CULTURA E SPETTACOLI

“Granda in Rivolta” a Fossano

Per i tradizionali incontri letterari, serata di poesia e musica con Francesco Macciò e Carlo Dardanello

Lunedì 7 aprile, ore 21,15

Fossano (Cuneo)

Torna puntuale come un orologio svizzero l’appuntamento del primo lunedì del mese con “Granda in Rivolta”, la rassegna di incontri letterari che “si propone di scuotere la provincia cuneese con la poesia”; intento scritto nero su bianco su un “Manifesto” in versi dagli stessi organizzatori, i poeti piemontesi Elisa Audino e Romano Vola, che condividono la direzione artistica della rassegna con Maurizio Regis, titolare dello storico “Vitriol” di via Ancina 7, a Fossano, dove si tengono per l’appunto le serate culturali.

Di grande interesse l’appuntamento del prossimo lunedì 7 aprile che vedrà la felice accoppiata di Francesco Macciò e Carlo Dardanelloimpegnati in una performance di poesia e improvvisazione polistrumentale.

Partendo dal suo nuovo poemetto “Ritratto di donna al mare con bambino”, da poco uscito per “Puntoacapo”, Macciò si racconterà, attraverso le sue poesie accompagnandosi ai suoni di un tamburo a cornice, intervallato da momenti al “bawu cinese” (flauto realizzato con tubi di bambù) e al “low whistle” (grosso flauto a fischietto di origine inglese). Insieme a lui, Carlo Dardanello farà volare al cielo (con la consueta abilità) le note del suo clarinetto e del suo sax.

Spiega lo stesso Macciò: “Scandire versi accompagnandoli con un suono destrutturato, che può essere una semplice vibrazione prodotta da una corda di cetra o dalla pelle di un tamburo, è un sostegno importante alla memoria, come sa bene chi ne ha fatto diretta esperienza. Si creano degli interstizi ritmici tra i versi, tra le strofe, dei grappoli di suoni e di silenzi che agganciano la memoria e preparano la pronuncia, l’intonazione del verso successivo. Ma il suono, appunto, deve essere ‘destrutturato’, così almeno mi piace definire questo profilo di note disancorate dai sistemi tonali ed eseguite a sostegno della parola poetica e allo stesso tempo capaci di fondersi con essa. Disegnare una precisa linea melodica, infatti, genererebbe confusione, sovrapponendosi alla musica che ogni poesia reca sempre con sé ed entrando inevitabilmente in conflitto con essa”.

Poche, doverose, note biografiche del duo Macciò – Dardanello:

Francesco Macciò è ligure di Torriglia e oggi vive a Genova, dove ha insegnato italiano e latino in un Liceo cittadino. Fra le sue opere, ricordiamo la pubblicazione del volume di saggistica “L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia” e, sotto pseudonimo, il romanzo “Come dentro la notte”. Molte le raccolte di poesia. L’ultima, la citata “Ritratto di donna al mare con bambino”. Ha vinto il “Premio Cordici” di poesia mistica e religiosa (2009), il “Satura Città di Genova” (2012) e il “Carlo Bo – Giovanni De Scalzo” (2024). E’ ideatore della Rassegna “Incontri con gli scrittori” presso il Liceo “Sandro Pertini” di Genova.

Da Vicoforte (Cuneo) arriva invece Carlo Dardanello, già avvocato ecclesiastico e consulente welfare e previdenziale in Istituti di Credito. All’attivo ha, anche lui, svariate pubblicazioni di opere poetiche sia in italiano sia in lingua “naturale” ed i suoi scritti compaiono su riviste e antologie in Italia ed in Francia. A partire dal 2012 ha intrapreso studi musicali con i maestri Gianni Virone, Fabio Gorlier e Roberto Regis con cui ha studiato “armonia” ed “improvvisazione jazz”. Allo studio del sax, del clarinetto e del clarinetto basso, ha affiancato lo studio della musica elettronica con una ricerca rivolta soprattutto all’improvvisazione esplorata nei suoi rapporti con la parola e nella creazione di paesaggi sonori.

In tal senso l’accoppiata Macciò – Dardanellofunziona che è un vero piacere.

L’appuntamento al “Vitriol” sarà come semprealle 21,15, ma organizzatori e autori saranno già presenti al civico 7 di via Ancina a partire dalle 19,30 a completa disposizione del pubblico.

Si consiglia di prenotare al numero telefonico 389/2595316

g. m.

Nelle foto: Francesco Macciò e Carlo Dardanello, Macciò al tamburo e Dardanello al sassofono

