CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 12

“UniversoBrachetti, una mostra dedicata al maestro del trasformismo

A Casale Monferrato, con le fotografie di Paolo Ranzani

Dal 6 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026

Casale Monferrato (Alessandria)

Recita la locandina d’invito: “La mostra ti porta dietro le quinte della vita artistica della leggenda vivente del trasformismo e conduce alla scoperta della storia di Arturo Brachetti attraverso foto, video e locandine”. Ebbene, a trascinarti e ad acchiapparti all’istante per aderire con entusiasmo alla proposta,  è proprio quel “dietro le quinte” e dunque la curiosità che ti spinge a scoprire il “gioco”, i “salti mortali”, l’“impossibile” che anticipano l’entrata in scena di quella leggenda del “quick-change”, ovvero di quel “trasformismo” che lui stesso ha riportato in auge, attraverso chiavi interpretative assolutamente personali e contemporanee. Cosa succede nel “camerino” del mitico Brachetti, maestro incontrastato del “trasformismo” noto in tutto il mondo, prima che lui – quel Renzo Arturo Giovanni Brachetti (così all’anagrafe), torinese doc, classe ’57 – metta piede oltre il sipario per scodellarti, come fossero nocciolini e in un nano-secondo, centinaia di personaggi, maschili e femminili, liberati da un cilindro magico capace di contenere fantasia, immaginazione e arte illusionistica in quantità industriale?

A rivelarcelo è la mostra fotografica dal titolo “UniversoBrachetti”, curata da Mariateresa Cerretelli (con il sostegno della “Città di Casale Monferrato”) a lui dedicata e allestita nella “Capitale storica” del Monferrato all’interno degli spazi suggestivi della “Sala Marescalchi”, nel “Castello dei Paleologi” o “del Monferrato”. A renderla unica è la presenza, in rassegna e per la prima volta in assoluto, delle “foto inedite” del torinese Paolo Ranzani“fotografo personale” dell’artista, a lui legato da un rapporto di collaborazione e amicizia personale, che gli ha consentito di lavorare al suo fianco scattando immagini di grande fascino, le “uniche” mai realizzate nel “dietro le quinte” degli spettacoli di Brachetti. Una conoscenza reciproca, data dal lavoro fianco a fianco, da oltre vent’anni, e che ha permesso a Ranzani di cogliere particolari, gesti, tensioni e momenti di grande emozione fissandoli per sempre nei suoi scatti, oggi “per la prima volta visibili” a tutti in occasione di “UniversoBrachetti”.

“Il fotografo personale di Brachetti, in questa sezione ‘top secret’ della mostra – si sottolinea – svela per la prima volta al pubblico, attraverso la sua abile e consolidata maestria, il magnifico incanto del più grande attore-trasformista del mondo sul palco e dietro le quinte nei vari teatri e durante gli spettacoli in Italia e nel mondo, con una selezione eccezionale di ritratti rocamboleschi e cangianti, di luci e di ombre plasmate sul personaggio in scena, di ‘assoli’ indimenticabili e di folle incantate dai mille universi delle meraviglie presentati dall’artista”. La mostra invita per mano il pubblico, esortandolo a fare suoi, come in una fiaba, i passaggi fondamentali di una carriera artistica incredibile, fiabesca per l’appunto, che s’avvia dall’infanzia del grande artista torinese (unico erede del grandissimo Fregoli e dal 2002 nel “Guinness” dei Primati dopo aver interpretato 81 personaggi diversi in uno spettacolo di due ore) al suo debutto, poco più che ventenne, sul palco del “Paradis Latin” di Parigi, per  esibirsi poi ai quattro angoli del pianeta, in diverse lingue e in centinaia di teatri. Fino al ritorno in Italia nel 1983 e alle sue prime esperienze in Tv (sotto le ali protettrici, come primo impatto, del regista Antonello Falqui), nei teatri, nei musical, nei grandi varietà e nella prosa, in un percorso artistico interminabile, inseguendo sempre il “treno del mondo”, in Europa e in America; da Los Angeles a Parigi, dove nel 2004 si esibisce all’ “Eliseo” sotto gli occhi del presidente Chirac e dove, nel 2013, dopo una prima pagina su “Le Monde” entra a far parte, con il suo ciuffo ribelle all’insù, delle “statue di cera” del “Museo Grevin”. Una carriera sfolgorante, dai mille volti quanti sono quelli da lui portati in scena. E perfino, nel 2010, una “laurea honoris causa” in Scenografia all’“Accademia Albertina” di Torino. Nel 2016 prepara e produce quel “fuori dal mondo” (in senso, ovviamente, positivo) che è il suo “SOLO – The One Man Show”, con tappa d’esordio in novembre a Torino e che attraverserà poi l’Italia, giungendo ad oggi alla nona stagione“un magico viaggio nella mente di Arturo Brachetti, una casa della memoria e delle emozioni, nelle cui sette stanze, grazie alla magia dell’artista, prendono vita oltre sessanta personaggi”. E attenzione! Non è un caso se, proprio scrivendo della mostra fotografica dedicata da Ranzani a Brachetti e prossima ad inaugurarsi a Casale Monferrato, citiamo il fantasmagorico “SOLO” – arrivato a oggi a registrare oltre un milione di spettatori – in quanto proprio dalla città dell’alessandrino, lo spettacolo prenderà nuovamente il via per la nona stagione del suo “tour” nazionale. Dunque, da Casale … ad maiora!

