CULTURA E SPETTACOLI

Flashback Habitat presenta “Scarecrow “

Dal 12 marzo al 27 settembre

È stata inaugurata mercoledì 11 marzo scorso una nuova mostra a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee, in corso Giovanni Lanza 75, dal titolo “Scarecrow artisti a presidio della vita “, curata dal direttore artistico Alessandro Bulgini e dallo storico e critico d’arte Christian Caliandro. Sarà visitabile fino a domenica 27 settembre.
La direzione di Flashback con Scarecrow conferma la propria volontà artistica e culturale di utilizzare l’arte come denuncia, capace di smascherare e mettere in luce gli inganni e i soprusi della società. Si tratta di una posizione che non si limita alla contemplazione estetica, ma che fa dell’arte un gesto civile, un invito a guardare, a riconoscere, a prendervi parte.

Nati per difendere i campi, gli spaventapasseri rappresentano tra le più antiche forme di protezione create dall’uomo. Figure immobili, costruite con materiali poveri, non agiscono con la forza ma con il segno, con la presenza. Non combattono, ma avvertono. Non inseguono, stanno. Tradizionalmente servono a tenere lontano ciò che minaccia il raccolto, il frutto di un lavoro lento e fragile. Oggi, però, il loro significato può spostarsi dal campo coltivato al campo sociale e politico.  In un’epoca segnata da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri che sembrano muoversi senza responsabilità, lo spaventapasseri diventa una figura di autodifesa simbolica. È  un corpo vuoto che si espone al vento, al tempo e allo sguardo. Proprio per questo è potente, non impone, non domina, non governa, esiste come soglia e come monito silenzioso. Ricorda che esiste un limite da non superare, un territorio da rispettare, una comunità da non saccheggiare. Nella sua immobilità c’è una scelta etica di opporsi senza diventare ciò da cui ci si difende.

In questo momento storico in cui il potere sembra agire come un predatore lo spaventapasseri assume una nuova funzione, non spaventare i deboli, ma mettere in guardia i forti. Queste figure, esposte come sentinelle mute, ci ricordano che anche l’umanità ha bisogno di essere difesa, e che talvolta la forma più efficace di resistenza è restare visibili, ostinatamente umani e non cedere alla follia del comando. Spaventapasseri come autodifesa politica. Lo spaventapasseri nasce per difendere il raccolto da chi saccheggia senza seminare. È una figura povera, costruita con ciò che resta, eppure incaricata di un compito fondamentale, proteggere la vita futura. Oggi quel campo non è più soltanto agricolo, è  il mondo.
Lo spaventapasseri è  l’arte, un elemento umile, che apparentemente si confonde con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante contro alcune forze oscure.

Lo spaventapasseri/arte/opera/artista è il Custode. Viviamo in un tempo in cui il potere è sempre più esercitato da governi autoritari e imprevedibili che confondono forza con violenza, decisione con brutalità,  consenso con paura. In questo contesto lo spaventapasseri  smette di essere folklore rurale e diventa un dispositivo politico che non governa, non comanda, non produce obbedienza, ma si limita ad occupare lo spazio e a rendere visibile un confine, l’opposto del potere contemporaneo, non parla, non promette, non minaccia apertamente. È  una forma di controbattere elementare, primitivo, accessibile a chiunque.
Lo spaventapasseri non ha volto, perché  il potere ama i volti carismatici, non ha voce, perché il potere si nutre di slogan, non si muove, perché  il potere è ossessionato dalla velocità e dall’emergenza permanente. La sua immobilità è un’accusa, mostra quanto il rumore del comando sia spesso inutile.
Questa mostra non chiede pace come slogan ma richiama alla responsabilità e rifiuta l’equidistanza. Rifiuta il linguaggio che maschera lo sterminio e l’occupazione come fatto compiuto. In un  mondo in cui gli Stati armati si comportano come predatori, lo spaventapasseri resta in piedi come un errore nel sistema, fragile, esposto, non negoziabile.

