CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 323

“Fabbricatori di favole”. Esercizio non facile. Però …! Ultimi giorni

In trasferta al “MIIT” di Corso Cairoli, a Torino, ventisei artisti dell’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”

Fino a sabato 4 maggio

Un dipinto che è “favola pura”. Racconto improbabile, poetico, surreale. Tanto immaginario da apparire, nella nitidezza della cifra stilistica, più reale del reale. Un infinito cielo blu, appena mosso da morbidi sipari di nubi bianche da cui fa breccia, occhi socchiusi e bella sorridente, una vispa bimbetta, sciarpa al collo e pantaloncini scuri, in volo – redini in mano – sul dorso di un agile fenicottero rosa con becco nero, diretto non si sa dove e per raggiungere chi o sfuggire chi o che cosa. L’unica certezza è la gioia di quella cavalcata in cieli amici, forse verso nuove, imprevedibili ma certo desiderate, più che mai, libertà. “Portami via” è il titolo del dipinto, olio su tela del torinese Giacomo Gullo. Sicuramente è questa la tela che, in maniera più esplicita, risponde al tema “imposto” (meglio, “suggerito”) dalla Collettiva ospitata, fino al prossimo 4 maggio, dal “MIIT – Museo Internazionale Italia Arte” di corso Cairoli, a Torino, con la curatela ed il solito impegno, di Elio Rabbione, “architetto” di molti degli eventi espositivi tenuti in quel di Carmagnola, negli storici spazi del “Palazzo Lomellini”, oggi – e per almeno un anno – inagibile per improcrastinabili interventi di restauro.

Di qui la mano tesa dal torinese “MIIT” di Guido Folco, che oggi espone una settantina di opere a firma, per l’appunto, di 26 (su più di settanta) artisti appartenenti all’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”, raccolte sotto il tema accomunante (ma “con piena libertà di espressione”, precisa Rabbione) di “Fabbricatori di favole”. Un fil rouge cui le opere in mostra, in modo più o meno visibile, ben s’adeguano, accompagnando l’abilità del “fare” con il gusto del “creare” e del lasciarsi andare a “libere fantasie”. Ognuna a modo suo. Campione assoluto, l’abbiamo detto, il “Portami via” di Gullo, ma non di meno gli sta a pelo di ruota quella “Gioiosa melodia” (un po’ picassiana, fosse un tantino meno “gioiosa”) con “maschere clownesche” e magiche “trottole” – in cui si proiettano astratte visioni oniriche – della maceratese (torinese d’adozione) Anna Branciari.

In molte/i non rinunciano al richiamo di “paesaggi” e “realtà” filtrate attraverso l’ottica del “guizzo” di fantasia: ed ecco allora i meticolosi “grovigli cromatici” di Graziella Alessiato o i deliziosi “Frutti di stagione” di Andreina Bertolini. Anche da qui possono partire le “favole”. Come dalle “sperimentazioni” astratte, travolte dai “Riflessi” di mondi lontani e inaspettati narrati da Maria Brosio o da quella minuta, graficamente perfetta, “Coppia di Germani Reali” pronti a spiccare il volo oltre il Po di Enrica Carbone, promettente allieva di Gasparin. L’iter espositivo prosegue con la maestria a pastello e la nitidezza della grafica di Giorgio Cestari, per poi incontrare le turbolenti “Acque bianche” di Dario Cornero, fino al tripudio dei gialli ocra verdi e rossi dei “fiori” di Giancarlo Costantino e alle informali “pittosculture” di Ezio Curletto, giocate di fantasia e surrealtà come le “Strade di Pesci” di Cristina De Maria. Allieva di Giansone e Lobalzo, Lidia Delloste presenta due suggestivi “acquerelli”, fortemente giocati sul blu, rapidi essenziali, in cui la realtà sembra perdersi in un inquietante groviglio di sensazioni e misteri, che s’acquietano nella composta, ma potente, “Tenerezza” di Mara Destefanis.

 

Rientra bene nel tema della Collettiva Alessandro Fioraso con “Il guardiano del tempo perso”: mani poderose (e tecnicamente perfette) reggono il barattolo di vetro che custodisce l’orologio del “tempo perso”. Mani senza volto. Lo immaginiamo benevolo. Aprirà o chiuderà per sempre quel barattolo? Pittura aperta alle fantasie fortemente colorate del paesaggio , quella di Franco Goia, cui seguono le tecniche miste di Giorgia Madonno, in brani pittorici “in continua tensione estetica fra astrazione e figurazione, oriente ed occidente”, accompagnati dalle magnifiche nuvole gialle delle “mimose” di Bruno Molinaro e dal “rosso” svolazzante di Luisella Rolle.