Un’artista da riscoprire, tra bronzi e materiali intrisi di ricordi

Alla Galleria del Ponte, sino al 9 maggio
Sta nelle ultime pagine, prima della bibliografia, del bel catalogo approntato per la
mostra che guarda all’opera di Clotilde Ceriana Mayneri, artista a tutto tondo
scomparsa un paio d’anni fa. È il riquadro che contiene le risposte alle ventuno
domande degli “artisti spiegati dagli artisti”, dove s’apprende che “il tratto principale
del mio carattere” è il buonumore, che “il mio principale difetto” suona “se posso
rimando”, che “il mio eroe nella storia” è la Montessori, che il colore preferito è
l’azzurro e la stagione la primavera, che “i miei artisti preferiti” sono Pontormo ed
Emily Dickinson, che il libro più amato è “La lunga attesa dell’angelo” della Mazzucco
e che adora “la pasta, in ogni declinazione”. Il dono di natura che vorrei avere?
“Bellissimi denti per sorridere meglio”.
La mostra, curata da Armando Audoli (sino al 9 maggio nelle sale della Galleria del
Ponte), ha un sottotitolo doveroso, “Molti l’hanno guardata, nessuno l’ha vista”, un
atto di risarcimento, la presa di coscienza del visitatore di fronte alla dimensione
poliedrica della Ceriana.
Lasciando da parte la riservatezza dell’artista, ma
raggiungendo un approfondimento, quel riconoscimento che le è dovuto. Nascita nel
marzo del 1940, natali illustri, una famiglia che annovera generali di cavalleria,
deputati e industriali che contribuiscono alla nascita, nell’ultimo anno dell’altro secolo,
della Fabbrica Italiana Automobili Torino – il cambio dei tempi, quanto era lontana e
impensata Stellantis! – e diplomatici, capitani d’industria che danno vita a una banca,
la giovane contessina Clotilde frequenta l’Accademia Albertina avendo come
insegnanti Umberto Baglioni (pupillo di Edoardo Rubino) e Giovanni Chisotti e si
diploma ventitreenne, saggiando tra gli altri anche l’arte di Mario Calandri e
inaugurando un lungo cammino. “La plastica a tutto tondo della scultrice – scrive in
catalogo Audoli – si indirizza verso volumi e forme di maggiore sintesi e dal modellato
più asciutto, con aperture e sfrangiature di ascendenza ‘spazialista’, presenti tanto
nelle terrecotte, smaltate e non, quanto nei bronzi”, al visitatore il compito di
ammirare alcune tappe nel percorso espositivo: per passare, con estrema delicatezza,
quasi in punta di piedi, a quella “biblioteca ideale di epigrafi mai scritte”, poco oltre le
soglie degli anni Ottanta, a costruire estreme leggerezze, intimiste e di non semplici
letture, tra reminiscenze trasportate con gli anni, “attraverso materiali meno aulici”,
racchiusi anche in una personale intimità, che in elenco annoverano “oggetti trovati
sul cammino come rametti e legni naturali, frammenti di canna di bambù, placche di
corteccia di acero, fili di saggina, fili di canapa, fili di rame, corde, viti ottonate,
vecchie provette, lacerti di aquiloni giapponesi, carte umili o preziose, pagine di libri
antichi.”
In una mostra che per la prima volta vuole suggerire uno sguardo completo alla
parabola artistica della Ceriana, si fanno ammirare le “forme” in bronzo, le “Tracce per
Emily” (1986) e la “Figura prona” che sono terrecotte, soprattutto quel “Vaso di
Pandora” (1987), letteralmente esploso, con le sue impercettibili grafie, le pagine
strappate, primaverili o autunnali, che giocano con i materiali più improbabili, la
“Cattedrale gotica” o l’”Arcipelago” o “La fossa delle viole”, bianchi piani di pagine che
nel 2011 hanno raccolto ricordi che non saranno mai scritti.
Sono ricordi tutti colti per intervalli, suggestioni, incontri fortuiti, scelte improvvise,
affermazioni di sensazioni, emozioni che nessun altro capirebbe, sono il filo rosso che
la lega alla sua scrittrice dell’animo, la Dickinson; quasi la ricerca musicale all’interno
del mondo della natura, “ma lo spartito – annotava Andrea Balzola in occasione di una
mostra del ’91 – non è il risultato di un puro artificio, di una progettata astrazione, né,
tantomeno, di un semplice assemblaggio; il materiale colto nel magazzino della natura
o nel deposito privato degli oggetti porta con sé frammenti di racconto che vanno
ascoltati, interpretati, montati e manipolati, insomma ‘riscritti’ su nuove pagine per
nuovi destinatari.” Raffinatezza e invenzione, ricerca continua, il piacere dell’unire
materiali man mano che sono scoperti, una cinquantina di opere tra le più differenti,
distribuite lungo un arco cronologico di mezzo secolo, ogni prova – di qualsiasi
materiale – amata e affinata, disseminando il percorso di opere che all’apparenza
possono sembrar appartenere a “un registro umile” lontane da quante si preferirebbe
elevare a uno più “elevato”. Tutte appartengono all’unico abbraccio delle “creature”.
Scriveva Clotilde Ceriana in occasione di una mostra del 1989, nella Saletta rossa di
corso Valdocco: “Dall’ombra quita dello studio così affollato, così canoro, io ascolto.
Frammenti di tempo, di spazio, di cose.Tempo ne ho tanto, so aspettare, raccogliere,
collezionare. Mi piace pensare che la neve stia turbinando in me. Il mondo, qui dentro,
è pieno di sogni. Il mondo, là fuori, racconta storie di piccole immensità. C’è ancora
molto da cogliere lungo la vita, basta guardare indietro.”
Elio Rabbione
Nelle immagini, di Clotilde Ceriana Mayneri: “Reticolati aperti”, 2011, polimaterico;
“L’istinto sulla ragione”, 2016, polimaterico; “Incontrarsi nel vento e riconoscersi”,
1990, polimaterico.

“Fondato sul lavoro”: al centro il primo articolo della Costituzione

La mostra a cura di Alessandro Bulgini, da un’idea di Francesco Sena, inauguratasi a Flashback Habitat

Da giovedì 3 aprile a domenica 27 luglio prossimi, negli spazi di Falshback Habitat – ecosistema per le culture contemporanee, in corso Giovanni Lanza 75, a Torino, è possibile visitare la mostra intitolata “Fondato sul lavoro”. La rassegna è a cura di Alessandro Bulgini, con testi di Ginevra Pucci, nata da un‘idea di Francesco Sena. Ancora una volta, la proposta culturale di Flashback si addentra in tematiche spesso taciute o ignorate. Il ruolo dell’artista non è quello di restare in disparte o in silenzio, ma di “gridare” e denunciare, attraverso la sua acuta visione del mondo, le ingiustizie e le sopraffazioni sociali. “Fondato sul lavoro” propone 26 opere che attraversano epoche differenti, e vuole essere testimonianza di questioni che oggi si rivelano urgenti. Il lavoro è al centro del patto sociale, principio fondativo della Repubblica e motore d’avanzamento della società. Ma quale lavoro? Per chi e a quale prezzo ? La mostra esplora il tema nella sua complessità, svelandone contraddizioni e mutamenti. In un momento storico fondato su precarietà, disuguaglianze e dall’emergenza globale delle morti sul lavoro, la questione assume una rilevanza ancora più profonda, dando voce a chi resta spesso invisibile.

La Repubblica Italiana non si fonda semplicemente sull’articolo della Costituzione, ma sulla centralità dell’essere umano, in cui il lavoro gioca un ruolo fondamentale. Per questa ragione si è scelto di declinare la parola “fondata” al maschile, per sottolineare quanto sia il lavoro a essere radicato nell’essere umano, nella sua identità. È il momento di tornare a mettere l’essere umano al centro della riflessione.