“Lo spaventapasseri ( Scarecrow)- spiega il curatore Christian Caliandro – presidia un territorio vivo dalle aggressioni e dagli attacchi esterni. È  passivo, non aggredisce né reagisce ma, attraverso la sola presenza, ha il compito da sempre di proteggere l’esistente  e l’esistenza. È fatto in emergenza, con ciò che è sottomano, con ciò che si trova lì dove starà. E arrangiato con i detriti e gli scarti della vita. È  l’opera d’arte, ma è anche l’artista, esso è il guardiano, un elemento umile, che si confonde apparentemente con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante  contro alcune forze oscure”.

“Più che una mostra si tratta di un dispositivo – spiega il direttore artistico di Flashback Alessandro Bulgini – perché non è più il tempo, per me, delle mostre. Voglio ridare, se possibile, una migliore funzione, o meglio una responsabilità, un’opportunità all’arte. Penso che gli artisti per troppo tempo siano stati in qualche modo isolati all’interno di mura algide, spazi asettici, lontani dalla vita.  E credo ancora che il valore simbolico dell’arte possa avere un’opportunità, una valenza. Dati i tempi, ho sentito fortissimo e inderogabile l’urgenza di adoperare quelle che sono le mie energie, i miei incarichi e anche i miei strumenti personali come artista per entrare nel dibattito di questo tempo”.

43 esponenti della scena artistica italiana hanno accolto la chiamata dei curatori. Le opere si configurano come un grido, una rottura necessaria, un’interruzione al silenzio indifferente. Una mostra corale che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alle installazioni site specific. Scarescrow è un atto di presenza e di responsabilità, un invito a presidiare il campo, a difendere ciò che conta, anche quando l’unico gesto possibile è quello di tenere la posizione.

Mara Martellotta

Ferretti batte il tempo: poesia, memoria e percussioni al Colosseo

 

Venerdì sera Torino avrà il suono di un tamburo antico. Non quello della nostalgia, ma quello di una memoria che continua a battere. Al Teatro Colosseo arriva Giovanni Lindo Ferretti con “Percuotendo. In cadenza”, uno spettacolo che non assomiglia a un concerto e neppure a una lettura teatrale. È qualcosa che pulsa in mezzo: parola, ritmo, confessione, rito.

Le canzoni di Ferretti non vengono semplicemente eseguite. Vengono percosse, nel senso più fisico e primordiale del termine. Percussioni e corde ricamano un ritmo che avanza come un passo di montagna, mentre la voce attraversa i testi con quella sua inflessione inconfondibile, metà preghiera e metà dichiarazione civile. Accanto a lui, due musicisti che non fanno da semplice accompagnamento ma costruiscono un paesaggio: Simone Beneventi e Luca Rossi. Le loro percussioni non sono solo ritmo. Sono terreno, vento, battito cardiaco. A volte sostengono il racconto, altre volte lo travolgono, come una piena sonora che prende il testo e lo porta altrove. Al centro dello spettacolo resta la materia che da sempre alimenta la scrittura di Ferretti: la biografia come destino collettivo. La fede, l’appartenenza, il ritorno alle origini. I palchi affollati e poi il silenzio dei monti dell’Appennino. Il rumore del mondo e il suono essenziale della vita quotidiana. È una narrazione che procede per cerchi. Una canzone apre una memoria. Una memoria diventa poesia. La poesia si trasforma in ritmo. E poi si ricomincia. Lo spiega lo stesso Ferretti con una formula quasi liturgica:

«La lettura diventa poesia che diventa canzone per aprire alla musica che cresce fino a tornare poesia».

In “Percuotendo. In cadenza” non c’è nostalgia per un passato glorioso. C’è piuttosto un uomo che continua a interrogare il proprio tempo usando gli strumenti più antichi che esistano: voce, parola, ritmo. Torino, città che ha sempre avuto un orecchio sensibile per le traiettorie musicali più irregolari, venerdì 13 marzo 2026 assisterà a qualcosa che somiglia più a un attraversamento che a uno spettacolo. L’appuntamento è al Teatro Colosseo, in Via Madama Cristina 71, con apertura porte alle ore 19.30 e inizio spettacolo alle ore 20.30. I biglietti, con posto a sedere numerato, partono da 30 euro.

