CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 27

Roccolo e Verzuolo, due castelli da visitare in un Piemonte sempre meraviglioso da scoprire

Gite settembrine nel cuneese

Siamo tornati tutti (o quasi) “alla base’, le vacanze estive si concludono, i colori della natura circostante cominciano a virare sul giallo, marrone e oro. Le giornate si accorciano e le onde del mare sono sempre più lontane e increspate. Le gite giornaliere e i fine settimana prendono il posto della villeggiatura e costituiscono una misura morbida e graduale per rientrare nel ritmo della quotidianità traghettandoci, così, fino all’autunno (la mia stagione preferita).

Questo momento di interregno che ci spinge definitivamente fuori dalle ferie è caratterizzato da un clima più mite che consente di stare all’esterno senza patire caldo e afa, perfetto, dunque, per visitare due gioielli piemontesi siti in provincia di Cuneo: il Castello del Roccolo a Busca, sofisticato esempio di architettura neogotica ottocentesca, e il Castello di Verzuolo, sito nell’omonimo paese, con la sua memoria medievale.

Il Castello di Roccolo, edificato nel 1831 per volontà del marchese Roberto Tapparelli d’Azeglio, è un luogo da fiaba grazie alle sue suggestioni romantiche: merli ghibellini, archi moreschi, bifore slanciate, trompe-l’œil e vetrate colorate ne fanno, infatti, un luogo incantato che conduce in una dimensione spazio temporale magica e antica. L’arredo è curato e raffinato ed è visibile l’imponente intervento di restauro che ha reso questo maniero un borgo di grande pregio.

Il grande parco ottocentesco, tra serre, laghetti e terrazze panoramiche, completa la visita come un’esperienza a contatto con la natura e le sue meraviglie. Ben conservato e accessibile, è aperto al pubblico con visite guidate che ne svelano la storia e gli ospiti illustri avuti nel corso della storia, da Cavour a Silvio Pellico.

Il Castello di Verzuolo nasce, invece, con una diversa vocazione, era nato infatti nel Trecento come una fortezza costruita per il volere di Federico II del Marchesato di Saluzzo e, ancora oggi, conserva il fascino del suo passato eroico e difensivo. Qui si sono intrecciate vicende militari e momenti di fasto signorile, fino alla trasformazione in residenza elegante con giardini e torri panoramiche.
La configurazione originaria, ben diversa da quella attuale prevedeva pochissime finestre, solai in legno e un tetto piano progettato per sostenere le macchine da guerra in caso di assedio. All’inizio del Novecento, il castello entrò in un periodo di decadenza e nonostante l’intervento del professor Sacco del Politecnico di Torino e del Genio Civile di Cuneo, la crisi economica impedì i necessari consolidamenti, portando, nel 1936, alla demolizione della sua parte sud. Tuttavia, il Conte Ademaro Barbiellini Amidei, con lucida lungimiranza, finanziò i lavori di consolidamento raccogliendo una vasta corrispondenza internazionale così da preservarne la memoria storica e architettonica.

Oggi si possono ammirare gli ambienti unici come il maestoso salone al piano terra, le eleganti camere del piano primo e le particolari sale dove arte e architettura si fondono in un accordo di bellezza ed eleganza. Le visite guidate sono arricchite da curiosità e aneddoti, un vero e proprio viaggio indietro nel tempo.

Per informazioni

https://www.castellodiverzuolo.it/

http://www.castellodelroccolo.it/it/

Maria La Barbera

Inaugura al Museo MIIT  la mostra “Trame di vita”

Martedì 25 novembre inaugura, a partire dalle ore 18, al Museo MIIT diretto da Guido Folco, sito in Corso Cairoli 4 a Torino la mostra intitolata “Trame di vita”, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle donne. In questa occasione verrà presentato il libro  di Vania Perale “Vorrei rinascere cormorano” della Phasar edizioni.
La mostra, curata dalla galleria  Guido Folco, Italia Arte e il Museo MIIT, ha un carattere internazionale, come nella migliore tradizione del Museo MIIT, nato per effettuare scambi artistico culturali con musei, fondazioni, gallerie pubbliche e private di tutto il mondo.
Tra gli artisti in mostra Milena Buti, Valentino Camiletti, Nadia Canevaro, Secondo Capra , Naty Lorella Chiapparini, Ekaterina Chiorina, Vito Garofalo, Bianca Maria Macario-Gioia, Anna Montanaro, Mariagrazia Omodeo, Maria Elena Ritorto, Anna Rota Milani, Maria Pia Giacomini, Marilena Visini, Chiuto, Susanna D’ore, Antonella Elleri, Francesco Larghi, Mila Margini, Vania Perale, Margherita Realmonte, Francesca Riva, Skyblonde ( Elvira Marzorati) e Maria Sturiale.
Sabato 29 novembre dalle ore 18 verrà presentato, sempre presso il museo MIIT, il libro “Sotto il ponte che non si farà “di Matteo Bottari con le fotografie di Domenico Cogliardo. Gaspare Editore. Interverranno gli autori con i professori Giuseppe Lo Castro e Vittorio Marchis.