Il percorso espositivo si snoda tra linguaggi ed epoche differenti, dal IV secolo fino a oggi, intrecciando le realtà artistiche del passato con le urgenze del presente. Un affresco sulla storia del lavoro domestico viene offerto dall’anonimo ceramista attico Gerhard van Steenwijck e il ceramista cinese della Dinastia Yuan. Le opere riflettono una realtà sociale che attraversa i secoli, dove il lavoro domestico era svolto prevalentemente da donne, spesso giovani e provenienti dai ceti sociali più umili. Un lavoro durissimo e spersonalizzante, privo di autonomia e diritti, che costringeva a rimanere invisibili e silenziosi. La mostra intende abbracciare una più ampia riflessione sul lavoro sessuale, rappresentato dalla prostitute nell’opera di Renato Guttuso. Con il suo stile crudo e diretto, l’artista racconta con precisione la condizione sociale della donna, il corpo come oggetto spesso segnato e sfruttato. La prostitute protagonista dell’opera mette in discussione le nostre percezioni e ci costringe a guardare in faccia a una realtà che non possiamo ignorare: l’esistenza del sex work. Si inseriscono nel solco della riflessione politica e sociale Sandro Mele, con “Folklore globale”, e Turi Rapisarda, con “Mille”. La serie fotografica di Rapisarda documenta la migrazione e degli operai meridionali verso il nord Italia durante il boom economico, ispirandosi alla storica “spedizione dei mille” di Garibaldi. L’opera dedicata al coraggio di questi lavoratori, ma che critica il sistema che li ha sfruttati senza garantire pari opportunità. Realizzata nel 1992, la serie rappresenta ritratti a grandezza naturale, simbolo di una lotta silenziosa per un riscatto economico e sociale. Il pittore viareggino di fine Ottocento Lorenzo Viani, racconta il dramma delle moglie dei pescatori, documentando il lavoro e la resistenza di chi aspetta. “Enterramiento de diez trabajadores”, di Santiago Sierra, svela il lato più brutale del lavoro, le condizioni di sfruttamento e mercificazione dell’essere umano. I protagonisti sono 10 lavoratori senegalesi che accettano per una esigua somma di denaro di essere sepolti sotto la sabbia per una intera giornata. Gianluca e Massimiliano De Serio, attraverso il linguaggio cinematografico, raccontano le storie di chi lavora ai margini, accendendo le luci sul caporalato. Il cortometraggio dell’artista croato Igor Grubic ,“How Steel Was Tempered”, segue le vicende di un padre che porta il figlio in una vecchia fabbrica in disuso, dove un tempo lavorava. L’opera esplora non solo l’evoluzione del problema economico e sociale, ma diventa metafora anche di riconciliazione intergenerazionale. Edificio e simbolo del passato industriale, diventa il contesto in cui padre e figlio si ritrovano. Alla fine il figlio comprende il sacrificio del padre, risanato così il loro legame. Cosimo Calabrese con “Zona Ilva”, e Pierfrancesco Lafratta con “Diorama” si confrontano con le conseguenze della crisi d’abbandono in cui imperversa il territorio tarantino: rimane una città sospesa tra sopravvivenza e morte, tra la necessità del lavoro e l’emergenza sanitaria e ambientale in un luogo fagocitato dall’industrializzazione. Nell’opera “Elisa”, Arcangelo Sassolino richiama una figura femminile che può essere interpretata come simbolo di forza, determinazione e vulnerabilità , facendo riferimento a una condizione di fatica e sacrificio associata al lavoro e alla lotta quotidiana. L’opera di Sassolino evoca inoltre un forte senso di resistenza, di sforzo prolungato, di un corpo che persiste e si oppone pur nella inevitabile consapevolezza dei suoi limiti.  Il linguaggio astratto di Giuseppe Santomaso riguarda sempre il lavoro in fabbrica. La sua “Trancia” è uno strumento per forare materiali duri come il metallo, rappresentazione del duro lavoro e sacrificio legato alle attività industriali. Una riflessione sulle conseguenze dell’inquinamento industriale proviene dall’opera “Per l’eternità” di Luca Vitone, che racconta gli effetti, le cicatrici, l’amara eredità dell’impatto che l’eternit ha avuto sulla vita delle persone e sul territorio piemontese. Quella polvere bianca è un nemico invisibile ma presente, cristallizzato nelle voci di chi quella tragedia l’ha vissuta nella paura che suscita la paura del vento, che per analogia diventa paura di respirare.

Attraverso questi sguardi eterogenei ed altre opere e artisti in mostra, “Fondato sul lavoro” non si limita a rappresentare il lavoro, ma lo mette in discussione. Chi lavora oggi ? In quali condizioni ? Qual è il valore reale del lavoro in una sistema in evoluzione ? Attraverso epoche diverse gli artisti hanno narrato la fatica quotidiana, la precarietà, la miseria e i drammi umani legati al lavoro, rendendo visibili quelle realtà spesso trascurate e ignorate. Dare luce a ciò che è nascosto, marginalizzato e dimenticato è uno dei compiti che Flashback si assume con forza, ponendolo al centro attraverso un dialogo tra arte e vita, tra opere e quotidiano. In questo modo l’arte viene percepita anche nel ruolo attivo e vivo capace di parlare di sfide e speranze dell’esistenza umana. L’arte diventa una lente di ingrandimento sulla realtà e un efficace strumento per comprenderla, criticarla e trasformata.

Mara Martellotta

È uscito “L’uomo di Lugano. Il denaro non puzza” di Claudio Bollentini

Un thriller finanziario ambientato nel Ticino dei primi anni Duemila.

È uscito in settimana, autopubblicato su Amazon da Claudio Bollentini, “L’uomo di Lugano. Il denaro non puzza”. È un libro ispirato da vicende e fatti realmente accaduti, opportunamente celati e romanzati, raccontati con lo stile senza fronzoli del giornalista d’inchiesta. Lo scenario è la piazza finanziaria luganese dei primi anni Duemila. Un periodo critico e decisivo per gli gnomi svizzeri, costellato di strani suicidi e torbide trame collegate ad alcuni irrisolti scandali italiani. La narrazione che si dipana nell’arco di un biennio è una buona occasione per fare il punto della situazione nel Ticino di allora, una fase in cui si ponevano le basi delle trasformazioni successive. Un mondo finiva irrimediabilmente per gli evidenti limiti di una generazione che anche per motivi biologici era alla fine e per le pressioni internazionali sempre più incombenti. Un periodo di mezzo in cui non si intravedevano ancora le soluzioni più appropriate per la sopravvivenza della piazza finanziaria luganese.

La trama. Il libro narra la storia di un gestore patrimoniale varesino poco più che trentenne agli inizi degli anni 2000. La sua vita cambia quando decide di trasferirsi a Lugano in Svizzera nell’estate del 2001 perché assunto da una nota fiduciaria finanziaria. Il periodo non è storicamente dei più favorevoli, ma per lui non è nulla in confronto a quello che succederà dopo la scomparsa di lì a poco del presidente della fiduciaria, una morte ufficialmente derubricata a suicidio per non ben specificati motivi legati al lavoro. Il giovane consulente non crede alle soluzioni di comodo trovate in fretta e furia dalle autorità competenti e alle risposte evasive dei colleghi e intende pertanto vederci chiaro, almeno per capire le conseguenze di questi fatti sul suo futuro professionale. Inizia da quel momento un’altra storia, una trama che si dipana con lo stile di un thriller finanziario in un universo opaco pieno di trappole e sabbie mobili, internazionale e trasversale, misterioso e impenetrabile, denso di pericolose collusioni tra finanza e criminalità, di difficile decifrazione anche da parte degli occhi esperti di inquirenti e magistrati. Il protagonista diventa lo svelatore di una storia emblematica di un certo periodo storico in Ticino, i primi anni Duemila e il prezioso narratore di una genia di persone e ambienti finanziari a questo territorio allora strettamente collegata.