A chiudere il percorso le dinamiche linee astratte  di Marina Monzeglio accanto ai delicati acquerelli di Annamaria Palumbo, in contrasto con le vocianti realtà “da spiaggia” di Giacomo Sampieri, così lontano dai fiabeschi paesaggi montani di Simonetta Secci e dalle surreali “fantasie” di Magda Tardon, come dai fitti “Notturni” di Eleonora Tranfo o dalle piacevoli “installazioni” e domestiche “pittosculture” di Paola Viola. Menzione speciale per la torinese Adelma Mapelli: eccelsa acquarellista, anche nell’olio fa pesare la sua indubbia alta professionalità con quei colori e contrasti di luce che s’abbattono sulla sua “Vetta innevata”. Non proprio ligia al tema della “favola”, ma troppo brava per meritarsi un rimbrotto. A lei un grande 10 … e con lode!

Gianni Milani

“Fabbricatori di favole”

MIIT-Museo Internazionale Italia Arte, corso Cairoli 4, Torino; tel. 011/8129776 o www.museomiit.it

Fino al 4 maggio

Orari: dal mart. al ven. 15,30/19,30; sab. 10/12,30 e 15,30/1930

Nelle foto: Giacomo Gullo, “Portami via” (2019); Anna Branciari, “Gioiosa melodia” (2017); Alessandro Fioraso, “Il guardiano del tempo perso” (2021); Giorgia Madonno, “Lacrime che ti fanno scudo” (2024); Adelma Mapelli, “Vetta innevata” (2001)

Italo Cremona nelle collezioni private, una mostra alla Casa d’aste Sant’Agostino

‘Italo Cremona nelle collezioni private’ è il titolo della mostra inaugurata il 2 maggio scorso presso la Casa d’aste Sant’Agostino di Torino e curata da Vanessa Carioggia e Andrea Barin, corollario ideale dell’esposizione dedicata allo stesso artista da parte della Gam-Galleria Civica d’arte Moderna e contemporanea di Torino e dal Mart – Museo di Arte Moderna e contemporanea di Trento e Rovereto nell’autunno 2024.

“Il sodalizio del maestro con la casa d’aste Sant’Agostino – spiega Vanessa Carioggia – nasce indietro nel tempo. Consultando i nostri cataloghi d’asta mi sono accorta che già nei primi anni Ottanta compare un’opera di Italo Cremona. Nei primi anni Novanta la moglie Danila Dellacasa ci consegnò un numero consistente di opere. Nel corso degli anni, fino ai tempi più recenti, abbiamo trattato alcuni dei più importanti capolavori ancora disponibili sul mercato.

L’idea di fare una mostra su questo raffinato artista è nata già molto tempo fa, ma la realizzazione si è concretizzata grazie alla spinta della Gam. Il progetto vuole offrire un omaggio non solo al pittore, ma anche ai collezionisti della Sant’Agostino, che sono coloro che hanno contribuito alla memoria storica del pittore. L’esposizione mette in luce la produzione di Italo Cremona dagli anni Venti fino agli anni Settanta, presentando un unicum nella storia espositiva dell’artista.

 

I collezionisti hanno risposto con entusiasmo alla richiesta di esporre i dipinti, non nego che in qualche caso ho dovuto insistere per avere alcune opere in mostra e questi prestiti permetteranno ai collezionisti e agli amanti di Cremona di poter vedere opere gelosamente custodite nelle case e raramente mostrate”.

L’esposizione si snoda lungo i temi portanti nella poetica dell’artista, ovvero l’autoritratto, i nudi, gli interni e i paesaggi urbani.

Nativo di un piccolo paese in provincia di Pavia, ma trasferitosi molto presto a Torino nel 1911, dopo la laurea in Giurisprudenza, l’artista iniziò ad occuparsi di pittura, passione che coltivava fin da ragazzo presso l’Accademia Albertina di Belle Arti e la società degli Amici dell’Arte. Ebbe come maestri Mario Gachet e Vittorio Cavalieri, conobbe la famiglia Casorati a Rubiana e divenne un allievo sui generis di Felice Casorati.

La città dipinta è quasi sempre Torino, con vedute di tetti, piccole architetture, mai una rappresentazione sontuosa. Un’altra città frequentata è stata Firenze, sventurata, bombardata, che fa da quinta compositiva nel celebre “Autoritratto su rovine’ del 1946, esempio delle opere realizzate a Firenze nel periodo ’46-’48 e testimonianza biografica del soggiorno dell’artista nell’immediato dopoguerra. I quadri fiorentini di Italo Cremona costituiscono un crocevia nella vita dell’artista tanto dal punto di vista psicologico quanto da quello pittorico. Si tratta di una pittura densa su cui campeggia il volto dello scrittore, reso nudo dal contesto, ma circondato dalla brutalità delle rovine. Entrambi i soggetti sono circondati dalla brutalità delle rovine, testimoniata dalla violenza espressionistica del colore.

L’intima visione del pittore è condensata in “Specchio sferico” del 1943 , dove l’autoritratto è restituito distorto dalla sfera, ed è presente l’interno dello studio, mille volte raffigurato con gli oggetti del quotidiano, il sofá, la sedia a dondolo, il cavalletto e la composizione scenografica data dalle stoffe colorate e dalla piccola scultura in primo piano.

Cremona è essenzialmente pittore di interni, di un interno particolare, quello della sua casa e dei suoi studi.