Museo MIIT

Corso Cairoli 4

Orari mar-sab15.30-19.30

Info 0118129776

MARA MARTELLOTTA

Croce senza cuore”, al Teatro Erba con Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti

Sul palcoscenico del Teatro Erba, per l’occasione sapientemente trasformato nell’ambiente di un monastero salernitano grazie a un semplice ed efficace gioco di luci e ombre, che segna anche lo spostarsi, in continui balzi spazio temporali, nei luoghi della memoria, dei ricordi e di quel fil rouge che lega indissolubilmente il passato al presente, è andato in scena lo spettacolo “Croce senza cuore”, per la regia di Pietro Bontempo. Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti, rispettivamente nei ruoli di Trotula de Ruggiero, dottoressa mitica della celebre scuola medica di Salerno, e della nobildonna Ermelinda, amica di vecchia data di Trotula e ormai radicata nei valori e nella cultura del monastero che abita, sono protagoniste magistrali di un intenso e intimo dialogo che sfocia nello scontro umanistico tra lo spirito della conoscenza e lo spirito conservatore, tra la curiosità verso la luce e la necessità del buio, sempre con Dio sullo sfondo, affacciato alle finestre del cielo.

Un’indagine dai toni polizieschi che diventa, nel tempo della vicenda, intima e filosofica: un’indagine nell’indagine sul rapporto con Dio, nel paradossale contesto in cui la scienza di Trotula sembra essere la sola ad affidarsi ai doni divini, rappresentati dai rimedi naturali con cui si prende cura dell’altrui sofferenza, fisica e spirituale, lasciando a Ermelinda il compito di esprimere tutto il torbido che ammanta il conservatorismo religioso quando diventa nascondiglio di nefandezze e immorale tornaconto.

Domina, nella pièce, il tema del ruolo della donna, delle pesanti catene che erano recinti e tradizioni della società nell’Alto Medioevo e di cui, sfortunatamente, arriva l’eco nel nostro presente. Il vestito rosso indossato da Miriam Mesturino/Trotula sembra un inno alla libertà che si contrappone alla violenza e all’oscurantismo, simbolo di sangue cristiano che lenisce il dolore e sacrificio sull’altare della conoscenza, di quella passione che relega alla solitudine il suo portatore, in quanto soggetto estraneo, non conforme a una società che sembra riconoscersi nel bianco austero di una falsa divisa indossata dalla bravissima e intensa Barbara Cinquatti/Ermelinda.

L’interpretazione di Miriam Mesturino evidenzia quanto siano non casuali le ricorrenti caratteristiche del “diverso” nei personaggi della storia, della letteratura e dello spettacolo che abbiamo amato di più: dai più grandi pensatori,filosofi e scienziati all’eccentricità degli investigatori nati dall’immaginazione di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle, dal geniale e solitario Dr. House della nota serie televisiva ai concetti di “spirito” e “oltreuomo” rappresentati dal Capitano Nemo e Achab, i grandi protagonisti di “20 mila leghe sotto i mari” e “Moby Dick”. Tutti accomunati da quella scintilla che li rende liberi, diversi e potenzialmente pericolosi agli occhi della massa, “piccoli fiori di campo che non hanno urgenza di morire” nel corpo fragile e bellissimo di una rosa.

Lo spettacolo sarà replicato domenica 23 novembre alle ore 16, presso il Teatro Erba di Torino.

Gian Giacomo Della Porta

Coltivare il sogno del cinema

Continuano le proposte del 43° TFF

Strano caos di vita quello coltivato da Annapurna Sriram, cresciuta a Nashville, città cara a Robert Altman, adolescenza ribelle e un periodo di riformatorio, poi (“anni di lotta come attrice di un’accademia di New York”) laurea in recitazione presso una Universy del New Jersey, sempre a coltivare un sogno, a mescolare la realtà con qualcosa di superava la realtà: “Anch’io aspettavo l’occasione per interpretare la sgualdrina sentimentale in un film cult kitsch, ma quel ruolo sempre sognato non è mai arrivato. In quanto attrice di razza mista, è stato difficile costruire una carriera al di fuori degli stereotipi razziali e dei cliché del cinema.” Se altri non l’avessero aiutata, si sarebbe data da fare da sola. Così è nato “Fucktoys” che aspettava nel cassetto dal 2017, buttato fragorosamente sullo schermo, tra tonalità crude e colori pastello allo stesso tempo. Nel bel mezzo di un isolotto adagiato sull’acqua, AP viene a sapere da una chiromante, con la pretesa di un bel mucchio di quattrini e il sacrificio di un agnellino per liberarla, che una maledizione pesa su di lei. Quei quattrini non li ha e intende recuperarli con il mestiere più vecchio del mondo, semplice semplice, nel ventre oscuro di Trashtown. Inizia così quello che viene definito un “viaggio pop”, tra l’assurdo e il grottesco, dove è facile prevedere una sequenza abbastanza ricca di situazioni e di umani fenomeni, lo spettatore voyeur è accontentato. Veniamo avvertiti: “Una commedia nerissima che esplora l’intimità della donna e affronta temi come lo sfruttamento e la lotta di classe, tra paesaggi industriali e cieli color zucchero filato.” “Fucktoys”, lontani da un giudizio moralistico, è un film folle, squinternato, che non si muove dal percorso obbligato sesso-droga, che non rende un gran servizio all’altra metà del cielo, che si sogna ideali eccelsi ma che è pronto a far botteghino rasentando il porno. Non saranno i tanti incontri con svariati particolari e annessi e connessi, il ridicolo che più volte serpeggia, fanno incazzare quei 106’ spacciati per cinema (e accolti in un festival, ma si sa la scelta e la libertà d’espressione continuano a rimanere libere) che arriveranno sempre a “esporre” senza mai affrontare un giudizio, elaborare un panorama che sappia “costruire”. Una risata e uno sberleffo non portano a nulla.