L’autore. Claudio Bollentini (Milano, 1963), laureato in Scienze Politiche e specializzatosi in Relazioni Internazionali prima e in Comunicazione Istituzionale e Politica poi, è un giornalista, esperto di comunicazione reputazionale e crisis management, comunicazione istituzionale e politica, tecniche di influenza e di creazione di immagine, con una lunga esperienza tra Italia e Svizzera. Negli ultimi anni ha dedicato ampio spazio ai new media sul web e ai social network creando blog, portali e giornali. Divide la sua vita tra Varese e Novalesa in Piemonte.

Lovers diretto da Vladimir Luxuria compie 40 anni

Torino, dal 10 al 17 aprile, Cinema Massimo – Museo Nazionale del Cinema

Madrina del festival: Karla Sofía Gascón
Premio Stella della Mole a Alan Cumming
8 giorni, 70 film in programma da 26 Paesi

Fra i tanti ospiti: James Duval, Gaël Morel, Gabriele Salvatores, Andrea Occhipinti,

Rita Rusic, Lorenzo Balducci e la gestante per altri Cynthia Kruk

Ospite musicale: Ditonellapiaga

A Torino, dal 10 al 17 aprile -– presso il Cinema Massimo, la multisala del Museo Nazionale
del Cinema – torna il Lovers Film Festival, il più antico festival italiano sui temi LGBTQI+
(lesbici, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali). Diretto da Vladimir Luxuria e fondato
da Giovanni Minerba e Ottavio Mai, quest’anno, la rassegna raggiunge un importante
traguardo compiendo 40 anni.

“È un compleanno importante, un traguardo che siamo sicuri non vi lascerà delusi –
sottolineano Enzo Ghigo e Carlo Chatrian, rispettivamente presidente e direttore del Museo
Nazionale del Cinema. Ci sono ospiti importanti e prestigiosi che rendono questa edizione
internazionale, confermando come il Lovers Film Festival sia uno dei più importanti al
mondo. Tanti auguri quindi a Vladimir Luxuria e alla sua squadra che, siamo sicuri, ci faranno
godere di un festival indimenticabile”.

Vladimir Luxuria
Per il sesto anno Lovers è diretto da Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice, personaggio
televisivo, attrice, cantante e drammaturga, celebre anche per la sua attività politica. La
direttrice artistica sarà affiancata da Angelo Acerbi, assistente alla direzione e responsabile
della selezione e dai selezionatori Elisa Cuter e Alessandro Uccelli.

La madrina e la serata inaugurale
La quarantesima edizione del Lovers Film Festival si aprirà giovedì 10 aprile, alle 19,30
nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana simbolo della città di Torino e sede del Museo
Nazionale Del Cinema (via Montebello 20) con il consueto saluto della madrina
d’eccezione Karla Sofía Gascón (cfr. file ospiti).
Durante la serata inaugurale, la pluripremiata attrice, recentemente candidata all’Oscar
per il ruolo di protagonista in Emilia Pérez, dialogherà con la direttrice Vladimir Luxuria.
Il talk sarà preceduto dall’introduzione di Andrea Occhipinti, attore e fondatore di Lucky
Red. Infine, l’artista partenopeo Andrea Maresca in arte Spiff – autore del manifesto –
interverrà alla serata insieme alle Karma B.
Ingresso su inviti

Il Premio Stella della Mole
Alan Cumming, il celebre attore e produttore scozzese naturalizzato statunitense, verrà
insignito della Stella della Mole, il premio che il Museo Nazionale del Cinema attribuisce a
personalità che hanno lasciato un segno indelebile nel mondo del cinema e non solo.
“Artista completo e attivista instancabile, Alan Cumming ha attraversato la sua carriera
senza mai venire meno alla propria identità e portando avanti un discorso di visibilità e
riconoscimento per la comunità lgbt anche in momenti non particolarmente accoglienti. –
commenta Vladimir Luxuria – Attore brillante e profondo, attento al cinema indipendente
e di denuncia e a suo agio nel mainstream delle major, scrittore sagace e principe del
palcoscenico britannico e americano, è un obbligo quasi oltre che un onore per Lovers di
celebrare una tale personalità che nel mondo dello spettacolo e della cultura ha saputo
tener fede a sé stesso e a supportare la propria comunità, sempre e comunque”.

Alan Cumming sarà al festival anche in qualità di interprete di “Drive Back Home” di
Michael Clowater.

Gli Ospiti

Giovedì 10, oltre alla madrina Karla Sofía Gascón, Lovers ospiterà l’attore e fondatore di
Lucky Red, Andrea Occhipinti e Gaël Morel, attore, regista e sceneggiatore francese, negli
anni più volte ospite a Lovers e a cui il festival dedica una sezione di Lovers Celebrations.
Vladimir Luxuria ha deciso, per il quarantennale, di richiamare tutte le drag queen che ha
invitato durante le sue direzioni artistiche e le prime saranno le Karma B.
Venerdì 11 saranno al Cinema Massimo Luis Sal – uno dei content creator più famosi in Italia
– con Muschio Selvaggio e l’attesa ospite musicale Ditonellapiaga, cantante fra le più
seguite dalle giovani generazioni. Sarà anche la giornata in cui si parlerà di EuroPride, la
manifestazione internazionale che Torino ospiterà nel 2027, con Patrick Orth e Goran Miletic,
di EPOA (European Pride Organizers Association) e Alessandro Battaglia, presidente del
Comitato organizzatore Torino EuroPride 2027.
Sabato 12, oltre a Alan Cumming, tornerà a Lovers l’attore Lorenzo Balducci che proporrà
un monologo inedito. Sul palco anche un altro gradito ritorno: Priscilla.
Inoltre, Gabriele Salvatores sarà l’ospite d’onore della sezione Riflessi nel Buio.
Domenica 13 sarà la volta del comico Alessio Marzilli e della compagnia Theater Company
della Luna. In arrivo dagli Usa, Cynthia Kruk, gestante per altri grazie alla quale il regista
Marco Simon Puccioni e il suo compagno Giampietro Preziosa hanno potuto diventare
papà (la loro storia è raccontata nel film “Prima di tutto” proiettato al festival). Con loro
Antonio Vercellone, docente di Gender Studies all’Università degli Studi di Torino.
Lunedì 14 alla stand up comedian Laura Pusceddu sarà affidato il compito di far ridere e
riflettere il pubblico di Lovers. La drag queen della serata sarà Tekemaya.
Martedì 15 toccherà a Le Rubrichette, lo show di Edoardo Zaggia e Alberto Sacco nel quale
comicità fa rima con inclusività. Ospite internazionale per la “dédicace” a Gregg Araki,
l’attore statunitense James Duval.
Mercoledì 16 interverranno l’attore e intrattenitore Gino Curcione e poi Giovanni Minerba
e Irene Dionisio, alla guida del Lovers prima di Vladimir Luxuria. Con lei e con Marziano
Marzano e Gabriele Ferraris ripercorreranno la storia dei 40 anni del Festival.

