A cura di Piemonteitalia.eu
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https://www.piemonteitalia.eu/it/curiosita/il-fantasma-del-castello-di-agliè
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Con la mostra “Sguardi d’impresa”, che approda a Torino fino al 3 maggio prossimo
Dopo le tappe di Modena e Roma, fino al 3 maggio prossimo la mostra dal titolo “Sguardi d’impresa. Mimmo Frassineti fotografa la Ferrari” è ospitata al MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile. L’esposizione, inserita nelle iniziative della Giornata Internazionale del Made in Italy, è promossa da Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione di Modena, in collaborazione con Ferrari, con il supporto della Fondazione Ago Modena Fabbriche Culturali e con il patrocinio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
La mostra è composta da oltre 40 fotografie; “Sguardi d’impresa” rappresenta l’ultimo lavoro realizzato da Mimmo Frassineti, fotografo, pittore, giornalista e autore di reportage industriali, scomparso lo scorso 17 febbraio all’età di 83 anni. Nell’esposizione sono messi in relazione due nuclei di scatti realizzati, a distanza di 45 anni l’uno dall’altro, negli stabilimenti produttivi Ferrari di Maranello. Il primo, del 1980, è oggi parte dell’archivio storico del Gruppo CDP, il secondo, del 2024, è stato commissionato da Cassa Depositi e Prestiti. Un ampio progetto di digitalizzazione e valorizzazione riguarda l’intero archivio storico fotografico del Gruppo CDP, che documenta con oltre 20 mila immagini l’evoluzione industriale del Paese tra gli anni Trenta e Novanta del Novecento, testimoniando il ruolo della finanza pubblica a supporto dei principali settori strategici dell’economia italiana.
La mostra è curata dalla struttura Patrimonio Artistico e Culturale di CDP, in collaborazione con la famiglia di Mimmo Frassineti, e si articola intorno a quattro parole chiave: “connessioni”, “sintonia”, “manifattura”, “precisione”, che mettono in luce la continuità del lavoro nei siti di produzione. L’esposizione diventa così una riflessione più ampia sulla cultura d’impresa italiana come pratica quotidiana che si rinnova nel tempo, rendendo riconoscibile il nostro “saper fare”. Il risultato non è solo un confronto tra due epoche, ma anche una riflessione sul legame profondo che unisce l’uomo alla macchina, fatto di orgoglio, passione, competenza e responsabilità. Per omaggiare una carriera lunga sessant’anni, al MAUTO è presente anche un nucleo di otto fotografie provenienti dall’Archivio storico del Gruppo CDP, scattate da Mimmo Frassineti all’interno di altri stabilimenti industriali. Nella tappa a Torino, è esposta anche una scultura di Arnaldo Pomodoro, “La colonna del viaggiatore”, del 1966, attualmente conservata attualmente nel museo aziendale di Cassa Depositi e Prestiti.
In un gioco di riferimenti iconografici, la scultura dialoga con le immagini della mostra e ne arricchisce la prospettiva sul ruolo dell’impresa nella promozione della cultura. Le Colonne sono una costante importante nell’arte di Pomodoro fin dai primissimi anni Sessanta: una reinterpretazione dell’elemento architettonico della colonna classica, ricco di significati simbolici e memorie, che l’artista intacca con le sue caratteristiche spaccature e trame di segni.
“Il ricordo di Mimmo Frassineti accompagna questa ultima tappa della mostra a lui dedicata – ha dichiarato il Presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini – dopo Modena e Roma, il MAUTO è il luogo naturale per concludere un percorso espositivo che celebra il legame tra arte, impresa e territorio. La mostra conferma l’impegno di Cassa Depositi e Prestiti nella valorizzazione del proprio patrimonio artistico e archivistico, e si inserisce in un progetto più ampio, avviato con la creazione del museo CDP, uno spazio che non si limita a custodire la memoria, ma guarda al futuro attraverso l’arte contemporanea e la fotografia. Questa esposizione rappresenta il modo più autentico per ricordare Mimmo Frassineti e per riscoprire ciò che rende grande ogni impresa: persone, storie e ingegno”.
“Siamo particolarmente onorati di ospitare al MAUTO ‘Sguardi d’impresa’ – ha dichiarato Benedetto Camerana, Presidente del Museo Nazionale dell’Automobile – per la rinnovata collaborazione con Ferrari, che si sviluppa da anni su numerosi progetti, alcuni attivi anche in questi mesi, e per la prima collaborazione su progetto con Cassa Depositi e Prestiti, primaria istituzione pubblica italiana cui ci unisce la strategia di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese, con un respiro ampio e orizzontale per CPD e un taglio verticale per il MAUTO. Questo comune progetto mette al centro il valore culturale della produzione industriale rendendo omaggio allo sguardo di Mimmo Frassineti, recentemente scomparso, capace di raccontare con straordinaria sensibilità il rapporto tra persona, lavoro e macchina. Attraverso il patrimonio fotografico e archivistico di CDP, e grazie al contributo di un’azienda simbolo come Ferrari, emerge con chiarezza una visione 8n cui l’impresa non è soltanto luogo di produzione ma anche generatrice di cultura, memoria e identità collettiva”.
Mara Martellotta
Malinconica e borghese, Torino è una cartolina d’altri tempi che non accetta di piegarsi all’estetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre l’arancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano all’irruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo “a misura d’uomo”, con tutti i “pro e i contro” che tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma l’antica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri “sudaticci” ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito – e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.
1. Torino capitale… anche del cinema!
2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo
3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici
4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio
5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente
6. Chi ce l’ha la piazza più grande d’Europa? Piazza Vittorio sotto accusa
7. Torino policulturale: Portapalazzo
8.Torino, la città più magica
9. Il Turet: quando i simboli dissetano
10. Liberty torinese: quando l’eleganza si fa ferro
9. Il Turet: quando i simboli dissetano
Eccoci quasi arrivati alla fine del ciclo di articoli sui primati torinesi, e come in tutti gli elenchi ho voluto lasciare “il meglio” per ultimo.