Di studi ne ebbe diversi, dal primo in corso Dante, a quello molto amato in via Po, sopra il caffè Nazionale distrutto dai bombardamenti del ’42, a quello di piazza Cavour sopra la chiesa ortodossa, fino a quello di via Maria Vittoria, che era una casa-studio.

In mostra sono anche presenti celebri Nudi di Cremona, dipinti tra gli anni Venti e gli anni Settanta. Citando Italo Cremona afferma Giovanni Arpino : “ Se tornassi a disegnare e dipingere, farei soltanto più nudi, è il massimo della sfida “.

All’inizio degli anni Trenta risale “Nudi nello studio”, che presenta i temi cari a Cremona, quali l’interno dello studio, la prospettiva che si rincorre nelle stanze che si aprono una dietro l’altra e le due modelle, una di schiena, come spesso accade, l’altra appoggiata al sofà.

In “Nudo con le scarpe rosse in un interno” del 1947 e “Nudo in un interno barocco” del 1950 vengono rappresentate le scene di un interno, che indicano una pittura autobiografica. La sua partecipazione ad allestimenti per il teatro e per il cinema crea il gusto di una composizione capace di comunicare stati d’animo. Si può parlare per Italo Cremona di “scenografie domestiche”, in cui lo sfondo, come in una scena di teatro, suggerisce l’apertura verso l’interno, verso il suo mondo quotidiano e intimo.

L’Esposizione presso la Casa d’aste Sant’Agostino durerà fino al 24 maggio prossimo.

 

Mara Martellotta

“Notte delle Arti Contemporanee” e “Colazioni in galleria”

 

 

L’Associazione TAG Torino Art Galleries, in occasione del mese della fotografia torinese e nella fiera dedicata alla fotografia “THE PHAIR”, annuncia la nuova edizione della TAG ART NIGHT, la notte delle arti contemporanee, sabato 4 maggio dalle ore 19 alle ore 23, un tour tra le mostre proposte dalle gallerie torinesi associate a TAG, realizzato grazie al sostegno di CRT, sostenitore fin dalla prima edizione.

Nella stessa settimana TAG proporrà una nuova iniziativa tesa ad avvicinare sempre di più il pubblico all’arte contemporanea “TAG – Art Coffee Breakfast”. I visitatori e gli appassionati potranno recarsi nelle gallerie venerdì 3, sabato 4 e domenica 5 maggio, dalle 10 alle 12, ed essere accolti dalle “Colazioni con l’arte”, realizzate in partnership con il marchio “Fior di loto” (ingresso libero).

“L’Associazione TAG – sostiene la neopresidentessa Elisabetta Chiono – è lieta di prendere parte alla programmazione del mese della fotografia proponendo mostre dedicate, “La notte delle arti contemporanee” e le “Colazioni in galleria” per accogliere il pubblico cittadino e quello in visita nella nostra città. Dallo scorso marzo la compagine di TAG si è ampliata con l’ingresso di due nuove realtà: la galleria RoccaTre e Recontemporary, e desideriamo instaurare rete con le altre realtà culturali del territorio. Ancora una volta ringraziamo CRT, che ci permette di promuovere questo genere di eventi coordinati”.

 

Mara Martellotta

Nei gialli di Alice Basso la Torino del Ventennio

L’amatissima scrittrice Alice Basso in dialogo con Paola Piolatto ha presentato al Circolo dei lettori la quinta e ultima avventura di Anita Bo, Una festa in nero edito da Garzanti. L’avvenente dattilografa torinese nel Ventennio fascista al servizio di Saturnalia, rivista che pubblica gialli e divisa tra la meravigliosa letteratura hard-boiled dell’epoca e i rigidi dettami del regime, questa volta deve vedersela con pericolose spie. L’autrice Alice Basso è riuscita a creare un’altra indimenticabile protagonista femminile, dopo la fortunata serie della ghostwriter Vani Sarca, mescolando di nuovo in modo elegante e ironico il mondo dell’editoria, i gialli e la metaletteratura, il tutto catapultato nella Torino degli anni Trenta con  il fascismo in piena espansione.

 

È la stessa autrice a spiegare al numeroso pubblico intervenuto come è stata concepita questa serie nel 2019. Tutto ha inizio nel 2018 quando la compagnia di assicurazioni Reale Mutua le ha commissionato un racconto che si ispirasse a reperti contenuti nel suo Museo Storico. Nel visitarlo rimane folgorata dalla storia della prima donna dattilografa, Egle, entrata nella compagnia nel 1926 e questo la induce ad approfondire la storia della dattilografia e del lavoro femminile nel Ventennio. Ne viene fuori il racconto “Signorina Bertero, dattilografa”che è ancora disponibile gratuitamente sul sito del Museo della reale Mutua. Nel frattempo la Basso deve tenere delle lezioni sulla nascita del giallo e studiando si rende conto che in Italia la storia del giallo difetta nel periodo fascista perché all’epoca non era possibile far alcun riferimento al crimine domestico, i colpevoli dovevano essere sempre stranieri e i poliziotti dovevano sempre trionfare. È così che un giorno le viene in mente di piazzare una dattilografa del Ventennio al servizio di una rivista che pubblica gialli, che cerca di aggirare la rigida censura della dittatura. Ed ecco che nasce la fortunata serie di Anita Bo. Alice Basso ha integrato ognuno dei cinque volumi con postfazioni ricche di precisazioni storiografiche e bibliografiche che permettono di sciscerare alcuni dei temi affrontati nelle storie. Ad esempio, per gli appassionati di cinema, il terzo volume intitolato “Una stella senza luce” è disseminato di easter eggs sul mondo del cinema degli anni Trenta e su Torino capitale del cinema, anche qui, nella postfazione, ottimi gli spunti di approfondimento.