Ospiti della serata di chiusura di giovedì 17 la drag queen La Diamond, la produttrice, attrice,
cantante e modella Rita Rusic e il conduttore Diego Passoni.

I Film
70 film in programma, provenienti da 26 nazioni (cfr. programma completo
allegato).
Il film di apertura sarà “Vivre, mourir, renaître” di Gaël Morel (Francia, 2024, 109’).
Ambientato a Parigi negli anni ’90, il ritorno alla regia di Morel – con cui ha partecipato
all’ultima Queer Palm – esplora la complessità dell’amore, in un potenziale triangolo
amoroso tra Emma, Sammy e Cyril, che viene distrutto dall’emergere della crisi dell’AIDS.
Domenica 13 la moda sarà la protagonista di “Thom Browne: the Man Who Tailors Dreams”
di Reiner Holzemer (Germania/Italia, 2024, 95’). Il film è un ritratto definitivo del pionieristico
e strabiliante stilista americano Thom Browne, la cui visionaria e spregiudicata reinvenzione
dell’abito grigio su misura, e non solo, ha rivoluzionato la moda sfidando le sue regole.
Lunedì 14 “Satanic Sow” di Rosa Von Praunheim (Germania, 2025, 85’) avrà come focus il
racconto di più di 50 anni di carriera del suo regista. Rosa Von Praunheim, affidandosi
all’artista stravagante Armin Dallapiccola (suo alter ego), compie un viaggio selvaggio
attraverso la fama, la sessualità, la fede e la famiglia. Premio per il miglior documentario ai
Teddy Awards 2025.
Il film di chiusura sarà “The Wedding Banquet” di Andrew Ahn (Usa, 2025, 102’). Remake del
dramedy omonimo diretto da Ang Lee nel 1993, rivisto attraverso le istanze e problematiche
con cui deve confrontarsi la community oggi. Con Lily Gladstone (Killers of the Flower
Moon), Joan Chen (L’ultimo imperatore) e Bowen Yang (Wicked, Fire Island).

Alla Libreria Belgravia Michele Paolino presenta “Il profeta del lungo termine”

Venerdì 4 aprile, alle18.30, presso la libreria Belgravia , in via Vicoforte  14/D, verrà  presentato il libro di Michele Paolino “Il profeta del lungo termine” (Capricorno Edizioni), con la partecipazione del giornalista Beppe Minello.

“Il profeta del lungo termine” narra di una Torino affascinante e smarrita, orfana di un re edi una corte, ma assediata dai cortigiani, dove imperversano un faccendiere complottista con la passione per l’arte erotica, un elegante e spregiudicato avvocato presenzialista, un imprenditore nerd con la fissa per il lungotermismo. Serena Valente, luogotenente del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, e Mimmo Pescatore, vicecommissario di Polizia devono seguire il corso tortuoso di un’indagine che parte da due dipinti scandalosi ed una serie di tavole inquietanti.

Michele Paolino, classe ’66, è  nato a Torino nello storico quartiere operaio di Borgo San Paolo. È di origini lucane. Giornalista pubblicista, si occupa di servizi pubblici locali, di comunicazione e di una bocciofila. In passato è  stato presidente di Circoscrizione e consigliere comunale della Città di Torino. È un appassionato scrittore di letteratura noir con diverse pubblicazioni  all’attivo.

Info e prenotazioni al n. 3475977883

Mara Martellotta

Donne e vittime, perché nessuno attenti alla vita del Führer

Sugli schermi “Le assaggiatrici” di Silvio Soldini

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

 

Nell’autunno del ’43, la giovane Rosa Sauer, profuga berlinese, spinge il cancelletto che immette alla casa dei suoi suoceri, il marito è militare sul fronte russo, lei è in cerca di un rifugio, di un riparo dai continui bombardamenti della città, di qualche viso maggiormente legato a lei, di un affetto. Al di là della tranquillità del villaggio, la cornice è quella di Gross-Partsch, nella Prussia Orientale (oggi è parte della Polonia), è un vasto territorio circondato da filo spinato, oltre quello sbarramento è il quartier generale del Führer, la Tana del Lupo. Dopo poco tempo dal suo arrivo, con altre giovani donne del luogo Rosa è prelevata dai militari che senza spiegazioni la conducono nella Residenza, insieme avranno il compito di assaggiare i cibi che ad ogni pasto vengono preparati per Hitler.

Non hanno via di scampo, sono la sicurezza tra il mondo esterno e il dittatore, debbono sottostare a regole ben precise, non possono sottrarvisi. Un’intossicazione è un grido d’allarme ma non certo una interruzione. Nuove amicizie, alleanze e sospetti, confidenze, chi stravede per chi guida la Germania alla vittoria, la paura di morire e la fame, il passare dei giorni e dei mesi, l’attentato il 20 luglio dell’anno successivo da parte di von Stauffenberg, l’abbandono e il ritorno a Berlino di Hitler, il ritorno a casa delle donne. Un fatto, una passione imprevedibile, è nato in quell’anno di permanenza tra Rosa e un ufficiale tedesco, un amore che non guarderà più a chi è lontano e che si spegnerà con la rovina degli accadimenti.