Un viaggio dentro una voce che da quarant’anni non smette di battere il tempo. Come un tamburo che, invece di accompagnare la marcia, costringe a fermarsi e ascoltare.

Valeria Rombolà

FUTURES. Gli artisti e le artiste del 2026

Sono Filippo Barbero, Davide Degano, Sofia Gastaldo, Giulia Gatti e Federica Sasso le artiste e artisti emergenti che prenderanno parte all’edizione 2026 di FUTURES EPP European Photography Platform, il programma riconosciuto e finanziato dall’Unione Europea e dedicato alla promozione della fotografia contemporanea, di cui Camera Torino è il punto di riferimento in Italia.
I nuovi talenti sono stati individuati da François Hébel, direttore artistico di Camera, e Giangavino Pazzola, curatore e coordinatore del programma, attraverso un processo di selezione che ha coinvolto anche Daniele De Luigi, curatore e studioso di fotografia contemporanea per la Fondazione Ago Modena e Giovane Fotografia Italiana) e  Giuseppe Oliverio, direttore artistico di PhMuseum di Bologna.
Gli autori e le autrici selezionate intraprenderanno un percorso di rafforzamento e sviluppo della propria ricerca artistica grazie a opportunità espositive, programmi di accompagnamento e attività che Camera svilupperà nel corso dell’anno insieme ad altre organizzazioni europee.

Nel mese di novembre inoltre parteciperanno al FUTURES Annual Event, ospitato dall’organizzazione olandese Fotodok a Utrecht. Si tratta di una grande occasione di crescita, confronto e visibilità internazionale, dove incontreranno gli altri 88 artisti emergenti, selezionati dai 21 membri della piattaforma europea, prendendo parte a workshop,  letture portfolio e momenti di networking.

Camera Centro Italiano per la fotografia

Via delle Rosine 8 Torino

Mara Martellotta

Pop-App Museum: libri animati di ieri e di oggi

Proseguono gli appuntamenti

Fino a maggio prossimo, il Pop-App Museum di Palazzo Barolo, a Torino, ospita un ciclo di incontri dedicati ai libri animati di ieri e di oggi e ai loro passaggi transmediali.

Pompeo Vagliani, presidente della Fondazione Tancredi di Barolo, dialoga con autori, artisti, illustratori, pop-up designer, editori, professionisti del cinema di animazione, bibliotecari, collezionisti e appassionati che raccontano progetti ed esperienze legati al mondo dei libri animati.
Il prossimo appuntamento è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 17, presso il Pop-App Museum di Palazzo Barolo, con l’incontro: “Storie vere di Zia Mariù: dal testo di Paola Lombroso Carrara alle animazioni di Luisa Terzi”.

Pompeo Vagliani e Mario Carrara, nipote di Paola Lombroso, rievocano le vicende biografiche dei protagonisti di “Storie vere di Zia Mariù” (1913) intrecciando, attraverso la sua preziosa testimonianza, memoria familiare e ricostruzione letteraria.
Le illustrazioni di Bona Gigliucci  dedicate a questo libro presero vita in forma animata già nel 1914 grazie al lavoro pionieristico della giovane maestra fiorentina Luisa Terzi, che realizzò per Paola un albo animato in copia unica, recentemente riportato al suo originario splendore grazie all’intervento del Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale”. L’albo animato fa parte di un gruppo di quattro albi in copia unica realizzati fra il 1913 e il 1917 da “Luisella”, basandosi su altrettanti libri per bambini della scrittrice Paola Lombroso Carrara, evidenziando il lungo sodalizio destinato a intrecciarsi con la nascente avventura delle Bibliotechine Rurali e a depositare tracce sul loro futuro organo di diffusione, il “Bollettino”.
Un percorso che unisce testi, illustrazioni e manufatti di carta, restituendo al pubblico contemporaneo la modernità e la forza educativa del progetto di Zia Mariù.

