CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 117

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: La sottovalutazione della violenza – Un capro espiatorio? – L’uomo forte – Lettere

La sottovalutazione della violenza
A partire da Odifreddi a Don Ciotti, al redivivo Bertinotti  ad alcuni  docenti universitari e commentatori vari non c’è da stare  molto allegri, se pensiamo alle reazioni ai fatti di sabato 31 gennaio. E’ la sottovalutazione di sempre  della violenza che giunge alla sua giustificazione in quanto il sistema sarebbe di per sé violento. Argomentazioni che puzzano lontano un miglio di ‘68 e che  già in passato tentarono di giustificare “Lotta Continua” e le Br. Poi c’è’ Salvini che, orfano del generale ,propone una cauzione per poter manifestare in piazza, cosa consentita  economicamente forse solo alla Cgil e ad alcuni partiti. Il diritto a manifestare pacificamente e senz’armi è un principio irrinunciabile. Alcuni non hanno neppure capito che i violenti non erano una frangia del corteo, ma erano gli organizzatori e i propugnatori   del medesimo. Ha ragione Ugo  Volli a dire che il grosso del corteo non ha più l’età e la forza fisica per far casino, ma aderisce pienamente ai compagni che combattono anche per loro. Patetico l’intervento della leghista che, dopo anni di silenzio, è intervenuta, dicendo che lei ha partecipato al corteo, ma non sta da una parte né dall’altra.
Non trascurabili sono anche i silenziosi, gli opportunisti che se la cavano con una generica  e stantia condanna della violenza. Ancora più incomprensibili sono i silenzi di  certi vecchi professori  emeriti ,noti per essere maestri di democrazia. L’analisi della Procuratrice Generale della Corte d’Appello si è  rivelata, poche ore prima dei fatti, lucida e profetica, ma quasi nessuno ha tratto le conclusioni dovute.
Giampiero Leo, che durante la contestazione del 1977 fu selvaggiamente picchiato, ha fatto una delle poche dichiarazioni condivisibili senza cadere nel rigorismo di alcuni leghisti. La situazione è grave e certo non basta inasprire le norme. Occorre anche che il Ministero degli interni esamini se la sua strategia sabato 31 si è rivelata adeguata. Nessuno può dare suggerimenti e formulare critiche perchè noi cittadini non conosciamo la situazione reale . Ha ragione Cerno a collegare l’orda dei violenti alla Val di Susa, diventata quartier generale della guerriglia No Tav. E’ li’ che va estirpata la radice profonda della violenza che trova in Askatasuna l’altra centrale dell’ eversione.  Lo squadrismo rosso va stroncato insieme al brodo di coltura formato dai vecchi malvissuti che sono totalmente  complici dei “ragazzi” della generazione Z . Qui non è in gioco un governo, qui è in gioco la democrazia e il diritto dei cittadini di vivere la loro vita senza i traumi che crea una situazione intollerabile come quella generata  da Askatasuna. Gli esegeti della giustificazione della  violenza  sono i nuovi “cattivi maestri”che hanno rovinato una generazione di giovani con le loro faziosità e intolleranze. Ad essi bisogna dire basta anche perché in Francia non c’è più un Mitterand ad accoglierli. La scarcerazione immediata dei tre arrestati suscita perplessità. I domiciliari agli aggressori dei poliziotti determinano vaste  reazioni  popolari negative perché oggi il buonismo garantista a Torino non trova un facile  consenso. E’ quasi un paradosso: a ridurre il valore del garantismo sono gli estremisti che si travestono da nuovi partigiani per sostenere il dissenso contro il  nuovo regime.
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Un capro espiatorio?
Ho appreso, navigando su Facebook, che gli ordini cavallereschi sabaudi si pubblicizzano sui social, mettendo addirittura il numero di telefono a cui rivolgersi. Resto esterrefatto se penso allo stile di Umberto II e a quello dei suoi collaboratori Umberto Provana di Collegno, Vittorio Prunas Tola, per  non parlare del ministro Falcone Lucifero. Tutti si rivolterebbero nella tomba. Ho ascoltato  anche un discorso di pochi minuti tenuto dal pretendente al trono italiano  che non c’ è più dal 1946, il quale stranamente porta il nome del Duca d’Aosta Emanuele Filiberto,  comandante della III armata durante la Grande Guerra: incredibili giochi della storia, anche se non osarono battezzarlo con il nome della discendenza, cioè quello di Umberto, che oggi è  il nome del  figlio di Aimone di Savoia. Il pretendente ha dichiarato in modo apodittico che Vittorio Emanuele III  fu un capro espiatorio della storia. Frase inconsistente storicamente perché 46 anni di regno vanno valutati nelle loro luci e nelle loro ombre. L’età giolittiana, ad esempio, fu una gloria del re Vittorio e anche il periodo della Grande Guerra non fu, secondo molti storici, da buttare: fu il re soldato che completò il Risorgimento. I problemi sorsero  con il fascismo quando il re commise degli errori indiscutibili. Io andai a Vicoforte insieme al  principe Sergio di Jugoslavia a visitare la tomba del re e della regina Elena e pronunciai anche qualche parola di rispetto e di ammirazione soprattutto per la Regina. Non ho mai accettato i codardi oltraggi nei confronti dei vinti che ridussero Vittorio Emanuele a “re sciaboletta”, come fosse  un Brunetta qualsiasi. Ma oggi ,dopo certe manifestazioni quasi paramilitari che ho visto sui social, a Vicoforte non tornerei più. Vittorio Emanuele III  è responsabile di aver aperto le porte del governo nel 1922 a Mussolini in seguito alla marcia su Roma. Marcello Soleri, che gli  propose di firmare lo stato d’assedio per fermarlo, come scrive nelle sue memorie, lo ritenne ,insieme a Facta, responsabile dell’avvento al potere di Mussolini. In modo cinico dopo il delitto Matteotti il re non mosse un dito per ripristinare l’ordine statutario compromesso da quel delitto. Nei confronti del fascismo fu sempre più succubo del regime, fino alla firma delle leggi razziali e della sciagurata  dichiarazione di guerra. Prima ancora accettò che il Parlamento venisse stravolto nella Camera dei fasci e delle corporazioni e che il senato del Regno venisse fascistizzato. Attese un golpe interno al fascismo il 25 luglio 1943 per chiedere a Mussolini le dimissioni. Il successore da lui  scelto nel maresciallo Badoglio, fascistissimo duca di Addis Abeba, fu un disastro.
