Martedì 16 aprile alle ore 18

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. Franco Battiato viene ricordato alla scuola Holden con il progetto “Seven Springs” a cura di Simone Cristicchi e Amara. All’Inalpi Arena 4 “sold out” su 5 giorni per i Pinguini Tattici Nucleari.
Mercoledì. Al Blah Blah suonano gli Infected. Al Colosseo Sergio Caputo celebra “Un sabato italiano”. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Erlend Oye.
Giovedì. Al Circolo della Musica di Rivoli sono di scena Le Tre Sorelle. Al Magazzino sul Po suona il trio Psychè. All’Hiroshima si esibisce la cover band Nouvelle Vague. Allo Spazio 211 sono di scena gli Stunt Pilots mentre al Blah Blah si esibisce la cantautrice Cristina Nico.
Venerdì. Per il festival “R-Esistere” a Druento suonano i Modena City Ramblers. All’Hiroshima si esibiscono i BNKR44. Al Kontiki “Music For Future” con ZYP, Libellule e Stefano Groppo, in conclusione dello “Sciopero per il clima” che si svolgerà a Torino al mattino a cura di Fridays for Future. Al Folk Club suona Beppe Gambetta. All’Imbarchino suonano gli Static Palm. Al circolo Mossetto si esibiscono Furio Di Castri, Gianni Denitto e Ruben Bellavia. Al Blah Blah sono di scena gli Extinction e i Darkhold. Al Comala si esibiscono Federico Sirianni ed Elisabetta Bosio. Allo Spazio 211 suonano I Segreti dall’Emilia.
Sabato. Al Peocio di Trofarello suona il gruppo del chitarrista Michael Lee Firkins. Partenza per il Torino Jazz Festival al Museo dell’Automobile con la CFM Big Band che presenta un tributo a Duke Ellington. Per “Lovers” al Massimo arriva Big Mama. Allo Ziggy suonano i Darvaza. All’Hotel Hilton del Lingotto suona il quartetto della sassofonista Tia Fuller. Al Blah Blah I Fasti propongono il loro nuovo album.
Domenica. Per il TJF al circolo familiare Fioccardo suona il quartetto di Max Ionata mentre al Castello di Rivoli si esibisce Valentina Sturba. Al Magazzino sul Po suonano i Sabasaba mentre all’Imbarchino si esibiscono i marsigliesi Catalogue.
Pier Luigi Fuggetta
Torna ad esporre alla torinese Galleria “metroquadro” il giovane artista giapponese Shinya Sakurai
Fino al 22 giugno
Quando approda a Torino, è fisso di casa (artisticamente, s’intende!) alla “metroquadro” di Marco Sassone. Anche perché Marco, il più che perspicace gallerista di corso San Maurizio, ha avuto l’occhio giusto e un sottile fiuto nell’intenderne, da subito, le indubbie capacità artistiche e il giusto tratto umano, quando anni fa iniziò a seguirne le vicende creative e il percorso espositivo. Così, eccocelo di nuovo (che bello!), con i suoi odierni “Marks and Traces”, “Segni e Tracce”, raccontati con il solito amalgama di colore – composto e scomposto – in venti opere esposte, fino a sabato 22 giugno, negli spazi della “metroquadro”, al civico 73/F di corso San Maurizio a Torino.

Giusto due anni fa, nell’aprile del 2022, visitai da Sassone la sua “Terrific Colors” o “Colori Eccezionali”, puzzles cromatici, attraverso i quali (dopo le opere cicliche “Love and Peace” e “United Colors”, titoli apertamente echeggianti alle battaglie pacifiste anni Sessanta, nonché all’Oliviero Toscani impegnato per Benetton) Shinya Sakurai intendeva “esorcizzare il lato terrifico nascosto – e sempre in agguato – della realtà”. Nato nel 1981 a Hiroshima (con a fior di pelle e in fondo al cuore quella pesante eredità “omaggiata” a tante generazioni dal terribile “mostro” atomico lanciato da cieli che ancora oggi piangono fiumi di sangue), Shinya si laurea ad Osaka in “Belle Arti” – attratto dai Maestri “concreti” del “Gutai” – e oggi si divide fra l’isola di Honshu e la nostra (ma anche sua) Torino, dove ha modo di studiare “Scenografia” all’“Accademia Albertina”, portando avanti la sua ricerca nell’ambito di un’“astrazione”, in cui s’intrecciano, con suggestive citazioni stilistiche, oriente e occidente, tradizione e contemporaneità.