L’appuntamento successivo è previsto per giovedì 26 marzo 2026 alle ore 17 con “Pop-up in Langa: dal Barolo al tartufo”.  L’illustratrice e pittrice Gabriella Piccatto racconta la genesi del libro: alchimia di una storia d’amore, realizzato nel 2015 su commissione delle Cantine Marchesi di Barolo e creato a partire da tavole acquerellate, il volume si apre in quattro doppie pagine con sviluppi e profondità differenti che narrano la storia dei Marchesi Giulia Colbert Falletti e Carlo Tancredi Falletti.
Nel suo racconto, l’autrice ripercorre anche la nascita di Tuber Popup – Tuber Comics, progetto realizzato insieme al fratello Luigi Piccatto, celebre maestro del fumetto italiano. Libro animato dalle suggestioni poetiche, Tuber Popup evoca castelli, foreste e animali in chiave fiabesca, valorizzando il tartufo come elemento culturale e simbolico delle Langhe.
Due progetti profondamente radicati nel paesaggio e nella memoria di queste colline: dalla storia dei Marchesi di Barolo e delle cantine omonime fino al tartufo, tesoro prezioso del territorio. Un viaggio creativo e personale che si intreccia con il ricordo di Luigi, recentemente scomparso, figura cara e presenza significativa nel percorso artistico di Gabriella Piccatto.

L’ingresso agli incontri è gratuito

Pop-App Museum – Palazzo Barolo – ingresso da via Corte d’Appello 20/F, Torino

Mara Martellotta

“Il Papà di Dio”, le geometrie imprevedibili della famiglia

Giovedì 12 marzo, alle ore 21, e venerdì 13 marzo, alle ore 20, andrà in scena al Cineteatro Baretti, per la stagione Aurea Familia, la pièce teatrale “Il Papà di Dio”, per la scrittura scenica e la regia di Andrea Fazzini. Gli interpreti saranno Mary Bracalente, Andrea Filipponi, Sergio Licatalosi e Fernando Micucci.

In una stagione che esplora le geometrie imprevedibili della famiglia, “il Papà di Dio” del Teatro Rebis, liberamente tratto dalla graphic novel di maicol&mirco, è una tappa necessaria. L’indagine della nuova stagione del Baretti si intreccia con tematiche care agli autori: la solitudine, la morte, la relazione con l’altro e con il divino e l’esistenza, attraversate e deprivate da un approccio minimale e diretto. Tra ironia e lirismo, la compagnia marchigiana offre allo spettatore una riflessione pungente e poetica sul rapporto tra genitori e figli, sul fallimento e sulla responsabilità.
“Il Papà di Dio” ha un diavolo per capello, suo figlio è irrecuperabile, ha voluto creare il suo universo senza prima studiare. Il risultato è quello del nostro Universo. Un Universo dove si soffre, ci si ammala e si muore. Un Universo dove si lavora e si suda, un Universo tutto sbagliato, molto diverso da quello del Papà di Dio, che è meraviglioso, dove non esiste morte, dolore o fame, dove non si deve lavorare o faticare, dove non esistono i soldi. Dio però non ha voluto ascoltarlo. Riuscirà Dio a farsi accettare da suo Papà? E suo Papà riuscirà a comprendere il suo povero Dio?

Info e biglietteria: anyticket.it – alla cassa disponibili il giorno dello spettacolo

Cineteatro Baretti – via Baretti 4, Torino

Mara Martellotta

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

“Il raggio bianco”, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti

Di Sergio Perattini, per la regia di Arturo Cirillo

Debutta al teatro Gobetti martedì 17 marzo prossimo , alle ore 19.30, la pièce teatrale dal titolo “Il raggio bianco” di Sergio Pierattini, per la direzione e la regia di Arturo Cirillo. In scena Milvia Marigliano, Linda Gennari, Raffaele Barca. Sono di Dario Gessati le scene, i costumi di Gianluca Falaschi e Anna Missaglia, le musiche di Paolo Coletta e le luci di Aldo Mantovani.