Nei quarantacinque giorni non fece nulla se non liquidare  con la violenza delle ripicche personali come l’omicidio di Ettore Muti e lasciò che i tedeschi si impadronissero dell’ Italia, abbandonando l’esercito sparso sui campi di battaglia, senza ordini. E l’8 settembre scappò insieme al re al Sud perché non c’era più altro da fare che trasferirsi da Roma ormai pronta ad essere occupata dai tedeschi .Si mise al sicuro sotto la protezione anglo – americana, pur riuscendo a rimettere in piedi un piccolo esercito di liberazione che non fu merito suo. Diceva Delcroix: da invasori in pochi giorni diventarono liberatori.  Anche in questa ultima vicenda il re non fu capro espiatorio, ma primo responsabile insieme a Badoglio della capitolazione di un esercito abbandonato a sé  stesso. Moralmente e politicamente fu responsabile anche dell’eccidio di Cefalonia e dell’internamento in Germania di 600mila soldati che paradossalmente furono fedeli al giuramento prestato al loro re, ma furono fatti prigionieri perché abbandonati a  se’ stessi dai loro superiori più altolocati. Fu inoltre responsabile della politica tra il 1943 e il 1946 perché non volle abdicare se non a pochi giorni dal referendum. Questo restare abbarbicato al potere danneggiò moltissimo la Causa Monarchica, come una volta mi disse con franchezza il ministro della Real Casa Lucifero. Le mie poche righe non bastano a dare un giudizio su 46 anni di regno, ma le semplificazioni manichee non bastano a giustificare il “piccolo grande re“ come diceva in televisione Alfredo Covelli. La storia non è cosa da cortigiani, ma da  studiosi. Sono d’accordo a continuare a leggere Gioacchino Volpe, ma non i depliant propagandistici di personaggi che disonorano quello che resta di Casa Savoia. La difesa del re tentata dal suo fedelissimo Alberto Bergamini sarebbe ancora oggi, la traccia da seguire per difendere il re d una condanna faziosa e totale, ingiusta al pari della difesa incolta ed aprioristica.
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L’uomo forte
L’idea dell’uomo forte ha sempre suggestionato alcuni utopisti autoritari da Junio Valerio Borghese a Edgardo Sogno che pure fu un resistente. Sogno guardava a De Gaull , ma non aveva le idee chiare sul terreno politico. Fu di moda la parola golpe, come poi avvenne drammaticamente  in Cile con altri generali e prima in Grecia con i colonnelli.
Fecero disastri politici e massacri di oppositori. Lasciamo che in Italia i generali  facciano i generali e non diventino aspiranti leader politici. Non sono preparati a ruoli politici e potrebbero solo portare danno. Se poi scrivono anche libri, bisogna preoccuparsi. Occorre uno Stato democratico forte, non il generale di turno. De Gaulle era uno statista a sé, nessuno può chiamarlo in causa anche perché la storia francese è altra rispetto a quella italiana e le incapacità di Macron hanno vanificato la Quinta repubblica Gaullista.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cavour e il “Pannunzio”
Ho visto il manifesto del Centro Pannunzio in cui si afferma in modo fantasioso che che Cavour sarebbe potuto essere socio del centro Pannunzio. Su che  cosa si sono basati i suoi grafici un po’ troppo fantasiosi ? La storia va rispettata.    Rag. Tino Diotallevi
I grafici hanno seguito le mie personali indicazioni. Esiste un precedente degli anni Cinquanta in cui due partiti si contesero nei manifesti  l’immagine e l’eredità politica di Cavour. Il” Corriere della sera“ si presentò a Torino con l’immagine di Cavour. Nel caso specifico fu Stefano Reggiani nel 1975 a scrivere dei racconti in cui il Conte di Cavour era abituale frequentatore del Centro Pannunzio, a volte insieme al re. Non era una fantasia campata in aria. Reggiani era un giornalista colto e sapeva che Pannunzio teneva dietro la sua scrivania di direttore un ritratto di Cavour. E sapeva anche la difesa tenace di Cavour da me fatta nel corso degli anni , seguendo l’amico e Maestro Rosario Romeo . Nessuno a Torino è stato più cavouriano del Centro “ Pannunzio“ che ha nel suo atrio di ingresso un busto di Cavour. Penso che abbia capito il senso di pensare ad un Cavour redivivo socio del Centro Pannunzio. I liberali con i liberali, potremmo dire parafrasando Matteotti.
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Piazza Solferino  e il centro
Perché piazza Solferino è così trascurata e priva di eventi, se si eccettua il Natale? E’ una piazza storica importante e  dimenticata. Angela Bianchi
E’ una piazza speciale perché la viabilità scorre parallela alla piazza e guai se a qualche assessore venisse in mente di rendere pedonale tutta la piazza, condannandola alla morte. Resta comunque una piazza piuttosto ampia. Per le Olimpiadi invernali pensarono di dotarla di due orribili “Gianduiotti“ che poi dovettero rimuovere e  demolire: le idee di una estrosa assessora al turismo che certamente non ha brillato per capacità neppure per le Olimpiadi. Dopo si sono tenute poche manifestazioni, una per l’intitolazione di parte  della piazza ad Alfredo Frassati.   Gli spazi utili ci sarebbero , ma forse manca la fantasia e la volontà. Chi autorizza un supermercato in piazza Castello, si rivela inadatto ad esercitare certe funzioni. Torino manca di gente capace di  vera fantasia progettuale .Vivono nel passato delle “luci di artista”, lasciando nel buio più pericoloso piazza Carlina: una follia.  Non è solo piazza Solferino a soffrirne. C’è gente malata di demagogia che vuole portare tutto in periferia. Forse è questa la spiegazione per capire come mai piazza Solferino è stata declassata. L’idea di una città con molti centri è nefasta perchè priva il centro vero  di attrattiva. La pedonalizzazione di via Roma avrà esiti esiziali perché i torinesi useranno come sempre  i portici e la via pedonalizzata, negata alla circolazione ,sarà preda di sfaccendati e artisti di strada.
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Pitigrilli
Ho letto il libro del giornalista Ternavasio su Pitigrilli e sono rimasta molto delusa. Il solito tuttologo che non approfondisce nulla. Per parlare dei rapporti con il fascismo di Pitigrilli si fonda su tale Colombini, una estremist , non  una studiosa. Che delusione!   Rosina Roberti
Non ho letto il libro e quindi non so dirle nulla, anche se concordo su Colombini. NResta insuperato il libro di Anna Antolisei su Pitigrilli che evidenzia l’aspetto più riuscito dell’opera dello scrittore torinese, l’aforisma, di cui Antolisei è grande studiosa. I biografi di mestiere che passano indifferentemente da un tema all’altro, quasi fossero enciclopedici, non sono mai molto affidabili. Gli studiosi seri ed approfonditi, ma non seriosi  come Antolisei, sono tutt’altra cosa.