S’aggira pure Fabrizio Benvenuto – laurea, primo cortometraggio dieci anni fa, una menzione speciale ai Nastri d’Argento, serie televisive, oggi al suo primo lungometraggio – dalle parti del sogno cinematografico, delle scritture per un attore che tardano ad arrivare, per le sceneggiature e le regie che non sembrano mai trovare la strada giusta. Quel sogno ce lo descrive con “Il protagonista” e lo fa decisamente assai meglio della collega americana. Esplicito, sincero, dolorante d’anticamera: “Questo film nasce dal desiderio profondo di creare un’opera che possa essere un compagno di viaggio per chiunque stia inseguendo un sogno. E inseguendolo smarrisce la scintilla primordiale che lo aveva fatto nascere.” Non sono recriminazioni, non è nemmeno colpa del sistema cinema, il film “si limita a mostrare con autenticità surreale la vita di chi ha bisogno di filtrare le proprie emozioni attraverso un mezzo, una maschera, qualcos’altro di diverso da noi.” Per cui, tenendo fino a un certo punto ben salde le redini di un odierno pirandellismo, il “protagonista” Giancarlo Mangiapane, trentenne, alle spalle qualche pubblicità, un caffè da reclamizzare, nessun colpo grosso che mostri la sua faccia al pubblico delle sale, prende a recitare nella vita di tutti i giorni, a Roma, tra via del Corso e il colonnato di San Pietro. Ma l’occasione a riempire il vuoto di una vita arriva, glielo assicura il suo agente (una sbruffonata di Adriano Giannini), stanno cercando per “Clochard” un attore che rivesta il ruolo di Gustavo Noradin, campione di tip tap degli anni Cinquanta ma caduto in disgrazia per le sue dipendenze da alcol e donne. La faccia, le inflessioni venete, le movenze, tutto pare andare a posto a poco a poco, Giancarlo supera anche le raffinate pretese di una casting director, sembra fatta. L’immedesimazione si fa totale e il ragazzo andrà a mescolarsi tra i tanti derelitti che occupano i marciapiedi, tra la richiesta di una sigaretta e un goccio dalla bottiglia. Umano, arricchito di piccoli episodi che lo sanno costruire con intelligenza e con estrema sincerità (per la volontà di attore Pierluigi Gigante, sotto la azzeccata ombra di Fregoli, e regista/sceneggiatore di mettersi veramente in gioco), realissimo ma anch’esso capace di inserire note surreali di tutt’altro sapore, “Il protagonista” appare sincero nella ricerca di una identità e di un successo.

Arriva lo Spike Lee già presentato a Cannes, bella chicca del direttore Base, “Highest 2 Lowest”, ed è grande cinema, quello di un vero maestro qui in forma perfetta che sa attingere alla fonte di “Anatomia di un rapimento” di Kurosawa, che sa raccontare (ancora il riscatto di un figlio, ma con complicazioni, nel mondo dorato e apparentemente tranquillo di un magnate discografico, con fanalino di coda rassicurante: siamo dalle parti del più adrenalinico “Ransom” con Mel Gibson, là con una ricca compagnia aerea privata ) e svolgere l’intera vicenda con un ordine raffinato e scene madri che non guastano – David King è deciso a riconquistare la maggioranza delle azioni della sua etichetta per riassumerne il completo controllo proprio nel giorno in cui riceve una telefonata anonima che renderà difficili le sue decisioni -, che guarda con partecipazione al dilemma morale che già alla metà del film si pone, con una ambientazione da capogiro (i Basquiat appesi alle pareti dell’appartamento megalussuoso del protagonista Denzel Washington farebbero girare la testa a chiunque, le scene sono di Mark Friedberg), con l’apporto d’eccezione della fotografia di Matthew Libatique – soltanto la guida panoramica tra i grattacieli di New York dall’alto varrebbe il costo del biglietto -, con il montaggio che dobbiamo a Barry Alexander Brown (da godersi appieno l’inseguimento del rapinatore e degli zaini neri che passano di mano in mano, da motocicletta a motocicletta), a creare zone di alta tensione. Avremo ancora voglia di riparlarne quando il il film uscirà sugli schermi, per adesso segnatevelo nel promemoria.

Elio Rabbione

Rock Jazz e dintorni a Torino: Elisa e il quartetto Dobler-Di Castri- Moroni-Zirilli

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Al teatro Colosseo si esibisce Rkomi.

Mercoledì. Al Blah Blah suonano gli Eden4All + Marides.

Giovedì. Allo Ziggy sono di scena Slaughter & The Dogs + Fuori Controllo. Allo Spazio 211 si esibisce Dutch Nazari. All’Off Topic suonano : Juma, Ellie Cottino , Sista Sofy, Edera, Euphonia. Al Magazzino sul Po si esibisce Speedy. Al Cafè Neruda suona il Tessarollo- Ruggeri Duo. Al Vinile è di scena il C:C:C. Gospel Choir + Alberto Marsico.

Venerdì. All’Inalpi Arena arriva Elisa. Al Magazzino sul Po si esibiscono i Planet Opal. Alla Divina Commedia suonano i Novo Look. All’Hiroshima Mon Amour sono di scena gli Elephant Brain. Al Circolo Sud si esibisce Giulia B. Al Vinile per 2 sere consecutive suonano R.J Mischo + Umberto Porcaro+ Good Gheddo trio.

Al Circolino si esibisce l’ Hammond Quartet.

Sabato. Al Blah Blah si esibiscono Dune Aurora + Aganoor. Al Folk Club suonano Thomas Dobler, Furio Di Castri, Dado Moroni, Enzo Zirilli. Alla Divina Commedia sono di scena i Revenge.

Domenica. Alle OGR suona Abdullah Miniawy Trio. Al Teatro Concordia si esibiscono I Cani.