Lo sapete da dove deriva la parola “rubinetto”? Questa la definizione dal dizionario: “Dal fr. robinet, der. di robin, nome dato pop. ai montoni, perché le chiavette, in passato, avevano spesso la forma di una testa di montone •sec. XVI.” Si, l’etimologia fa riferimento ai “montoni”, forse proprio per questo motivo le fontane costruite tra il Quattrocento e il Cinquecento hanno spesso forma di testa di animale, tale tradizione svanisce tuttavia nel corso dei secoli, per lasciare spazio a costruzioni più semplici e lineari. Questo accade quasi dappertutto, tranne che in una città, indovinate quale?
Il record di cui vorrei raccontarvi oggi è assai peculiare, nonché decisamente riconducibile alla nostra urbe, mi riferisco ai famosi “torèt”.
Credo che per noi abitanti del luogo, tale dettaglio urbano, sia qualcosa di “abituale”, una presenza quasi scontata e banale, perché come tutti siamo anestetizzati e distaccati nei confronti dei beni che già possediamo, mentre tutto il nostro desiderio si rivolge costantemente alle meraviglie che si trovano dall’altra parte del mondo.
Quando re-impareremo a guardare, ci accorgeremo del minuzioso incanto delle fontanelle che pullulano tra le nostre piazze e le nostre vie, mi riferisco a quelle strutture a forma di “torèt” che i turisti si fermano a fotografare, spesso divertiti e stupiti, giacché non capita in molte altre metropoli di imbattersi in simili fonti d’acqua.

Anche il numero di tali impianti è sbalorditivo: sono 800 i “piccoli tori” che si occupano senza sosta di dissetare gratuitamente la cittadinanza e i visitatori.
È bene ricordare che la comunità pedemontana continua a costruire le proprie sorgenti cittadine, sempre con tali sembianze, da più di centosessant’anni, rifacendosi all’antica tradizione che associa per assonanza – e altre motivazioni relative alla mitologia- l’effige del toro e la denominazione “Torino”.
Si sa, l’acqua corrente non è sempre stata disponibile presso le abitazioni del popolo. Nell’Ottocento le persone prelevavano l’acqua dai pozzi dislocati nei vari cortili o in quelli artesiani, dove le acque sotterranee emergevano naturalmente, senza bisogno di specifici strumenti di estrazione. Tale abitudine comportava però problemi igienico-sanitari, annessi ad esempio all’inquinamento delle fonti o alle eventuali contamizioni delle falde.
La città sabauda allora – che ci piaccia o meno- si ispira ad un progetto diffusosi nelle capitali della Francia, ossia un sistema idrico costituito da fontanelle che forniscono acqua 24 ore su 24. Per differenziarsi dai nemici-amici gallici i torinesi ideano una specifica forma, tutta nostrana, per sorgenti urbane: ecco la nascita del “torèt”.
Grazie a tali invenzioni, anche nel capoluogo piemontese, diventa possibile ovviare alle numerose difficoltà quotidiane incontrate dalla popolazione. Intorno al 1859, viene progettato il primo acquedotto che irrori svariate fontanelle pubbliche, inoltre, nel 1861 – dopo un mese dall’unità d’Italia- la Giunta Comunale individua ben 81 zone da predisporre proprio come “punti d’acqua” potabile.
Un anno dopo vengono presentati i famigerati progetti delle “fontanelle”, tali e quali a quelli che tutt’ora possiamo visionare passeggiando per le strade. Da subito vengono redatte delle mappe per rendere più facilmente trovabili queste costruzioni, all’inizio si contano ben 45 “torèt”, poi nel tempo, il numero delle fontane aumenta sempre più, fino a raggiungere la moltitudine da record odierna.
Il primo esemplare viene edificato all’angolo tra via San Donato e via Balbis, nei pressi di Piazza Statuto; oggi però la struttura appare piuttosto nuova, questo perchè dopo più di cent’anni di onorato servizio il piccolo toro originale è stato sostituito, la collocazione però è rimasta la medesima.
Il “torèt” si presenta sempre uguale in ciascuna delle sue copie: forma parallelepipeda di circa un metro d’altezza, l’estremità superiore è arcuata, con una griglia di scolo in basso, spesso dotata di una conca centrale da cui possono bere anche gli amici a quattro zampe. Il materiale utilizzato è la ghisa, il colore che ricopre la lega ferrosa è un particolare tono di verde, facilmente definibile “verde bottiglia”. E poi c’è ovviamente l’elemento distintivo: il rubinetto a forma di testa di toro.
Fin dal principio tali gorghi mostrano un’estetica inconfondibile, divengono subito un caratteristico arredo urbano, tant’è che oggi sono addirittura acquistabili in formato di gadget-portachiavi, piccoli souvenir ideati dal Comune di Torino per promuovere l’immagine dell’antica città dei Savoia.
Dietro all’apparente frivolezza dell’oggetto si cela un’attenzione rivolta all’ambiente e alla salute, la manutenzione delle fontane è affidata alla SMAT (la Società Metropolitana Acque Torino), che si occupa di erogare agli avventori assetati acqua gratuita, di buona qualità e regolarmente controllata, il ricambio costante del flusso impedisce così la formazione di ristagni che potrebbero generare la proliferazione di batteri. È bene sottolineare inoltre che non vi è alcuno spreco idrico: l’acqua “non bevuta” ritorna infatti nelle falde sotterranee – oltretutto in qualità ancora migliore rispetto a prima-.