Gianni Milani

“UniversoBrachetti”

Castello del Monferrato, Casale Monferrato; tel. 0142/444329 o www.castellodelmonferrato.com

Dal 6 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026. Orari: sab. e dom. 10/13 e 15/19

Nelle foto: Paolo Ranzani, alcuni scatti fotografici presenti in mostra

Il ritorno di “Cantando sotto la pioggia”, un successo autentico di musiche e canzoni

All’Alfieri, repliche sino a martedì 6 gennaio

Riproponiamo la recensione apparsa nel maggio scorso all’indomani del debutto

Uno spettacolo a teatro come un vecchio film, compresi righe e filamenti volanti sulla pellicola, il carattere un po’ démodé delle scritte: con tanto di titoli di testa a elencare cast, costumi e scenografie, musiche, regia e produzione, quanti fecero l’impresa e quant’altro ancora. Come ai vecchi tempi, tutto a scorrere oggi sulla quarta parete del palcoscenico dell’Alfieri, per la prima nazionale – una delle tante promesse, quella dei debutti importanti, che Fabrizio di Fiore sta mantenendo nel corso delle sue nuove stagioni teatrali torinesi – di “Cantando sotto la pioggia”, in un mese di maggio che vede quasi il termine del calendario. Un omaggio dovuto, “un sogno che si avvera nei confronti di un testo a cui ho pensato da sempre, da quando ho iniziato a fare il mestiere che faccio”, ricordava ieri sera Luciano Cannito, regista, al termine dello spettacolo con applausi davvero trionfali da parte di un pubblico certo di aver incrociato una brillante serata; e poi la eccellente ricostruzione di un clima, che continua a vivere in un’epoca ben precisa ma che allo stesso tempo ha tutti i mezzi per irrobustirsi di vita propria – con tanto di citazioni, dall’orologio di Harold Lloyd di “Preferisco l’ascensore” alle gambe più belle (e costose) del mondo, quelle di una smagliante Cyd Charisse proprio in coppia con Kelly -, di musiche e canzoni, di coreografie catturate da quelle immagini, di pericolante recitazione e di torte in faccia, di dispetti e rivalse tra primedonne, di un divertimento insomma che riempie appieno le tre ore circa dello spettacolo.

Se il titolo è una pietra miliare del teatro musicale, e lo è certamente con un ristretto gruppo di non ti stanchi mai, diceva ancora Cannito in un’intervista a La Stampa, ecco che il regista si fa apprezzare per quella rinuncia alle forzature, per quegli ammodernamenti evitati, per il “rispetto” di quel “sacro che c’è dentro” anche se niente vieta di togliere “un po’ di polvere che si è depositata nel tempo”, pronta a lasciare spazio a una più calcata e pungente ironia.

Con un bel ritmo, che potrà ancora crescere con l’avanzare delle repliche, lo spettacolo guarda gioiosamente al film del ’52 diretto da Stanley Donen e Gene Kelly, quest’ultimo come ognuno sa nel ruolo anche del protagonista Don Lockwood. L’epoca della vicenda è il tramonto del cinema muto, quando immagini in bianco e nero rendevano attori anche approssimativi costretti a costruire facce di circostanza, a strabuzzare occhi fuor di misura, ad atteggiarsi in movenze a dir poco ridicole. Il teatro, quello era l’autentico mondo della recitazione, ma non era pane per tutti. Non per quelle attricette di poco conto che non avrebbero mai potuto prestare la loro voce stridula alle tavole di un palcoscenico, le riprese erano lì a salvarle senza che il pubblico, già allora ai bordi del red carpet, si ponesse tante domande. È quel che succede alla acclamata quanto vanesia, vanitosissima Lina Lamont, che fa coppia con Don in mediocri film di cappa e spada: senonché quel mondo di non più sopportabile cartapesta, dopo i disastrosi tentativi di adattamento, pare scoppiare quando il 6 ottobre 1927 “Il cantante di jazz” con Al Jolson appare sugli schermi a inaugurare il cinema sonoro – una rivoluzione, come quella che a Hollywood ci fu dodici anni dopo con la risata della Garbo per “Ninotchka” – e quelle voci sgraziate avrebbero avuto vita breve. All’orizzonte di “Cantando” appare Kathy Selden, viso notato dal produttore che vede lontano, bella presenza e voce da sogno, semplicità e pochi grilli per la testa, che con l’aiuto di Don, nuovo compagno di lavoro e di vita, e dell’impareggiabile funambolico Cosmo penserà a smascherarla e a metterla in ridicolo, con buona pace di una improbabile carriera.

