Anthony McCarten, classe 1961, origini neozelandesi, drammaturgo e sceneggiatore affermato, più volte candidato agli Oscar, ha il gusto per le biografie. Ogni sua scrittura cinematografica adocchia un personaggio, lo scompone e lo ricompone, lo scava a fondo, ne considera vizi privati e pubbliche virtù, successi e disfatte, in un racconto umano, compatto, doloroso, a tratti sgradevole. Ha guardato a Whitney Huston, nella “Teoria del tutto” al fisico Stephen Hawking, a Winston Churchill nell”Ora più buia”, a Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”. Nel 2019 ha scritto per il regista brasiliano Fernando Meirelles “I due Papi” basato sul suo testo teatrale “The Pope” andato in scena due anni prima.
Fino a domani, sul palcoscenico del Gioiello, la versione italiana del testo, nella traduzione di Edoardo Erba e per la regia di Giancarlo Nicoletti. Due atti, un paio di duetti di una lirica di alto rango tra le figure di Ratzinger e Bergoglio, lo scandaglio di due caratteri e di due vite all’opposto, il piacere dello studio e della musica per l’uno, la contemplazione e la consapevolezza amara della non eccessiva simpatia nei cuori dei fedeli che si stanno assottigliando sempre più, l’attaccamento imperturbabile a una dottrina solida da secoli; la vitalità sconcertante, il calcio e il tango le sue passioni, l’operato diretto verso i poveri che abitano i sobborghi e la sporcizia e la miseria di Buenos Aires, l’uomo venuto dai confini del mondo, dell’altro. Un modus vivendi che non può non guardare con occhio critico allo stato della Chiesa e alle sue contraddizioni, alla ricchezza ostentata, all’immobilismo che la pervade, un’esistenza che si rifiuta di farne ancora parte e che caldeggia le proprie dimissioni, partendo il cardinale Bergoglio alla volta di Roma con la sua richiesta tra le mani e con un paio di scarpe non più certo nuove ai piedi. Anche papa Benedetto, nel febbraio del 2013, accusando problemi di stanchezza, di insicurezza verso un Dio a cui non si sente più troppo accanto, una responsabilità troppo grande per lui, annuncia le dimissioni, parola rara nella storia del papato, mai più usata – se non “per viltade” – da circa settecento anni, dal rifiuto di Celestino V (ma: “Santità, qualcuno vi obbliga a questo?”, una domanda a cui forse nessuno ha mai voluto dare una risposta).

Papa e cardinale si confrontano, nel verde dei giardini vaticani e sotto le bellezze pittoriche della cappella Sistina, nell’urtarsi delle idee e delle conclusioni, nei modi aspri iniziali dell’uno e delle suppliche dell’altro; per lasciare posto, in seguito, ad un’amicizia, ad un conforto reciproco, alle confessioni che invadono ogni chiacchierata, la scoperta e lo smascheramento delle zone oscure di entrambe le esistenze, da un lato il non aver in nessun momento mai preso posizione contro il regime di Videla, della giunta militare che arrestava, torturava, stuprava e mandava le proprie vittime a morire in mezzo all’oceano; dall’altro quel regime hitleriano ormai del tutto dimenticato e le dichiarazioni negative nei confronti del mondo islamico, lo scandalo degli abusi sessuali sui bambini che da anni agita la Chiesa, sempre coperto, magari con i colpevoli spostati impunemente da una parrocchia all’altra, la fuga di notizie all’interno del Vatiliks e le profonde divisioni sulla gestione della banca vaticana. Questo e molto altro nel racconto di McCarten, che non è certo un saggio, il pretesto per imporre allo spettatore una serata ad alto tasso filosofal/teologico. È l’intreccio ottimamente costruito di dialoghi che spingono a rivedere circa vent’anni di Storia, a confrontarsi con le parole e con gli atti, a ripensare a quanto di negativo ci sia stato e ci sia su ogni versante, a inquadrare magari con impensata esattezza due uomini così lontani tra loro, a domandarsi quanto ci sia ancora da dire e da riflettere su quel passaggio di testimone.