Esistono anche dei “torèt” versione “ingrandita”, si tratta delle ironiche e bizzarre sculture realizzate da Nicola Russo a partire dal 2021. Il lavoro dell’artista nasce dall’idea che i piccoli tori possano rompere la fontanella che li tiene soggiogati, mostrandosi in tutta la propria possanza di mammifero artiodattilo. Le sculture possono apparire panciute e goffe, ma si sa, “noi del nord” non siamo noti per ilarità e autoironia, Nicola Russo ha così dovuto spiegare le proprie creazioni poste sul territorio cittadino: “il toret vede la sua amata città vivere un momento di difficoltà a causa del Covid e allora decide di uscire dal suo guscio in ghisa, per dare un segno di cambiamento e per spingere tutta la città a una rinascita.
Non importa se è panciuto e goffo, lui si mostra così com’è fatto per portare il suo messaggio di speranza. Il suo è quindi “un gesto di coraggio, perché senza coraggio non c’è futuro”.
È bene dunque superare lo scetticismo del primo sguardo, anche perchè l’iniziativa dello scultore ha un duplice intento virtuoso: da una parte egli si appoggia solo ad aziende piemontesi, in modo da incentivare una ricaduta economica sul territorio, dall’altra lo scultore ha deciso di devolvere parte dei ricavati alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.
Anche stavolta mi viene da terminare con un “ Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι ” (“la favola insegna che”). Mai fermarsi alle apparenze, perché dietro la semplicità si cela sempre la preziosità di un grande insegnamento e nella goffaggine di un sorriso si può trovare la forza per proseguire ciascuno nel proprio percorso.
Alessia Cagnotto
Proseguono giovedì 2 al teatro Regio, le repliche de “Dialoghi delle carmelitane” fino a domenica 12. Venerdì 3 alle 20.30 all’auditorium Toscanini, “Concerto di Pasqua”. L’Orchestra Rai diretta da Giuseppe Mengoli e con il controtenore Carlo Vistoli, eseguirà musiche di Part, Vivaldi e Beethoven.
Martedì 7 alle 20.30 nella sala 500 del Lingotto, Alexander Romanovsky al pianoforte, eseguirà musiche di Mozart, Debussy, Musorgskij. Giovedì 9 alle 20.30 e venerdì 10 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Julia Hagen al violoncello, eseguirà musiche di Elgar e Rachmaninov. Martedì 14 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, Alfio Antico, tamburi e voce e Amedeo Ronga contrabbasso, presentano il progetto Anima. Mercoledì 15 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Simone Lamsma violino e Jonathan Fournel pianoforte, eseguiranno musiche di Stravinskij, Faurè, Brahms e Ravel. Sabato 18 alle 18 al teatro Vittoria, Stefano Bruno violoncello e Maya Oganyan pianoforte, eseguiranno musiche di Beethoven, Debussy, Sostakovic, con invito all’ascolto di Antonio Valentino. Domenica 19 alle 16.30 per l’Unione Musicale, il Trio Hermes eseguirà musiche di Schubert, Hensel Mendelssohn e Mendelssohn. Lunedì 20 alle 20 al teatro Vittoria, La Vaghezza eseguirà musiche di Negri, Crosetto, Geremia, Turini, Merula, Ramal, Rossi-Marini, Kadish, Bertali-Merula. Martedì 21 alle 20.30 all’auditorium Agnelli per Lingotto Musica, l’Accademia Bizantina con Ottavio Dantone nel doppio ruolo di direttore e clavicembalista con Alessandrio Tampierii violino, Suzanne Jerosme soprano e Delphine Galou contralto, eseguirà musiche di Handel, Corelli, Geminiani e Pergolesi. Mercoledì 22 alle 20.30 per l’Unione Musicale, il Quartetto Simply, eseguirà musiche di Mayer, Wolf e Brahms.
Pier Luigi Fuggetta
Alla Mole, sino al 5 ottobre, “My name is Orson Welles”
Un cadenzato biglietto da visita, il biglietto di presentazione della mostra. “My name is Orson Welles”, pienamente specificando “Sono un attore. Sono uno scrittore. Sono un produttore. Sono un mago. Mi esibisco sul palco e alla radio. Perché ci sono così tanti ‘me’ e così pochi ‘voi’?” Già, soprattutto quel “mago”, un uomo pronto alla trasformazione, non soltanto fisica – il viso di un ragazzino paffuto e dagli occhi scuri e profondi, poi, per la sua prima copertina, a ventitré anni, per “Time”, una grande barba e una gran massa di capelli ingrigita, gli occhi infossati e un gran naso posticcio – ma anche imprenditoriale, di vero metteur en scène, di quello che Godard avrebbe definito un “autentico auteur”, l’autore senza limiti e a tutto tondo, dell’uomo che nel mondo dello spettacolo è capace, con un respiro inarrestabile, di raccogliere attorno a sé un vero gruppo, di scrivere e dirigere e disegnar scene, di indicare le tracce delle musiche e d’istruire per un montaggio. Di sapersi reinventare, nella diversa complessità del proprio lavoro, tra un grande progetto e un film di poco conto o di infimo interesse. “Raccontare la storia di Welles – sottolinea Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française e realizzatore di questa splendida mostra che dimentica le controversie all’epoca della mostra su James Cameron (sino al 5 ottobre nella Sala del Tempio del Museo del Cinema) e che allarga ampiamente lo sguardo su un cineasta “innovatore e rivoluzionario, fascinant”, su un artista “enorme” – significa raccontare la storia di un uomo del XX secolo, che merita una visione completa; non scrive un romanzo, non compone musica, non dipinge un quadro, per cui è obbligatoria una stanza e una solitudine, lui pensa in grande e in grande agisce.” Carlo Chatrian, direttore del Museo, in un articolo dei giorni scorsi nelle colonne della Stampa, parlando di “inno al trasformismo” ha scritto: “oggi che nessuna verità appare certa, i suoi film, i suoi racconti, le sue illusionistiche performance acquistano una dimensione profetica.”