Arturo Cirillo dirige ‘Il raggio bianco’, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti. Al centro della scena una madre e una figlia , due solitudini che si graffiano, si sfiorano, si sopportano. L’appartamento milanese che le ospita è un teatro di sospetti, silenzi e segreti. Il testo di Sergio Pierattini, vincitore del Premio Flaiano, scritto per Milvia Marigliano, è una commedia noir, cruda e ironica, specchio della nostra epoca. Accanto a lei Linda Gennari nel ruolo della figlia, in un’atmosfera fumosa, in cui si declina la dialettica non sempre serena tra le due donne.
Malaffare, ricordi, affetti, tutto potrebbe far sembrare di essere all’interno di un romanzo di Simenon, per quel suo gioco di relazioni familiari che si rivelano particolarmente originali, fino all’inattesa conclusione.

“Perché “il raggio bianco”? Cos’è? Un segno, una speranza, un’utopia? In un mondo, quello che Pierattini tratteggia con lucido e sapiente cinismo, fatto di mediocrità di sentimenti ed aspirazioni – spiega il regista Arturo Cirillo –  l’aspetto trascendentale  mi appare come un contro canto necessario rispetto allo stillicidio dei giorni che lui descrive. Nella città simbolo dell’economia e del lavoro, Milano, una madre e una figlia vivono dentro un mondo fatto di piccole e miserevoli azioni, ma in loro sembrerebbe esserci qualcos’altro, una devianza, qualcosa che non torna. Sono due ladre, ma non come i ladri maledetti di Jean Genet, sono due ladri in fondo comuni, come certi personaggi scialbi, provinciali e ossessivi di Simenon. Rubano per necessità, le meschine necessità del vivere di tutti i giorni. Rubano perché la madre Anna, per le sue frustrazioni e lasua ignoranza, non sa fare altro, ma è  soprattutto una donna irrealizzata, con una storia matrimoniale senza soddisfazione e un rapporto con la figlia anaffettivo oltre che malsano o forse malsano perché anaffettivo.
Questo piccolo universo di medietà viene visitato da un anelito quasi metafisico  che non per forza bisogna comprendere. Sia Anna sia la figlia Giulia parlano di qualcosa di luminoso che potrebbe rendere la vita meno avara di sogni e aspettative. Il raggio bianco è  anche quella luce che inonda le due donne all’arrivo del terzo personaggio, Matteo. La sua apparizione è  l’incidente, la novità che fa crollare il fragilissimo ma fortemente abitudinario equilibrio. Matteo, che da subito si è inserito nella loro casa e nella loro vita, esce dalla casa e dalla storia come un  perdente, un povero ragazzo senza talenti o aspirazioni , che si approfitta della fragilità altrui.
Viene da pensare a certe tristi e desolate storie di Giovanni Testori. Solo che qui c’è il teatro che, grazie alla bravura degli attori e alla felice scrittura drammaturgica, fa vivere questa vicenda tra squallore e sogno, infelicità e ridicolo, dramma e beffa”.

Teatro Gobetti via Rossini 8
“Il raggio bianco” dal 17 al 22 marzo 2026
Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale

Biglietteria Teatro Carignano piazza Carignano 6
Orari da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19. Lunedì riposo

biglietteria@teatrostabiletorino.it
Acquisti online su www.teatrostabiletorino.it
Tel 0115169555

Mara Martellotta

Alla giovane cantautrice Chiaré il “Premio Gianmaria Testa”

Si è conclusa lunedì 9 marzo, alle “Fonderie Teatrali Limone”,  la VI edizione del “Premio” dedicato alla memoria dell’indimenticato cantautore cuneese