“Ditegli sempre di sì”, la pazzia (e le risate) di Michele Murri

Domenica 8 al Gioiello ultima replica

Fu scritta nel 1927 per Vincenzo Scarpetta con il titolo Chill’è pazzo, un atto unico in dialetto napoletano, protagonista la maschera scarpettiana di Sciosciammocca; cinque anni dopo Eduardo la riprese, italianizzandola in due atti, tra cancellazioni e modifiche, diede corpo e anima al nuovo Michele Murri, facendo tuttavia confessare all’autore di non esserne particolarmente soddisfatto, meno equilibrio, sottotracce tralasciate, luoghi comuni che non lo convincevano. Infatti non troppe edizioni si ebbero in seguito per la commedia che la storia del teatro conobbe in maniera definitiva come Ditegli sempre di sì, inserita da una terza edizione del 1962, all’indomani di un passaggio televisivo, nella Cantata dei giorni pari, divertente intreccio – e non soltanto – attorno al mondo della pazzia.

Michele Murri, di professione commerciante, se ne torna a casa dopo un anno trascorso in manicomio, la sorella Teresa ha fatto di tutto per tenere ogni parente e vicino all’oscuro delle vere cause di quell’allontanamento, su richiesta del medico asseconderà in ogni cosa le parole e i desideri del fratello, al di là di ogni briciola di miglioramento che l’uomo possa presentare. Ma non è sufficiente dire sempre di sì, Michele travisa ogni situazione e immagina e confonde e ingarbuglia parole che arrivano a confondere le intenzioni e il vivere di tutti i giorni di quanti passano per la sua casa. Combina matrimoni, comprende come qualcuno abbia vinto un terno al lotto mentre al contrario costui sta per essere messo dentro per un ammanco di trentamila lire, crede con un ridicolo errore che un amico sia passato a miglior vita, facendogli recapitare una corona di fiori da parte del fratello con cui quello non parla da anni. Tutti rimangono coinvolti, fidanzate speranzose, la servetta che va e viene scombussolata per casa, un presunto attore pronto a declamare poemi al cuore della ragazza che vorrebbe impalmare, un amico che vorrebbe tranquillamente festeggiare il compleanno, Michele persino, che arriva a confondere la propria identità. A Teresa non resterà che ricondurlo “là”, in quel manicomio che ha sempre cercato di nascondere a tutti.

Un meccanismo di comicità dove ogni ingranaggio è al posto suo, quelli della risata che nascono facilmente, la sembianza della farsa pronta a farsi tragedia personale: laddove Eduardo guarda con attenzione e reverenza al suo maestro Pirandello, laddove rimpagina le corde di Ciampa, in special modo la civile, e richiude il protagonista dentro la propria pazzia, quasi un nuovo Enrico IV tra le sale del castello, nell’unica compagnia dei suoi armigeri. “Il pazzo è un sognatore da sveglio”, aveva detto Immanuel Kant, la voce di Eduardo, ad inizio spettacolo, ci avverte con un guizzo nuovo e tutto suo che “non c’è filosofia nella farsa che recito stasera, ma un personaggio della vita vera, un tal dei tali affetto da follia… allora è un dramma, mi direte voi, io vi rispondo è una tragedia nera, ma non è nostra, e la tragedia vera diventa farsa se non tocca a noi: divertitevi dunque”. Riandando di prepotenza a quell’umorismo, amaro seppur corrosivo, che è lo stesso delle pagine di Pirandello, l’imperativo – confessa il giovane regista Domenico Pinelli, fatto di genuinità e di autenticità in quel suo timore, nell’”inciampo” lo chiama lui, lui “giovane attore alla sua prima vera esperienza da regista” – ad andare oltre, a far proprie lezioni antiche facendo affiorare quell’amarezza che circola anche attraverso i sorrisi, dando maggior spessore ai piccoli o grandi personaggi, lasciando che ogni traccia s’espanda alla “condizione umana”, generalizzata.