Nicoletti orchestra con garbo (magari con un finale calcistico di troppo), solidamente al servizio dei due interpreti, le riflessioni e i sorrisi che nascono dentro il racconto, ottimamente coadiuvato dall’eleganza delle scene di Alessandro Chiti; interpreti che sono Giorgio Colangeli (Benedetto) e Mariano Rigillo (Bergoglio), in stato di grazia entrambi, un piacere vederli muoversi in scena e ascoltarli, capaci di catturare ogni angolo, ogni sfumatura del testo, di mostrare le aperture e le ambiguità, le sicurezze e i dolori, la quotidianità e la fatica di un servizio che dovrebbe sempre confinare con il divino.
Elio Rabbione


Un appuntamento atteso non soltanto dagli addetti ai lavori ma anche da un pubblico sempre più numeroso ed attento che ama concedersi un viaggio nell’arte tra i continenti nei secoli, come menziona il titolo di questa edizione che vede la presenza di trentadue galleristi provenienti da tutta Italia. Si tratta infatti di un percorso attraverso i secoli, attraverso i continenti, dall’Europa all’Asia, all’Africa, all’America tra opere che spaziano dall’archeologia all’arte contemporanea, sapientemente avvicinate e proposte in un dialogo tra periodi, offrendo al visitatore la possibilità di muoversi tra opere di epoche e stili differenti anche per la provenienza.

Nelle sale dei due piani della Palazzina tra sapienti giochi di luce, le proposte spaziano dai vasi Liberty e Decò con la presenza di stupendi manufatti di Emile Gallè ad intere collezioni di tappeti, da quelli tibetani al settecentesco Kashgar in seta del Turkestan orientale; dall’autoritratto di Giorgio De Chirico datato 1970 all’ottocentesco pregevole soffitto affrescato proveniente da un negozio parigino, opera attribuita a Benoist et Fils che campeggia nello stand della gallerista torinese Laura Rocca, membro del comitato organizzatore della mostra e del direttivo A.P.A. Al centro dello stand della Galleria Claudio Fornasieri fa bella mostra di sé un’interessante statua in marmo che raffigura Venere, appartenuta alla collezione privata del grande sensitivo Gustavo Adolfo Rol che, si dice, la vedesse prender vita ed iniziare a danzare nelle serate del suo alloggio torinese.
Uno spazio dello stand della Galleria Bertola è dedicato ad una serie di fotorafie di moda e di stampe al platino – palladio di Massimo Badolato, interamente dedicate alla carriera artistica ed imprenditoriale della madre Emy e delle creazioni del suo famoso atelier torinese. Riportano alla mente una frase del noto stilista Valentino che disse che “ l’eleganza è l’equilibrio tra proporzioni, emozione e sorpresa”. In mostra anche “ L’Egitto di Belzoni “, uno spazio dedicato alla memoria di un grande studioso e scopritore di antichità egizie, Giovanni Battista Belzoni, nel bicentenario della sua morte. Con l’Istituto Europeo di Design IED ed il quotidiano La Repubblica anche in questa settima edizione APART FAIR ha organizzato il contest fotografico aperto agli studenti dei corsi di fotografia. Molti gli incontri in calendario dedicati al vasto settore dell’arte con interventi di prestigiosi esponenti del mondo della cultura e del complesso e variegato universo artistico.
Mentre come un sapiente artista in questo tempo la Natura colora con la sua ineguagliabile tavolozza l’autunno del bellissimo parco torinese del Valentino, all’interno della mostra, tra gli stand di APART, prende vita una frase di Goethe secondo cui “ non vi è alcun metodo più sicuro per evadere dal mondo che seguendo l’arte e nessun metodo più sicuro di unirsi al mondo che tramite l’arte”.