Pier Luigi Fuggetta

Terzo concerto dell’Orchestra Polledro: “Italia-Germania 1871, il gran finale a teatro” 

L’orchestra Polledro prosegue la stagione 2025 con il terzo concerto della rassegna  intitolata “Il respiro della musica” , giunta alla sua terza edizione, giovedì 27 novembre prossimo alle ore 21. Il concerto si intitola “Italia-Germania 1871, il gran finale a teatro”. Sul podio Federico Bisio, direttore stabile dell’Orchestra. Teatro del concerto l’Auditorium Leo Chiosso, in via della Conceria a Chieri, nel Torinese.
Verranno eseguiti di Wolfgang Amadeus Mozart ‘La clemenza di Tito’  KV 621, selezione e trascrizione per ensemble di fiati di Josef Triebensee (1772-1846), e il ‘Flauto Magico’ , Die Zauberflote KV 620, selezione e trascrizione per ensemble di fiati di Joseph Heidenreich  (1743-1821).
Nel cuore del Settecento la trascrizione per ensemble di fiati rappresentava una delle pratiche più amate  e raffinate della vita musicale europea e in un’epoca in cui opera e Sinfonia costituivano il vertice dell’arte musicale, la possibilità di ascoltare quelle stesse composizioni al di fuori dei grandi teatri e delle sale da concerto divenne un desiderio diffuso, soprattutto negli ambienti aristocratici  e borghesi.
La Harmoniemusik, termine con cui si indicava questo genere di ensemble, permetteva di trasformare le grandi opere in una forma più intima, destinata ad essere eseguita nei salotti, nelle residenze nobiliari e nei giardini. Otto strumenti componevano l’organico classico, due oboi, due clarinetti, due corni e due fagotti. Talvolta si aggiungevano il contrabbasso o il controfagotto , che ne arricchivano la profondità sonora.
La trascrizione non era, però, una semplice riduzione. Rappresentava un’arte autonoma, un esercizio di ingegno e sensibilità.
I trascrittori, spesso musicisti di alto livello, non si limitavano, infatti,  a copiare o semplificare, ma dovevano reinterpretare, scegliere e ricreare la complessità orchestrale in un linguaggio piu sobrio ma non per questo meno espressivo. Le  versioni per fiati divennero vere e proprie opere d’arte parallele, in cui la sostanza musicale restava intatta, pur cambiando forma e prospettiva.
Ascoltando Mozart in questo contesto si può riscoprire la sua musica sotto una luce nuova . Spogliata dell’apparato scenico e vocale,  essa rivela ancora maggiormente la sua architettura perfetta, la purezza delle linee melodiche, la trasparenza della scrittura armonica e quella vitalità inesauribile che ne fa una delle pagine più luminose della storia della musica.

Composta nel 1871, la Clemenza di Tito rappresenta una delle ultime due opere di Wolfgang Amadeus Mozart e segna il ritorno all’opera seria, dopo anni di successi nel teatro comico  e nel singspiel. Commissionata per l’inconorazione dell’imperatore  Leopoldo II come re di Boemia, l’opera fu scritta nel giro di poche settimane su libretto di Caterino Mazzolà tratto da un testo di Metastasio. La vicenda, ambientata nella Roma imperiale,  ruota intorno alle figure  dell’imperatore Tito, simbolo di virtù e perdono, e di Vitellia,  mossa da ambizione e desiderio di vendetta.
Josef Triebensee,  oboista, direttore e compositore boemo, fu tra i più  apprezzati  della Harmoniemusik, fu collaboratore di Mozart e Haydn  ed era noto  per la sua straordinaria capacità di trasporre la complessità orchestrale  nel linguaggio dei fiati.

L’ascoltatore, guidato dalla voce dei fiati, rivive le emozioni dei personaggi . Gli oboi traducono il lirismo dei sentimenti più intimi, i clarinetti restituiscono la duttilità e la dolcezza delle arie vocali, i fagotti danno corpo alla profondità dei contrasti, mentre i corni innalzano la scena a una dimensione eroica e solenne. In questa versione più concentrata, il dramma mozartiano diventa ancora più diretto, essenziale e vibrante.
Nel 1791, anno del suo ultimo travolgente periodo creativo, Mozart compose il ‘Flauto Magico’, il suo estremo capolavoro teatrale, scritto su libretto di Emanuel Schikaneder, amico e collaboratore dell’autore; l’opera unisce elementi fiabeschi, massonici e filosofici, intrecciando leggerezza e profondità, comicità e spiritualità. In essa convivono l’ironia di Papageno, la purezza di Tamino e Pamina, la terribile maestà della Regina della Notte e la saggezza solenne di Sarastro. Un universo teatrale che rappresenta,  forse meglio di ogni altra sua opera, la visione umanistica e iniziatica di Mozart.

Heidenreich,  grazie alla sua profonda conoscenza dello stile mozartiano, riesce  a condensare la varietà e la bellezza del Flauto Magico in un affresco di straordinaria bellezza. La trascrizione conserva l’essenza teatrale dell’opera , ma ne mette in risalto la purezza musicale. I clarinetti,  con la loro agilità e morbidezza,  evocano la leggerezza del flauto. I fagotti, con la loro profondità,  conferiscono gravità alle sezioni corali e sacre, mentre i corni, con i loro colori caldi e solenni, creano un ponte tra la dimensione terrena e quella simbolica.
Nella selezione proposta si ritrovano alcuni dei momenti più iconici dell’opera, l’aria di Tamino, i duetti giocosi di Papageno e Papagena, e i cori carichi di spiritualità  e luce. Il risultato è  dato da un mosaico  sonoro carico di suggestione, in cui ogni strumento assume il ruolo di narratore e protagonista.
Questo viaggio nella musica di Mozart attraverso le trascrizioni per fiati non è solo un omaggio alla tradizione, ma vuole anche essere una riflessione sulla natura stessa dell’interpretazione, laddove ridurre non significa togliere, ma svelare. Ridurre all’essenziale permette di mettere a fuoco ciò che davvero conta, la melodia,  il ritmo, la tensione espressiva.