Il primo articolo (1926) con cui ci si interessò di lui recitava: “poeta, artista, fumettista e attore all’età di dieci anni… Orson ha molte ambizioni. Per il momento, non sa ancora decidere cosa farà da grande”. Aveva undici anni e forse sapeva già benissimo quel che non voleva essere, un uomo e un artista di second’ordine, una vita da mediano gli sarebbe andata stretta. Anche attraverso – con le collezioni private – il cospicuo Fondo Orson Welles del Museo del Cinema, salendo la scala elicoidale di Confino, ti vengono incontro una vita e una carriera, spezzoni di capolavori, brani di interviste, fotografie, storyboard e sceneggiature, disegni (vivacissimi, colti sul retro di tante scatole dei suoi amati sigari) e una scultura (sì, perché era anche scultore: un omino barbuto e intabarrato, con due bastoni a mo’ di stampelle, immagine di un re Lear che non filmò mai), documenti di prima grandezza, invidiabili manifesti: partendo dal suo certificato di nascita, di quel 6 maggio 1915, nel Wisconsin, sulle sponde del lago Michigan. Dando ampio respiro inizialmente al giovanissimo interprete (e regista, incontrando in Roger “Skipper” Hill quel produttore e amico che dà vita ai sogni) di Shakespeare, un “Macbeth voodoo”, interpretato interamente da attori afroamericani, per il quale nell’aprile del ’36 si fa a botte pur di assistervi. Tutta New York parla di Welles. Come ci sono, tra le realizzazioni, Amleto e un “Giulio Cesare”, nel quale – con il timore addosso di un rigurgito negli States di quei fascismi che già avevano invaso Germania, Spagna e Italia – vivono atmosfere da camicie nere e affollati raduni, attualizzazione di grande scalpore per l’epoca. Timori e terrori che due anni dopo, la sera del 30 ottobre, il ventitreenne Orson porta in radio adattando “La guerra dei mondi” di Wells e spaventando gli americani con l’annuncio di una “realissima” invasione di astronavi marziane.
La mostra corre parallela al successo, anche con “ricostruzioni” scenografiche mai banali. Se Hollywood lo cerca, Welles risponde con “Quarto potere”, glorioso debutto, considerato da qualcuno il miglior film statunitense di sempre, ispirato (era il 1941) alla biografia del magnate dell’editoria William Hearst trasfigurato in Charles Foster Kane – e “Citizen Kane” fu il definitivo titolo originale, con una grandezza e una solitudine da ricostruire, con la sontuosità di Xanadu, con l’enigma di Rosebud, con le rivoluzioni visive che l’autore ebbe a inventare, nella piena libertà che aveva preteso dallo studio (clausola imposta dalla RKO e da rispettare era il non superare il budget di 800mila dollari), con il capo-operatore Gregg Toland che utilizza “degli obiettivi angolari con lenti molto grandi per riprendere l’immagine in profondità e posiziona la camera al di sotto del pavimento, immagini bizzarre e inquietanti” che sono entrate tra le leggende del Cinema. Ma il capolavoro (Sartre parlò di “attaque courageuse” in una sua critica qui esposta, mentre Aragon corre a rivederlo e sente di doverne riparlare, con altri occhi, con un altro cuore) si scontra con un debole successo commerciale, soprattutto con la stampa di Hearst (tra le chicche della mostra, con i bozzetti delle scenografie, una lettera dell’avvocato che mette in guardia Welles in merito a potenziali azioni legali del magnate) che lo boicotta per cui sono molte le sale che preferiscono non programmarlo: Welles deve fare i conti con la realtà, non può più permettersi di esclamare, entrando nei teatri di posa, “è il più bel trenino elettrico che un ragazzo possa sognare”, deve fare i conti con “un punto di svolta disastroso” (“It’s All True”), con i tagli che la RKO, in sua assenza, farà sull’”Orgoglio degli Amberson”, con l’FBI che comincia (lo farà sino al ’56, un dossier di 300 pagine) a tenerlo d’occhio in quanto simpatizzante comunista, con il matrimonio presto naufragato con Rita Hayworth (riusciranno a concludere “La donna di Shanghai”), con i progetti che gli sono bocciati o miseramente amputati (“L’infernale Quinlan”) o in altri, altrui, in cui si deve rifugiare, pur dando sempre prova della sua grandezza d’interprete (“Il terzo uomo”, diretto da Carol Reed, con le sue ombre sui muri di Vienna e le musiche di Anton Karas), con quei film e quelle pubblicità che gli danno quattrini e gli permettono di continuare. “Ha spremuto finché ha potuto gli studios”, ricorda con un sorriso Bonnaud, dopo anni guadagna con l’obbligo di reinvestire, s’affida alle produzioni indipendenti.
L’Europa è per lui un rifugio, ama la Spagna soprattutto, “poi l’Italia e soltanto in ultimo la Francia”, ancora dispiaciuto il direttore della Cinémathèque, ama unire le diverse culture attraverso l’oceano, gira con tempi lunghissimi “Otello” ma il film gli vale il Palmarès a Cannes nel 1952, è ancora celeberrimo se non appena mette piede in un raffinato ristorante l’orchestra s’interrompe per omaggiarlo con la musica del “Terzo uomo”. Nel capitolo italiano, lo circondano gli intellettuali italiani (non manca la foto famosa di Irving Penn del ‘48 nella sala del Caffè Greco a Roma, tra tredici celebrità, da Palazzeschi a Petrassi a Ennio Flaiano, da Carlo Levi a Brancati a Orfeo Tamburi), ha una breve liaison con Lea Padovani e negli anni successivi Pasolini lo chiamerà per “La ricotta” nelle vesti del regista straniero alle prese con Stracci, che nel doppiaggio troverà la voce di Giorgio Bassani. Guarderà ancora all’Europa con Karen Blixen (“Storia immortale”, 1968), a Rostand e al suo Cyrano, a Cervantes e al suo Don Chisciotte (“resta il film incompiuto che più ci manca”), a Kafka e al “Processo”del 1962 – al quale Roberto Perpignani, oggi ottantacinquenne, debuttante all’epoca nelle vesti di assistente al montaggio (sarebbe stato poi il collaboratore prezioso tra gli altri di Bertolucci e dei fratelli Taviani, di Marco Bellocchio e di Moretti, di Jancsò e di Francesca Archibugi), ha dedicato durante la presentazione della mostra un ampio ritratto, fatto di una “telecronaca” ampia e affascinante, tra gesti e posture e voci e ricchi frammenti che hanno ottenuto un vigoroso applauso.