Nell’attuale mostra alla “metroquadro”(che segna fra l’altro il ventennale del suo arrivo sotto la Mole), il racconto pittorico di Sakurai si fa più cupo, denso di ombre e toni grigiastri o dai blu intensi, ben lontani dalle “colorate ed iridescenti geometrie” “neo-pop” o post-moderne proprie degli anni passati. La narrazione si fa più pacata e riflessiva. Inutile tentare gli agganci, già un tempo ipotizzati, con le opere di Schifano o con i “planisferi colorati” e ai “Tutto” di Boetti. Inutile. Perché ancora sono convinto e sto con Francesco Polinel ritenere che “Shinya Sakurai assomiglia soprattutto a sé stesso”. Anni fa, esattamente come oggi. In tempi umanamente non facili e ad alto potenziale di rischio sociale e politico che “lasciano nelle sue tele – si è scritto – tracce e segni inequivocabilmente e indelebilmente densi e carichi, simboli rivelatori della complessità del presente”. Una complessità espressa, nelle più recenti opere, attraverso il supporto (con risultati di maggior eleganza e raffinatezza, fra sfumature di blu e oro nero) del “velluto”, superfici monocrome su cui scorrono pennellate fluide, realizzate con colori a olio, resine e colle traslucide “a formare squarci di luce e stelle abbaglianti, che illuminano ed evocano armoniose simmetrie, simboli di fiducia e speranza per il futuro”. Stelle abbaglianti, reiterate in un gioco di “arte seriale”, in cui l’oggetto perde il proprio originale significato per diventare “immagine pura”. Simbolo. Forma fine a sé stessa. E in Sakurai, ancora oggi, voce di transizione, sempre “à la recherce” di strade in discesa, verso tempi più facili e più benevoli verso la specie umana.
Gianni Milani
“Shinya Sakurai. Marks and Traces”
Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/F, Torino; www.metroquadroarte.com
Fino al 22 giugno
Orari: giov. – sab. 16/19
Nelle foto: Shinya Sakurai “Marks & Traces”, tecniche miste, 2023
Un concerto gratuito di “Musette di Corte” e “Corni da Caccia” con l’“Orchestra Barocca” dell’“Accademia di Sant’Uberto”
Domenica 14 aprile, ore 16,30
Siamo ancora a Torino. Strada Santa Margherita 79, Borgo Po. Prima collina torinese. Eppure già si può immaginare di sentire i piacevoli suoni “della campagna e della foresta”. Basta chiudere gli occhi o anche tenerli aperti (fate come più v’aggrada!), immergendoci nei robusti, ma al tempo stesso lievi e piacevolissimi, suoni di “Musette di Corte” e “Corni da Caccia”. Sì, è possibile. Quando? Domenica 14 aprile, alle 16,30. Dove? Niente meno che nel Salone della seicentesca “Villa della Regina” (fra le “Residenze Reali Sabaude” e dunque “Patrimonio UNESCO dell’Umanità” dal 1997), dove l’“Orchestra Barocca”dell’“Accademia di Sant’Uberto”, diretta da Alberto Conrado, si esibirà gratuitamente nel Concerto dal titolo, per l’appunto, “I piaceri della campagna e della foresta”. L’appuntamento nasce dalla collaborazione fra “Residenze Reali Sabaude” e “Ministero della Cultura” per promuovere l’arte musicale dei suonatori di “Corno da Caccia”, riconosciuta “Patrimonio Immateriale UNESCO” nel 2020, grazie a un dossierinternazionale a cui, per l’Italia, ha lavorato, da Torino, proprio l’“Accademia di Sant’Uberto”.

