via crucis. La passione di Cristo”. L’esposizione si sarebbe dovuta aprire dal 20 aprile prossimo, organizzata dalla società Navigare Srl e curata dalla storica dell’arte Simona Bartolena.
“In seguito alla morte del maestro – ha scritto la direttrice Maria del Rosario Escobar- il Consiglio di Amministrazione del Museo di Antioquia, proprietario per donazione della serie Via Crucis, riunitosi di recente, ci ha chiesto di restituire le opere costringendoci a interrompere la tournée prevista. L’eventoprevedeva l’esposizione di 60 opere, tra cui 27 dipinti e 33 disegni preparatori che ripercorrono uno degli aspetti più intimi della produzione del Maestro.
“La società Navigare che opera per la produzione, l’organizzazione e l’allestimento di mostre d’arte di livello internazionale – ha dichiarato il titolare Salvatore Lacagnina – perfar fronte all’inattesa cancellazione da parte del Museo Nazionale dI Medellin ( città natale del Maestro) anticiperà il progetto che stava preparando su Henri de Toulouse Lautrec”
Mara Martellotta
Storie non ordinarie
Pianezza (TO)
29 febbraio 2024
, scritto da Nassim Soleimanpour e interpretato da Chiara Cardea, inserito nell’ambito del progetto “Un anno per la libertà di scrittura” sarà in scena giovedì 29 febbraio
La terza edizione della stagione Sguardi, con la direzione artistica di Silvia Mercuriati, dedicata a Storie non ordinarie. organizzata con il sostegno di Regione Piemonte e Comune di Pianezza, con il patrocinio di Città Metropolitana, in collaborazione con Fondazione Piemonte dal vivo, Villa Lascaris e Barrocco, prosegue giovedì 29 febbraio, alle ore 21, con un progetto molto particolare.
WHITE RABBIT RED RABBIT, allestito nel salone dello splendido Santuario di San Pancrazio a Pianezza, è uno spettacolo, scritto da Nassim Soleimanpour e interpretato da Chiara Cardea, inserito nell’ambito del progetto “Un anno per la libertà di scrittura”.
Nassim Soleimanpour nel 2010, all’età di 29 anni, in un momento in cui non aveva possibilità di comunicare con l’esterno del suo Paese, scrive un dialogo impossibile, un gioco teatrale contro ogni censura e ogni distanza geografica e culturale, un incontro ravvicinato che lascia tracce profonde, perché mette sullo stesso piano emotivo autore, attore e spettatore.
Il progetto WHITE RABBIT RED RABBIT è un esperimento sociale in forma di spettacolo. Nessun regista, nessun copione e un unico attore o attrice con una sola regola: non aver mai letto il copione e non poterlo leggere mai più, passando il testimone ad altri interpreti. Dal suo debutto nel 2011, hanno affrontato il testo Whoopi Goldberg, John Hurt, Stephen McBurney, Stephen Rea, Ken Loach, in Italia Gioele Dix, Lella Costa, Federica Fracassi.
369gradi, produzione italiana dello spettacolo, in accordo con l’autore, ha deciso di dedicare un intero anno di repliche alla creazione del fondo “Un anno per la libertà di scrittura”, indirizzato alla creazione di una residenza di drammaturgia rivolto a giovani autrici e autori iraniani, che si svolgerà nell’estate 2024 in Sardegna con la collaborazione di Italian and American Playwrights Project. Da marzo 2023 a marzo 2024, tutte le risorse derivanti dalla presentazione dello spettacolo, al netto dei costi vivi e di cachet degli interpreti, andranno a costituire quel fondo, che potrà essere implementato anche da donazioni liberali e donazioni via art bonus.
Giovane drammaturgo iraniano Nassim Soleimanpour collabora con diversi teatri a livello internazionale. Le sue opere sono state tradotte in più di 30 lingue e rappresentate in oltre 50 Paesi. Nel 2010 rifiuta di svolgere il servizio militare. In quanto obiettore di coscienza, gli viene ritirato il passaporto ed è impossibilitato a lasciare il suo Paese. Da questa esperienza di censura e negazione dei diritti, nasce questo spettacolo che, per potenza e trasgressione, inizia a viaggiare, al posto del suo autore, rappresentato in tutto il mondo.