Uno degli ultimi tableaux a salire, s’intitola “Un re senza regno”, è l’accenno a “The Other Side of the Wind” che solo nel 2018 verrà completato e distribuito, all’aiuto che alcuni suoi amici tentano di dargli, Peter Bogdanovich ad esempio, al non realizzato “The Big Brass Ring”, alle partecipazioni televisive, ai nuovi divi – Redford Eastwood Beatty – e alla New Hollywood che non credono in lui e gli hanno voltato le spalle. Tutti i progetti falliscono. Ma sopravvive e vive il genio, campeggia ancora una volta il mago, quello che continua a viaggiare per il mondo avendo come unico bagaglio cinepresa e moviola, qui ancora una volta si rende omaggio all’”atteggiamento morale di un artista di raffinata cultura che dedica anima e corpo alla più popolare delle arti dello spettacolo, superandone i limiti soffocanti.” Rimane il suo cinema – al cinema Massimo la retrospettiva dal 2 al 15 aprile – che ha avuto la fortuna di avere Welles come “umile servitore”.
Elio Rabbione
Nelle immagini, Foto con dedica, collezioni personali di Welles e Kodar, coll. Archivi di Stato- Šibenik, Croazia; un momento della conferenza stampa (al tavolo, Carlo Chatrian, Roberto Perpignani, Frédéric Bonnaud e l’interprete); “Citizen Kane” (1941) e Orson Welles e Rita Hayworth in “The Lady of Shanghai”, coll. Museo Nazionale del Cinema; una vetrina dell’allestimento.
Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, per la stagione 2025-2026
Al teatro Astra, dal 7 al 12 aprile prossimi, andrà in scena la pièce teatrale “A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” di e con Lucilla Giagnoni, con musiche originali di Paolo Pizzimenti, per una produzione TPE-Teatro Piemonte Europa.
Un’attrice su una pedana in controluce: è Romeo che contempla Giulietta al balcone, ma anche Giulietta stessa, e poi Desdemona, Otello, Emilia, Lady Macbeth. Lucilla Giagnoni interpreta personaggi sia maschili sia femminili, senza distinzione. Nel teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Si trattava di una strana condizione per quel tempo, in cui sul trono sedeva una delle più significative regnanti della storia inglese, Elisabetta I Tudor. Il teatro, però, è il luogo in cui dare spazio a queste contraddizioni, in cui poter trovare loro un senso aprendosi a nuove possibilità. Dal teatro si riparte per saldare questo debito e riparare il torto. Lucilla Giagnoni si fa guida del pubblico in un percorso dentro Shakespeare, attraverso le sue opere e i suoi protagonisti in un’affabulazione che si intreccia intimamente all’interpretazione, accompagnandoci nel tempo, nel mondo e nella misteriosa figura dell’autore teatrale che spalancò le porte della modernità (non a caso nato nello stesso anno di Galileo Galilei e morto nello stesso anno di Miguel de Cervantes).
A scandire il percorso sono tre donne delle tragedie shakespeariane, tre figure archetipiche: Giulietta, giovane romantica; Desdemona, ragazza che vuole diventare donna; Lady Macbeth, donna spietata che desidera essere regina. In questa avventura shakespeariana per voce femminile, tragedia e biografia personale si mescolano; la voce dell’attrice si fa personaggio e viceversa. Si tratta di uno spettacolo che omaggia il potere del teatro nel farsi strumento interno, di messa in dubbio; ogni personaggio è un’immersione, un’esplorazione verso se stesso, una scoperta delle proprie parti, che richiede una spogliazione: “A pelle nuda sul palco” non per procurare sofferenza ma per condividere conoscenza. Se la grandezza dell’opera di Shakespeare si rivela quando c’è un corpo che la incarna, dando voce a tutte le luci e le ombre dell’umano, questo spettacolo è un’esperienza che può toccare profondamente il corpo e l’interiorità di ogni adolescente.
“Ho scritto la maggior parte degli spettacoli che ho interpretato – afferma l’attrice e regista Lucilla Giagnoni – mi sono immersa anche in grandi classici, dando vita alle loro parole. La mia prima vocazione è quella dell’attrice, abito il palco come gli adolescenti la loro cameretta e i pellegrini il loro santuario. Avvolta nel nero di quinte e fondali, abbagliata dalle luci, supero ogni volta la soglia dello spazio-tempo e dialogo con i grandi artisti e artiste del passato. Questo comporta un lavoro di spogliazione e di mettersi a pelle nuda, condizione necessaria affinché la vita fluisca da me oltre il proscenio. Trasmettere vita è uno dei doni più grandi del teatro, e questa energia me la dà la Poesia, e quindi anche Shakespeare con il suo teatro. I suoi personaggi, maschi e femmine senza distinzione, hanno segnato molte tappe della mia evoluzione, potrei raccontare la mia vita tramite la loro. Sono in me, dormono, sognano, urlano, parlano, discutono, piangono, arrossiscono. Giulietta, Desdemona e le streghe del Macbeth, Lady Macbeth, ma anche Romeo, Otello, Iago e Macbeth. Ecco i personaggi shakespeariani che ho interpretato, maschi e femmine senza distinzione. Curioso perché nel Teatro di Shakespeare le donne non potevano recitare e non avevano voce. Mi viene da pensare che è come se avessi saldato un debito. Interpretare i personaggi maschili è stato divertente e terribile come un transfert, un’esplosione. Ma calarsi nei panni di queste creature femminili è stata una vera e propria esplorazione di un mistero, di ciò che non conoscevo di me. I personaggi femminili rappresentano un’esplorazione che arriva fino al limite della loro morte, una fine violenta che tutte le volte sogni di poter cambiare e, visto che non è possibile, puoi donare loro almeno la tua voce”.