Scritto con occhio femminile da un nutrito gruppo di sceneggiatrici soprattutto – Cristina Comencini, Giulia Calenda, Doriana Leondeff e Ilaria Macchia -, “Le assaggiatrici” trova le proprie radici nelle pagine omonime del romanzo di Rosella Postorino, vincitore del Campiello (e non soltanto) nel 2018 e tradotto in 32 lingue (che consiglio a chi voglia incontrare una bella scrittura). Premiatissimo ma che al tempo della lettura, a chi scrive queste note, al di là della sua importanza, della conoscenza di un episodio sconosciuto, dei ritratti femminili e del susseguirsi della profonda drammaticità della vicenda ottimamente resi, parve dividersi in due parti ben precise: la prima, decisamente la migliore, con l’obbligatorietà dell’incarico e la loro “sistemazione”, e l’altra, con l’annegamento di un ricordo e l’innamoramento che è lì a nascere e crescere, un’atmosfera alla “Suite francese” della Némirowsky, un qualcosa di déjà vu tanto da diventare a tratti debole e banale, preservando sempre meravigliosamente quell’odore di guerra invisibile su tutto e su tutti ma di certo ben presente. 

Silvio Soldini, che di ritratti femminili se ne intende da tempo, e con grandi raffinatezze (“Le acrobate” e “Pani e tulipani, “Agata e la tempesta” e “Giorni e nuvole”), tornando a girare a quattro anni da “3/19” inciampa inevitabilmente nelle doverose scelte, laddove peraltro la scrittrice si concedeva maggior spazio per ampliare quelle prime pagine. Pur tuttavia, “Le assaggiatrici” rimane un film da vedere e condividere appieno, capace di aggiungere un doveroso tassello alla Storia, guidato dal regista con ricchezza di particolari, di stati d’animo descritti con pudore e partecipazione, di angoli e di luci giuste nel chiuso di quelle stanze dove si mangia e si rischia di morire ad ogni istante, di perfetta ricreazione d’epoca, di personaggi secondari (uomini oppressori) che non scalpitano interpretativamente troppo ma che stanno nei loro giusti spazi. Cardini della storia (ricalcata su quella di Margot Wölk, che nel 2012, poco prima di morire, confessò di essere stata una delle assaggiatrici del Führer) sono un gruppo di attrici di area tedesca, perfette tutte nei ruoli, ognuna con la loro cifra ben precisa e ben resa, tutte quante, su cui spicca la berlinese Elisa Schlott nel ruolo di Rosa, trentenne, di una grande maturità espressiva.

“De Amicitia”: Gianinetti e Bartolomeoli in mostra a Moncalvo

Parafrasando la famosa opera di Cicerone con il dialogo sull’amicizia che ne esamina i valori, basata su affetto, lealtà e condivisione di intenti tra persone meritevoli, il museo civico di Moncalvo intitola la nuova mostra  “De Amicitia”.

Mettendo a confronto le opere di Roberto Gianinetti e Alfredo Bartolomeoli, si evidenzia non solo l’eccellenza artistica ma anche l’aspetto umano di grandi amici che si sono accordati nel presentare contemporaneamente i propri lavori senza che gli uni prevalgano sugli altri.

Tutta la storia dell’arte è permeata dall’amicizia tra artisti; senza scomodare le Confraternite dei Preraffaelliti e dei Nazareni, può bastare l’esempio del rapporto amichevole tra Claude Monet e Pierre Auguste Renoir, di Camille Pissarro e Paul Cezanne, di Andy Warool e Jean Michel Basquiat che hanno spesso lavorato insieme costruttivamente.

 

L’incontro  fortuito, nel 2000 a Urbino, tra Gianinetti  allora ancora studente e Bartolomeoli già noto maestro di incisione, segnò immediatamente una stima reciproca che nel tempo si intensificò in vera amicizia.

Entrambi, nutriti di studio e sperimentazioni di ogni tipo di arte incisoria,  ripristinando  il binomio artista artigiano con l’affidare l’Idea al supporto del “saper operare” della tecnica, sono approdati a eccellenti risultati in particolare attraverso la xilografia, il più antico procedimento di stampa nato in Cina per testi e immagini sacre poi, dopo secoli,  trasformatasi in disciplina autonoma.

Roberto Gianinetti, abbandonata la professione di veterinario, pur esercitata con passione, folgorato dalla bellezza della xilografia giapponese dopo un soggiorno a Tokio, iniziò un personalissimo percorso con libertà di espressione, fervido entusiasmo e rigoroso impegno, distinguendosi per l’originalità dello stile.

Come si è già constatato nella precedente mostra “Avatar-Metaverso” nello stesso museo di Moncalvo, niente in lui è scontato nell’elaborare processi mentali tra realismo e astrattismo, simbolismo e surrealismo, divertissement e profondità di pensiero.

In un percorso di singlossia egli incrocia il linguaggio verbale a quello visivo con  bipolarità della gestualità espressiva dei segni tra non senso e rigore matematico inventando arditi accostamenti di parole o semplici lettere dell’alfabeto, silouettes, labirinti, linee, bottiglie, carte da gioco, figure geometriche.

Il tutto con improbabile spaesamento ma proprio per questo così affascinanti e coinvolgenti.

A sua volta Alfredo Bartolomeoli, dopo infinite sperimentazioni che l’hanno reso famoso in campo internazionale, è giunto ad originali Concetti Spaziali di cui possiamo ammirarne otto  presenti in mostra:

A differenza di tanti emuli che imitano  i tagli e i buchi di Lucio Fontana che nel 1947 diede il nome di Spazialismo al nuovo movimento ( con l’appoggio del gallerista Carlo Cardazzo e Milena Milani, nel “Naviglio” milanese,  che credettero in lui) Bartolomeoli con lo stesso intento di abbattere le barriere bidimensionali dello spazio ne continuò il cammino in modo personale.

Se Fontana, attraverso la terza dimensione dei tagli e i buchi ispirati dalle passeggiate spaziali degli astronauti, si esprimeva con una gestualità pacata con espressione di tranquillità solenne, persino epica in alcune grandi tele, al contrario Bartolomeoli con le xilografie ispirate al paesaggio collinare urbinate,  raggiunge una spazialità improntata al dinamismo.

Ogni sua opera non rimane mai chiusa in se stessa bensì espande il movimento che si propaga senza sosta nell’opera successiva, come poeticamente l’artista sottolinea “al pari di una farfalla che passa di fiore in fiore”.

Si distingue, tra le xilografie astratte su carta di Pescia, famosa per il procedimento a mano, la “Cascata” a dimostrazione che il ricordo del figurativo e della tradizione rimane insito nel cuore di un artista anche se  aniconico e d’avanguardia.