Legatissimo e mai un attimo che accusi sghembature o rallentamenti che siano lì a intaccarne il ritmo, smagliante, divertente, il vecchio libretto di Betty Comden e Adolph Green rispolverato a dovere secondo la promessa registica, le canzoni di Nacho Herb Brown e Arthur Freed (dal “Mago di Oz” giù giù sino a “Gigi” una delle più belle firme di Hollywood), qui con la traduzione di Cannito e di Laura Caligani, a tornare sempre piacevolmente in mente, le scene di Italo Grassi e soprattutto i costumi di Silvia Califano (un cognome che è una garanzia), che spazia con le sue invenzioni da “Sherazade” a Shakespeare per il festival veronese, dall’Aterballetto al “Lago dei cigni” per il Roma City Ballet Company, non ultimo il disegno luci curato da ValerioTiberi, ogni apporto rende “Cantando” un’occasione da non perdere. Metteteci ancora un corpo di ballo di quindici elementi, di quelli che si cercano e si trovano da chi ha parecchio fiuto alle spalle, che all’occorrenza canta e recita, metteteci degli attori in gran forma e avrete la sembianza esatta del successo o del successone. Senza se e senza ma. Lorenzo Grilli, cresciuto nel teatro di Proietti e nel cinema di Roberta Torre, è un valido Don che sfugge con padronanza alle incertezze del debutto e si irrobustisce, passo dopo passo, mattatore assoluto, davvero efficace, nel momento “in the rain” sotto scrosci non indifferenti d’acqua con voce e salti e zompi invidiabili sui lampioni di scena. Martina Stella e Flora Canto, su due diversissimi versanti, sono due belle attrici, che convincono, un ritrattino tutto sale e pepe di ocaggine agguerrita nel non voler cedere lo spazio che s’è guadagnato la prima, anche capace di mettere in secondo piano, con lodevole convinzione, una vera bellezza; grintosa “my fair lady” del palcoscenico la seconda, pienamente disponibile ad un percorso di tutto rispetto. Folletto della serata, autentico artista, versatile, pronto a mettere in scena per quanti non lo conoscono, autentica scoperta, e a ribadire per i molti altri una insolita bravura che ha preso forma negli anni, e nelle tante tappe, nella danza (tap, modern e acrobatica), nel musical e nelle arti circensi, Vittorio Schiavone, che passa attraverso il Teatro alla Scala e guarda a Michael Jackson: il suo Cosmo, per certi tratti, in coppia con il protagonista o negli assolo, ha tutta la magia dell’inafferrabile, del campione che non hai ancora incrociato, dell’uomo di palcoscenico abituato a sgusciar fuori improvviso, a lanciare piccoli e grandi guizzi e a colpire nel segno, del nome che per il futuro non potrà di certo sfuggirti e che dovrai essere tu a dover tenere d’occhio.

Elio Rabbione

Le immagini di “Cantando sotto la pioggia, regia di Luciano Cannito, sono di Valerio Polverari.

La materia delle forme, la mostra di Edward Weston

Dal 12 febbraio 2026 gli spazi di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino accoglieranno l’esposizione dedicata a “Edward Weston – la materia delle forme”, la grande mostra organizzata da Fundación Mapfer, in collaborazione con CAMERA che, dopo le tappe di Madrid e Barcellona, approda in Italia per la prima volta. Con una selezione di 171 immagini, il percorso espositivo, curato da Sergio Mah si configura come un’ampia antologia che vuole ripercorrere le fasi della produzione di Edward Weston, nativo dell’Illinois, nel 1886, e spentosi in California nel 1958. Vuole offrire un punto di vista europeo sull’eredità di una delle figure di spicco della fotografia nordamericana. Si tratta di un corpus che si pone, come un contrappunto estetico e concettuale, al modernismo delle prime avanguardie fotografiche europee. La mostra attraversa oltre 40 anni di attività, dal 1903 al 1948, del grande forografo statunitense, dalle prime prove segnate dal pottorialismo alla piena affermazione come figura centrale della Straight Photography. Il progetto vuole mettere in luce il ruolo di Weston nel riconoscere la fotografia come linguaggio poetico e intellettuale, oltre che come chiave interpretativa dell’estetica e dello stile di vita dell’America tra le due guerre. Pioniere di una visione moderna, Weston scelse la fotocamera Grande Formato come strumento privilegiato, realizzando immagini in bianco e nero di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. Il suo rigore tecnico, unito al profondo legame con natura, luce e forma, ha generato un corpus che comprende nature morte, nudi, paesaggi e ritratti oggi considerati iconici. Radicata nel paesaggio e nella cultura statunitense, l’opera di Weston offre una prospettiva unica sul processo di affermazione della fotografia e sul ruolo centrale che essa ha assunto nella cultura visiva contemporanea.