Teatro Astra – via Rosolino Pilo, 6, Torino
“A pelle nuda sul palco. Eroine ed eroi shakespeariani per voce femminile” – 7-12 aprile
Orari: martedì e venerdì ore 21 / mercoledì e sabato ore 19 / domenica ore 17
Mara Martellotta
“Da Felice Casorati a Carol Rama: le Collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, in mostra alla “Fondazione” di Monforte d’Alba
Fino al 17 maggio
Monforte d’Alba (Cuneo)
“Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. E’ una terra che non ci si stanca mai di esplorare”. Mi sono capitate a fagiolo sotto gli occhi e per la giusta occasione, queste sagge parole del danese Carl Theodor Dreyer, regista e critico cinematografico, fra i massimi esponenti della cinematografia mondiale del ‘900. Parole che dal mondo prettamente cinematografico a quello più ampio delle arti visive in genere (pittoriche, grafiche e scultoree) mi trovano assolutamente concorde e che, forse, sarebbero state ben accette dallo stesso Mario Lattes, editore, scrittore, pittore e fra i massimi intellettuali del secolo scorso, al cui enorme interesse per la “Ritrattistica” – quale artista e acuto collezionista – fa riferimento la mostra attualmente, e fino a domenica 17 marzo prossimo, aperta alla “Fondazione Bottari Lattes” (a lui dedicata dalla moglie Caterina Bottari Lattes nel 2009) a Monforte d’Alba (Cuneo). Curata da Francesco Poli, la rassegna “Ritratti del XX secolo. Le collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, assembla – tra dipinti, incisioni e sculture – più di cinquanta opere (volti fieramente reali e altri di immaginaria interpretazione) realizzate in primis dallo stesso Mario Lattes (Torino, 1923 – 2001) e altre appartenenti alle sue “Collezioni”, in un dialogo serrato ed emotivamente coinvolgente con alcuni tra i più importanti Maestri del ‘900.

Per Lattes, la “ritrattistica” ha sempre ricoperto uno spazio importante, e abbondantemente “coccolato” nell’ambito della sua complessiva produzione artistica, proprio come strumento in cui meglio affondare quelle insanabili ferite dell’anima, derivate dal suo essere parte ben sensibile, sia pure nell’ottica di una laicità mai negata, di quell’ebraismo su cui la storia s’è in passato accanita con inaudita spietatezza. Drammi talmente grandi ed insopportabili da trasformarsi in alcuni dipinti di Lattes (non meno che nelle sue opere letterarie) in pagine di inspiegabili e amare “riflessioni”, ironiche e sarcastiche, dove mai però ci verrebbe il ghiribizzo di riderci su. Solo un sorriso amaro, come per il suo memorabile “Autoritratto con cappello, marionette e uccello” del 1990, in cui l’autore si rappresenta circondato da marionette, fantocci e uccellacci. Capocomico e burattinaio o parte egli stesso dello stravagante teatrino? Passione che genera da lontano, fin dal 1947, anno della sua prima mostra a “La Bussola” di Torino, Mario Lattes disegna e dipinge “Ritratti” con “incisiva attenzione all’identità individuale”, spaziando da situazioni più “intimistiche” (come nel caso dei famigliari) a quelle fortemente espressioniste, visionarie e surreali (con forti richiami a mondi pittorici che vanno da Odilon Redon al belga “pittore delle maschere” James Ensor o alle “funamboliche geometrie” di Klee), come succede con quel ceruleo (su fondo nero) graffiato e disturbato “Volto di Franz Kafka”, derivato da una foto ma “trasfigurato in una enigmatica atmosfera lunare”. Dalle prime prove di vagheggiata informalità (Anni ’50-’60), alla crudezza fuggitiva di personalissime prove surreal-espressioniste, è proprio vero, “Lattes – come di lui scriveva Marco Vallora – è sempre là, dove non te lo attendi, anche tecnicamente”.
La comprensione dei suoi “Ritratti” e delle sue opere in genere va sempre oltre ciò che l’artista ti presenta in parete, per portarti in oscuri spazi dell’inconscio difficili da esplorare. Solo “suoi”. A noi lasciarci avvolgere da quell’aura di sublime arruffato mistero che è il “suo” e solo “suo” piccolo-grande universo. Accanto al quale, gravitano in mostra (figure amiche!) anche altri ritratti provenienti dalle Collezioni della stessa “Fondazione Bottari Lattes” insieme a quelle di altre Gallerie, con opere realizzate da pittori e scultori del suo stesso “contesto artistico”. La selezione comprende quindi dipinti di Felice Casorati, di esponenti del torinese “Gruppo dei Sei” come Jessie Boswell, Francesco Menzio (suo un piccolo “ritratto della moglie”) e Carlo Levi (bizzarro il suo onirico “Risveglio -un solo occhio aperto- con la madre”), accanto ad altri di Luigi Spazzapan, Italo Cremona (bel bello in canottiera) e Mario Calandri, affiancati da tre notevoli pittrici come Nella Marchesini, Daphne Maugham e l’estrosa Carol Rama. Tra le incisioni, le nitide fisionomie dell’amico ceco Jiri Anderle (famoso per le sue “mezzature”) e un sintetico volto di Mario Surbone. Tre le sculture esposte: una preziosa testa femminile in cera di Giacomo Manzù, di forte ispirazione impressionista alla Medardo Rosso; una figura quasi astratta di Sandro Cherchi e un ritratto con forti richiami al cubismo di Mario Giansone.