Il maestro Federico Bisio, conseguita la Laurea a pieni voti in Storia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Torino, ha frequentato i corsi di Composizione Sperimentale  presso il Conservatorio di Milano,  dedicandosi allo studio della direzione d’orchestra e diventando dal novembre del 2012 direttore stabile dell’Orchestra da Camera Giovanni Battista Polledro.

Giovedì 27 novembre  2025 ore 21

Auditorium Leo Chiosso

Via della Conceria Chieri ( To)

Info@orchestrapolledro.eu

Il concerto è  a offerta libera.

Mara Martellotta

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: A riguardo dei Consiglieri – Firpo repubblichino? – Il teorico dello studio di gruppo – Auricolare all’esame – Lettere

A riguardo dei Consiglieri
Io non mi sono molto stupito del discorso in libertà del Consigliere del Quirinale oggetto di tante polemiche. Parecchi anni fa, quando era presidente Giorgio Napolitano con cui ebbi rapporti cordiali, mi imbattei in un suo consigliere addetto alle visite del Quirinale. Questo signore non ebbe dubbi a dire a me, persona quasi a lui  estranea, che il governo Berlusconi era intollerabile (uso un aggettivo diverso perché si rivolse a me con un termine napoletano ancora più pesante). Mi stupii, ma non più di tanto.
Conobbi anche un consigliere che partecipava senza problemi a manifestazioni monarchiche con discorsi che travalicavano il protocollo. Alcuni la definirebbero libertà di pensiero, altri la definirebbero come una inopportunità  o  addirittura un atteggiamento incompatibile con il ruolo ricoperto. Tendo  più a condannare il consigliere che parlava non a cena, ma ai raduni monarchici, non nascondendo la veste istituzionale allora ricoperta.
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Firpo repubblichino?
Luigi Firpo, il grande studioso di Campanella, è stato umanamente demolito dai due figli  in un libro  pubblicato da  Aragno, oggi introvabile. I gemelli Firpo ipotizzano senza prove che il loro padre, imboscato a Moncalieri durante la seconda guerra mondiale, malgrado il suo conclamato fascismo che giunse all’antisemitismo come Giorgio Bocca, tra il ‘43 e il  ‘45, si fosse, almeno per un certo periodo, arruolato nella Rsi.
Adesso leggo in una celebrazione del professore che omette anche gli scritti fascisti e lo considera un “allievo ideale” di Luigi Einaudi, che nel 1944 ebbe una corrispondenza con un collega per la pubblicazione della futura rivista sul pensiero politico. Così cadrebbe la tesi secondo cui Firpo fosse riparato in clandestinità non certo per fare il partigiano, ma vivere tranquillo la sua vita. Resta in piedi l’ipotesi della Rsi, ma finora le prove non sono arrivate.
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Il teorico dello studio di gruppo
Francesco de Bartolomeis, pedagogista celebratissimo è considerato un venerato maestro morto a 105 anni. Si era laureato a Firenze nel 1930 con Ernesto Codignola, allora seguace di Gentile, salvo poi redimersi attraverso il marxismo dopo l’omicidio del maestro. De Bartolomeis approfittò invece dell’aiuto di Benedetto Croce per pubblicare il primo libro e godette anche dell’appoggio di Adriano Olivetti che spesso incappò in collaboratori inaffidabili. Il professore diventato torinese ebbe il suo momento di celebrità con l’invenzione a scuola del lavoro di gruppo.
Sull’onda di questa idea rinacque  a nuova vita il Movimento di cooperazione educativa, composto da ideologici astratti e anche un po’ fanatici. Nacque così l’antipedagogia che ebbe un rapporto fecondo con la contestazione studentesca e il PCI. Lo studio è un fatto individuale, quasi mai di gruppo. Il confronto con altri è utile dopo aver studiato seriamente e aver seguito attentamente le lezioni. Pensare che dei ragazzi possano mettersi a studiare in gruppo è nella migliore delle ipotesi una utopia. Il gruppo determina quasi immediata divagazione. E’ questa l’esperienza dei docenti che furono costretti a rinunciare alla lezione frontale per assecondare le balzane idee dell’antipedagogia che provocò danni devastanti alla scuola. Oggi l’ anti – pedagogista è dimenticato , ma non escluderei che qualche orfano delle sue idee viva ancora sotto le ceneri del disastro della scuola italiana .
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Auricolare all’esame
Uno studente iraniano del Politecnico  di Torino è  stato sanzionato perché si è servito di un auricolare nascosto per affrontare l’esame, ricevendo suggerimenti. Il TAR ha annullato le sanzioni per insufficienza di motivazioni. Lo studente colto sul fatto che aveva riconosciuto la grave scorrettezza commessa, viene salvato dal TAR.
Sembra una cosa priva di senso, ma sicuramente il Tar avrà agito nel senso migliore, specie nei confronti dello studente. L’effetto sugli altri studenti è facilmente immaginabile.  Viene inoltre intaccato il prestigio del Politecnico che non può tollerare studenti di quel tipo.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La fine del partito di Cavour
Ho letto il Suo articolo sul prelievo forzoso fatto agli Italiani nel 1992 dal presidente, assai poco Amato. Ho appreso con sorpresa che i liberali al governo, in primis il ministro Costa, non ebbero nulla da obiettare su un  vero e proprio attentato al risparmio e al diritto  perché fatto con decreto retroattivo. Lo stesso  partito liberale di Altissimo tacque. In passato votai Costa, se avessi saputo non lo avrei mai  fatto.    Giulia Desole
Il PLI incominciò a morire prima ancora che per Tangentopoli per quel decreto illiberale che mise le mani nelle tasche degli italiani. Una vergogna per i liberali e anche per i repubblicani che sembravano aver imboccato una via liberale, anche se  il figlio di La Malfa aveva tenuto a sottolineare la differenza tra liberali e repubblicani. Il tradimento degli elettori liberali ebbe effetti devastanti su un partito già ridotto ai minimi termini . Una fine ingloriosa del partito che fu di Cavour, di Giolitti, di Soleri, di Croce, di Einaudi e di Pannunzio.
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Giunte rosse
Ho letto che in Comune si terrà un convegno sulle giunte rosse nate nel 1975 con Novelli. Non è un convegno storico, ma meramente celebrativo dei pochi reduci, neppure i più qualificati, delle giunte di sinistra. Mi appare scandaloso che i vicesindaci socialisti Scicolone e Biffi Gentile non compaiano tra i relatori. Dopo 50 anni si fa la storia e non si celebrano i vari Marzano.
Tina Delmastro
Se avessi tempo andrei a sentire il convegno degli ex consiglieri che può contare solo sui reduci del 1975. Concordo con Lei che un po’ più di storicizzazione ci vorrebbe. Perché non invitare a parlare i consiglieri di opposizione ancora viventi? Forse l’allora  liberale Bastianini oggi esalterebbe Novelli e la sua giunta.
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I cortigiani
L’ultimo numero del giornale “Il tricolore” riporta un articolo curioso per un giornale monarchico dedicato ai cortigiani con apprezzamenti molto duri, penso in seguito al ciclone Emanuele Filiberto che specie su Facebook ha fatto lanciare una campagna legittimista molto aspra estranea allo stile che fu di Umberto II. Secondo detta campagna la monarchia fu il capro espiatorio della storia e non ebbe responsabilità nell’avvento del fascismo, nelle leggi razziali, nella guerra perduta. Una visione antistorica che non ha fondamento . Tale scelta dipenderebbe dai nuovi cortigiani scelti dal Principe. Io, di sentimenti monarchici liberali e democratici anche per ragioni di famiglia, sono rimasto esterrefatto.  Giuseppe Vittorio Giacchino
Non saprei dirle qualcosa di documentato  su questi temi di cui non mi sono occupato e da cui mi tengo lontano . Il principe che rivendica il trono, ha fatto delle scelte che sembrano trovare consensi nel mondo legittimista italiano almeno sui social dove tutto viene estremizzato e semplificato. Vedremo cosa succederà in futuro.