La mostra rimarrà aperta fino al 2 giugno 2026.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – via delle Rosine 18, 10123 Torino

www.camera.to

Mara Martellotta

 “Avvocato Malinconico”, di  De Silva e Gallo al Carignano

Venerdì 26 dicembre, alle ore 19.30, debutta al Teatro Carignano “Malinconico. Moderatamente felice” di Diego De Silva e Massimiliano Gallo, che è anche protagonista e regista dello spettacolo. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Eleonora Rella, il disegno luci di Alessandro Di Giovanni, le canzoni originali di Joe Barbieri. Accanto a Massimiliano Gallo saranno presenti Biagio Musella, Eleonora Russo, Diego D’Elia, Greta Esposito, Manuel Mazzia. Gallo è figlio d’arte, il padre Nunzio Gallo e la madre Bianca Maria Varriale, darà voce e corpo al personaggio dell’Avvocato Malinconico della serie televisiva, da lui interpretata, e trasmessa su Rai 1 nell’ottobre del 2022.

Questo progetto teatrale nasce dall’idea di portare in scena la voce e il corpo narrante dimun perosnaggio letterario e, successivamente, televisivo che, negli anni, ha donquistato un vasto pubblico di lettori e spettatori: Vincenzo Malinconico, l’avvocato dalla carriera sgangherata e dalla vita sentimentale instabile, è forse per questo amato da un pubblico che non ama la prevedibilità dei vincenti. Lo spettacolo vedrà in scena, nella pienezza delle sue attitudini da interprete, il solo Vincenzo Malinconico, che si abbandonerà con il suo flusso narrante, filosofico e irresistibilmente comico, ma sempre votato alla riflessione, perché per far ridere è necessario convincere, parlare all’intelligenza dell’altro, e si concederà a un monologo con il pubblico, in cui si racconterà tematicamente. Lo spettacolo si svolgerà su tre tronconi: professione, sentimenti, famiglia. I tre campi campi di gioco su cui si svolge la vita di ognuno di noi. Uno spettacolo essenziale e coinvolgente, in cui letteratura e teatro si incontrano, e che darà modo al pubblico di ritrovare, nella causticità fisica del palcoscenico, un personaggio dalla vita irrisolta, che ci fa più ridere quando la scopriamo più simile alla nostra.

“Quello di Malinconico è un progetto cui sono legato – dichiara Massimiliano Gallo – e che ho voluto fortemente. È un personaggio che ho amato e ascoltato, ci siamo fidati l’uno dell’altro e, finalmente ne ho indossato i panni. Grazie alla penna di Diego De Silva ho potuto dargli corpo e anima. Ora c’è da cucirgli un abito in cui stia comodo, una scena funzionale, un amico immaginario e cinque attori che gli faranno compagnia. In video gli interventi dei suoi amici e amori del suo complicatissimo mondo. Sarà una regia amorevole, nella speranza di farvi conoscere Vincenzo per come io lo conosco”.

Teatro Carignano-26 dicembre/4 gennaio – 26,27,29,30 dicembre ore 19.30/ 28 dicembre e 4 gennaio ore 16 / recita del 31 dicembre fuori abbonamento.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – biglietteria@teatrostabiletorino.it – 011 5169555