INFO E PRENOTAZIONI
telefono +39 328 739 8987
www.sguardi.art
BIGLIETTERIA
Prezzi biglietti singoli spettacoli
18€ intero
15€ ridotto di legge e convenzionati
Sono stati 20.832, per una media giornaliera di 198, i visitatori che nei 105 giorni di apertura effettiva hanno apprezzato le 160 opere in gran parte inedite – sculture, utensili, amuleti, gioielli, armi, scudi, tamburi e fotografie storiche – provenienti dalle collezioni delle residenze sabaude e dal Museo di Antropologia di Torino, con prestiti dal Museo delle Civiltà di Roma e da Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino.
L’esposizione è stata curata da Elena De Filippis, Enrica Pagella e Cecilia Pennacini, ideata e prodotta dai Musei Reali con la Direzione Regionale Musei Piemonte e il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino, in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, CoopCulture e con il contributo di Tuxor SpA.
A Torino l’11 marzo alle ore 18 presso Ass. Camis De Fonseca via Micca 15

Dopo 15 anni di abbandono è tornato a casa sua, al Mastio della Cittadella, ma solo in parte, in piccolissima parte.
Al Mastio della Cittadella una cinquantina di pezzi raccontano l’evoluzione della tecnologia militare, dal neolitico al cannone rigato. Si vedono bombarde e bombardelle del XV secolo, cannoni del Cinquecento, alcuni dei quali riprodotti nell’Ottocento, gli smerigli della Repubblica di Venezia con l’immagine di San Marco e il leone alato, falconetti di bronzo del XV secolo, mortai del 1800 e obici del Settecento, fucili del ‘500, il moschetto per le Guardie del Re del 1891. E ancora mitragliatrici e pistole dell’Ottocento, modellini di obici, di cannoni e di colubrine, cannoni da campagna e da montagna fine 700, un modello di catapulta del Duecento, corazze ottocentesche, spade del ‘400 e ‘500, una corazza medievale persiana, un’armatura medievale europea, un elmo di bronzo con pugnale e cuspide di lancia del V secolo a.Cristo. I ritratti di re Carlo Alberto e del generale Vincenzo Morelli di Popolo, comandante dell’Artiglieria del Regno di Sardegna che fondò il museo nel 1842, chiudono la vetrina. Il Museo può contare ora su due sedi, quella storica, il Mastio e il deposito della caserma Amione in piazza Rivoli che verrà poi trasferito nella caserma Dabormida, un tempo sede del distretto militare di corso Unione Sovietica.
Con la partecipazione del Trio Quodlibet
La De Sono omaggia il compositore Giacomo Puccini nel centenario della morte con un concerto in collaborazione con “How I met Puccini” e la partecipazione del Trio Quodlibet. In programma per il concerto del 29 febbraio 2024, alle 20:30 presso il teatro Vittoria, pagine operistiche di Puccini, arrangiate da Valentina Ciardelli, con una commissione De Sono in prima assoluta.
Anna Astesano sarà all’arpa, Valentina Ciardelli al contrabbasso. Il Trio Quodlibet presenta Vittorio Sebeglia al violino, Virginia Luca alla viola e Fabio Fausone al violoncello. Per l’arrangiamento di Valentina Ciardelli, verranno eseguiti “Butterfly Effect”(le melodie giapponesi attraversano le mura di Lucca) per contrabbasso e arpa; “La Tregenda”(estratto della fantasia ‘V’è nella selva oscura una leggenda’) tratta dall’opera “Le Villi” per contrabbasso e arpa; seguirà una fantasia su Turandot intitolata “Una femmina con la corona in testa” per quintetto con arpa, in prima esecuzione assoluta. La serata è realizzata in collaborazione con “How I met Puccini”, un progetto multidisciplinare nato nel secondo lockdown da un’idea della compositrice e performer Valentina Ciardelli, come serie video su youtube dedicata alla vita e alle opere pucciniane. Oggi “How I met Puccini” rappresenta una realtà giovane e dinamica, che rilegge il repertorio pucciniano in chiave strumentale e in ambiti artistici trasversali, dal teatro alla musica da camera, fino ai progetti di educazione all’ascolto con l’intenzione di avvicinare nuove generazioni adattando la poetica di Puccini al linguaggio moderno, pur non tradendone l’essenza.
“La musica pucciniana è concepita per organici molto ampi – illustra Valentina Ciardelli – la trascrizione e ricomposizione per organici cameristici e orchestre aiuta la valorizzazione del linguaggio pucciniano, molto adatto e fruibile, anche a livello strumentale, per aumentare l’offerta musicale e il repertorio cameristico e sinfonico”.