Certo, le radici della farsa esistono, svilirle sarebbe come svilire quelle di Edoardo stesso: ma Pinelli vince la scommessa, come regista soprattutto vorrei dire, artefice di grande quanto rispettosa filologia, preciso indagatore del “sentimento” bacato del suo protagonista (e dei suoi compagni), delle verità e delle sovrapposizioni, della finzione e della vita stessa; mentre l’attore Pinelli si fa maschera eduardiana, s’abbandona a gesti precisi, a sospensioni ammiccanti di voce e di parole, a certezze che immediatamente divengono dubbi per ritornare verità sacrosante, a simpatici giochi di parole, il tutto con leggerezza e padronanza di grande mestiere. Gli viene spavaldamente, senza risparmio, appresso il suo compagno d’avventura Mario Autore (sue anche le musiche) – dico compagno ripensando a quell’altra loro avventura, lui Eduardo e Pinelli Peppino nel film di Rubini “I fratelli De Filippo”, di ormai cinque anni fa -, infaticabile autore/attore Luigi Strada, strapazzato dalla vita e dall’insuccesso, che sfogliando un variopinto e azzeccato trio delle risate e con la faticosa dicitura di una sua poesia d’amore si ritaglia momenti di vero apprezzamento e applausi a scena aperta. Con loro Anna Iodice come affettuosa e salvifica Teresa, Mario Cangiano come spaesato spasimante e tutti gli altri, dodici attori in scena, bello sforzo produttivo – con ogni rispetto pallido di fronte a quel “Sabato domenica e lunedì”, visto qui in settimana, per cui si sono rimboccati le maniche fior di Stabili e altri enti vari – per una produzione davanti alla quale il giovane Pinelli s’è visto tremare le vene e i polsi: ma l’operazione, tra grumi di tristezza e fragorose risate, lui, non passi le notti in bianco, non l’ha sbagliata davvero. Al Gioiello, ultima replica – ed è davvero un peccato – domenica 8 febbraio, ore 16. Applausoni alla prima, inconfondibili. Un consiglio, se amate il teatro, quello che vi rimette in sesto: andate e vedervelo e, come insisteva Eduardo, “divertitevi dunque!”. Di quanto ne abbiamo bisogno, lo sappiamo tutti.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Francesco Maria Attardi e Giulia Cher, alcuni momenti dello spettacolo.

Incipit Offresi: il talent approda a Moncalieri

 

Giovedì 12 febbraio, ore 18

Il primo talent letterario itinerante che scopre nuovi autori e trasforma gli incipit in storie da pubblicare

 

Pubblicare un libro, grazie a un incipit: il primo talent letterario itinerante è alla ricerca di aspiranti scrittori a Moncalieri (TO). La sesta tappa dell’undicesima edizione è in programma giovedì 12 febbraio alle 18 alla Biblioteca Arduino, in occasione della settimana “Moncalieri che legge”. Presenta Nicole Dubois, con l’accompagnamento musicale di Simone Pavan.

Incipit Offresi è un vero e proprio talent della scrittura, lo spazio dove tutti gli aspiranti scrittori possono presentare la propria idea di libro. L’obiettivo non è premiare il romanzo inedito migliore, ma scovare nuovi talenti, promuovere la lettura e valorizzare le biblioteche come luoghi di partecipazione e di promozione culturale. In 10 anni Incipit Offresi ha scoperto più di 150 nuovi autori, pubblicato oltre 80 libri e coinvolto circa 12mila spettatori l’anno, 30 case editrici e più di 80 biblioteche e centri culturali. Partecipa Ago Edizioni, casa editrice indipendente di narrativa straniera del Novecento.

 

I partecipanti, in una sfida uno contro uno, avranno 60 secondi di tempo per leggere il proprio incipit o raccontare il proprio libro. Il/la concorrente che, secondo il giudizio del pubblico in sala, avrà ottenuto più voti, passerà alla fase successiva, dove avrà ancora 30 secondi di tempo per la lettura del proprio incipit prima del giudizio della giuria tecnica che assegnerà un voto da 0 a 10. Una volta designato il/la vincitore/trice di tappa, si aprirà il voto del pubblico per il secondo classificato. Chi otterrà più voti potrà partecipare alla gara di ballottaggio. Il vincitore o la vincitrice di tappa si aggiudicherà un buono libro del valore di 50 euro. I primi classificati di ogni tappa e gli eventuali ripescaggi potranno accedere alle semifinali per giocarsi la possibilità di approdare alla finale, in programma a giugno 2026.

I concorrenti primo e secondo classificato riceveranno rispettivamente un premio in denaro di 1.500 euro e 750 euro. Saranno inoltre messi in palio il Premio Scuola Holden con un corso di scrittura; il Premio Italo Calvino, con la partecipazione gratuita al prestigioso premio letterario; i Premi Golem e Leone Verde, con la pubblicazione dell’opera; il Premio Miraggi costituito da una lampada artistica fatta di libri; i Premi Indice dei Libri del Mese, Fondazione Circolo dei lettori, Pagina 37 e il Premio Archimede per gli under 35, con la pubblicazione del proprio racconto nella raccolta Archimedebook e, da questa edizione, il Premio Sostenibilità, a cura del Centro Scienza, un riconoscimento speciale agli scritti che affrontano temi ambientali, ecologici e climatici. Tutti gli iscritti al concorso, inoltre, grazie alla collaborazione con Scuola Holden, potranno seguire gratuitamente il corso “Chi ben comincia” a cura di Fronte del Borgo: due lezioni in streaming per scoprire come costruire un incipit capace di catturare il lettore dalle primissime righe, tra scelte stilistiche, tensione narrativa, esempi celebri e piccole esercitazioni.

 

Incipit Offresi è un’iniziativa ideata e promossa dalla Fondazione ECM – Biblioteca Archimede di Settimo Torinese e Regione Piemonte, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e la collaborazione di Emons Edizioni, Fondazione Circolo dei lettori, Scuola Holden e FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori.

Il Premio Incipit e il campionato sono dedicati a Eugenio Pintore, per la passione e la professionalità con cui ha fatto nascere e curato Incipit Offresi.