Giuliana Romano Bussola

“Il sogno di Bottom” allo “Spazio Kairòs”

Con “Onda Larsen” é divertimento assicurato, ripensando al celebre “Sogno” shakespeariano

Venerdì 4 e sabato 5 aprile, ore 21

Scritto e diretto da Lia Tomatis, lo spettacolo è a due voci con gli attori Riccardo De Leo e Gianluca Guastella della torinese Compagnia teatrale “Onda Larsen”“Il sogno di Bottom” (già il titolo ne indica la classica derivazione), in programma venerdì 4 e sabato 5 aprile (ore 21) allo “Spazio Kairòs” di via Mottalciata, a Torino, è una divertente ma attenta riflessione sui “meccanismi burocratici” che regnano e, purtroppo, regolano ai nostri giorni, più che mai, il mondo del lavoro, mettendo alla berlina quegli aspetti che oggi sono considerati “vantaggiosi” ma che in realtà badano più alla forma che al contenuto: Quincio, uno dei due attori in scena che nella storia interpreta la parte di un arrendevole regista vive i nostri tempi e, per riuscire, dunque, ad attenersi alle richieste di un “bando” che gli permetterà solo in tal maniera di ottenere  dei finanziamenti, è costretto a mandare all’aria tutte le sue idee sull’arte e a presentare un progetto che “artistico” ormai non è più. O che di “artistico” ormai ha proprio ben poco. Così, purtroppo, è, se si vuole.

Molti lo avranno capito. Lo spettacolo è uno “spin off” di uno dei più divertenti personaggi di Shakespeare. Siamo nel 1595, nel bosco di “Sogno di una notte di mezza estate”Bottom (attore che viene trasformato in un uomo con la testa d’asino da Puck, folletto di Oberon, re delle fate) e Quince provano lo spettacolo per il Duca di Atene, Teseo. Finita la prova, Bottom si addormenta e si risveglia quattro secoli dopo davanti a un giovane regista che sta cercando di allestire uno sgangherato progetto teatrale nella speranza di ottenere qualche finanziamento pubblico. Bottom si lascerà coinvolgere nell’infelice impresa, mettendo involontariamente a nudo le contraddizioni del nostro presente, proprio a causa della sua estrema semplicità. Il testo, pur gravitando nella geniale area e temporalità shakespeariana, si presenta quindi al pubblico in tutta la sua, forse ormai inarrestabile e sgangherata, attualità.

Ci si accontenta in mancanza d’altro e purtroppo ci si abitua” viene detto in un passaggio del testo. E allora c’è da chiedersi E’ veramente così purtroppo o ci si può ribellare e cambiare qualcosa e a quali costi? A ognuno di noi l’ardua sentenza. E le posizioni, pur rischiose ma indubbiamente coraggiose, da assumere.

Scrive la regista Lia Tomatis“Lo spettacolo è scritto mescolando linguaggio ‘elisabettiano’ e linguaggio moderno, contemporaneo, così come nelle opere di Shakespeare si alternavano realtà e magia, momenti di dramma e di commedia.
È scritto in modo da essere fedele all’ordine cronologico in cui sono state scritte le opere di Shakespeare: Bottom non conosce le parole dei drammi che sono stati scritti dopo ‘Sogno di una notte di mezza estate’, gli frullano solo nella testa in maniera inconsapevole, mentre conosce ‘Romeo e Giulietta’ che risulta precedente”
. C’è dunque da rilevare che le informazioni storiche che passano, anche se solo di sfuggita, tra le parole dei personaggi sono assolutamente corrette. E, in tal senso, vista proprio la scelta “di creare una coerenza filologica drammaturgica, anche per l’impianto scenico e la regia si è scelto una pulizia che ricordasse il teatro elisabettiano”.
In scena infatti c’è un solo elemento: un “cubo” che viene utilizzato nel finale come veniva utilizzato il “balcone” nel teatro inglese a cavallo fra  Cinque e Seicento. Come nel teatro seicentesco, gli attori possono inoltre recitare quasi tra il pubblico e con il pubblico stesso interagiscono, così come i cambi di scena e di luogo sono segnalati dall’uscita degli attori da una quinta ed un rientro in palco da un’altra quinta. “Con una recitazione naturale, informale, che alterna momenti di grande poesia e momenti di comicità e dramma si è cercato – conclude la regista – di restituire un po’ di quell’anima caratteristica del teatro elisabettiano in un fraseggio pensato in chiave volutamente moderna”. E i risultati sono decisamente apprezzabili, i dialoghi serrati e divertenti e i personaggi ben caratterizzati, latori di un’ironia e di una satira che mai preclude la possibilità di una seria riflessione su alcune contraddizioni del nostro presente, assimilate nel tempo senza lasciarci quasi il tempo di accorgercene e di provvedere di conseguenza. Senza farci del tutto fagocitare. Pensiamoci su! In fondo, basta volerlo!

Per info: “Spazio Kairòs”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

g.m.

Nelle foto: “Il sogno di Bottom”, immagini di scena

Per la prima volta a Torino “ALIS New World”

Per  la prima volta a Torino, “ALIS New World”.

Il family show che ha strabiliato il mondo registrando numerosi sold out in tutte le date italiane del tour invernale, verrà allestito all’interno della prestigiosa cornice dell’Inalpi Arena.

Vista l’ottima risposta di pubblico gli organizzatori hanno deciso di premiare la città, aggiungendo una quinta replica, dando inizio allo spettacolo non più di venerdì, ma già giovedì 3 aprile alle ore 21. Offrendo tra l’altro una promozione shock per la messa in vendita dei biglietti per questo giorno infrasettimanale: i primi acquirenti pagheranno l’ingresso con uno sconto del 20% sul prezzo intero.

Gianpiero Garelli, Fondatore e Presidente della compagnia “Le Cirque Top Performers” non nasconde l’entusiasmo per questa adrenalinica avventura: “Siamo orgogliosi di portare a Torino per la prima volta il nostro spettacolo che sono certo saprà emozionare sia grandi che piccini. La città ha risposto così bene che ci sembrava doveroso premiare il pubblico con una nuova replica e una super offerta. Possiamo considerare ALIS New World come la consacrazione per festeggiare il nostro primo anniversario importante: dieci anni di attività della compagnia con oltre 400.000 spettatori in tutto il mondo. Vi aspettiamo quindi per continuare a sognare, sempre più in grande, insieme a noi!”

In scena un cast stellare composto dai Top Performers dal Cirque du Soleil e dal cirque and performing arts contemporaneo. Un’élite di professionisti scelti – acrobati, giocolieri, aerialisti, equilibristi – applauditi e premiati sui palcoscenici più importanti del mondo.