La scelta della Giuria fra cinque finalisti

Moncalieri (Torino)

Lo scorso lunedì 9 marzoGianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016), l’indimenticato “poeta in musica” e “il più francese dei nostri cantautori”, avrebbe compiuto 68 anni. E a dieci anni esatti dalla sua scomparsa si è inteso  omaggiarne il ricordo con la finalissima, tenuta alle “Fonderie Teatrali Limone” di Moncalieri, della sesta edizione del “suo” Premio “Gianmaria Testa – Parole e Musica”, rivolto a cantautori “under 38”, promosso dal “Comitato Moncalieri Cultura” con “Produzioni Fuorivia”, il contributo della “Regione Piemonte”, della “Città di Moncalieri” e di “Banca d’Alba”, nell’ambito del Festival “Moncalieri Legge”. La serata, particolarmente intensa, ha visto fronteggiarsi cinque finalisti e ha pienamente confermato la vitalità e la profondità della nuova canzone d’autore italiana.

Ad aggiudicarsi il podio del “Premio Gianmaria Testa” (1.500 euro), la talentuosa Chiarè – nome d’arte di Chiara Ianniciello, cantautrice e contrabbassista classe 1999, nata nell’agro nocerino-sarnese e oggi residente a Roma. Sul palco delle “Fonderie Limone”, Chiarè ha portato il brano “Ago e filo”, tratto dal suo secondo album “SEI”, dove italiano e napoletano si intrecciano su un tappeto sonoro che fonde jazz, musica elettronica e tradizione popolare. La giovane cantautrice salernitana è stata inoltre selezionata dalla direzione artistica di “Reset Festival”, per esibirsi nella prossima edizione del Festival torinese.

Un gradino più in basso, il “Premio per la Migliore Esibizione Live” (800 euro), è andato invece a Martina Primavera, origini pugliesi, che ha conquistato la Giuria e il pubblico con la potenza e l’originalità della sua performance, interpretando “Genetica”, brano inedito che al “Premio” ha saputo portare tutta la forza di una scrittura intensa e personale.

Sottolinea Paola Farinetti, presidente della Giuria e moglie di Gianmaria Testa:  “Chiarè ha portato sul palco una visione artistica compiuta, una voce che sa dove andare. Ma devo dire che questa è stata una delle edizioni più difficili da giudicare: tutti e cinque i finalisti ci hanno messo in difficoltà, nel senso più bello del termine. La canzone d’autore in Italia ha radici profonde e un futuro luminoso: questa serata lo ha dimostrato ancora una volta”.

La serata si era aperta con gli interventi sonori di Joe Barbieri, che ha accompagnato l’ingresso del pubblico creando l’atmosfera giusta per la serata, e di Domenico Imperato, vincitore del “Premio” nell’edizione 2023, tornato sul palco delle “Fonderie Limone” in una sorta di ideale passaggio di testimone. Nella seconda parte della serata, mentre la Giuria si riuniva per deliberare, il palco è stato tutto di Raphael Gualazzi, ospite speciale che ha incantato la sala con un concerto “piano e voce” di rara intensità, attraversando jazz, pop, tradizione afroamericana e grande canzone italiana con quella libertà creativa che lo ha reso oggi uno degli artisti più originali della scena musicale italiana ed internazionale.

 “Il ‘Premio Gianmaria Testa’ – dichiarano il sindaco e l’assessora alla Cultura di Moncalieri, Paolo Montagna e Antonella Parigi – è ormai un appuntamento irrinunciabile per la nostra Città. Ogni anno ci ricorda quanto sia importante investire nei giovani talenti e nella cultura come strumento vivo di comunità. Siamo orgogliosi di sostenere un progetto che onora la memoria di Gianmaria portando avanti, con rigore e passione, la sua stessa missione: dare voce a chi ha qualcosa di autentico da dire”.