Mostra di stupefacente ricchezza poetica, in cui le opere di Lattes fanno da sapiente “collante” a “Ritratti” accomunati in un unico gioco o “teatrino” di similitudini e diversità capaci, in ogni caso, di guidarti lungo sentieri dell’anima di assoluta piacevolezza e magiche suggestioni.
Gianni Milani
Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo); tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it
Nelle foto: Allestimento Mario Lattes “Ritratto blu, Kafka”, anni ’60 e Carlo Levi “Risveglio con la madre”, 1973; Mario Lattes “Autoritratto”, 1990; Italo Cremona “Autoritratto”, 1950 ca.; Giacomo Manzù”Testa”, cera, 1935


Dal 2 aprile al 2 giugno, la Corte di Palazzo Carignano ospita la mostra “Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”, promossa da Fondazione Boscolo e Camera.
L’esposizione nasce come un progetto fotografico che intreccia arte, comunicazione e impegno sociale. Il titolo rende omaggio al lavoro quotidiano delle quattro realtà torinesi coinvolte, attive in contesti complessi e segnati da fragilità.
In mostra, gli scatti di Fabio Bucciarelli raccontano le esperienze sportive delle squadre degli Insuperabili, dove il calcio diventa strumento di inclusione e socializzazione. Le fotografie di Enrico Gili danno voce ai sogni e alle speranze delle persone accompagnate da Progetto Tenda, impegnato dal 1999 nel sostegno a chi vive situazioni di emergenza abitativa. Deka Mohamed Osman propone invece una serie di still life che reinterpretano, con creatività e colore, gli strumenti sviluppati da Hackability, associazione che promuove l’inclusione delle persone con disabilità attraverso soluzioni tecnologiche su misura. Infine, le immagini di Marco Rubiola lasciano spazio all’immaginazione dei giovani seguiti da Nove ¾, progetto della Fondazione Gruppo Abele dedicato a chi vive condizioni di ritiro sociale.
La mostra è il risultato della collaborazione tra Fondazione Boscolo, Camera Torino e la factory PiazzaSanMarco, con l’obiettivo di valorizzare arte e cultura come strumenti di espressione e, soprattutto, come motori di trasformazione e rigenerazione sociale, capaci di generare consapevolezza e cambiamento.
Questa prima edizione di “4×4”, curata da Marco Rubiola insieme a François Hébel, segna l’avvio di un progetto più ampio volto a mappare le realtà virtuose del territorio, che proseguirà anche il prossimo anno.
L’esposizione rientra nel programma di Exposed Torino Photo Festival 2026.
“Torino 4×4. Fotografie di una nuova era”
2 aprile – 2 giugno 2026
Corte di Palazzo Carignano
Mara Martellotta
Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Rol
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli
Città ammirata e oggetto di grande considerazione nel corso del tempo, Torino divenne nel XVII secolo una delle mete del Gran Tour, una moda in voga tra i ricchi esponenti dell’aristocrazia europea, che consisteva in viaggi dalla durata indefinita e a scopo didattico, attraverso i luoghi più celebri dell’Europa continentale. Parve allora opportuno ai Torinesi istituire un’organizzazione che si occupasse specificatamente di turismo, con tanto di distribuzione di opuscoli utili ai visitatori, contenenti indicazioni dettagliate per girare la città. Una delle prime guide turistiche è stata la “Guida de’ forestieri” nel 1753, redatta, per i trecento anni del miracolo del SS. Sacramento, dal libraio Gaspare Craveri. Sulla scia della fortuna del libello seguirono altre pubblicazioni, tra cui la “Nuova guida per la città di Torino” di Onorato Derossi edita nel 1781. Il fascino del capoluogo piemontese ha colpito l’attenzione di molte personalità, tra queste mi piace ricordare il filosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che descrive il panorama visto dalla collina di Superga come: “ Lo spettacolo più bello che possa colpire l’occhio umano”, o ancora il grande architetto urbanista Le Courbusier (1887-1965), che la definisce “La città con la più bella posizione naturale del mondo”. E da buona torinese non posso che condividere il giudizio. Eppure Torino non è solo bellezza e cultura. Molti turisti che intraprendono viaggi per venire a visitare la bella città che si adagia ai piedi del Monviso non si accontentano di acculturarsi visitando musei e opere architettoniche, essi piuttosto affrontano quello che viene definito “turismo esoterico”, ossia compiono gite e pellegrinaggi in luoghi considerati sacri o misteriosi del pianeta. Secondo le statistiche, negli ultimi anni la domanda per questo tipo di “vacanza” è aumentata del 25-30%. Sempre più persone paiono voler conoscere non solo l’arte e la cultura di paesi stranieri, ma desiderano scoprirne i rituali, le leggende, gli usi religiosi e tutte quelle sfaccettature mistiche e magiche che, in fondo, affascinano tutti quanti.

Tra le mete più richieste ecco proprio l’antica Augusta Taurinorum, città magica per eccellenza, dove “spiriti”, “diavoli” e “fantasmi” sembrano annidarsi lungo il tracciato delle belle vie che la compongono mentre poli di energia positiva controbilanciano flussi di negatività. Secondo gli esoteristi, sono molte le motivazioni che attestano e dimostrano questo peculiare aspetto di Torino, prima fra tutte la sua posizione geografica, che la vede vertice di due triangoli, uno positivo, connesso alla magia bianca, insieme a Praga e Lione, e l’altro negativo, collegato alla magia nera, con Londra e San Francisco. Non si deve pensare che queste capitali chiamate in causa siano state scelte a caso, al contrario, sono luoghi che hanno ciascuno una propria tradizione esoterica. Praga infatti, è la città del Vicolo d’Oro, in cui gli alchimisti di Rodolfo II cercavano di trasformare i metalli vili in oro, e dove Jehuda Low ben Bezalel creava i golem con l’argilla, animandoli e incidendo sulla loro fronte la parola ebraica emet, (“verità”), e, infine, è la stessa metropoli in cui è custodita la corona maledetta di san Venceslao, presso la cattedrale di San Vito. Per quel che riguarda Lione, patria del fondatore dello spiritismo moderno, meglio noto con l’appellativo Allan Kardec, il centro abitato ospita una vasta concentrazione di chiese, comunità religiose e società segrete.