Mara Martellotta

Open week alla scuola di Circo Flic per gli aspiranti allievi

La Flic Scuola di Circo apre le sue porte dal 16 al 20 marzo 2026 con la Open Week, una settima a dedicata alla scoperta e alla conoscenza approfondita dei corsi professionali di una realtà formative tra le più prestigiose del circo contemporaneo. Si tratta di un’occasione unica per vivere un’esperienza immersiva e sperimentale in prima persona nei metodi didattici e nella filosofia della scuola, per valutare il proprio futuro nel settore. L’iniziativa è pensata per ragazzi e ragazze che vogliano conoscere da vicino il mondo della Flic, e approfondire le opportunità offerte dai corsi professionali, anche in vista delle audizioni per il corso di formazione per l’artista di circo contemporaneo 2026/2027. Durante l’Open Week sarà possibile da parte dei partecipanti prendere parte a laboratori multidisciplinari pratici sulle discipline circensi, partecipare a incontri formativi sulla struttura dei corsi e sulle prospettive professionali, e confrontarsi con gli allievi già in percorso. Si tratta di un’esperienza per approfondire la conoscenza dei requisiti richiesti, valutando le possibilità fisiche e creative sotto la guida degli esperti docenti della Scuola. Un’opportunità concreta per valutare se il sogno di diventare artista del circo contemporaneo possa trasformarsi in realtà frequentando i corsi professionali della Flic. La partecipazione all’Open Week non è vincolante per accedere alle audizioni di luglio, ma rappresenta una semplice occasione per fare una scelta consapevole. La quota partecipativa è di 50 euro, da versare entro il 6 febbraio 2026 in caso di selezione. Sono disponibili 30 posti e le candidature sono da presentare entro il 16 gennaio 2026, che verranno valutate secondo l’ordine cronologico di ricezione. Le audizioni 2026/2027 si svolgeranno presso la sede centrale di via Magenta 11, a Torino, dal 7 al 10 luglio 2026. La partecipazione è gratuita.

Info: info@flicscuolacirco.it

Mara Martellotta

HEROES: Un viaggio tra maschere, corpi e identità

 

Nella nuova creazione di Caterina Mochi Sismondi al Teatro Café Muller

“Ho creato in me varie personalità. Creo personalità costantemente. Ogni mio sogno si incarna immediatamente nell’attimo stesso in cui è sognato, in un’altra persona che comincia a sognarlo, una persona diversa da me”. – Fernando Pessoa

Queste parole di Fernando Pessoa sono il cuore pulsante di Heroes, nuova produzione della compagnia blucinQue diretta da Caterina Mochi Sismondi. Uno spettacolo che attraversa teatrodanza, performance contemporanea, musica dal vivo e tecniche circensi, per esplorare l’identità come territorio frammentato, instabile, in continuo mutamento.

In Heroes non esiste un’unità compatta del corpo o dell’io: esistono parti, zone, indizi, frammenti che suggeriscono qualcosa senza mai ricomporsi in una totalità definitiva. Il corpo diventa così un assemblaggio poetico, un insieme di sintagmi fisici e visivi, un luogo attraversato da metamorfosi continue. In scena, sei performer e una musicista dal vivo evocano un caleidoscopio di identità cangianti, attraversando mondi diversi e contrastanti. Ogni personaggio è ispirato a figure emblematiche della cultura pop, del cinema e della storia dell’arte performativa: David Bowie, cui lo spettacolo deve il titolo, il presentatore di Cabaret, i grandi clown storici come Grock e la famiglia Fratellini.

Non si tratta di citazioni illustrative, ma di presenze archetipiche, di immagini che emergono come fantasmi, attraversano il corpo dei performer e subito si trasformano. Le identità si sovrappongono, si incrinano, si moltiplicano, restituendo una galleria di personaggi sospesi tra comicità e dramma, tra leggerezza e vertigine, tra esposizione e nascondimento. Al centro di Heroes si colloca la figura contraddittoria del clown, inteso non come semplice personaggio, ma come agente di un movimento fisico che lascia un segno.

Il clown è colui che richiama e svela, attraverso la più piccola delle maschere, il naso rosso, una verità nascosta, fragile, spesso dolorosa. La creazione abbraccia il desiderio di svelarne le contraddizioni, di riconoscerne fragilità, difetti, paure, particolarità, senza nasconderli, ma trasformandoli in materia viva, in forza espressiva. Il clown diventa così una figura “fuori luogo”, specchio dell’essere umano contemporaneo, costretto a indossare maschere per sopravvivere e, allo stesso tempo, desideroso di liberarsene. Il lavoro si inserisce pienamente nel percorso artistico di blucinQue, mantenendo viva la commistione tra l’immanenza orizzontale della danza e del teatro e la verticalità delle tecniche circensi. Una ricerca che mette in dialogo terra e aria, peso e sospensione, caduta e slancio, in una costante tensione verso il disequilibrio.