Al termine della presentazione l’autrice si è generosamente concessa al pubblico per i firma copie.

GIULIANA PRESTIPINO

I Marcido, come divertire con il capolavoro delle nostre lacrime giovanili

Sino a domenica 5 maggio, “David Copperfield”, sul palcoscenico del Gobetti

Berrettino scuro in testa, maglietta azzurra e tuta blu, sulla pettorina ci sta scritto “Marcido at work”. Sette attori al lavoro per una messinscena instancabile, dura, faticosa, già proposta alcuni mesi fa sul minuscolo palcoscenico di quella loro scatola teatrale che è il Marcidofilm! di corso Brescia e adesso, sino a domenica prossima, su quello del Gobetti per la Stagione dello Stabile torinese. Il work per questa occasione ha il lungo titolo di “David Copperfield sketch comedy, un carosello dickensiano”, all’origine un romanzo di crescita molto “larmoyant”, da tutti conosciuto e frequentato, dell’Inghilterra del XIX secolo, di lavoro e di trame più o meno nell’ombra, di sentimenti grandiosi e di soprusi, di affetti e di intrighi, di lotta eterna tra Bene e Male, una “giostra sentimentale” che ha tutti gli ingredienti per poter anche essere tolta dal proprio perno di sempre. Un romanzo, “anzi un romanzone”, che sta nella memoria delle pagine scritte e magari ancora per qualcuno nello sceneggiato di Anton Giulio Majano, metà dei Sessanta, coppia giovanil/cresciuta divisa tra Chevalier e Giannini. Ovvero la domenica sera, di fronte alla tivù degli anni Sessanta, rigorosamente in bianco e nero, si preparavano i fazzoletti. Tanti, tantissimi. Oggi, a distanza di sessant’anni più o meno, quella storia dei buoni sentimenti può esser messa nelle mani giuste a rivoltare il guanto di velluto come più si conviene. Oggi, quest’affondo di grottesco sembra essere quasi d’obbligo.

Un titolo che ribolliva nella mente vulcanica dell’Isi – al secolo Marco Isidori, colonna e anima instancabile della compagnia. Poi si sa, il lockdown, la pandemia con i suoi rimandi, l’impegno non indifferente, si arrivò finalmente alla prima, per una scoppiettante “riscrittura e adattamento drammaturgico”. Dell’Isi, appunto. Che con aria di sberleffo ti squinterna le pagine, prende a smontare e rimontare con tutto il divertimento e l’ironia e gli sgraffi che gli sono possibili, e da gran tempo riconosciuti, la vicenda cardine e le tante sottovicende, dando nello stesso tempo gran spessore  – e compiutezza – a quelli che vengono qui definiti sketch e che darebbero l’idea di uno svolgimento e di una vita fine a se stessi, ma che al contrario, come in una interminabile catena, si susseguono e si vitalizzano l’uno con l’altro, in maniera dinamica, schietta, vorticosa, sempre tremendamente urticante sulla famiglia, sulla società, sull’epoca. Della parte sonora della compagnia ormai si conoscono tutti i pregi, le voci degli attori si alzano, si curvano, si flettono, si frammentano, s’allungano sempre con grande padronanza, in un concerto da sempre ben orchestrato. E qui si ripete l’incanto. Quel che più colpisce nel corso della serata è il meccanismo dell’intero spettacolo, il suo perfetto amalgamarsi tra racconto e messa in scena, è lo stretto avvicendarsi di episodio su episodio, costruendo una comicità che senza freni e senza fatica prende il posto della drammaticità che conoscevamo. Tutti e sette gli attori danno vita a un carosello vivace e multiforme, entrando e uscendo non soltanto dalle situazioni ma da un personaggio per entrare in un altro – tutto incalza, tutto preme, tutto reclama esistenza e spazio -, con quei salti mortali che raramente si vedono in palcoscenico, in tempi tanto stretti da togliere il respiro.