INFO E ISCRIZIONI

Giovedì 12 febbraio 2026, ore 18

Biblioteca Civica Antonio Arduino

Via Cavour 31, Moncalieri (TO)

www.incipitoffresi.it – info@incipitoffresi.it

tel. 011 80.28.722/588 – cell. 339 521.48.19

La tradizione interrogata: Tjeknavorian tra Mozart e Brahms

Di Renato Verga

Per la terza volta in pochi mesi un concerto sinfonico si apre con un’ouverture di Carl Maria von Weber. Dopo Der Freischütz diretto da Riccardo Minasi con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen e Oberon eseguito dall’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la guida di Manfred Honeck, è ancora Oberon a inaugurare il programma del dodicesimo concerto della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, all’Auditorium Arturo Toscanini. Sul podio, in sostituzione del previsto Andrés Orozco-Estrada, sale Emmanuel Tjeknavorian.
Nato a Vienna nel 1995 in una famiglia di musicisti di origini armene e iraniane, Tjeknavorian ha iniziato giovanissimo lo studio del violino, per poi orientarsi progressivamente verso la direzione d’orchestra. Figlio del compositore e direttore Loris Tjeknavorian e di una pianista, ha costruito in breve tempo una carriera intensa, culminata nel 2024 con la nomina a Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano e con il Premio Abbiati 2025 come Miglior direttore d’orchestra. Nell’ouverture weberiana, tuttavia, la sua energia non si impone subito: l’esecuzione è solida ed efficace, ma l’elemento fiabesco e soprannaturale della partitura avrebbe forse richiesto maggiore leggerezza e un senso più pronunciato dell’incanto.
È con il Concerto per pianoforte e orchestra in do maggiore K 467 di Mozart che il concerto cambia decisamente passo. Qui emerge con chiarezza la qualità del dialogo instaurato dal direttore con l’orchestra, che trova una risposta ideale nella partecipazione del solista Mao Fujita. Nato a Tokyo nel 1998, Fujita ha iniziato a studiare pianoforte a tre anni e si è imposto negli ultimi anni come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Nel celebre K 467 offre una lettura di grande equilibrio, in cui la trasparenza del suono e la chiarezza del fraseggio si uniscono a una profonda naturalezza stilistica. L’Andante, celeberrimo per la sua cantabilità sospesa, rappresenta il vertice espressivo dell’esecuzione, grazie a un controllo del tempo e del colore che evita ogni compiacimento. Il virtuosismo, mai ostentato, emerge nelle ampie cadenze dei movimenti estremi, affrontate con sicurezza tecnica e autentico senso musicale.
Il successo è tale da spingere il pianista a concedere due bis inattesi: la Fugue sur le nom d’Haydn di Charles-Marie Widor e l’Hommage à Haydn di Claude Debussy, entrambi composti nel 1909 per il centenario della morte del compositore. Si tratta di brani costruiti sulla trasposizione musicale del nome HAYDN, secondo un sistema di corrispondenze alfabetiche elaborato dalla Société Internationale de Musique. Due pagine rare e curiose, eseguite da Fujita con aplomb e precisione, che aggiungono una nota di raffinata eccentricità alla serata.
La seconda parte del concerto è interamente dedicata a Johannes Brahms e alla sua Sinfonia n. 1 in do minore op. 68, opera che rappresenta uno dei momenti più complessi e sofferti della storia della sinfonia ottocentesca. Brahms impiegò decenni prima di affrontare il genere, consapevole del peso esercitato dal modello beethoveniano. Quando la sinfonia fu finalmente presentata a Karlsruhe nel 1876, il compositore aveva già superato i quarant’anni ed era ormai una figura affermata, ma non ancora “consacrata” dal confronto con la forma sinfonica.
L’accoglienza fu clamorosa e non priva di fraintendimenti: Eduard Hanslick parlò di una diretta continuità con Beethoven, dando origine al celebre cliché della “Decima sinfonia”. In realtà, la Prima di Brahms guarda meno al progresso attraverso il conflitto tipico di Beethoven e più a un tono di ballata romantica, evidente soprattutto nel complesso primo movimento, costruito su una fitta rete tematica dal carattere prevalentemente tragico. Anche le apparenti somiglianze del finale con la Nona beethoveniana restano più evocazioni superficiali che reali parentele strutturali.
In questa pagina Brahms afferma una voce personale, densa e severa, che Tjeknavorian sembra sentire come particolarmente congeniale. La sua lettura mette in luce la solidità dell’impianto formale e la tensione drammatica della partitura, confermando come il giovane direttore trovi proprio nel grande repertorio sinfonico ottocentesco uno dei terreni più convincenti della propria maturazione artistica.

“Domeniche dell’Auditorium” con il Metaphōnê Chamber Consort

È il Metaphōnê Chamber Consort dell’OSN Rai, guidato da Andrea Ravizza, il protagonista del ciclo di concerti cameristici “Domeniche dell’Auditorium”, in programma domenica 8 febbraio prossimo, alle 10.30, presso l’Auditorium Arturo Toscanini di Torino. Il concerto sarà registrato da Radio 3, che lo trasmetterà domenica 15 febbraio alle 20.30. L’appuntamento sarà preceduto da esponenti dell’associazione Libera di Don Ciotti, parte di un percorso d’avvicinamento al 21 marzo, che a Torino vedrà tenersi la manifestazione della Giornata Nazionale dedicata alla Memoria delle vittime innocenti delle mafie. In apertura la formazione proporrà la Sonata per pianoforte Sz80 (BB88) di Bela Bartók, presentata nell’adattamento per gruppo da camera. Composta nel 1926, la pagina segna l’ingresso del compositore in una fase neoclassica, ma caratterizzata da una scrittura nitida, percussiva e di grande vigore ritmico. A seguire, Doppelgänger, firmato dallo stesso Ravizza nel 2025 per eufonio solista, ensemble e live elettronics. Dedicato all’eufonista Devid Ceste, che, dopo la prima esecuzione assoluta dello scorso settembre 2025 al Festival Classiche Armonie, lo esegue anche a Torino, il pezzo dialoga con la tradizione del doppdiario autori come Pierre Boulez, Bruno Maderna e Steve Reich. A concludere il concerto sarà il Preludio e tripla fuga in mi bemolle maggiore BWV 552 di J.S. Bach, proposto anch’esso in un adattamento cameristico. Vortice monumentale della letteratura organistica, l’opera fu pubblicata nel 1739 come cornice della Clavier-Übung III, caratterizzata da un’architettura sonora imponente intrisa di simbologia teologica.

