Con la XX edizione di MITO SettembreMusica, Milano e Torino rinnovano un patto culturale che, anno dopo anno, ha saputo unire le due città: vent’anni di musica insieme, di ascolto, di dialogo fra luoghi, pubblici e tradizioni diverse, fino a imporsi come modello di buone pratiche. Questa ricorrenza conferma la volontà corale che accomuna le due città nel voler continuare a costruire, attraverso la cultura, uno spazio comune, facendo sì che si scelga sempre di superare distanze e confini. Si tratta di una storia che appartiene alle nostre città e che ribadisce l’impegno verso la cultura pubblica, portandola nei luoghi della vita quotidiana, allargandola al pubblico con o casione di ascolto, conoscenza e incontro. Il tema della prossima edizione sarà “Harmonia”. L’armonia come nobilitazione delle differenze e volontà di farle convivere in equilibrio in una congiuntura contrassegnata da tensioni, fratture e conflitti, affinchè la musica ricordi che ogni voce trova senso compiuto solo nell’ascolto dell’altra. La nuova direzioe artistica, di Speranza Scappucci, inaugura una fase nuova della storia del festival, ancora più aperta all’internazionalità e nel segno, come sempre, della qualità. Il programma mostra con evidenza la natura diffusa del festival: MITO SettembreMusica attraversa le città, i grandi teatri, chiese, spazi culturali, sedi di quartiere e luoghi dedicati ai giovani e alla formazione, contribuendo a disegnare una geografia culturale in cui ogni luogo diventa interprete di un’unica partitura cittadina.
“Ci sono anniversari che ci ricordano il cammino fatto più del tempo trascorso. La XX edizione di MITO SettembreMusica rappresenta uno di questi momenti, un’occasione per ritrovarci, per guardare quello che è stato costruito e, di conseguenza, per rinnovare il senso di un progetto che continua a unire Milano e Torino nella creazione e diffusione della cultura musicale – afferma il Presidente del Festival, Alberto Meomartini – era il 2007 quando le due città scelsero di dare vita a una grande e unica proposta culturale: da allora il festival ha accompagnato generazioni diverse di ascoltatori, abitato spazi urbani consueti e meno consueti, portato la musica dove il pubblico già la cercava e dove avrebbe potuto incontrarla per la prima volta. Uno dei grandi punti a favore di MITO è di essere un progetto condiviso. La visione che accomuna Torino e Milano è un concetto relazionale, e anche per questo sono felice delle parole che la direttrice artistica Speranza Scappucci ha scritto per questa edizione: ‘ovunque risuonano concetti e parole di vicinanza, comune denominatore l’armonia’, da cui deriva il nome dell’edizione. Harmonia rappresenta quindi lo spirito di questa edizione nella quale, la grande tradizione, dialoga con il presente, la dimensione sinfonica incontra la voce, la musica antica si affianca alla nuova creazione, e i grandi maestri si alternano ai giovani e ai progetti di formazione. Dai concerti inaugurali alla Scala e all’Auditorium Rai, fino agli appuntamenti conclusivi, il festival attraversa pagine che parlano di pace, memoria, trasmissione e futuro”.