Paolo Oricco è il protagonista ma è pure capace un istante dopo di calarsi nelle untuosità e nelle ipocrisie di Uriah Heep, grifagno, mellifluo quanto “scarafaggio immondo”, ma pure in tanto altro, Maria Luisa Abate è zie è governanti è madre di Heep con tanto di birignao che non guasta e che la rende “grandiosa”, Isidori amabilmente tromboneggia come mister Spenlow e come il perenne indebitato che è Micawber, i più giovani Valentina Battistone, Ottavia Della Porta, Alessio Arbustini e Vincenzo Quarta si dividono gli altri molti personaggi della storia, assolvendoli con incisiva precisione. Nota non certo ultima dell’immancabile successo del lavoro comune dei Marcido Marcidoris è la scenografia per molti versi “circense” e le sagome inventate da Daniela Dal Cin, novantadue per l’esattezza, prove tratti schizzi colori facce espressioni particolari abiti a rendere appieno l’affresco creato da Dickens, visi e quant’altro posti su supporti verticali posti ai lati dello spazio scenico e afferrati di volta in volta secondo schemi ben precisi, in un unico vorticare, fatti entrare all’interno dell’azione quasi come creature vive che reclamano tutta la loro giusta importanza. Sino al finale, dove c’è l’ultimo “divertissement” di far esplodere Aznavour con il suo “Istrione”.

Nel corso delle repliche, il Centro Studi dello Stabile curerà un appuntamento parallelo, la presentazione di “La nostra minima arte. Il teatro estremista dei Marcido”, un ritratto cinematografico della compagnia curato da Oliviero Ponte Di Pino per un progetto di Ateatro, con la regia di Domenico Cuomo, film presentato con grande successo alla Biennale Cinema di Venezia lo scorso settembre. Un percorso lungo quarant’anni, un bagaglio di materiali di lavoro e di interessanti interviste, approfondite e spontanee, che coinvolgono tutti i protagonisti di una lunga avventura. Segnatevi l’appuntamento per venerdì 3 maggio alle ore 18,30 al cinema Massimo. A seguire l’incontro con la Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in dialogo con Oliviero Ponte Di Pino. Ingresso intero 6 euro, ridotto 4 euro. Prenotazioni 011 8138574 / 339 3926887.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo.

I libri più letti e commentati del mese

Vi piace leggere ma non trovate il libro adatto a voi? Ecco una piccola rassegna dei titoli più commentati dal gruppo FB Un libro tira l’altro ovvero il passaparola Dei Libri nel mese di aprile.

Amate i saggi e vi danno fastidio i luoghi comuni? I nostri lettori propongono La cucina italiana non esiste, di Alberto Grandi e Daniele Soffiati, per uno sguardo diverso su temi fin troppo analizzati; amate i libri con tematiche attuali e adatti a una riflessione sul vivere civile? Ecco

Il giudice e il bambino di Dario Levantino, la triste favola dell’ incontro nel cielo tra Paolo Borsellino e Giuseppe Di Matteo che diventa occasione per ripercorrere alcuni episodi emblematici della lotta alla mafia.

Vi piace essere aggiornati sulle ultime tendenze della narrativa? Dalla rosa dei finalisti del prossimo Premio Strega, Aggiustare l’universo, di Raffaella Romagnolo, è una storia di dolore e rinascita, un viaggio in un paese in ginocchio che riparte dalle macerie, tra chi vuole dimenticare il passato e chi vi trova la consolazione.

 

Incontri con gli autori

Vi piacerebbe incontrare i nuovi scrittori e gli esordienti che si affacciano sul mercato librario ma in questo mondo caotico è impossibile stare dietro a tutto e finite per concentrarvi solo sugli arcinoti ospiti del Salone di Torino?

Il passaparola dei Libri intervista ogni mese tre scrittori, noti o “appena nati” per farli conoscere al pubblico che ci segue.

Questo mese abbiamo fatto quattro chiacchiere con   il saggista Marco Verdecchia, professore e ricercatore,  autore del recente Una Plausibile Teologia Della Fisica (TAB Edizioni, 2023), un saggio originale e interessante che affronta le origini della fisica  Claudia Piccini, autrice di La Donna Che Adorava I Bombolini Fritti (Helicon, 2022), un originale mistery dalle sfumature surreali ambientato a Firenze; Pierferré, autore di Schegge (NDV, 2023), un›antologia di racconti che affrontano tematiche delicate e di grande attualità.

Per questo mese è tutto. Vi invitiamo a seguire Il Passaparola dei libri sui nostri canali sociali e a venirci a trovare sul nostro sito ufficiale per rimanere sempre aggiornati sul mondo dei libri e della lettura! unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it

Montaud Festival, una collina di eventi

 

DAL 3 MAGGIO FINO A SETTEMBRE – CONCERTI DALLE ORE 21
FESTIVAL MUSICALE, CON BIRRA ARTIGIANALE E STREET FOOD

Montaud Festival – Una collina di eventi”: una rassegna musicale che inizia il 3 maggio e proseguirà fino a fine settembre e che nasce dalla collaborazione tra due realtà punto di riferimento nel chierese per gli eventi, il buon cibo e il buon bere: La Nave dei Folli, e il birrificio Grado Plato. Durante l’evento sarà possibile infatti apprezzare lo street food del pub chierese con il rinomato food-truck “Rustycone” e degustare le numerose (e pluripremiate) birre del birrificio. Tutti i concerti saranno ad ingresso gratuito. 

Proprio nella sede dello storico birrificio piemontese Grado Plato, a Montaldo Torinese (Via Bardassano,8), si avvicenderanno sul palco gruppi di diversi generi musicali: dal rock, al jazz, passando per il blues, l’indie e la musica cantautoriale. Nel corso dei prossimi mesi la proposta si farà sempre più interessante, con ospiti di rilevanza internazionale. 