Non esistono limiti imposti al corpo né allo spazio scenico: il movimento diventa atto di spiazzamento, il gesto fisico lascia una traccia, il corpo si espone come luogo di rischio e di rivelazione. Collocandosi volutamente “fuori luogo”, Heroes assume tonalità oniriche, sviluppandosi in quadri visivi di forte impatto emotivo, dove l’immagine non illustra ma suggerisce, non spiega ma apre possibilità. La composizione originale, eseguita dal vivo da Beatrice Zanin al violoncello ed elettronica, accompagna e attraversa l’intero dispositivo scenico. Il suono non è semplice accompagnamento, ma presenza drammaturgica, paesaggio emotivo che amplifica tensioni, fragilità e slittamenti identitari.

Corpo e suono si muovono insieme, creando un’esperienza immersiva che coinvolge lo spettatore in un viaggio sensoriale e poetico.

Heroes è un invito a riconoscere la divina irrealtà delle cose, a cercare frammenti di verità nelle pieghe del paradosso, a lasciar emergere un’identità più autentica e vibrante, celata dietro la finzione del travestimento. Uno spettacolo che, attraverso il corpo e il suono, esplora il confine tra identità e finzione, rendendo visibile la complessità dell’esistenza umana.

Mara Martellotta

“Dove le liane s’intrecciano”, al “PAV” di Torino

La natura per raccontare … nella mostra personale di Binta Diaw 

Fino all’8 marzo 2026

Le liane. Il riferimento alle piante rampicanti, caratteristiche in particolare delle regioni tropicali, “capaci di adattarsi e resistere, simbolo di alleanze vitali e resilienze collettive”, è da subito focus illuminante di quanto l’artista italo-senegalese Binta Diaw voglia proporci, attraverso opere installative e multimateriche, nella personale presentata, fino a domenica 8 marzo 2026, al “PAV– Parco Arte Vivente” di via Giordano Bruno a Torino. Ma ancor più elemento chiarificatore è il “sottotitolo” dato alla rassegna: “Resistenze, alleanze, terre”. Curata da Marco Scotini (direttore di “FM – Centro per l’Arte Contemporanea” di Milano e responsabile del programma espositivo del “PAV”), dopo le personali dell’artista indiana Navjot Altaf, dell’indonesiana Arahmaiani e della guatemalteca Regina José Galindo, la mostra di Binta Diaw (nata a Milano nel 1995) ma cresciuta fra Italia e Senegal, rappresenta un nuovo importante capitolo nell’indagine da tempo percorsa dal “PAV” sui “legami tra natura, corpo femminile e pensiero decoloniale”. Attraverso installazioni ambientali, che diventano “forma estetica” attraverso i più vari “materiali organici e simbolici” (come terra, gesso e corde fino ai capelli sintetici e alle bandiere arrotolate) l’artista affronta tematiche di stretta e strettissima attualità, ma anche di forte impronta storica come la “memoria diasporica afrodiscendente”, in un lungo cammino che arriva ai nostri giorni, agli ingorghi della contemporaneità, come la “sopravvivenza ecologica” e la “resistenza o resilienza femminile”.

In tal senso sono due le opere chiave, al centro della rassegna. La prima, quella “Dïà s p o ra” (2021), installazione già presentata alla “Biennale di Berlino 2022”, composta da una struttura sospesa simile a una ragnatela, realizzata con trecce di capelli ed evocante la resistenza silenziosa delle donne senegalesi schiavizzate, che nascondevano semi e mappe nei capelli, trasformando la materia in archivio vivente e luogo di sopravvivenza clandestina; la seconda “Chorus of Soil” (2019), riproduzione della “pianta” della nave negriera “Brooks”, realizzata con terra e semi. Qui, le sagome degli schiavi, simbolo di oppressione, diventano anche germinazioni vegetali, trasformando la nave in un “giardino di memoria e rinascita”.

La serie “Paysage Corporel” “Nature” (2023) ha come protagonista il corpo dell’artista, trasformato in una sorta di sfumate “dune desertiche” e reinterpretato (stampa a getto di inchiostro su carta di cotone montata su dibond – pannello composito di alluminio) come “paesaggio”.

Completa il percorso l’opera video “Essere corpo”, che sintetizza, in un unico “dove”, le connessioni tra memoria, corpo e natura, trasformando lo spazio espositivo in un luogo di passaggio corporale e mentale, in cui far rinascere una costruttiva relazione fra esseri viventi.

“La mostra si configura – si legge in nota – come un paesaggio corale in cui dimensione estetica e politica si intrecciano, offrendo nuove immagini di comunità e appartenenza. E dunque, con questa mostra il ‘PAV’ conferma il proprio impegno nella costruzione di una nuova ecologia politica, capace di ripensare i rapporti tra arte, natura e società globale”.