I biglietti per il concerto sono proposti al prezzo unico di 5 euro e sono in vendita online sul sito OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Auditorium Rai – piazza Rossaro, Torino – telefono: 011 8104996 – www.osn.rai.it

Mara Martellotta

Accademia dei Folli lancia T.R.A.C.K.S

Prenderà il via l’8 febbraio la terza stagione di T.R.A.C.K.S., progetto culturale multidisciplinare promosso dall’Accademia dei Folli, che propone spettacoli teatrali, safari urbani, laboratori musicali nelle scuole e una mostra tematica.

Domenica 8 febbraio si inaugura la nuova edizione di T.R.A.C.K.S. – Trasformazione, Radicamento, Arte, Contemporaneità, Knowledge, Sharing, ideato dalla compagnia di teatro e musica Accademia dei Folli, vincitrice del bando “Torino che cultura!” della Città di Torino, finanziato nell’ambito del programma PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021–2027 a sostegno dell’economia urbana nel settore culturale.

Dal’8 febbraio al 22 novembre sono in calendario spettacoli teatrali, passeggiate urbane, laboratori didattici nelle scuole, un evento finale di restituzione e l’inaugurazione di una mostra tematica. L’edizione di quest’anno affronta alcuni degli obiettivi principali dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con particolare attenzione a salute e benessere, riduzione delle disuguaglianze e città e comunità sostenibili.

Per il ciclo Urbantracks sono previsti quattro safari urbani, in programma domenica 8 febbraio, 1 marzo, 19 aprile e 11 ottobre. Le passeggiate offriranno l’opportunità di esplorare luoghi significativi di Torino, conoscere associazioni e realtà locali e raccogliere testimonianze legate alle sfide globali dell’Agenda 2030, sotto la guida di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta. Il percorso, caratterizzato da un approccio multisensoriale e multidisciplinare, prevede interventi teatrali degli attori dell’Accademia dei Folli e performance musicali dei musicisti di Estemporanea. I fotografi della Scuola Internazionale di Comics di Torino accompagneranno i partecipanti nella realizzazione di scatti fotografici, mentre una docente della Scuola Holden stimolerà la scrittura di impressioni e riflessioni sui luoghi visitati. Novità dell’edizione 2026 sarà la raccolta dei suoni dei quartieri attraversati. Fotografie, testi e registrazioni sonore confluiranno nella mostra finale, che sarà inaugurata il 22 novembre. Le passeggiate sono gratuite, si svolgono dalle 15 alle 17.30.

Al termine di ogni safari urbano, alle ore 18, è previsto uno spettacolo teatrale dedicato a uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 individuati dal progetto.

Il cartellone propone cinque produzioni di compagnie teatrali nazionali: l’8 febbraio il Teatro delle Temperie porterà in scena Lo stronzo; il 1° marzo la compagnia Noveteatro presenterà Drained – Sdrenati; il 19 aprile Cabiria Teatro proporrà al Teatro Studio Bunker Romeo e Giulietta – Opera ibrida; l’11 ottobre Assemblea Teatro sarà protagonista con Il barone rampante; chiuderà la rassegna, il 30 ottobre, Evoè! Teatro con Flyover Country. Tutti gli spettacoli si terranno al Teatro Studio Bunker (via Niccolò Paganini 0/200). Il costo del biglietto è di 10 euro, ridotto a 5 euro per i partecipanti ai safari urbani pomeridiani, ad eccezione dello spettacolo del 30 ottobre, non preceduto dalla passeggiata.

Il progetto comprende inoltre laboratori musicali rivolti alle scuole primarie, che coinvolgeranno quattro classi in altrettanti percorsi tematici, ciascuno dedicato a una delle sfide globali individuate. Le attività saranno precedute da una matinée scolastica a cura del Collettivo Clochart con lo spettacolo Despresso, legato all’obiettivo 10 dell’Agenda 2030, dedicato alla riduzione delle disuguaglianze. I laboratori, della durata di dieci ore, saranno condotti da formatori di Legambiente, docenti di musica di Estemporanea e insegnanti della Scuola Holden. I brani musicali realizzati dagli studenti costituiranno una “colonna sonora sostenibile”, grazie all’utilizzo di strumenti costruiti con materiali plastici riciclati. Il percorso si concluderà il 22 novembre al Teatro Studio Bunker con Tracks Explosion, spettacolo finale che vedrà l’Accademia dei Folli riarrangiare ed eseguire le canzoni composte dai bambini.

Completa il progetto la mostra Trackshibition, un’immersione nei quartieri esplorati durante gli Urbantracks, che raccoglierà fotografie, testi e suoni realizzati dai partecipanti, coinvolgendoli attivamente nel processo di esplorazione culturale. Lo spazio espositivo sarà individuato attraverso una call dedicata. L’inaugurazione è prevista per domenica 22 novembre e sarà pensata come momento di condivisione culturale e artistica con la comunità locale.

Mara Martellotta

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

A teatro “Ditegli sempre di sì”: “chi è davvero il pazzo?”

Domenico Pinelli debutta, come interprete e regista, venerdì 6 febbraio, alle ore 21, al teatro Gioiello di Torino, con la tragedia che si fa farsa “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo. La produzione è a cura della compagnia degli Ipocriti di Melina Balsamo, composta da 12 attori.  Pinelli l’ha portato in scena per la prima volta nel 2024  al teatro La Pergola di Firenze, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del grande drammaturgo.

La geniale commedia era nata nel 1927 con un atto unico in dialetto napoletano, dal titolo “Chill’è pazzo!”, ed era stata scritta per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e, in seguito, nel 1932, reintitolata dopo aver apportato importanti modifiche. L’opera racconta una vicenda in bilico fra farsa e dramma, dove la follia si fa motore narrativo e specchio della condizione umana. Muovendo dal celebre monito di Eduardo di “divertirsi riflettendo”, la messinscena propone un arilettura più consapevole e stratificata del testo, ricercando il cuore tragico dietro l’apparente leggerezza. Il progetto, sostenuto da una compagnia di giovani interpreti, coniuga rispetto per la tradizione e ambizione contemporanea, nel segno dell’umorismo pirandelliano, che tanto influenzò Eduardo. La storia parla di Michele Murri, un commerciante dimesso dal manicomio, dove è stato ricoverato per un anno, che torna a casa dalla sorella Teresa, a cui viene raccomandato di sottostare alle richieste del fratello per non tornare il suo fragile equilibrio. Murri, apparentemente sembra guarito, ma confonde i nomi reale persone, non conosce ironia, prende tutto alla lettera e si ritrova in un mondo in cui la normalità non coincide con ciò che la sua mente gli suggerisce, e tutto questo provoca una serie di equivoci e fraintendimenti. L’opera è una scommessa coraggiosa, che trasforma la farsa in dramma e rilancia la domanda “chi è davvero il pazzo?”.

Venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 21 / domenica 8 febbraio ore 16

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino

Mara Martellotta

“Che la mia fine sia un racconto”: Giorgia Würth, il grande potere della letteratura

“Che la mia fine sia un racconto”, scritto da Giorgia Würth, appartiene a un modo di far letteratura che è andato piano piano perdendosi già a partire dalla seconda metà del Novecento, fino quasi scomparire, non fosse per qualche grande voce fuori dal coro, negli anni Duemila. Si tratta di quella letteratura che dall’intimismo puramente soggettivo vira e si ramifica in una più ampia analisi dello stare al mondo dell’essere umano come protagonista di un’unica comunità. Giorgia Würth, in questo libro, sembra ripercorrere le orme di quegli scrittori che, non sottomessi a un ordine politico o di credo, hanno saputo individuare e donare all’umanità la purezza della percezione elevandola a tema universale. Ricordo Carlo Emilio Gadda e il suo “Diario di guerra e di prigionia”, in cui i terribili eventi della Grande Guerra sono narrati dallo scrittore quasi fossero un affronto alla sua persona, che pagina dopo pagina diventa unica rappresentante del dolore e della sofferenza di corpi, cuori e menti trafitti dall’orrore. Una dinamica molto simile la troviamo in molti dei libri “sociali” di Antonio Tabucchi. Anche Giorgia Würth, in questo suo lavoro, ci propone un “diario” che funge da strumento per una riflessione complessa, ampia e che tocca molteplici argomenti. Le testimonianze di sofferenza di chi ha toccato con mano gli effetti del brutale conflitto israelo-palestinese non ci mettono in contatto con la semplice dimensione del dolore causato dal conflitto sanguinario, ma anche con il nostro modo di accogliere e metabolizzare le informazioni mediatiche che ne derivano, filtrate dalle nuove tecnologie. Oggi, per lo più, l’informazione arriva attraverso l’immediatezza dell’immagine, del reel social e la breve didascalia che lo contestualizza, della notizia “flash”, e leggere il libro di Giorgia Würth significa anche chiedersi se questo grande calderone di contenuti a cui ci sottoponiamo, e con il quale entriamo in azione a colpi di veloce scorrimento sul nostro smartphone, non contribuisca a una dispercezione riguardante il pericolo o la gravità di un evento, se tutto questo non causi anche una sterilità culturale e sentimentale nei confronti di un altro essere umano. Certo, le manifestazioni ProPal sono numerose, ma mi ha fatto riflettere una frase che disse un ragazzo durante un corteo a Torino: “Forse sto manifestando perché gli ideali che mi sono stati tramandati me lo impongono, ma sento purtroppo molto lontana la sofferenza di tutte queste guerre”.

Ecco, penso che questo di Giorgia Würth sia un libro necessario, e che risponda a queste preoccupazioni attraverso lo stimolo alla riflessione, riportando alla luce il grande potere della letteratura.

Dalla sinossi: “Dal 7 ottobre 2023, per molti di noi la vita non è più la stessa. Gli eventi di Gaza hanno scosso le fondamenta della giustizia, dei diritti umani e della libertà di pensiero. Per la prima volta, attraverso i social media, assistiamo in diretta a un genocidio, e questo ha lasciato un segno indelebile su chi ha scelto di non chiudere gli occhi. Dolore, rabbia e impotenza hanno spinto molti a rivoluzionare la propria vita, le relazioni, il lavoro. In questo diario collettivo, voci diverse si intrecciano per raccontare la lotta per la sopravvivenza di un popolo e l’impatto profondo di questa resistenza sulle nostre coscienze. Sono testimonianze di sofferenza, ma anche di risveglio e liberazione, in cui la Palestina diventa una lente attraverso cui ripensare noi stessi. Un’opportunità per decolonizzare il nostro immaginario, combattere l’islamofobia e il razzismo, e sfidare la disumanizzazione. La causa palestinese non è solo un conflitto geopolitico, ma un simbolo universale di dignità e umanità per chi ha il coraggio di coglierlo.
Affinché davvero non accada mai più.

“Che la mia fine sia un racconto” è un’opera potente e toccante che, attraverso la condivisione di esperienze personali, ci mette di fronte alla realtà brutale del conflitto israelo-palestinese e al suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone. Il libro ci chiama a non rimanere indifferenti, a trasformare il dolore in azione, a rompere il silenzio e a lottare per un futuro di giustizia e di pace.

Gian Giacomo Della Porta

Evasio Gozzani e Paolina Bonaparte. Ciceroni a Villa Borghese

 

Da testi di antica memoria emergono come uno sciame sismico personaggi dotati di continuità creatrice. Evasio Gozzani, cavaliere e marchese di San Giorgio, si trasferì con la moglie baronessa Giuseppa Martin di Lione e la famiglia da Casale Monferrato a Roma come ministro nelle segreterie del principe Camillo II Borghese e Paolina Bonaparte. Evasio, definito il marchese pazzo per la notevole intraprendenza, era molto abile nella diplomazia, nel settore economico, commerciale e diritto privato. Era uno dei dieci figli della marchesa Teresa Bergera di Chieri e del marchese Giovanni Battista, edificatore del palazzo San Giorgio Gozzani, oggi sede comunale di Casale. Nella propria fonderia di Ginevra, Giovanni Battista costruì un orologio meccanico installato sulla torre civica di S.Stefano, donato alla comunità casalese. Dopo la battaglia di Marengo, il Piemonte fu inquadrato nella 27° divisione  diventando territorio francese. Nel frattempo Casale si stava trasformando: venivano eliminati i conventi, i tesori delle chiese venduti all’asta, le strade e le porte d’ingresso cambiavano nome, la città impoverita ridotta ad un villaggio, il consiglio cittadino destituito.