Newman, voleva essere un onesto attore, non gli occhi più belli di Hollywood

La retrospettiva dell’attore, al TFF, nel centenario della morte

Nell’estate del ’63, in piena Mostra di Venezia, in una stanza dell’Excelsior, o forse dell’Hotel des Bains, Paul Newman s’arrabbiò parecchio quando Oriana Fallaci lo intervistò, chiedendogli prima di ogni cosa: “Signor Newman, mi faccia un favore, si tolga quegli occhiali neri. Ma perché va conciato così? Si direbbe che si vergogna di sé, del suo perfettissimo viso. Coraggio, se li tolga, non c’è mica nulla di male, sa, a essere belli.” Occhiali e barba, un camuffamento perfetto ma da proteggere. “Quando mi dicono si tolga gli occhiali, voglio vedere i suoi occhi celesti – le rispose serio seriamente il divo -, mi arrabbio come una bestia.Proprio come quando mi dicono lei è così bravo e poi ha due occhi talmente celesti… Tennessee Williams ha scritto molto su questo, sull’agghiacciante influenza che la bellezza fisica ha sugli altri in America e la pagana adorazione che si fa della bellezza ha qualcosa di anticristiano, di orrendo, e perché no? di umiliante.” Certo, aveva ragione, non dovrebbero aver avuto peso il naso greco e gli occhi azzurri, no, ma il pubblico li sottolineava e lui lo ricadeva a ogni istanti nell’agghiacciante, nell’umiliante. Una cosa che lo riempiva d’angoscia.

E pensare che lui non credeva ai premi e ai riconoscimenti, voleva essere ricordato soltanto per un uomo che faceva con onestà il proprio lavoro. Nasceva cento anni fa – era di gennaio, in un sobborgo orientale di Cleveland, tra il freddo dell’Ohio -, e nel centenario il TFF gli dedica una retrospettiva di 24 titoli, che nessuno più o meno curioso o l’appassionato incallito dovrebbe lasciarsi sfuggire, pur nella vena bulimica del direttore Giulio Base e di tutti i suoi collaboratori che ha sovraccaricato le giornate, un sostanzioso elenco dentro cui si può ancor oggi constatare quanto il talento sia stato ben superiore alla sua bellezza. Un talento che l’Academy, nel 1986, quasi a risarcimento, volle testimoniare con l’Oscar alla carriera, salvo poi l’anno successivo pigiare il pedale con uno zio Oscar vero e proprio per “Il colore dei soldi” (a riprendere quell’Eddie Felson già conosciuto nello “Spaccone” del 1961). Ma Newman ci aveva già dato di meglio, sette candidature a cui ne sarebbero seguite altre due, per non contare sempre sino a quel momento le sette – con quello in carne e ossa nel 1957 come “miglior attore debuttante – del Golden Globe, e un Palmarès a Cannes per “La lunga estate calda” di Martin Ritt che adattava tre racconti di Faulkner, dove aveva incontrato la futura signora Newman, Joanne Woodward, che non avrebbe più lasciato. Un anno di arte drammatica alla Yale University e iscrizione all’Actors Studio di Strasberg, i primi approcci con i palcoscenici di Broadway (“Picnic”, ad esempio), “Il calice d’argento” del ’54 che sarebbe stato il suo biglietto per il cinema: mica lodi sperticate da parte della critica, se The New Yorker scrisse “recita la sua parte con il fervore emotivo di un autista di autobus che annuncia le fermate locali” e lui si comprò una pagina del quotidiano per chiedere scusa della sua interpretazione.