Da segnalare:

Nell’ambito della personale di Binta Diaw, mercoledì 10 dicembre, le “AEF/PAV – Attività Educazione Formazione” propongono “Wunderkammer d’Altrove”, corso di formazione ideato nell’ambito della Rassegna “aulArte”, sostenuta dalla “Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT”, per favorire l’accesso ai luoghi di cultura dei docenti delle scuole piemontesi ad attività di formazione basate sulle pratiche dell’arte contemporanea. Per le scuole e i gruppi che visiteranno la mostra “Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre” e le installazioni presenti nel Parco (23.500 mq) viene proposto “Radici volanti”, laboratorio in movimento che si situerà nello spazio interno al Museo o nel vasto Parco, dove i partecipanti “produrranno, punto dopo punto, una catena tessile per legarsi gli uni agli altri in un’azione ludica e collettiva”.

Gianni Milani

“Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre”

PAV – Parco Arte Vivente, via Giordano Bruno 31, Torino; tel. 011/3182235 o www.parcovivente.it

Fino all’8 marzo 2026

Orari: ven. 15/18; sab. e dom. 12/19

 

Nelle foto: Binta Diaw; “Chorus of Soil” (2019); “Paysage Corporel – Nature I” (2023)

Una di quelle figure femminili che hanno cambiato la storia del teatro

Tutte le feste in compagnia della “Locandiera” con Miriam Mesturino

Quindici anni di repliche, un successo firmato Torino Spettacoli, repliche torinesi e in giro per tutta Italia. L’avventura di Mirandolina, “La locandiera”, andata in scena al teatro Sant’Angelo di Venezia il 26 dicembre 1752, è stato detto essere “la più bella commedia di Carlo Goldoni” (più esplicito l’autore: “la più morale, la più utile, la più istruttiva”), una delle più divertenti anche, per i suoi caratteri e per l’intreccio, allegria di finissimo rango o ombre di malinconia che possono sorgere qua e là, è sufficiente che il metteur en scène privilegi questo o quell’aspetto, un panorama di disfacimento, nella sua lettura sociale, che può abbracciare una borghesia e una aristocrazia come il lungo potere della repubblica veneziana. Protagonista di questo allestimento – che vede la regia di Enrico Fasella – Miriam Mesturino, per questa eccellente prova divenuta accreditata interprete goldoniana, che ha per compagni Enrico Caratto e Alessandro Marrapodi, nonché Barbara Cinquatti, Maria Elvira Rao, Sebastiano Gavasso e Stefano Bianco, con la partecipazione di alcuni Germana Erba’s Talents.

Una locanda ereditata dal padre, in quel di Firenze (una sorta di parafulmine, un modo da parte dell’autore, di preservarsi dai fulmini dei suoi concittadini?), serva Mirandolina – vero carattere di esistenza teatrale, a tutto tondo, rappresentante eccellente di una meravigliosa riforma: alle sue spalle scompare ormai del tutto una certa Colombina – a riverire e ossequiare ogni cliente abbia a mettervi piede ma pure padrona efficiente e capace di tenere ognuno al proprio posto, moderna, oggi la diremmo donna-manager che guarda con attenzione alla rispettabilità e alla giusta economia della sua proprietà, estremamente realista e legata in ogni piega alle proprie aspirazioni e ai propri interessi, un giusto avvicendarsi di furbizia e di malizia; e poi un cameriere devoto e pieno d’affezione come altresì di gelosia, un nugolo d’avventori che fanno a gara per accaparrarsi le grazie della bella locandiera, tra tornaconti e ostentazioni: il Conte d’Albafiorita, parvenu che non bada a spese, il Marchese di Forlipopoli spocchioso visionario di una antica ricchezza e di una presenta quanto inutile nobiltà, il Cavaliere di Ripafratta altezzoso e misogino (il “disprezzator delle donne”, è ispirato al patrizio Giulio Rucellai, al quale la commedia è dedicata) ma più di ogni altro ingenuo – “il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce” -: a rappresentare in gesti e parole differenti tutti e tre il vuoto che circola nella società che essi rappresentano, parassiti, instabili, vacui, ormai ridicoli. Tre caratteri con diverse visioni del mondo e della vita, che mercanteggiano in protezioni e titoli, in momentanei compromessi o ingenui raggiri, che si pestano i piedi l’un l’altro, che tentano quel traguardo a cui sanno, più o meno consciamente, vista la strenua difesa della donna, che non potranno mai raggiungere, ogni cosa risolta in un matrimonio finale, non si sa quanto d’interesse e quanto di qualcosa che somigli a un amore certo ancora ben stretto a una ventata di libertà, a cui Mirandolina non vorrà mai rinunciare, ma pur con un happy end che già il pubblico dell’epoca era solito pretendere. “La locandiera” è anche il risvolto del teatro goldoniano, l’esposizione e la conferma di nuove leggi, la cancellazione della commedia dell’arte e delle sue maschere, è il trionfo della quotidianità e del vivere che realissimo si conduce tra campielli e rivi settecenteschi, non più canovaccio ma vitale rappresentazione di azioni e di comportamenti. Una commedia dell’arte che si sfalda anche nelle figure delle due commedianti, Ortensia e Dejanira, pronte a recitare su un palcoscenico ma corpose e solide fuori della scena.