Il primo “step” del festival è dedicato ai gruppi e artisti della zona chierese: si parte venerdì 3 maggio con i Valentine Base e gli Ultimo Treno, che propongono cover dei classici del rock; sabato 4 maggio sul palco il rock dei Limeoni seguito dallo swing degli Only Pleasure. Domenica 5 tocca ai gruppi indie emergenti, gli Spalle al Muro e i Supernova.

Il festival prosegue venerdì 24 maggio con Le cose dei Licianni seguiti da I Fasti, che propongono un raffinato rock cantautoriale, mentre sabato 25 maggio ci saranno i Rocking e i Free Byte, musica dagli anni 60 ai nostri giorni, per scatenarsi nel grande spazio esterno del birrificio. Per la chiusura di maggio, domenica 26, ci saranno i Pianà Ensemble e i The Cracking Reeds con musiche tradizionali, locali e irlandesi. 

La collaborazione tra La Nave dei Folli Grado Plato nasce a novembre 2023. L’intento è quello di far crescere nel territorio la cultura birraria e le occasioni di divertimento legate al mondo brassicolo. 

La Nave dei Folli è una realtà che nasce per promuovere la cultura della birra di qualità prodotta dai birrifici indipendenti, abbinandola a una cucina che valorizza il territorio, utilizzando molti prodotti a Km 0 provenienti da piccole realtà artigianali.

Grado Plato – Nato a Chieri nel 2003 da un’idea di Sergio Ormea e di suo figlio Gabriele, nel corso di questi 20 anni ha visto l’evoluzione del mondo brassicolo artigianale piemontese ed italiano. Nel 2007 si organizza la produzione in un contesto più ampio presso l’area artigianale di Montaldo Torinese, sviluppando le potenzialità creative e logistiche. Nel 2014 la squadra si amplia: Sergio si ritira dalla produzione e subentrano i fratelli Stefano e Simone Bagnasco. Nascono nuove ricette e si perfezionano quelle già esistenti, portando a 11 le tipologie di birre costantemente prodotte e disponibili nel formato classico da 750 ml e alcune nel formato da 330 ml.

“Sid”, “Apocalisse” e “Cassandra”il maggio del TPE teatro Astra

Nell’ambito della stagione TPE 2023/2024 dedicata alla Cecità, dal 2 al 5 maggio andrà in scena Alberto Boubakar Malanchino, nella pièce “Sid – Fin qui tutto bene”. Alberto Boubakar Malanchino, vincitore del Premio Ubu 2023 come miglior attore under 35, è l’interprete adrenalinico di un racconto urbano, ma anche di frontiera, che veste i panni di un giovane figlio della periferia che, per rincorrere il sogno del successo, ha intrapreso la via sbagliata, quella della violenza, e ora si ritrova a fare i conti con il proprio passato. Sid è italiano di origini algerine, 15 o 16 anni, che veste sempre di bianco, in quanto colore del lutto per i musulmani. Vive come tanti ragazzi in una delle tante periferie dell’occidente, nel mondo drogato della società dello spettacolo. Per uscire dalla disperazione e dalla noia, di nascosto legge, ascolta musica, vede film e recita sempre, fino a dimenticare di essere Sid. Colleziona sacchetti di plastica, tessuto e materiale biodegradabile, tutti rigorosamente firmati. Bello, intelligente e raffinato lettore, perfettamente padrone delle sfumature della lingua, ha ucciso. Probabilmente per noia. Sicuramente per uno scopo più alto. Uccide soffocando le sue vittime nei sacchetti di plastica alla moda. La sua storia è un film senza montaggio dove scorrono schegge di vita, di bullismo, consumo, noia, droga, desolazione e vagabondaggi nei templi del consumismo. La regia e la drammaturgia sono firmate da Girolamo Lucania.

Sempre nell’ambito della Stagione TPE, dal 7 al 12 maggio, sarà in scena Lucilla Giagnoni in “Apocalisse”. La storia della rivelazione di un uomo solo, Edipo, il Re, che lotta invano contro un destino tragico e ineluttabile, si intreccia alla rivelazione dell’umanità intera, racchiusa nel libro dell’Apocalisse di Giovanni. Il vero significato di “apocalisse” non è catastrofe, bensì rivelazione. Ritorna in scena Lucilla Giagnoni, di casa al TPE del Teatro Astra, per una versione attualizzata del suo “Apocalisse”, che si ispira all’ultimo libro della Bibbia. “Guarda, racconta ciò che hai visto”, sono le indicazioni più frequenti date a Giovanni, testimone e narratore. In un mondo di ciechi che credono di vedere, dunque di sapere, il mistero si rivela solo a chi dimostra di saper guardare. Cecità e rivelazione fanno pensare a un personaggio totemico del teatro occidentale, Edipo: l’Apocalisse e l’opera teatrale che dà inizio a ogni forma di indagine sull’uomo sono poste in parallelo per raccontare che la fine dei tempi è in realtà un nuovo inizio per chi impara a vedere, è la storia dell’evoluzione della coscienza: un bambino appena nato vede il mondo come un fenomeno incredibile, in cui le cose si riempiono di senso. L’Apocalisse è l’ultimo capitolo di una trilogia spirituale composta dallo spettacolo “Vergine madre”, ispirato al percorso di salvezza raccontato nella Divina Commedia, e dallo spettacolo “Big Bang” che, a partire dall’ultima parola della Divina Commedia, “stelle”, e dai primidue capitoli del libro della Genesi indaga sull’inizio e sulla Creazione, facendo dialogare il linguaggio della scienza con quello della teologia e del teatro. Apocalisse indaga sul vero significato della fine.