Ma due anni dopo avrebbe interpretato il pugile Rocky Marciano in “Lassù qualcuno mi ama” per la regia di Robert Wise e le cose sarebbero andate decisamente meglio. Sarebbe poi arrivata la passione per le macchine da corsa o quella per la politica (nel ’68 appoggiò la campagna di McCarthy), sarebbero arrivate, specie nel primo decennio d’attività, anche le commedie leggere leggere, quelle che aiutano parecchio i divi di tutto il mondo a pagare le bollette o il mensile alla servitù, quelle che il pubblico corre a vedere per un paio d’ore di facile divertimento, da “Missili in giardino” a “Il mio amore con Samantha” a “La signora e i suoi mariti” con una Shirley McLaine che pensa parecchio al proprio avvenire, in qualunque modo; sarebbero arrivate, disseminate in un paio di decenni, le sue cinque regie, ognuna più che apprezzabile – non comprese nella retrospettiva, ed è un peccato, da “La prima volta di Jennifer” a “Sfida senza paura”, da “Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda” (un eccellente ritratto femminile, Palmarès per la Woodward) a “Harry&Son” a “Lo zoo di vetro” (dal dramma di Williams, ancora a Cannes, 1987, ancora grande interpretazione di Woodward), ci sarebbe stato il grande spettacolo, da “Exodus” a “Indianapolis”, dal “Sipario strappato” di Hitchcock alla “Stangata” con l’amico Redford, dal catastrofico ”Inferno di cristallo” al tellurico “Ormai non c’è più scampo”.

In alcuni di questi titoli potrete andare a sincerarvi se per talento e bellezza sia stato diverso il peso specifico, altri, anche importanti, mancano all’appello (“Quintet” di Robert Altman, “Mr & Mrs Bridge” di James Ivory); della retrospettiva, che è un dovuto omaggio a uno degli ultimi divissimi della cinematografia americana, ancora non perdetevi “La gatta sul tetto che scotta”, che magari qualcuno sa a memoria ma è sempre una bella carrellata di duetti tra Newman e la Tayloro, soprattutto tra Newman e il vecchio e granitico Burl Ives, e “Furia selvaggia” di Penn, che con “Butch Cassidy and the Sundance Kid” di Roy Hill forma l’accoppiata filmica per eccellenza del duo di fuorilegge, “Lo spaccone” e “Hud” (qui il nostro deve vedersela con Patricia Neal, a cui andò l’Oscar, e la battaglia risultò dura), “L’uomo dei sette capestri” di Houston e “Nick mano fredda” di Rosenberg, “Il verdetto” (Lumet) e “Mister Hula Hoop” (Coen) ed “Era mio padre” (Mendes). Ne avrete l’unione perfetta tra l’uomo e l’interprete, un ritratto pressoché completo e dovutamente sfaccettato, intelligente e acuto, sempre alla ricerca della propria anima e di quella del protagonista che doveva essere sullo schermo, a volte insicuro e fuggitivo, forte sino alla fine (interruppe la chemioterapia per il cancro ai polmoni alla notizia che la sua vita sarebbe durata ancora poche settimane e passò gli ultimi istanti con la famiglia, nella sua casa nel Connecticut), mai d’accordo con la macchina cinema che finiva per divorare e fare vittime, lui che – è stato scritto – si sentì per anni un soprammobile di casa, un bell’ornamento, lui che dal padre di origini e di religione ebraica ebbe poche parole d’amicizia e d’affetto, lui che poche ne seppe dare a suo figlio Scott che un giorno, nel 1978, morì di overdose: Paul era a dirigere una pièce in un campus universitario, non smise le prove, entrò nella camera mortuaria soltanto tre giorni dopo.

Elio Rabbione

Nelle immagini, L’intervista di Oriana Fallaci a Paul Newman, e scene tratte da “Hud il selvaggio”, da “”La lunga ala della giovinezza”, da “La stangata”

Il successo di un’inaugurazione, “Eternity” è la bella riproposta del cinema di ieri

Ieri al via il 43mo Torino Film Festival

C’è voluto una manciata di anni perché la sceneggiatura di Pat Cunnane trovasse un posto sul tavolo di qualche produttore di Hollywood, perché l’irlandese David Freyne, con un paio di lungometraggi alle spalle, fosse accreditato in veste di regista, il cast fosse composto e finalmente “Eternity”, con cui si è ieri sera inaugurato il Torino Film Festival numero 43 e che dal 4 dicembre arriverà sugli schermi, venisse girato. Commedia romantica, 115’ di piacevolezze e divertimento venati da qualche pizzico di toni drammatici che non impensieriscono più di tanto, di quelle che si potrebbero ripensare legate agli anni Quaranta o Cinquanta, affidate alle coppie Powell/Mirna Loy o Hepburn/Spencer Tracy, di quelle per cui vedresti facile facile dietro la macchina da presa quel gran genio di Frank Capra, un carico di amori e languori, di affanni e di finali lieti, di script svolti sempre con garbo e gusto e girandole che certo non t’annoiano – anche se per qualche strada secondaria degli ultimi minuti è difficile mantenere chiarezza e ritmo, ma comunque uscendo più che convinti che “the end” arriva con tutte le carte in regola.