Sottolineava Fasella nelle sue note di regia: “La storia di una donna che rifiuta Conti, Marchesi e Cavalieri, per impalmare Fabrizio, umile borghese quanto lei, al fine – neanche troppo dissimulato – di governare meglio la locanda, non può che essere una tipica allusione alla novità dei rapporti tra borghesia e nobiltà, nel particolare momento storico in cui l’intrigante vicenda si sviluppa. In MIrandolina, si visualizza, attraverso l’artificio scenico, quel mutamento che vede la borghesia conquistare maggior spazio a danno della nobiltà veneziana e non solo… L’immagine che Mirandolina mostra di sé, ammiccando con il pubblico e con la “storia”, zittisce ogni commento critico sul suo personaggio: la locandiera, più che onesta o crudele, più che infida o virtuosa, è un’efficiente donna d’affari, che pone la locanda al centro della sua vita e che al suo buon andamento subordinerà sempre, e oltre qualsiasi apparenza, ogni motteggio e ogni lusinga.” Recite al teatro Gioiello venerdì 26 ore 17, sabato 27 ore 21, domenica 28 ore 16, mercoledì 31 ore 21,30, venerdì 2 e sabato 3 ore 21, domenica 4 ore 16, martedì 6 ore 16.

Elio Rabbione

Nelle immagini, un momento della “Locandiera” e gli applausi del pubblico a Miriam Mesturino, Enrico Caratto e Alessandro Marrapodi.

Per il Concerto di Natale, sul podio dell’Orchestra Nazionale della Rai salirà Giulio Cilona

Martedì 23 dicembre, alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rai di Torino, ci sarà una data unica e fuori abbonamento per il Concerto di Natale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Sul podio salirà Giulio Cilona, talentuosa bacchetta, non ancora trentenne, che sostituirà Ottavio Dantone, che non potrà esserci a causa di un’indisposizione. Il direttore d’orchestra siederà anche al clavicembalo nei brani che prevedono lo strumento, e torna alla guida dell’OSN per la terza volta in un anno. Cilena è attualmente “capellmeister” alla Deutsch Oper di Berlino, incarico che ricopre fin da giovanissimo. L’appuntamento natalizio è trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La serata si aprirà con cil Concerto in re maggiore per due trombe, archi e basso continuo RV 537 di Antonio Vivaldi, con protagoniste le prime trombe dell’OSN Rai Marco Braito e Roberto Rossi. Si tratta dell’unico Concerto per trombe scritto dal compositore veneziano, che torna sui leggii dell’Orchestra Rai dopo 45 anni. A seguire è proposta La Pastorale dall’Oratorio di Natale BWV 248 di J.S. Bach, uno dei più grandi capolavori dedicati alla nascita di Gesù. Di Mozart verrà eseguito il Mottetto in fa maggiore per soprano e orchestra “Ex sultate et jubilate” , con solista soprano Francesca Aspromonte, che sale per la prima volta sul palco dell’Auditorium Rai. Suddiviso in quattro movimenti, il brano fu composto nel 1773 per il cantante castrato Venanzio Rauzzini. A chiudere il programma la Sinfonia n.6 in fa maggiore op.68, detta Pastorale, di Beethoven, la più eccentrica ed enigmatica tra le sue sinfonie. Un quaderno di appunti conservati al British Museum di Londra, permette di gettare uno sguardo sul lavoro preparatorio alla Sinfonia, che fu elaborata tra il 1807 e il 1808. A margine del primo foglio del fascicolo, Beethoven scrisse “Sinfonia caratteristica”, aggettivo che nel ‘700 richiamava un insieme di aspetti peculiari dello stile e della forma di un brano musicale. Il concetto di “carattere”, in un’epoca influenzata dal Manierismo settecentesco, si riferiva in primo luogo all’espressione di un unico sentimento-affetto nell’arco dell’intera composizione. Nell’opera si usava definire “caratteristica” l’ouverture, legata al clima espressivo della scena. La Pastorale fu ultimata nel 1808 e diretta per la prima volta da Beethoven stesso, nel dicembre dello stesso anno, al Theater Anderwien di Vienna.

Biglietti per il concerto esauriti. Eventuali titoli soggetti a rinunce saranno rimessi in vendita un’ora prima dello spettacolo

biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta