È stata inaugurata domenica 23 giugno alle 18 la stagione estiva dello spazio in montagna della galleria Umberto Benappi, nella celebre località di Sansicario, con la mostra “Tano Festa-Mario Schifano”, in collaborazione con la galleria Il Ponte di Firenze.
Con il supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, la “galleria di montagna”, che nasce per ospitare progetti realizzati in collaborazione con gallerie italiane e internazionali e per proporre cultura in territori dislocati, vede come primo ospite della rassegna estiva la galleria Il Ponte, fondata nel 1965 a San Giovanni Valdarno da Vincenzo Alibrandi, che nel corso della sua attività ha lavorato con artisti selezionati che abbracciano tutto il secolo XX, mantenendo sempre uno sguardo sulla contemporaneità.
La mostra è dedicata a due maestri della pop art italiana, Tano Festa e Mario Schifano, tra gli esponenti di spicco della Scuola di piazza del Popolo a Roma, insieme a Franco Angeli, Mimmo Rotella, Cesare Tacchi e Giosetta Fioroni. A partire dai primi anni Sessanta, questo gruppo di artisti accoglie con entusiasmo le istanze della pop art americana, declinandole in termini più colti e concettuali e servendosi di immagini quotidiane estrapolate dal contesto urbano, dal patrimonio storico-artistico italiano, ma anche dal cinema e dalle pubblicità.
Tano Festa è considerato l’artista italiano più vicino alla pop art. Divenuto amico di una serie di artisti romani riunitisi nel gruppo della scuola di Piazza del Popolo, tra cui Mario Schifano e Jannis Kounellis, raggiunse una fama che lo portò a partecipare a importanti mostre e a collaborare con importanti gallerie romane.
La produzione di Festa appare piuttosto variegata, anche se compare una tendenza a produrre una serie di opere sullo stesso tema, tra cui le più note sono le serie dedicate all’Adamo della michelangiolesca Cappella Sistina, i ritratti di amici e familiari e i Coriandoli, su sfondi colorati e vivaci. Grande ammiratore della pop art, è stato definito esponente della cosiddetta “pop art italiana”; egli era ben consapevole della differenza di contesto tra gli Stati Uniti e l’Italia, il cui esito poteva essere, piuttosto, un’arte italiana “popolare”, capace di prendere spunto dai grandi capolavori del passato per renderli attuali.
Mario Schifano, originario della Libia nel 1934, nei primi anni Quaranta si trasferì a Roma e prima di essere assunto come assistente restauratore al Museo Etrusco di Villa Giulia, frequentòun corso di pittura insieme al padre e nel 1958 inaugurò la sua prima personale alla Galleria Appa Antica, per poi prendere parte alla Scuola di Piazza del Popolo. Per l’occasione, in una collettiva romana degli anni Sessanta, propose dei monocromatici su carta da imballaggio incollata su tela, con cui dà prova di una pennellata eccezionale inserita in uno o due campi cromatici, alternatidall’inserimento di sgocciolature e parole non particolarmente definite. È evidente l’influenza della pop art americana e delle coeve esperienze di Jasper Jones. I colori sono di derivazione industriale e questo rende la sua pittura più vicina alle insegne stradali.
La prossima mostra, a luglio, sarà dedicata al collezionista Gian Enzo Sperone.
Mara Martellotta



Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Protagonista è il Virgil del titolo, orfano di entrambi i genitori, impiegato nell’amministrazione comunale di Greenstone, dimessa cittadina sotto tono e accusata di seguire ottusamente Trump. Un giorno d’inverno Virgil perde improvvisamente il controllo della sua scassata Pontiac e finisce dritto nelle acque del Lago Superiore.
L’autrice è la figlia del grande Dominique Lapierre e una raffinata, meticolosa e appassionata biografa con una particolare predilezione per donne eccezionali, alle quali la Storia non ha mai dato il giusto risalto. Dietro a ogni libro di Alexandra Lapierre ci sono anni di studio, approfondimento, un’enorme mole di lavoro e ricerca per restituire ritratti a tutto tondo.
Deborah Levy, nata in Sudafrica nel 1959, è una delle più importanti scrittrici inglesi. In un momento complicato della sua vita lascia la terra dell’apartheid per ragioni politiche, si mette in viaggio seguendo rotte a caso verso destinazioni non programmate. Dapprima approda in Inghilterra dove diventa scrittrice, moglie e madre.
E’ il secondo volume dell’”Autobiografia in movimento” dove prosegue le sue riflessioni sul ruolo femminile nel Ventunesimo secolo. Le difficoltà nel tentativo di riuscire a conciliare più mansioni tra lavoro e famiglia; ma analizza anche momenti topici come la fatica di un trasloco, il dolore di un divorzio e lo strazio di un grave lutto.