In occasione della ricorrenza del centenario pucciniano, la De Sono ha commissionato “Una femmina con la corona in testa – Fantasia su Turandot” per quintetto con arpa, che sarà eseguita in prima assoluta al teatro Vittoria:
“Si tratta di una Turandot che nasconde la filosofia del Tao, dell’equilibrio universale che crea armonia tra tutte le cose – spiega l’autrice – in questo caso, tra i cinque musicisti che si scambiano i ruoli dei personaggi della storia, dell’orchestra, della scenografia e dei costumi attraverso la musica senza tempo di quest’opera incompiuta.
Il programma del concerto prende il via con “Butterfly Effect” per contrabbasso e arpa. Il brano, tratto da “Madama Butterfly” è stato riadattato utilizzando i timbri e gli attacchi degli archi per evocare gli aspetti più importanti dell’opera, dai lati oscuri del mondo tradizionale del Giappone, culminanti nel “seppuku” di Madama Butterfly, fino all’atteggiamento colonialista di Pinkerton. Si prosegue con “La Tregenda”, composizione per contrabbasso e arpa, dalla fantasia “V’è nella selva oscura una leggenda” da “Le Villi”, opera d’esordio del compositore lucchese dedicata ai leggendari spiriti vendicativi di donne morte per amore tradito. Le Villi erano, infatti, creature ultramondane, donne belle ma sinistre, che si racconta danzassero intorno ai loro amanti infedeli per vendicarsi del tradimento, con movimenti eleganti ma minacciosi che simboleggiavano la loro rabbia e il loro dolore.
L’omaggio a Puccini prosegue e si chiude con “La femmina con la corona in testa – Fantasia su Turandot” per quintetto per arpa, che riprende le parti più significative dell’opera “Turandot”: divisa in tre movimenti, come gli atti dell’opera, la fantasia esplora le sonorità più mature del compositore, esaltandone la musica che si presta perfettamente al camerismo e al virtuosismo strumentale.
Ingresso libero con prenotazione gratuita sulla piattaforma Eventbrite
Mara Martellotta

Mi sono sempre interessato di politica senza mai perdere la mia autonomia di giudizio e sono stato per decine d’anni il più giovane iscritto all’ordine dei giornalisti di cui temo di essere oggi uno dei decani. Debbo dire che da tempo mi sento sempre più confuso e restio a qualsiasi impegno politico, anche se a mio modo mi sento impegnato per tante cause controcorrente e divisive a cominciare da quella di Israele: sono sincero, più esse sono divisive più mi piacciono, pur odiando da sempre anche solo l’idea di andare in piazza o ogni forma manichea e ogni estremismo. Semmai mi sento un estremista moderato. Sentirmi diviso dalla massa acefala mi fa sentire meglio. Oggi, leggendo la solita mazzetta on line di giornali cartacei, debbo dire che il mio malessere ha superato i limiti della moderazione che di norma mi impongo, non ritenendo giornali e politica così importanti da rovinarmi fin dal mattino la mia vita serena di studioso e di piccolo agricoltore che conduco da anni dopo aver lasciato senza nostalgia l’insegnamento. A questo proposito le notizie che continuo a leggere sull’università danno l’idea di un ambiente divenuto oggi invivibile con invidie e gogne molto peggiori di quelle del ‘68. Aprendo i giornali nei titoli di prima mi appare la parola “manganello” evocatrice di un certo clima di cent’anni fa e della celere di Mario Scelba, autore, per altro, della famosa legge volta a reprimere l’apologia del fascismo. A prescindere da cosa sia veramente accaduto a Pisa e a Roma (sarà la magistratura a stabilirlo), leggo e sento un vero e proprio odio verso le forze di polizia che mi riportano al ‘68 e all’identificazione tra poliziotti e fascisti, dimenticando anche cosa scrisse Pasolini in difesa dei questurini. Torna anche il titolo “La rabbia degli studenti” vecchio di oltre mezzo secolo: gli studenti in primis dovrebbero studiare e non occuparsi di cose che non conoscono e che alcuni prof. impongono loro con gli slogan antisemiti di sempre, abusando della cattedra per fini di parte. Ma è tutto fiato sprecato perché questi prof. non sanno insegnare altro se non il fanatismo, anticamera della violenza. Non sanno cosa sia la storia che loro identificano con l’ideologia dell’odio. In tutt’altra direzione ci appare intollerabile