Dal 14 al 31 maggio 2024 sarà in scena la pièce “Cassandra” tratta dal libro di Christa Wolf, che vive un doloroso conflitto tra il presente della guerra e un futuro di pace, legata a lunghe funielastiche sul palco, la principessa troiana vaticina sul destino di tutti noi. Cassandra, la veggente figlia di Ecuba e Priamo, racconta il tramonto e la rovina della sua città. Dalla sua memoria emerge tutto il suo passato, la traversata dell’Egeo in tempesta, l’arrivo a Troia delle Amazzoni, i delitti di Achille, la rottura con il padre Priamo, accecato dal meccanismo inarrestabile della guerra, la vita delle comunità femminili sulle rive del fiume Scamandro e l’amore per Enea. Christa Wolf, tra le più importanti scrittrici contemporanee in lingua tedesca, scrive il suo “Cassandra” nel 1983 e sceglie di dare una visione differente da quella omerica classica, recuperando lo sguardo e la voce della sacerdotessa troiana per darci il resoconto della liberazione femminile e del bisogno di pace, testimoniando il passato, perché in futuro non vengano ripetuti gli stessi errori. In scena Cecilia Lupoli. La regia è firmata da Carlo Cerciello.

 

Mara Martellotta

Note di Classica: Yulianna Avdeeva, Dindo e Jurowski le “stelle” di maggio

Giovedì 2 alle 20.30 e venerdì 3 alle 20 alle all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Yulianna Avdeeva al pianoforte, eseguirà musiche di Stravinskij, Adams e Bernstein. Sabato 4 alle 20 al teatro Regio per la stagione d’opera, debutto de “The Tender Land”. Opera in 3 atti, musica di Aaron Copland. Alessandro Palumbo dirigerà l’orchestra. Repliche fino a martedì 7. Domenica 5 alle 16.30 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, l’Orchestra da Camera Accademia con Enrico Dindo nel doppio ruolo di violoncellista e direttore, eseguirà musiche di Dvorak e Cajkovskij.

Lunedì 6 alle 20 al teatro Vittoria, Mirabilia eseguirà musiche di Cima, Merula, de Victoria, Bertali, Falconieri, Valentini, Marini, Rossi. Mercoledì 8 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione Musicale, Gabriele Carcano al pianoforte eseguirà musiche di Grieg, Brahms e Schumann. Giovedì 9 alle 20.30 e venerdì 10 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Emanuel Ax al pianoforte eseguirà musiche di Beethoven e Berlioz. Martedì 14 alle 20 al teatro Vittoria, il trio Quiròs eseguirà musiche di Hahn, Weill, Piazzolla, Ramirez, Angulo, Gershwin, Bernstein. Venerdì 17 alle 20 al teatro Regio debutto di “Der fliegende Hollander”. Opera in 3 atti. Musica di Richard Wagner. L’Orchestra sarà diretta da Nathalie Stutzmann. Repliche fino a domenica 26. Giovedì 16 alle 20.30 e venerdì 17 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Daniele Gatti, eseguirà musiche di Mozart e Sostakovic. Sabato 18 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Quartetto Gerhard e con Stefano Musso al pianoforte, eseguirà musiche di Granados e Schumann. Mercoledì 22 alle 20.30 al conservatorio l’Ensemble Il Tempo Ritrovato eseguirà musiche di Dvorak, Britten, Cajkovskij. Lunedì 30 alle 20.30 per Lingottomusica all’auditorium Agnelli la Bayerisches Staatsorchester diretta da Valdimir Jurowski e con Alexander Melnikov al pianoforte, eseguirà musiche di Beethoven Schumann e Weber. Venerdì 31 alle 20 e venerdì primo giugno alle 20.30 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Daniel Harding e con Frank Peter Zimmermann al violino, eseguirà musiche di Respighi e Mahler.