I cinque finalisti, alaskaMartina PrimaveraChiarèFabio Schember e Achille Campanile, selezionati tra quasi 170 candidature pervenute da tutta Italia, si sono esibiti ciascuno con il proprio brano in concorso e con una canzone di Gianmaria Testa“costruendo quel dialogo tra memoria e contemporaneità che è il cuore del Premio”.

G.m.

Nelle foto: Chiarè e Martina Primavera

Interplay, 26esima edizione del festival di danza contemporanea

Dal 26 maggio a Torino  diretto da Natalia Casorati

Il festival Interplay è giunto alla sua 26esima edizione e torna a Torino come uno degli osservatori più lucidi sulla danza contemporanea in Italia. Sotto la direzione artistica di Natalia Casorati e curata dall’associazione culturale Mosaico Danza, la rassegna vedrà protagonisti dal 26 maggio al 27 giugno 2026, con due appuntamenti speciali il 3 luglio e il 16 settembre, tre teatri, cinque spazi multidisciplinari e numerosi contesti outdoor, dai quartieri centrali alle periferie, in un dialogo costante tra arte e città.

Il cartellone conta 28 spettacoli e 9 prime nazionali: 14 creazioni italiane, 12 proposte internazionali da 7 Paesi europei e 3 extraeuropei, per un confronto dinamico che intreccia visioni poetiche, astratte, coreografiche e eterogenee. Tra le voci internazionali figura la compagnia belga WOOSHING MACHINE, che apre il festival con “Ma l’amor mio non muore/Epilogue”: Carlotta Sagna, Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella pongono con graffiante autoironia una domanda bruciante sul destino dei nostri corpi. Lëila KA presenta “Maldonne”, creazione corale per cinque danzatrici, nominata per l’International Dance Prize 2025 al Sadler’s Wells di Londra: fragilità, ribellione e identità plurali del femminile in una partitura che va da Shostakovich a Lara Fabian.

Il collettivo (LA)HORDE, direttori del Balletto Nazionale di Marsiglia, coreografi del Celebration Tour di Madonna, propone “People Used to Die” per i 15 danzatori di Equilibrio Dinamico, trasformando i codici del club underground in una riflessione potente su massa e memoria del corpo. Completano il panorama GN/NC, Gui Nader e Maria Campos, con “Natural order of things”, la compagnia spagnola ERTZA con il duo mozambicano UN’WE, sulle diseguaglianze del mondo globalizzato, e il coreografo libanese Bassam Abou Diab, con una creazione partecipativa nata in residenza al Living Lab di Mosaico Danza.

Il programma nazionale restituisce con forza la vitalità della danza contemporanea italiana: la compagnia Zebra, di Chiara Frigo e Silvia Gribaudi, propone “Pas de cheval”, ironico duetto di Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini, che smonta con ironia le dinamiche di potere nello spettacolo dal vivo. La pluripremiata Lost Movement  porta nel quartiere di Barriera di Milano “dancehALL”, creazione techno-urban in cui quattro stili di ballo diventano un rito collettivo pulsante. Il focus nazionale si infittisce con la prima nazionale di “Studi per M.” di Stefania Tansini, Premio UBU 2022, ispirata a Marcel Proust e alla memoria sensoriale del corpo, e con il ritorno di Daniele Ninarello, che trasforma la trasmissione del movimento in gesto politico e poetico. A chiudere la sezione Francesco Marilungo, Premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza, con “Cani lunari”: ritualità, trance e immaginari del femminile arcaico sono sospesi tra terrestre e divino con il paesaggio sonoro di Vera di Lecce, tra elettronica ibrida e tradizione salentina. Il focus nazionale si concluderà il 3 luglio con Claudio Massari, che proporrà “STRANO”, un universo interiore caotico e poetico, dove il corpo diventa campo di tensione tra desiderio, costrizione e immaginazione.