il presidente ucraino che dice che in Italia ci sono troppi sostenitori di Putin, dimostrando ingratitudine verso un paese che lo sostiene e commettendo un’interferenza incomprensibile. Il presidente ucraino non è un bel personaggio ed è molto rozzo e arrogante. Sto dalla sua parte solo perché detesto Putin e ne vedo i pericoli. Il solito don Ciotti in un altra pagina dice la sua sui migranti, tema stantio su cui ha già detto mille volte il suo pensiero, sempre uguale come se lui stesso fosse il Vangelo. Gli articoli sulle elezioni sarde vogliono dar l’idea della confusione che regna nell’isola e dei litigi tra partiti. Il vero malcelato timore è che la sinistra perda. Vedremo cosa accadrà , ma gli articoli non aiutano a capire e sono scritti per giustificare un’eventuale sconfitta. Un’altra influencer vuol farci credere che a decidere su vita, morte e amore debba essere la Consulta, mentre c’è innanzi tutto la nostra coscienza individuale e civica e il Parlamento sovrano a cui la Consulta non può sostituirsi. Se leggo certe affermazioni, penso al presidente Giovanni Conso che si rigira nella tomba. Si riesce anche a far dire con un titolo cose banali a Luca Ricolfi, divenuto operaista e nostalgico delle tute blu. C’è persino uno svergognato Pietro Morello che afferma testualmente che “Gli atti vandalici sono uno sfogo sociale”, frase indecente che non merita neppure una confutazione. Infine c’è un’eccezionale intervista con Marcello Veneziani, considerato un fascista ancora oggi, affidata ad una giornalista che di norma si occupa non di filosofia, ma di cose frivole. E infatti non è un vero Veneziani, ma una sua fotocopia. Ho solo citato le cose più eclatanti, attinte da diversi giornali e dalla “Stampa” che quanto a faziosità non è seconda a nessuno. Dedicare del tempo a queste bazzecole mi infastidisce sempre di più. Penso che dedicherò lo stesso tempo, facendo in primavera una salutare passeggiata, anche se il vicino Valentino è diventato pericoloso per le pessime frequentazioni e per l’incuria in cui è stato abbandonato. Le letture mattutine dei giornali non sono più la preghiera del laico, come diceva Hegel, ma una presa in giro da parte di chi avrebbe come obbligo quello di informare e non di censurare il pensiero di chi non è uniformato alla vulgata o stravolgere la verità con mezzucci adatti a menti leggermente sottosviluppate che giungono a credere che gli atti vandalici possano essere davvero “uno sfogo sociale”.
Graziella Corrado, figlia di Oreste e figlioccia del grande Fred, ha conservato a lungo la chitarra del padre costruita nel 1946 dal maestro liutaio torinese Arnaldo Morano nella propria bottega di Rosignano Monferrato. Morano possedeva il segreto di una vernice ad olio composta di resine vegetali capace di conferire un suono originale agli strumenti da lui progettati e costruiti che gli permise di essere definito l’emulo di Stradivari ed essere considerato il più bravo liutaio del mondo dal celebre violinista Uto Ughi.
Dedicata a Piero Rambaudi in dialogo con altre iconiche figure dell’arte astratta torinese
Fino al 28 febbraio
Figura di primo piano dell’astrattismo torinese, su Piero Rambaudi (Torino 1906 – 1991) era ingiustamente calato il silenzio da ben ventiquattro anni. L’ultima grande personale torinese a lui dedicata risale, infatti al 1999, a cura della “Galleria del Ponte” e della “Martano” con testi critici di Pino Mantovani e Franco Fanelli. Un’inspiegabile trascuratezza, cui ha oggi lodevolmente rimediato la “Fondazione Giorgio Amendola” di via Tollegno, a Torino, esponendo una trentina di opere dell’artista, assiduo frequentatore in gioventù di laboratori artigiani e dello studio di Leonardo Bistolfi, poste in dialogo – per un arco cronologico che va dalle ricerche artistiche del dopoguerra fino ai primi anni Settanta del secolo scorso – con quelle di altre sei fondamentali figure dell’arte astratta subalpina (ma non solo): dalla lirica visione geometrica di Albino Galvano e di Mario Davico alla ricerca materica di Paola Levi Montalcini (gemella del “Premio Nobel” Rita) e a quella che fu tenebra dell’anima di Carol Rama, fino al concretismo di Filippo Scroppo e all’“astrazione dinamica” di Gino Gorza.