Anche le società che compongono il secondo triangolo hanno una propria aurea mistica, sia Londra, celebre per i suoi spiriti, sia San Francisco, città in cui nel 1960 venne fondata, da Anton Szandor LaVey, la Chiesa di Satana. Questi triangoli sono ben noti anche a chi di esoterismo non si interessa, ma ce n’è ancora uno, meno conosciuto, che tuttavia va menzionato, quello ufologico. Esso vede unite tre città, Torino, Bergamo e La Spezia, come vertici di una zona all’interno della quale sono numerosissimi gli avvistamenti di oggetti volanti non identificabili. Unendo questi tre punti (Torino-Bergamo-La Spezia) compare un triangolo che a prima vista sembra isoscele. Di questo triangolo quasi isoscele i due angoli alla base differiscono più o meno di tre gradi e qualche primo. C’è chi pone questa differenza uguale a 3°14’, facendo comparire le cifre del “π”-“p greco”numero magico per eccellenza, che, tra l’altro, si trova alla base dello studio della costruzione della piramide di Cheope. Per quanto riguarda la questione “alieni” ricordiamo che a soli 20 Km da Torino svetta il Musinè, luogo misterioso, da anni al centro di studi paranormali, conosciuto soprattutto per essere zona di avvistamenti extra-terresti. Il caso più celebre avvenne nel 1978, quando due escursionisti sostennero di aver visto una luce accecante sulla sommità del monte. Uno dei due uomini raggiunse la luce e scomparve, per poi ricomparire in stato di shock; egli sostenne di aver visto una navicella spaziale a forma di pera, da cui erano usciti quattro alieni, uno dei quali lo avrebbe toccato, paralizzandolo per alcuni momenti. L’ultimo episodio paranormale risale al 1996, in cui pare sia stato avvistato un disco volante dalle estremità trasparenti, attraverso le quali si sporgevano sagome extra-terrestri.

Torniamo ora all’urbe augustea, la figura trilatera non è l’unica geometria che la riguarda, infatti essa è inscritta in un pentacolo, per fortuna posizionato “nel verso giusto”, ossia con una punta verso l’alto, simbologia che indica, in chiave esoterica, spiritualità, luce e aspirazione al bene. È stato l’architetto austriaco Peter Müller a sottolineare questa peculiarità urbanistica. Egli ha infatti notato come cinque edifici significativi per l’urbe, quali la Basilica di Superga, il Castello di Moncalieri, il Castello di Rivoli, la Palazzina di Stupinigi e la Venaria Reale, se collegati fra loro, formino una stella a cinque punte, che pare proprio contenere e proteggere i Torinesi. Secondo la teoria di Müller, l’accesso simbolico -anche inteso come “nascita” o “inizio”-alla stella, si trova tra Stupinigi e Moncalieri, poli opposti rispettivamente collegati al giorno e alla notte, al fuoco e all’acqua, al maschile e al femminile. Egli sostiene inoltre che il percorso prosegua verso Rivoli, punto indicante “il compimento della vita”, e prosegue poi per Venaria, punto estremo, indice di abbandono delle preoccupazioni e liberazione dello spirito, e termina a Superga, postazione “finale”.
Questa stessa tesi può essere anche letta in chiave alchemica, associando ai vertici del pentacolo gli elementi: Superga-terra, Moncalieri-metallo, Stupinigi-acqua e Veneria-fuoco.
Inoltre i luoghi citati hanno ognuno la propria aurea mistica, a partire dalla Basilica, che porta sfortuna alle coppie innamorate, per poi passare ai Castelli di Rivoli e Moncalieri in cui pare si aggirino gli spiriti della Bela Rosin e di Vittorio Emanuele II. Spesso ospite alla Venaria, dietro le spoglie del così detto fantasma del ghersin, (grissino) era Vittorio Amedeo II. La leggenda vuole che, tra le belle sale del palazzo, lo spirito del re si mostri ammantato in un nero mantello, con in una mano un grissino incandescente e nell’altra le redini di un cavallo bianco. Si narra che Vittorio, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente, e il medico di corte, tale don Baldo Pecchio, ipotizzò un’intossicazione alimentare, causata dal pane mal cotto e cucinato senza alcuna norma igienica. Secondo la storia, pare che lo stesso medico avesse sofferto del male medesimo che attanagliava il giovane principe, e per questo motivo sapeva esattamente come curarlo. Il medico si rivolse al panettiere di corte, Antonio Brunero, esortandolo a cucinare delle “gherse” sottilissime e cilindriche, soprannominate poi “ghersin”. Questo “escamotage” salvò il principe e lo fece diventare goloso della nuova scoperta culinaria, al punto che anche nell’aldilà egli non se ne distacca. Assai numerose sono dunque le leggende che vedono protagonista la nostra Augusta Taurinorum; gli spiriti ed i fantasmi pullulano a Torino e dintorni, ogni singolo sanpietrino pare imbevuto di magia. Ed è così che si va in giro per la città (almeno fino a prima della quarantena), con lo sguardo assorto tra le belle architetture e gli ombrosi alberi dei parchi, ognuno di noi con il pensiero rivolto alle nostre necessità quotidiane, eppure stando sempre tutti attenti a chi si potrebbe incontrare.
Alessia Cagnotto