Interplay è da sempre un festival che intercetta il talento nascente: Adriano Bolognino, reduce dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, propone un duetto sulla fragilità dei legami umani; Francesca Santamaria, selezionata da Aerowaves, propone la sua satira sulla performatività digitale; Parini Secondo, con il musicista Bienoise, trasforma il salto della corda in partitura sonora. Vittorio Pagani indaga i meccanismi di produzione della danza; Pablo Ezequiel Rizzo mette in dialogo iconografie antiche e contemporanee con il premiato “Sex.exe”; a chiudere sarà il collettivo Lattea con “Moraine Capitolo I”, anteprima attenta alla sostenibilità con costumi della Fondazione Pistoletto, perché anche il modo in cui si crea la danza è già un atto politico e poetico.

Interplay non è soltanto un festival che vuole mostrare, ma anche pensare: il 26 maggio il talk “Le forme della danza” apre una riflessione sull’eredità artistica di Anna Sagna, pioniera torinese della danza moderna, con il professor Alessandro Pontremoli dell’ateneo torinese e il collettivo Vie. Il 4 giugno “PANIC ROOM. Giovani corpi, urgenze del presente” trasforma il palco in laboratorio: artisti come Bolognino, Porcelli e (LA)HORDE dialogheranno con il direttore della Fondazione TRG Emiliano Bronzino e l’associazione Tiarè su identità, immaginazione e costruzione di sé nelle nuove generazioni.

Info: per il programma completo e le modalità d’accesso agli spettacoli visitare il sito www.mosaicodanza.it

Mara Martellotta

Il museo delle torture e dei serial killer, per capire cosa non dovrebbe mai succedere

In tempi di guerra un museo che insegna la pace

 

Anche a Torino, come a Praga, Amsterdam, Chicago e’ arriva lo scorso dicembre il Museo delle Torture e dei Serial Killer alla Promotrice delle Belle Arti, in via Diego Balsamo Crivelli, 11 nel parco del Valentino. In un momento storico segnato da conflitti e tensioni internazionali, femminicidi, aggressività e violenza diffuse questa esposizione è uno strumento fondamentale per mostrare ciò che non dovrebbe mai più accadere. Millecinquecento metri quadrati di testimonianze vive, oggetti, documenti e narrazioni del tempo dell’Inquisizione segnati dal terribile violenza del frate domenicano spagnolo Tomás de Torquemada, noto per essere stato il primo e più famoso Grande Inquisitore della Spagna, ruolo che ha ricoperto dal 1483 al 1498. Famoso per aver perseguitato e bruciato migliaia di persone, il frate spagnolo ha autorizzato l’uso di terribili strumenti di tortura. Nel Museo ne sono esposti un centinaio fra cui la Ghigliottina, la Sedia Inquisitoria su cui l’imputato sedeva nudo mentre le cinghie lo stringevano lentamente e gli aculei gli penetravano nella carne, il Banco di Stiramento un tavolo su cui la vittima con i piedi e le mani legati agli argani viene appunto stirata fino alla dislocazione di spalle, gomiti, ginocchia.

 

Questi reperti provengono dal Museo del Martirio e della Tortura di Milano (che ha tanto interessato gli abitanti del capoluogo lombardo e continua a interessarli e dal Museo di Criminologia di San Giminiano (Siena). C’è poi la sezione gratuita dedicata ai più famosi Serial Killer della storia recente fra cui Ed Gein noto come il “Macellaio di Plainfield (Wisconsis) o Donato Bilancia condannato a 13 ergastoli per i suoi omicidi. il Museo è un’occasione per imparare che la storia non è un insieme di date, ma un patrimonio di esperienze che può guidare le scelte del presente. Dal punto di vista didattico, il museo rappresenta una risorsa unica per scuole e università: favorisce l’educazione civica, stimolando nei giovani un senso critico rispetto a temi come la pace, la giustizia e i diritti umani; Questo museo, dunque, non celebra la violenza, ma la denuncia perché solo comprendendo il passato possiamo costruire un futuro diverso.

 

Aperto fino a metà giugno

Promotrice delle Belle Arti

Via Diego Balsamo Crivelli 11

Torino

Info – Museo delle Torture dei Serial Killer, cell. 337300086