Visibile fino a mercoledì 28 febbraio e curata da Luca Motto, “la mostra – sottolinea Prospero Cerabona, presidente della Fondazione – è realizzata grazie alla generosa collaborazione di collezionisti privati ed enti come la ‘Galleria del Ponte’ di Torino e la ‘Civica Galleria Filippo Scroppo’ di Torre Pellice e si inserisce a pieno titolo nel filone espositivo, da anni consolidato da parte della ‘Fondazione Amendola’, dedicato alla riscoperta di importanti figure della scena artistica torinese, non sempre ricordate come sarebbe loro dovuto”. Assolutamente centrato il titolo della rassegna,“La pittura dell’invisibile”. Titolo che, subito, ci introduce al concetto di “fare arte” proprio di Rambaudi, al significato di un lavoro singolarmente incentrato “più sul processo, che nell’esito”, frutto di una formazione di bottega che sempre gli incollerà addosso un fortissimo interesse per i “materiali” (soprattutto cartacei) e la loro “elaborazione”, portandolo sempre più a desistere dal ritenere la propria attività artistica come una “professione”: dal 1924 al 1956 fu infatti direttore delle “Cartiere Bosso” di Mathi e, sempre in quest’ottica, ebbe anche a collaborare con l’“Istituto di Matematica” del “Politecnico” di Torino, per individuare tutte le possibili varianti di un tema, concretizzatesi nelle tele di fine anni ’80 in quelle sue caratteristiche geometrie dei “frattali”, dove “ogni idea suggerisce e permette la realizzazione di altre e così quasi all’infinito”. Folgorazione sulla via di Damasco per l’artista, è l’incontro con l’opera astratta di Paul Klee, che conobbe a Berna nel ’32, e di cui assorbe appieno il concetto filosofico di un’arte il cui compito “non è tanto quello di rappresentare il visibile, ma rendere visibile ciò che non lo è”.

Al pittore tedesco (con cittadinanza svizzera), lo legano anche la scelta e la sperimentazione di supporti “industriali” – che vanno dalla più tradizionale tela ad olio, alla carta di giornale, alla juta o a cartoncini di ogni qualità e spessore – così come quelle “risonanze di colore” (richiamo al “colorfield painting” statunitense) in cui prendono forma tempere e chine e inchiostri su carta eseguiti a strisce o a geometrici irregolari blocchi, quadrati e piani “grigliati” che portano a quelle “variazioni policrome” che, a metà degli anni ’50, costituiranno l’esperienza centrale del lavoro di Rambaudi. Di cui la retrospettiva non dimentica di proporre anche gli inizi, prevalentemente dedicati ad un’attività scultorea (dagli anni ’30 fino agli anni del secondo conflitto mondiale) ancora parzialmente figurativa – volti e mani, i soggetti più cari all’artista – in cui Aldo Passoni vedeva chiara “la lezione di un Arturo Martini o di un Fritz Wotruba, ma le cui linee strutturali pur addensate già denunciano la presenza di elementi modulari pronti ad aprirsi per invadere interamente lo spazio”. Ecco allora la sezione dedicata agli anni ’50 con “monocromi” dell’inizio del decennio e raffinatissimi “Collages”, realizzati “con carte – scriveva lo stesso Rambaudi – differenziate tra loro, non solo dal colore ma dalle caratteristiche (ruvide, lucide, grossolane o fini), loro stesse sovente la genesi dei miei ‘collages’”.

In mostra anche i lavori prodotti nel periodo di intensa collaborazione con la Galleria torinese “Notizie” gestita da Luciano Pistoi: dalla serie “Le Varianti” agli oli più materici della prima metà del decennio ‘60. La mostra si chiude con alcuni lavori, fine degli anni ’60, vicini alle coeve ricerche programmatiche “dove la dimensione scientifica e matematica di progettazionediviene predominante sulla pittura”.
Gianni Milani
“Piero Rambaudi. La pittura dell’invisibile”
“Fondazione Giorgio Amendola”, via Tollegno 52, Torino; tel. 011/2482970 o www.fondazioneamendola.it
Fino al 28 febbraio
Orari: dal lun. al ven. 9,30/12,30 – 15,30/19,30; sab. 9,30/12,30
Nelle foto: “Nero”, china su carta, 1950; “Collage”, carte colorate su cartoncino, 1956, “Testa d’uomo”, gesso, 1937; “Le terre rosse”, olio su tela, 1959