Pier Luigi Fuggetta

Giorgio Stella. Scatti fotografici come … “geografie dell’anima”

Al “Collegio San Giuseppe” di Torino la prima retrospettiva dedicata al fotografo torinese mancato alcuni mesi fa

Fino a sabato 4 maggio

L’occhio del fotografo – come quello del pittore – si sa, è sempre un po’ “speciale”. Anche quando non ha fra le mani i “ferri del mestiere”. L’inquadratura, le luci, i particolari. Ogni cosa di un qualunque paesaggio, o di una scheggia di architettura urbana, gli appare secondo un suo particolare schema che, un giorno (chissà?) potrà cristallizzarsi come d’incanto in scatti unici e singolari. Se poi, a quell’occhio un po’ “speciale” s’aggiunge – in fase lavorativa – anche la capacità (non frequente) di fissare e trattenere le cose con la “lente dell’anima”, allora il “gesto” si fa “meraviglia” e poesia. Ed il “gioco” è fatto. “Gioco d’arte”. Arte vera. Arte pura. Quella capace di regalarti immagini che ti tengono lì, immobile, a fissare anche solo un particolare dell’intero soggetto e a portartelo dentro e addosso per sempre.  Sensazione estraniante e benefica! Mi è capitata qualche giorno fa all’inaugurazione della mostra – omaggio dedicata dal “Collegio San Giuseppe” di Torino al bravo davvero bravo fotografo torinese Giorgio Stella, mancato nel luglio scorso, lasciando un vuoto non da poco nel migliore panorama dell’arte torinese. E non solo.

Curata dalla pittrice Luisa Porporato, con la presentazione di Fratel Alfredo Centra (direttore dell’“Istituto” di via San Francesco da Paola), del critico Angelo Mistrangelo e di Alberto Novo (presidente dell’“Associazione Fotografica NAMIAS” di Parma), la rassegna, in programma fino a sabato 4 maggio, comprende una quarantina di scatti in bianco e nero dedicati ai suoi “Viaggi”, compiuti nei luoghi più misteriosi e affascinanti del Pianeta o anche solo sotto casa, fra le bellezze (mai del tutto conosciute) della sua Torino o, andando e volando oltre le mura e i confini della città, fra scorci tutti particolari di una “stelliana” Venezia o della grandiosa, a tratti “improbabile” New York City. Scatti dunque come … “geografie dell’anima”. Mi è piaciuto – e spero non aver toccato la suscettibilità di alcuno – titolare così la personale di Stella. In parete, paesaggi esotici. Che di più non si può. Indimenticabili.

Per l’esasperazione di una tecnica tanto attenta da perderci gli occhi e il controllo di quella resa “veristica” mai disgiunta dall’interpretazione dei “sensi” che affiora in ogni sua immagine. In quest’ottica, scorrono realtà che vanno dalle “lagune glaciali” e dagli “icberg blu” d’Islanda (“Terra del fuoco e del ghiaccio”, su cui nel 2005 Stella pubblica anche un libro edito da “Elena Morea”), fino al magico mistero che scorre lungo le acque dell’Irrawaddy in Myanmar o alla “complessa” sacralità dei templi di “Ta Prohm” o di “Angkor Wat”, capolavoro di tutta l’arte “Khmer” (una delle meraviglie del mondo) in Cambogia, per chiudersi ai più vicini “notturni torinesi” e alla grandiosità di una New York, colta “in momenti di silenzio – scrive bene Alfredo Centra – che accentuano la bellezza di angoli richiamanti pensieri di eternità nel contesto di imponenti architetture moderne”. Meraviglie! E pensare che fino al 2000 la fotografia è stata per Stella un semplice hobby. Importante ma solo hobby. Solo dal 2000/2003 l’arte fotografica diventa invece per lui “mestiere” a tempo pieno. Attratto inizialmente dalla stampa in bianco e nero e affezionato al negativo all’argento, dal 2005 – in cerca sempre più di una fotografia nitida, esatta e corretta – si dedica alla “stampa al Platino/Palladio” (tecnica considerata “il punto di arrivo qualitativo nella stampa fotografica in bianco e nero”), aderendo al “Gruppo Rodolfo Namias” con sede a Parma e che riunisce fotografi impegnati per l’appunto nel recupero delle più antiche tecniche di stampa.

“Non per un recupero nostalgico – scriveva Stella – di vecchie tecniche, ma per un nuovo utilizzo di uno strumento in più a disposizione del fotografo. Io vedo la stampa finale un po’ come l’esecuzione di un brano musicale dallo spartito, che contiene delle indicazioni per eseguire una musica … Però poi c’è sempre spazio per l’interpretazione degli esecutori, così per noi fotografi le ‘Antiche Tecniche’ sono uno strumento in più per suonare la nostra musica”. E che musica, ragazzi! Per ricordarla, insieme al suo grande esecutore, Luisa Porporato ha voluto annotare, in catalogo, alcuni versi di Sant’Agostino“Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dov’erano, ma sono dovunque siamo noi”. A dimostrarlo i molti colleghi, amici, compagni di vita dell’artista presenti, nei giorni scorsi, al vernissage. E chissà? E’ bello crederci. Lì, forse, c’era anche Giorgio. Fra tutti noi e le sue magiche, poetiche … “geografie dell’anima”.

Gianni Milani

 

Giorgio Stella

“Collegio San Giuseppe”, via San Francesco da Paola 23, Torino; tel. 011/8123250 o www.collegiosangiuseppe.it

Fino al 4 maggio

Orari: dal lun. al ven. 11/12,30 e 16,30/18,30; sab. 11/12,30

Nelle foto: Giorgio Stella, “Islanda”, “Myanmar”, “Torino – La Mole”, New York