Tutto parrebbe naturale, solo che qui siamo nell’aldilà, in un mondo “altro” circondato da un cielo fatto di teli dalle nubi colorate, di quelli che già abbiamo visto anni fa in “Truman Show”, un mondo dove una giovane Joan, arrivata dopo aver lasciato in terra una donna anziana consunta dal cancro, ha la possibilità lunga una settimana di tempo per decidere con chi voglia trascorrere l’eternità: la scelta dovrà essere pensata tra Larry, che lì l’ha da poco preceduta essendosi strozzato con un assaggio di biscotti durante una riunione di famiglia che avrebbe preteso di essere felice, e il primo suo sposo Luke, bello e perfetto agli occhi di tutti, costretto tuttavia un giorno a partire per combattere in Corea e là morire. Con il risultato che da 67 anni l’eterno innamorato la sta aspettando tra l’arrivo di un treno e l’altro che trasportano defunti nelle praterie celesti, con un solerte CA o Consulente dell’Aldilà, tra una sala d’aspetto e un’altra di smistamento, tra una nuvola qua e l’altra là. C’è il tempo per ripercorrere il lungo tunnel dei ricordi, per gite in montagna o ombrelloni in riva al mare, pensieri d’un tempo e chiarimenti sulle doti di questo o di quello, finché il trio amoroso non s’ingarbuglia più del dovuto. Senza dimenticare che una soluzione va comunque presa. Non è certo il caso di raccontare i tanti sviluppi di cui la storia, felicemente surreale, si alimenta né definire con chi Joan deciderà di trascorrere “il resto dei suoi giorni”, se l’espressione non sapesse altresì di troppo terreno: sarà sufficiente dire degli ingranaggi perfetti stabiliti tra i tre interpreti, Elizabeth Olsen e i suoi pretendenti di egual misura, Miles Teller (Larry) e Callum Turner (Luke), cui s’aggiunge una vaporosissima e davvero brava  Da’Vine Joy Randolph, che già si conquistò l’Oscar quale miglior attrice non protagonista un paio d’anni fa con “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne. Un applauso in più va alle scenografie di Zazu Myers, eccezionali, qualcosa che sa di Ziegfield degli anni d’oro.

Lino Escalera, il regista di “Hamburgo”, produzione Spagna/Romania, primo dei sedici film in concorso, ha studiato cinema alla New York University, per poi perfezionarsi in regia e sceneggiatura alla Scuola di cinema cubana. È poi tornato nella sua Spagna, ha iniziato a ricevere premi con i suoi primi corto, è approdato con “No se decir adiòs” al lungometraggio e con quel titolo ha raggiunto i premi Goya: “Hamburgo” è il suo secondo lungometraggio, al centro la figura di Germàn, introverso e silenzioso, un povero rifugio dove abitare, in cerca di quattrini per sbarcare le sue giornate, autista che s’è messo a lavorare tra i bordelli della Costa del Sol, al soldo di Cacho, un vecchio amico d’infanzia, che con la violenza gestisce un traffico di prostitute. Girano soldi e Germàn intravede la possibilità di poter cambiare vita, con l’aiuto di uno sbandato tenta la rapina ai danni del datore di lavoro ma il risultato lo porterà soltanto a uccidere e a fuggire da quegli uomini per cui sino a quel momento s’è sbattuto. “Il film affronta temi già presenti nel mio esordio, come la dipendenza, la distorsione della realtà, il rifiuto del dolore, la solitudine e il bisogno di comunicazione. Ma lo fa in un modo nuovo, attraverso un genere che mi ha sempre affascinato: il noir. Con il noir mi sono immerso nel mondo del traffico di donne, cercando di restituirne la durezza, ma anche di trasmettere compassione”, ha detto di recente Escalera. La durezza che ne nasce è forte come la tensione e il ritmo che il regista imprime all’azione, tra molte ombre e pochissime luci, tra sguardi e silenzi, con una guida del protagonista ferma e dal sapore sincero, di autentica immedesimazione, sa Escalera raccontare, anche le cose più angosciose, con vera precisione, tenendo ben viva l’attenzione dello spettatore. Ovvero un thriller tutto da guardare, d’azione ma non soltanto, anche i disperati hanno un’anima ed Escalera sa guardarci dentro.

Quel che proprio non fa Marianne Métivier, regista di origini canadesi-filippine, con il suo “Ailleurs la nuit”, suo primo lungometraggio: ovvero trovare qualcuno che ti mette una macchina da presa in mano e ti dice “gira!” e tu cominci a girare ma a vuoto, andando a riprendere pianure e campagne e vacche da mungere, sentieri e camminate e corse in auto da filmare con tempi e lungaggini incredibili, a considerare una torrida notte d’estate in cui Marie che è un’artista del suono – e va in giro a raccogliere i fruscii delle foglie e lo scorrere delle acque mentre il suo partner ci dovrebbe interessare con i suoi studi delle processionarie – mette in discussione la sua vita di coppia, in cui Noée arrivata dalla grande città da non troppo tempo la disorienta, in cui la giovanissima studentessa Jeanne perennemente in crisi guarda il mondo da un oblò e distribuisce viveri alle porte degli alloggi di Montréal, in cui Eva, appena arrivata dalle Filippine con al seguito una madre che non sai se comprensiva o imbronciata, viaggia nella città notturna insicura dell’intero suo avvenire. Non ci si sente coinvolti da alcuna porzione del film, che al contrario vorrebbe avere un sapore universale, vorrebbe parlare di rapporti e di giovinezza, di esistenze e di equilibri ad ogni istante in cerca di punti fermi: anche i silenzi restano tali e non trasmettono che il nulla.

Elio Rabbione