Diciotto artisti provenienti da ogni angolo del globo: Stati Uniti, Argentina, Russia, Mongolia, Ucraina, Francia, Grecia, Italia. Un mix esplosivo di veri e propri atleti capaci di meravigliare il pubblico con esibizioni ai limiti delle possibilità umane.

Esilarante Maestro cerimoniere il poliedrico Pippo Crotti, entrato a far parte della famiglia WTP nel 2018 dopo essere stato protagonista di oltre 1500 repliche dello spettacolo “Totem” del Cirque du Soleil. Pippo rende lo spettacolo interattivo fin dalle prime battute coinvolgendo grandi e piccini che da semplici spettatori diventano protagonisti.

Suo contraltare una eccezionale Barbara Abbondanza, riconosciuta al primo sguardo dal pubblico avendo vestito per ben dieci anni i panni dell’Orchessa Orchidea nel format Rai per bambini “La Melevisione”. Barbara interpreta una Regina di Cuori decisamente più dolce rispetto a quella narrata nel capolavoro di Lewis Carroll. La Regina ha conosciuto Alice fin da bambina e ora la sprona a diventare grande, a trovare il coraggio di prendersi il proprio posto nel mondo sfidando tutte le paure, con una performance che terrà il pubblico col fiato sospeso.

Scenografie, luci e coreografie saranno in grado di regalare atmosfere coinvolgenti e suggestive, insieme a una colonna sonora avvincente, spesso suonata live, creata appositamente per lo spettacolo.

Un’ora e quaranta di spettacolo che diventa una esperienza per tornare a sognare e imparare di nuovo a meravigliarsi.

I PRINCIPALI PROTAGONISTI

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ASIA TROMLER (Aerial Silk) – Ha debuttato nel primo spettacolo importante a soli sedici anni e l’anno successivo – nel 2016 – è stata inserita nel cast della compagnia per il debutto di “ALIS”, risultando l’artista più giovane della compagnia. La sua formazione circense è iniziata a sei anni nel Principato di Monaco presso il rinomato Centre Jeunesse Princesse Stephanie di Monaco con O2Cirque. Proseguendo il perfezionamento prima in Québec, all’Ecole Nationale du Cirque di Montreal – fucina dei migliori artisti del Cirque du Soleil, con i quali partecipa a numerosi stage – e poi alla Kyiv Academy Circus and Variety Arts di Kiev. Tra gli attrezzi che utilizza con talento sono i tessuti aerei, che predilige. In Italia ha aperto con successo e dirige personalmente Ikigai Circus Art, attraverso la quale insegna le sue specialità, anche grazie alla grande esperienza acquisita sul palcoscenico.

DUO BAZALIY (Dance Trapeze) Le gemelle Ruslana e Taisiya dall’Ucraina.

Sono chiamate alla tenera età di quattordici anni dal Cirque du Soleil, a Montreal, dove imparano un difficilissimo numero al trapezio, cominciando a girare il mondo due anni dopo col format “Saltimbanco” e a seguire con “Joya”, sempre del CdS. Hanno preso parte anche ad importanti spettacoli europei come il Friedrichstadt Palast a Berlino e vinto la Silver Medal al Festival Mondial du Cirque du Demain.

NICO PIRES (Diabolo) – Di origine mista francese/portoghese, è professionista dal 2009.

Ha collaborato in particolare con 7 Doigts de la Main (“Duel Reality” nel 2023) e Cirque du Soleil (“Totem” dal 2017 al 2020), creando anche diversi spettacoli (“Le Cas Rapace”, “Fil ou Face, “Diabolo è un viaggio”, “Le Concert Diabolique”).

Finalista dello spettacolo “Incroyable Talent” (in Francia nel 2015 e in Portogallo nel 2022), è ideatore del progetto documentario “Planet Diabolo” (collezione di tre dvd del 2013), dove manifesta il suo primo amore: condividere i suoi mondi artistici con il grande pubblico.

DARINA TOROPOVA (Armillary Sphere) Darina è ad oggi la più giovane del gruppo con i suoi vent’anni. Si è appena diplomata alla School of Circus and Variety Art di Mosca, oltre ad essere stata da poco premiata con il “Young Talents of Russia Award” 2024.

Le Cirque Top Performers da sempre ama dare opportunità a giovani di talento e Darina ne è un esempio concreto e lampante.

GENIA TYKHONKOV (Aerial Pole) – Originario dell’Ucraina, è stato premiato con la medaglia d’argento ai festival “International Circus Festival Of Italy” e “Albacete Circus Festival”.

E’ artista di punta di rinomati circhi e spettacoli come il circo nazionale svizzero “Circus Knie” e lo spettacolo di Dubai “Billionaire”.

DUO MIRAGE (Contortionists) Degy e Mumel sono due ragazze contorsioniste della Mongolia con alle spalle dieci anni di esperienza, sempre insieme. La loro prima esibizione in Europa è avvenuta in Spagna col Circo Raluy Legacy. Nel corso degli anni hanno poi avuto l’opportunità di partecipare a tantissimi spettacoli in giro per tutto il mondo.

GROUP JUGGLERS (Giocolieri) – Gruppo composto da quattro ragazzi russi e una ragazza argentina. Nel loro percorso artistico hanno partecipato a grandi Festival internazionali in piazze prestigiose quali quelle di Montecarlo e Saint-Paul- lès-Dax. Hanno entusiasmato il pubblico dei migliori circhi della Cina, degli Stati Uniti, della Russia. Ora tocca all’Italia con Alis.

DELAI OCEAN (Cantante/Violoncellista) – Dalai è una versatile violoncellista, cantante e compositrice greco/mongola. Completati i suoi studi di musica classica con lode al “Conservatorio di Arte e Tecnologia” di Atene, è stata in tournée come solista col suo violoncello elettrico e acustico in tutto il mondo con band di fama internazionale. E’ attivamente coinvolta nell’industria della musica da film producendo, componendo e registrando musiche per i film realizzati per HBO e Netflix fino ai film d’autore internazionali.

GIORNI E ORARI SPETTACOLI

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  • Giovedì 3 aprile ore 21

  • Venerdì 4 aprile ore 21

  • Sabato 5 aprile doppio spettacolo:

ore 17 e ore 21

  • Domenica 6 aprile ore 17

I social di LE CIRQUE TOP PERFORMERS

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MODALITA’ ACQUISTO BIGLIETTI

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La prevendita biglietti per tutte le repliche all’Inalpi Arena è attiva con:

  • il sito ufficiale dello spettacolo su www.Alisticket.it

  • il circuito Ticket One su www.ticketone.it e in tutti i punti vendita affiliati