“Musette barocca” o “di corte” e “Corno da Caccia” sono i due “strumenti solisti” principali del programma. Strumenti che, nella musica francese fra XVII e XVIII secolo, evocavano la natura, la tranquillità pastorale e la caccia a cavallo con i cani da seguita, la “vènerie”.
La “Musette” è una cornamusa da concerto, frutto di complessi e raffinati miglioramenti apportati da grandi maestri in Italia e in Francia, dal Rinascimento in avanti. Persino Leonardo da Vinci consigliò d’adattare, pare, alla sacca d’aria dello strumento un “mantice”, da tenere “sotto il braccio”, anziché fornirlo di una presa dalla bocca. Nel simbolismo dell’epoca, sul palcoscenico dell’Opera, “personificava- si dice – l’amore, la tenerezza, l’innocenza e la pace.
Il “Corno da Caccia”, invece, nato per trasmettere segnali nella foresta, passò rapidamente alla musica d’arte, dove avrebbe comunque conservato, fino a oggi, “il valore evocativo di spazi naturali e anche pastorali”.

Il programma, che comprende partiture dove gli strumenti s’incontrano per duettare insieme, prevede musiche di Dampierre, Michel Corette (“la Choisy”), Esprit-Phlippe e Nicolas Chédeville, quest’ultimo con la sua reinterpretazione per “Musette” dell’Estate delle “Stagioni” di Vivaldi, e la Sonata da caccia con un cornu”, prima partitura al mondo per “Corno da Caccia” e prima esecuzione assoluta dell’ “Accademia”.
Tra gli esecutori: Jean-Pierre van Hees, il celebre musicista belga (“Musette Baroque”) che già aveva suonato a “Musica a corte” alla Venaria nel 2008, Giorgio Pinai (Traversiere), agli Archi Alessandro Conrado, Paola Nervi, Clara Ruberti e Francesca Zerbo e Matteo Cotti (Virginale).
La parte del “Corno da Caccia”, d’Orléans e Barocco, è affidata al giovane Umberto Jiron, dell’“Equipaggio della Regia Venaria dell’Accademia”.
Nel gruppo anche quattro violini, allievi in “PCTO” (“Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”) del “Liceo Classico Musicale Cavour” di Torino, Liceo partner della candidatura “UNESCO” del “Corno da Caccia” seguita dall’“Accademia di Sant’Uberto”, che mira infatti a promuovere tra le nuove generazioni il “Corno da Caccia”, mettendo a disposizione dei giovani talenti strumenti originali e tutor esperti per eseguire i concerti nelle “Residenze Reali Sabaude”.
Per info: “Villa della Regina”, Strada Santa Margherita 79, Torino; tel. 011/8195035 o www.residenzerealisabaude.com
g. m.
Nelle foto:
– Villa della Regina – Esedra
– Umberto Jiron, “Corno da Caccia”, Equipaggio della Regia Venaria
– Jean – Pierre van Hesse, “Musette Baroque”
È molto fitto il mese di aprile nell’hub culturale di via Pallavicino 35, fra concerti in cortile, libri, aperitalk, teatro e stand up comedy in vista della bella stagione. A OFF TOPIC è arrivata la primavera con un fitto palinsesto di appuntamenti nel cortile dell’hub culturale, e non solo, per vivere al meglio la città di Torino dal tramonto alla sera. Tra i tanti appuntamenti ricordiamo musica, teatro, presentazioni di libri e rassegne, senza dimenticare gli aperitivi del bistrò, pronto ad accogliere il pubblico tra golose proposte gastronomiche.
Giovedì 18 aprile, alle ore 21, torna The Nerve, che porta a Torino l’intrattenimento queer e crea uno spazio sicuro per esprimere la propria arte in ogni forma, dal drug al queen o King, alla danza, al circo, al canto e al burlesque. The Nerve dà spazio a ogni forma d’espressione che senta l’esigenza di raccontare qualcosa, ed è il primo cabaret queer di Torino.
Venerdì 19 aprile torna l’appuntamento con “Senti chi parla”, il formato dedicato ai libri e ai podcast insieme all’autore Matteo Saudino e gli esperti di filosofia Lucilla Moliterno e Stefano Tancredi, che presenteranno “Star Wars e la filosofia”. In una galassia lontana, ma forse più vicina di quanto immaginiamo, può accadere che l’universo di Star Wars, costellato di innumerevoli mondi e abitato da personaggi indimenticabili, incontri l’altrettanto vasto terreno della filosofia, un firmamento popolato da pensatori e visionari in grado di rivelare mondi ignoti all’umanità. In 9 capitoli ispirati alla saga di George Lucas, l’autore Matteo Saudino e gli esperti Lucilla Moliterno e Stefano Tancredi, esplorano I più affascinati sistemi e concetti di pensiero. In questo formidabile itinerario galattico, scopriremo che la filosofia può essere una meravigliosa compagna di viaggio e una bussola infallibile per orientarci nelle piccole e grandi questioni della vita. In Star Wars e la filosofia, i personaggi si confrontano con i filosofi e le più importanti tematiche del pensiero. Prenotazione consigliata su whatsapp al numero 388 4463855.
Sempre venerdì 19, alle 21.30, si prosegue con il live degli Atlante, un trio di stampo alternativo rock, nato a Torino nel 2016. Dopo sei anni di carriera, costellati anche dalla produzione a distanza di Crociate, pubblicate il 29 maggio 2020 durante il periodo di quarantena, il gruppo torna in studio per comporre il terzo disco, la cui uscita sarà prevista per l’autunno 2024.
Imperdibili gli appuntamenti del Torino Jazz Festival, che fa tappa a OFF TOPIC giovedì 25 aprile alle ore 19, con Gian Marco Syncotribe Quintet. In questo quintetto emerge il lato più eclettico del lavoro compositivo del sassofonista e leader Maurizio Giammarco, autore di brani in cui la scrittura va a integrarsi in una narrazione musicale multidirezionale.
Gli appuntamenti del Torino Jazz Festival terminano martedì 30 aprile alle 23 con TUN (Torino Unlimited Noise), trio formato da Gianni Denitto, Fabio Giachino e Mattia Barbieri, che supera i confini del genere, fondendo i ritmi techno con il Jazz. Nel 2022 hanno suonato per Eurovision Stage.
Mara Martellotta
Sino a domenica all’Alfieri “Il Calamaro gigante”
Capita a volte che, in una sera a teatro, il (nuovo) testo con cui ti dovrai confrontare non funzioni. O funzioni ansimando, incespicando, mostrando qua e là delle falle che ne oscurano lo svolgimento e ne frenano il ritmo.
Capita che si abbia la tentazione di abbandonarlo per trovare rifugio in quanto da esso nasce e gli sta intorno, ben più solido, per trovare un divertimento e il culto del fantastico nella cornice, nella bravura degli interpreti e in quella assai maggiore di quanti li affiancano, nella bellezza delle scenografie montate a vista, in tutto un mondo d’immaginazione che merita l’applauso incondizionato e viaggia a piacere per conto proprio. Capita questo nel “Calamaro gigante” visto in un teatro Alfieri stracolmo la sera della prima (tre soltanto le repliche torinesi), tratto dal romanzo omonimo di Fabio Genovesi che con gli interpreti Angela Finocchiaro e Bruno Stori ha curato la stesura teatrale, per la regia eclettica e da fuochi d’artificio di Carlo Sciaccaluga.

Siccome siamo a metà strada tra l’autobiografia impregnata di sorrisi e tanti dubbi e quel versante di immaginazione che s’è detto e che più non potremmo pretendere, ecco che l’Angela – l’Angelina per tutti – si ritrova un bel giorno in una coda di macchine, intrappolata senza pietà sulla A1, mentre se ne dovrebbe correre ad una doverosa cena d’ufficio – è una vita che vive tra i moduli assicurativi e le clausole e le postille -, circondata da quegli sfaccendati e goduriosi che se ne vanno giù al mare, imprecando contro loro e pure contro il mare: fino a che un’onda anomala capitata da chissà dove la investe e la catapulta, stravolgendole l’esistenza parecchio piatta, in un mondo sconosciuto e azzurro, fatto di acqua e di onde grame, di vortici che ti tirano giù, di sapientoni in giro per il mondo come questo tal Monfort che arriva da un’altra nazione e da un altro secolo, sperduto lui pure, di un tal don Francesco Negri, parroco ravennate e seicentesco partitosene per il Polo Nord come il piccolo Tommy Piccot bullizzato dai colleghi più vecchi che sarà l’unico ad affrontare un nuovo mostro per offrirlo in pasto ai grandi studiosi, di tentacoli lunghissimi mai visti che sono gli abbracci funesti del Calamaro gigante, di tempeste e di isole riparatrici, di monasteri di frati che religiosamente accolgono ma fino ad un certo punto, di un continuo lavorìo di sartìe e di vele che giocano con la narrazione delle vicende. Acqua, mare, onde, avventura, orribili creature, in un panorama che è pronto a farci venire alla mente i capolavori di Melville e di Hemingway: ma siccome siamo anche nella pianura lombarda, nell’infanzia poco felice dell’Angelina, nei sogni e nelle paure, magari a ridosso di qualche incubo, nel ritrattino di una nonna che comunica a cena con il consorte ormai scomparso o nelle visite strambe di un circo che un genitore fa fare alla ragazzina che quel circo non lo ha mai visto, ecco che tutto si sovraccarica, si confonde, facendo spazio a dei grumi narrativi che a fatica s’amalgamano con il racconto fantasioso che sta sempre più prendendo corpo. E allora “Il Calamaro gigante” a tratti gira a vuoto, si fa lento, s’appiattisce, annoia anche, non focalizza, mentre al contrario dovrebbe ancor più – in quella spinta verso il coraggio e la realizzazione dei propri sogni – dare libero sfogo a quanto di fantasioso già mette in campo.

Angela Finocchiaro, con quella sua recitazione stralunata che le conosciamo, attraversa lo spettacolo con sicurezza, bel motivo di risate in un pubblico quantomai divertito (ma quanto non mi è arrivato delle battute sarà a causa del mio udito ormai bisognoso delle cure di un otorino o di certi sussurri esagerati di cui nello spazio ampio dell’Alfieri bisognerebbe tenere conto?) e Bruno Stori la segue a ruota nel divertimento. Ma – dicevamo – sono le scene di Anna Varaldo e l’uso che la scenografa fa del materiale che ha a disposizione a stupire, quei velari che salgono e s’abbassano facendosi oceani e ambienti chiusi, a stupire ad ogni istante; come la ricchezza del fondale dove si disegnano umani e mostri (a Robin Studio si devono i video). Eccezionali senza se e senza ma gli otto ragazze/ragazzi che di volta in volta si fanno operatori di scena, mimi, cantori e acrobati, artefici di ombre cinesi con i loro corpi che diventano barche con le persone a bordo. L’occhio si posa su di loro: manca purtroppo troppo spesso quel cardine che è la parola scritta.
Elio Rabbione
Nelle immagini, alcuni momenti dello spettacolo.
È nato come fortezza per difendere il territorio circostante nel XIV secolo su antichi accampamenti di origine romana e longobarda e sui resti di un convento forse templare. E qui inizia la sua lunga storia, una storia piena di fascino e bellezza. É un complesso fortilizio a ferro di cavallo, con torri ovali e due massicce torri quadrangolari, difeso da un fossato, un tempo pieno d’acqua, e da una cinta muraria. Diventò una fortezza poderosa per mano dei Visconti di Milano e sotto i Balbi, potente famiglia genovese che lo acquistò nel Seicento, l’edificio fu trasformato in una residenza nobiliare alla fine del 1800. Oggi è proprietà del conte Niccolò Calvi di Bergolo che con la moglie Annamaria e il figlio Alessandro lo ha acquistato dai cugini Doria-Odescalchi, ultimi eredi dei Balbi. Il maniero è passato indenne sotto diverse dominazioni.
I Dialoghi tra Prosa e Poesia nel mese di aprile presso Diagon Hall vertevano sul “Safari con il Signor K”
Si è svolto mercoledì 10 aprile scorso, presso gli spazi di DiagonHall in via San Domenico 47, a Torino, il quinto incontro di “Dialoghi tra Prosa e Poesia – Safari con il Signor K.”, format letterario ideato dal poeta e editore Gian Giacomo Della Porta e dall’autore Jacopo Marenghi, e dedicato allo scrittore Franz Kafka nel centenario della sua scomparsa.
È stato un viaggio tra gli animali protagonisti dei suoi racconti più significativi, ognuno dei quali simbolo di precise condizioni umane e culturali legate anche al mondo ebraico. Durante l’incontro si sono alternati la scimmia di “Una relazione accademica”, simbolo della difficoltà del popolo ebraico di potersi esprimere, dovendo spesso introiettare le differenti culture dei popoli che lo hanno ospitato; gli sciacalli protagonisti di “Sciacalli e arabi”, esseri spettrali che si muovono nel deserto e che rappresentano a loro volta le ombre dell’intimità umana, oltre alla condizione del vissuto ebraico; l’essere ibrido tra uomo e animale, protagonista del racconto “La tana”, in cui la costruzione di quest’ultima è rappresentazione della paura di un nemico, la cui presenza viene soltanto percepita, e della solitudine di ogni profeta.
Gli animali di Kafka riflettono le nostre ombre più istintive e feroci e, contemporaneamente, la nostra quotidiana tensione verso la razionalità e poesia. Nelle opere kafkiane, gli animali esplorano i territori reconditi dell’animo umano e parlano chiaramente di un Nemico da cui si sentono minacciati.
L’incontro ha fatto luce su un Kafka intimistico, simbolistico e visionario, tra i pochissimi a presagire la tragedia della seconda guerra mondiale, e a un secolo dalla sua morte ancora profondamente attuale.
La partecipazione del pubblico è stata numerosa e i Dialoghi tra Prosa e Poesia si sono confermati come un format vincente dal punto di vista divulgativo e letterario.
Lo spazio Diagon Hall ospita un mercoledì al mese i Dialoghi tra Prosa e Poesia, incontri letterari ogni volta basati su temi differenti. Da dicembre 2023, fino a oggi, i temi trattati sono stati quella della Ferrovia, degli Spiriti del Mare, delle Isole e degli animali di Kafka.
Mara Martellotta
Sabato 13 aprile alle 21
LA STORIA D’ITALIA DAL DOPOGUERRA A OGGI SUL PALCO DELLO SPAZIO KAIROS
La storia d’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri vista attraverso gli occhi di due fratelli che hanno misteriosamente incrociato gli eventi più sanguinosi della storia italiana: le stragi, i golpe, il terrorismo, le lobbY, le mafie, i servizi segreti. E’ uno spettacolo particolarissimo quello proposto sabato 13 aprile alle 21 sul palco dello Spazio Kairos, via Mottalciata 7, per la stagione “Riflessi” organizzata da Onda Larsen: si tratta di “Patria. Il paese di Caino e Abele”, di e con Fabio Banfo, coproduzione Centro teatrale MaMiMò (RE) e Eco di Fondo (MI) per la regia di Giacomo Ferraù.
Il pubblico in sala potrà fare un viaggio in quelle verità sulle stragi che sono state dimenticate, occultate, cancellate nella storia recente del nostro paese e che hanno ancora un profondo seppur spesso invisibile riflesso sul tempo in cui viviamo. Il testo intreccia tutte quelle vicende che hanno contribuito a fare dell’Italia dei nostri nonni, il paese che lasceremo ai nostri figli. E’ un racconto, quello dell’Italia, inevitabilmente tragicomico, dove le memorie degli eroi e quelle dei malvagi, si mescolano indissolubilmente come le storie dei nostri due fratelli. Una biografia famigliare che finisce per diventare la biografia di una nazione.
La storia
I fatti vengono rivisti attraverso gli occhi di un personaggio bianco, un idiota Dostoevskiano che tutti considerano lo scemo del villaggio. Lui, da quando ha battuto la testa da piccolo forse per colpa del fratello, viene chiamato Abele; cerca spasmodicamente tracce del fratello Caino scomparso in un attentato ferroviario (la strage dell’Italicus). La vita di questo microcosmo, di questo piccolo paese che si chiama Patria e che rappresenta nelle sue dinamiche l’intera Italia, scorre inesorabilmente verso una fine lenta e pietosa, indifferente ai suoi figli che vanno e vengono, nascono sempre meno e muoiono sempre di più.
Fabio Banfo, nello spettacolo, interpreta 15 personaggidifferenti, dando voce agli abitanti del Paese che diventano metafora dei costumi e delle ideologie dell’Italia degli anni ’70 e ’80 che hanno segnato il nostro presente.
NOTE DI REGIA
BUM.
ABELE: Ci sono esplosioni che durano poco. Altre che durano una vita intera. Dicono che L’intero Universo è nato da un’esplosione. Ma era sicuramente più forte della mia. La mia era un’esplosione da niente. È durata il tempo di ricordarmi tutto. Di ricordarmi com’era non essere scemo. E della vita che è passata tra l’esplosione dell’inizio e quella della fine. E tutte le esplosioni che ci sono state in mezzo come i tuoni, gli aerei che superavano la barriera del suono, e le bombe che sventravano cose e le persone creando vuoti immensi come le galassie e i buchi neri che vi stanno al centro. Dalla goccia di seme che ha acceso la mia luce, alla scintilla che la spegnerà. La storia della mia vita. La storia del mio paese. Stanno tutte dentro un bum, come chiuse in una bolla di sapone. Non era una gran vita, non era un gran paese. Ma era la mia, la nostra Patria. E adesso non c’è più. Adesso non ci siamo proprio più…
PATRIA è la storia italiana degli anni di piombo anni vista attraverso gli occhi di un personaggio bianco, un idiota Dostoevskiano che tutti considerano lo scemo del villaggio. Lui, da quando ha battuto la testa da piccolo forse per colpa del fratello, viene chiamato Abele; cerca spasmodicamente tracce del fratello Caino scomparso in un attentato ferroviario (la strage dell’Italicus). Forse il fratello però non è morto, sopravvissuto e misteriosamente non dà notizie di sé. Forse è addirittura un terrorista. Forse un mafioso. Forse è implicato talmente a fondo nelle efferate vicende raccontate da dover scomparire per forza. O forse è semplicemente morto come tanti in una dei mille misteri rimasti senza risposta di quegli anni incredibili. La vita di questo piccolo microcosmo, di questo piccolo paese che si chiama Patria e che rappresenta nelle sue dinamiche l’intera Italia, scorre inesorabilmente verso una fine lenta e pietosa, indifferente ad i suoi figli che vanno vengono, nascono sempre meno e muoiono sempre di più. Come dice il testo, una vita che può essere contenuta all’interno di una sola esplosione, di una bolla. Così lavora la scenografia nella realizzazione di un unico spazio stretto a un gusto come un paese che vuole assolvere sé stesso la funzione di un’intera Nazione.
Spazio Kairos è via Mottalciata 7.
Intero 13 euro. Ridotto (ex allievi Scuderia Onda Larsen, Over 65, studenti universitari) 10 euro.
Ridotto speciale (allievi Scuderia Onda Larsen 23/24, under 18 e disabili) 6 euro.
Biglietti online su: www.ticket.it. Necessaria la tessera Arci. Info: biglietteria@ondalarsen.org
Fu un bel momento di cinema, godibilissimo, quel “Ballando ballando” che nel 1983 Ettore Scola diresse sotto i triplici colori dell’Italia, della Francia e dell’Algeria e che andò a rappresentare quest’ultima agli Oscar. Quattro David di Donatello nell’anno successivo (tra cui spiccano le musiche di Vladimir Cosma e Armando Trovajoli, chiaramente miglior film e Scola miglior regista), tre César oltralpe e ancora Cosma e Scola e miglior film, per concludere certo non in ultima posizione la prestigiosa miglior regia a Scola al Festival di Berlino di quello stesso anno. Tutto derivato da quel “Le Bal” inventato da Jean-Claude Penchenat con il Théatre du Campagnol, oggi con un sottotitolo che suona “L’Italia balla dal 1940 al 2001”, dallo scoppio del secondo conflitto mondiale all’annus horribilis delle Torri Gemelle, ripreso da Giancarlo Fares, tra gli interpreti oltre a curarne la regia. Con lui sul palcoscenico del Gioiello (repliche sabato 13 alle ore 21 e domenica 14 alle ore 16) Sara Valerio e dieci compagni di viaggio attori/ballerini pronti a dare il via alle danze.

Tutto si svolge in una balera, uomini e donne a incontrarsi per incollarsi in una danza dopo l’altra, per uno spettacolo dove la musica si fa drammaturgia per attraversare un lungo periodo di Storia e accompagnare il pubblico in un susseguirsi di vitalità e di emozioni, dall’alba al tramonto, dalla guerra alla pace, dal pianto al riso, dal dolore all’amore. Una musica che attraversa le giornate e le notti, le anime e i cuori, che arriva in discoteca, che si perde per le strade, che coinvolge nella diversità degli abiti, delle mode, delle note tutti quanti, un interminabile viaggio che attraversa gli anni bui della guerra e la felicità e la spensieratezza della liberazione, la ricostruzione e il boom economico, le lotte di classe, le tragedie della divisione, le droghe e il degrado, la paura dell’undici settembre, la riconquista dei valori, i tanti cambiamenti della vita quotidiana, le migrazioni verso il nord, il cibo e l’allegria, i cambiamenti e le nuove affermazioni di idee e di esseri umani, il modo di esprimere le proprie emozioni.

Uno spettacolo tutto speciale, assolutamente da vedere. È un’esplosione d’allegria questa colonna sonora che unicamente fuoriesce dal palcoscenico per spandersi in sala, per coinvolgere e appassionare, essa, unicamente, bandito ogni dialogo tra i vari protagonisti. Un fiume di note, con smagliante originalità, un filo rosso di musica magnificamente distribuita nei vari decenni a unire tutto quanto lo stivale, un susseguirsi di atmosfere sulle note che appartengono alla nostra memoria. Sono le canzoni di Claudio Villa e Domenico Modugno, di Celentano e Gino Paoli e Morandi, di Mina insuperata e insuperabile, della Pavone e della Carrà, le musiche dei Pink Floyd e dei Rolling Stone, i ritmi di Gloria Gaynor e la disco music, le nuove forme d’intrattenimento all’orizzonte. Sono le musiche che ti hanno conquistato e continuano a conquistarti, che ricreano ricordi ed empatie e unioni che raccolgono attorno a sé, ancora una volta, le tante anime di un popolo. Un consiglio che ripetiamo: assolutamente da non perdere.
e. rb.
Nelle immagini di Giulia Baresi e Damiano Sordi, alcuni momenti dello spettacolo.