Napoleone, proveniente da Alessandria, fu accolto trionfalmente a Casale il 6 luglio 1805 a Porta Marengo addobbata con archi floreali, l’attuale Piazza Martiri. La guardia d’onore dell’imperatore era agli ordini del marchese Gian Giovanni Giacomo Gozzani di Treville, consigliere comunale di Casale, colonnello e cavaliere dell’Impero francese, incaricato dal fratellastro Evasio Gozzani di San Giorgio. Il ministro dell’interno Champagny individuò il soggiorno per Napoleone e consorte nel palazzo nobiliare San Giorgio Gozzani, proprietà della cognata di Evasio e vedova Sofia Doria Gozzani, marchesa di Ciriè e San Giorgio. La marchesa lasciò libero il palazzo con la servitù a disposizione dell’imperatore ma non partecipò al ricevimento in suo onore su consiglio della zia Enrichetta, monaca di Pinerolo, che aveva definito Napoleone un diavolo. Sofia si trasferì nella dimora estiva del castello di San Giorgio sollecitata dal cognato Evasio, segretario generale del maire Giorgio Rivetta, sindaco di Casale. Non partecipò neppure alla visita casalese del  governatore generale del Piemonte Camillo II Borghese, trasferitosi a Torino dove aprì una corte, sempre molto assente e senza la moglie Paolina Bonaparte.

Paolina, Venere dell’Impero bella ed elegante che fece impazzire la Parigi napoleonica per diventare regina della Roma papalina di inizio ‘800, fu protagonista di una vita travagliata. Non riuscì a trovare la felicità nel matrimonio con Camillo, combinato politicamente dal fratello Napoleone, immersa nello sfarzo della vita mondana romana ma senza pace. È sepolta nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto a Gian Lorenzo Bernini e papa Francesco. L’intermediazione del ministro Evasio fu determinante nella valutazione delle opere della galleria d’arte Borghese, cedute da Napoleone al governo francese e destinate al Louvre, aumentandone il valore da sei a dodici milioni di lire, denaro solo in parte recuperato per la caduta dell’imperatore. L’emergente architetto e archeologo casalese Luigi Canina, progettista della chiesa torinese della Gran Madre di Dio, fu inserito in casa Borghese da Evasio, suo testimone e protettore come descritto nel ricco epistolario del Gozzani. Il Canina ottenne l’ufficio di architettura della Cassa di Risparmio di Roma, fu responsabile degli scavi archeologici del Foro Romano, Tuscolana, Appia Antica e progettò la palazzina a Fontanella Borghese dedicata a Giuseppe Gozzani, marito della baronessa Teresa von Luttichau di Dresda, succeduto al padre nelle segreterie Borghese.

Nella basilica romana di S.Lorenzo in Lucina è stata ritrovata la tomba di Camillo Gozzani morto infante, uno degli otto fratelli di Giuseppe, marchese di San Giorgio.
Napoleone aveva ceduto l’abbazia di Lucedio e le sei grange vercellesi al Borghese per tre milioni di lire, quarta parte del valore delle opere sottratte al cognato. Dopo il sequestro  dei Savoia, le grange furono vendute dal Borghese a Michele Benso marchese di Cavour, a Luigi Festa immobiliarista e a Carlo Giovanni Gozzani, detentore del 50% della spartizione, sostituendo lo zio Evasio per il mancato accordo economico. Carlo Giovanni, marchese di San Giorgio e figlio di Sofia Doria, era socio in affari con il marchese di Cavour per la creazione della prima società di navigazione del Lago Maggiore con una società di Locarno. A Torino, Carlo Giovanni fu socio fondatore della Società Italiana del Gas, proprietario del palazzo Baroni di Tavigliano nella contrada degli ambasciatori e benefattore del Regio Manicomio con la madre Sofia. Nel 2010 fu allestito un cortometraggio sulla vita del principe Borghese con due guide d’eccezione, Paolina Bonaparte ed Evasio Gozzani, all’epoca curatore della galleria Borghese dove ancora oggi si può ammirare la Venere Vincitrice.
È risaputo che Antonio Canova non amasse scolpire ritratti di persone viventi ma, trattandosi di una delle donne più affascinanti e potenti del momento, nientemeno che sorella di Napoleone, non rifiutò la richiesta del principe Camillo II Borghese di ritrarre la moglie Paolina. Sentendo maggiormente il richiamo delle figure dell’antichità greca e latina legate alla mitologia, conciliò mito e realtà secondo la propria poetica dell’unione del Bello ideale e del Bello naturale facendo rivivere Paolina come Venere Vincitrice del pomo d’oro, simbolico premio consegnatole da Paride che la definì la più bella dea nel confronto con Era e Atena. Attraverso la resa veritiera del viso e l’idealizzazione del corpo, senza imperfezioni come deve essere quello di una dea, levigato con acqua di mola, pietra pomice e cera rosata per renderlo palpitante e vivo come “vera carne”, Canova non accolse la convinzione del Winchkellman auspicante l’imitazione fredda e compassata delle statue greche bianchissime (si scoprì poi che ai tempi antichi si usava anche dipingerle), restando fedele alla propria interpretazione personale del neoclassicismo. Se avesse accettato i dogmi intellettualistici avrebbe rischiato di perdere la libertà di espressione che definisce lo stile personale di un artista, anticipando la nascita della filosofia estetica nata pochi anni dopo la morte del Canova. Paolina Borghese Bonaparte è stata resa immortale grazie al talento dell’artista di Possagno che è riuscito a sprigionare dal marmo lo spirito vitale e sensuale di una donna vivente e al tempo stesso dea.
Armano Luigi Gozzano
Giuliana Romano Bussola