Da allora riposano in una cappella del famoso santuario di Vicoforte Mondovì, sulle colline del monregalese. Accanto a loro, nel santuario della Madonna, come viene anche chiamato l’edificio religioso, si trova la tomba del duca di Savoia Carlo Emanuele I a cui si deve la costruzione del tempio. Fu proprio la cerimonia della traslazione delle due salme a riaccendere le luci sulla grandiosità del santuario, costruito tra la fine del Cinquecento e i secoli successivi, che nelle intenzioni di Carlo Emanuele I avrebbe dovuto diventare il mausoleo di Casa Savoia, poi superato dalla basilica di Superga. In quei giorni i piemontesi riscoprirono la fama e la bellezza della grande chiesa di cui in genere si parla poco, si vede poco e che invece meriterebbe più attenzione. Il pilone votivo di cinque secoli fa è diventato un monumentale santuario, un capolavoro del barocco piemontese, con una straordinaria cupola ellittica, la più grande al mondo con questa particolare forma. Certamente non una “piccola chiesetta di campagna” come l’ha definita il giovane Emanuele Filiberto, per polemiche tutte interne alla famiglia. Al di là delle tombe di illustri personaggi è la storia stessa del santuario di Vicoforte, intrisa di leggenda, che affascina i visitatori che ancora oggi si recano da queste parti in pellegrinaggio. Tutto cominciò alla fine del Quattrocento attorno a un pilone con il ritratto della Madonna con il bambino: la presenza di un cacciatore, folle di pellegrini e tanta fede fanno da contorno alla vicenda. Si racconta che il titolare di una fornace costruì un pilone campestre con un affresco, opera di un pittore locale, che raffigurava la Madonna per avere il suo aiuto nella produzione di mattoni. Passarono molti decenni finché un giorno un cacciatore colpì per errore la sacra immagine nascosta dai rovi e dalla boscaglia, il cui corpo, secondo le voci popolari, cominciò a sanguinare. L’episodio miracoloso creò nella popolazione una devozione eccezionale. A quel tempo c’era molta povertà, si moriva facilmente di peste e di altre malattie e la gente dei paesi circostanti, venuta a conoscenza di quanto era accaduto, accorreva nei pressi del pilone per chiedere la protezione dal cielo. Da quel momento eventi insperati e prodigiosi cominciarono a moltiplicarsi. La peste risparmiò da un giorno all’altro la maggior parte dei cittadini della zona, meno persone si ammalarono e i decessi diminuirono. Un sacerdote di Vicoforte si interessò subito al caso e, per ringraziare la Madonna, fece costruire una cappella attorno al pilone che era stato abbandonato in un bosco.

Il ministro Sangiuliano alla scadenza di un mandato di nove anni, per cui cambiarono anche lo statuto intendeva, non potendoci più essere conferme, sostituire alla presidenza del Museo egizio la madamina amata dall’Avvocato sulla ribalta dalle Olimpiadi invernali 2006. Con più articoli e un appello si è formata una falange macedone dei conformisti a sostegno della signora per una proroga. In effetti si potrebbe pensare ad una conferma a vita della “signora delle mummie”. Forse prevedendo tra cent’anni di accogliere lei stessa in qualche sala del museo come attrazione museale?
un libro non meramente celebrativo, ma capace di ricostruire la vita e l’opera di un personaggio inquieto del primo Novecento. Si parte dalla nascita e dalla formazione in Sicilia a cui resterà sempre legato, per poi analizzare la sua passione fascista come accadde a tanti Italiani che confusero il patriottismo con il nazionalismo. Molti vissero quell’esperienza quasi senza accorgersene, mentre Brancati ne uscì a testa alta. Poi il libro pone l’accento sulla collaborazione all’ “Omnibus” di Longanesi dove Brancati conobbe Pannunzio di cui divenne collaboratore nel dopoguerra al “Mondo”. Viene ricordato il tenero e pur effimero amore che lo legò ad Anna Proclemer, il ritorno ad insegnare in Sicilia e, fatto molto importante, il rapporto ideale tra Brancati e il giovane Sciascia. Il siciliano Vullo così legato alla sua terra, ma così cosmopolita nei gusti e nelle idee, ci offre un profilo assai sottile e profondo di Brancati, ma anche della letteratura e del mondo siciliano. A me piace sottolineare come Brancati, che rimase un liberale dopo le frequentazioni romane, tornò a fare il professore a Caltanissetta senza tentare di diventare un intellettuale engagé come tanti. Soldati mi sottolineava il suo spirito libero nel contesto di una cultura che stava per essere egemonizzata manu militari dal pci di Alicata e Ingrao.
cancellato il post. Oggi è fatto oggetto di un linciaggio violentissimo inaccettabile. C’è chi ne richiede anche la rimozione da professore ordinario, una richiesta assurda perché dalla cattedra vinta si può essere solo rimossi in casi gravissimi e comprovati e con procedure chiare a tutela dell’ imputato. La inamovibilità dei professori non è un arcaico privilegio, ma è a tutela della libertà di insegnamento contro cui il potere e i faziosi possono avventarsi, inventandosi pretesti. La scienza va tutelata sempre. Questo in Occidente lasciando ai russi l’onta di aver rinchiuso nel ghetto Sacharov.
LETTERE
Ho letto anch’io sui giornali. Una prassi davvero mai sperimentata prima. Presidenti come Ghigo, Bresso, Viglione, Calleri mai avrebbero accettato interventi così pesanti. Questa è molto più che partitocrazia e va oltre anche al famoso manuale Cencelli.
Cavallo, Pelizzetti, Bertolino mai avrebbero ceduto così.
Dove un tempo c’erano i cortili degli artigiani, attorniati dalla case di ringhiera, oggi s’incontrano gli ateliers di grandi artisti e le gallerie d’arte. L’Antica Trattoria della Pesa offre un atmosfera del tutto particolare, dagli arredi al pavimento in granigliato rosso e grigio, comune a quello di molte case milanesi di inizio secolo, per non parlare delle splendide stufe in maiolica che rimandano ai tempi in cui i locali venivano riscaldati a legna. Insomma, basta uno sguardo per cogliere quel calore che apparteneva esclusivamente ai ristoranti di un tempo, in cui spesso ci si ritrovava seduti ai lunghi tavoli del secolo della borghesia e dei cambiamenti con persone mai viste prima. All’esterno della trattoria si trova la vecchia pesa rettangolare in ferro che diede il nome al locale che all’epoca si trovava sulla linea di confine tra la città e le campagne circostanti. Ma c’è anche una curiosità, testimoniata da una lapide posta sulla facciata dell’ingresso. L’epigrafe ricorda che quella stessa casa fu frequentata da Ho Chi Minh negli anni ’30, durante le sue missioni internazionali “