“Il tema dell’edizione 2026 di MITO SettembreMusica è ‘Harmonia’, una parola simbolica, diretta e apparentemente naturale per un festival di musica, ma che racchiude in sé molteplici sfaccettature e richiami profondi – afferma la direttrice artistica, Speranza Scappucci – la domanda che mi accompagna è solo in apparenza semplice: come tenere unite differenze reali, di città, pubblici e repertori, luoghi, generazioni senza cancellarne l’individualità. In un tempo segnato da fratture e polarizzazione, l’armonia mi sembra uno dei valori più necessari e uno dei più fraintesi. In musica l’armonia non è solo assenza di tensione, è anche relazione fra voci diverse, una forma di equilibrio costruito attraverso l’ascolto, l’attrito e il movimento. L’armonia non è eliminare il conflitto ma trasformarlo in ascolto. Questo ha guidato la scelta di artisti e contenuti. Ho immaginato un’edizione in cui tradizione e contemporaneità potessero dialogare in modo autentico, dalla musica antica a quella contemporanea. A Torino, Simon Young inaugurerà il festival lunedì 7 settembre alle ore 20, presso l’Auditorium Rai, con il concerto ‘War requiem’, accompagnata dall’OSN Rai, dal Coro e dal Coro di Voci Bianche; Riccardo Chailly si esibirà con la Filarmonica della Scala, Michele Mariotti con l’OSN Rai, William Christie con Les Arts florissants, Jakub Hroŝ con i Banberger Symphoniker, il Pomo d’Oro, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, solo per citarme alcuni. Ho invitato giovani ensemble italiane e straniere di straordinaria vitalità: artisti che forse il pubblico non conosce ancora ma che lo trascineranno con un’energia, una libertà e una qualità musicale capace di lasciare un segno fin dal primo ascolto. Accanto alla tradizione figurerà la musica del presente. Il festival ospita ‘Caos’ di Paola Prestini, compositrice italiana tra le più originali della scena contemporanea, con un brano commissionato appositamente per questa edizione. Verrà poi eseguito un concerto speciale dedicata ai giovani studenti e studentesse del Conservatorio di Milano e Torino, diretto e offerto da me alle due città, un momento importante di crescita per le generazioni future. Due saranno gli anniversari significativi: il 2026 segna i cinquant’anni della morte di Benjamin Britten, uno dei compositori più importanti del XX secolo. Il programma si apre con il ‘War requiem”, monumentale capolavoro pacifista scritto nel 1962 e ancora attualissimo, e la sua musica risuona anche in altri momenti del programma sinfonico e cameristico. Con l’integrale dei Quartetti per Archi di Beethoven, affidata al Quartetto d’archi della Scala, volgiamo lo sguardo al centenario della morte del grande compositore, che si celebrerà nel 2027 in un progetto che dispiega tra questa e la prossima edizione”.
La Filarmonica della Scala si esibirà anche a Torino, presso l’Auditorium Agnelli del Lingotto, con Riccardo Chailly direttore. Venerdì 11 settembre, alle 20, presso il Conservatorio G. Verdi si esibirà il quartetto Pessoa, in un omaggio a Morricone. Sempre al Conservatorio, il 12 settembre, il Quartetto Pessoa dedicherà un omaggio ad Astor Piazzolla. Domeni a 13 settembre, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, si esibirà l’Orchestra Suzuki di Torino per festeggiare i cinquant’anni dalla sua nascita.
Beethoven verrà celebrato il 14, 16 e 18 settembre al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino dal Quartetto d’Archi del teatro alla Scala.
Infine, Britten verrà celebrato sabato 19 settembre in due appuntamenti al Conservatorio Verdi, alle ore 17, in “Canticles” con Brian Zeger al pianoforte, Kelsey Lauritano come mezzosoprano, Matthew Swensen tenore e Debora Maffeis al Corno, e lo stesso giorno, all’Auditorium Agnelli del Lingotto, con il concerto “In memoriam” con l’Orchestra Sinfonica di Milano, Levy Sekgapane tenore e Alessio Allegrini al corno e alla direzione.
La giornata conclusiva di MITO SettembreMusica sarà il 20 settembre, alle 15, presso l’Auditorium del Lingotto, con Hrusa/Brahms; alle 15.30 e 18 alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani con l’Orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali di Milano che eseguiranno “L’usignolo” di Andersen. Infine, alle 20, al Conservatorio Verdi, David Frai al Pianoforte eseguirà “Le Variazioni” di Goldberg.
Lunedì 7 settembre, alle ore 16, al Teatro Regio foyer del Toro, si terrà un incontro con Giorgio Pestelli, Walter Vergnano, Carlo Viano, coordinati da Susanna Franchi, dal titolo “Ricordare Giorgio Balmas”. A vent’anni dalla sua scomparsa, il festival ricorda il suo fondatore. Nel 1975, a Torino, venne fondato il primo Assessorato per la Cultura. Diego Novelli, allora Sindaco, nominò assessore Giorgio Balmas, fondatore dell’Unione Musicale Studentesca.
Mara Martellotta
I recenti interventi pubblici di due esponenti storici della sinistra italiana, seppur molto diversi fra di loro, hanno innescato un dibattito politico e una riflessione culturale che non possono essere frettolosamente archiviati. Parlo, come ovvio, del cantautore Francesco De Gregori e dello scrittore, intellettuale e poeta Erri De Luca. Due personalità molto diverse, come ovvio e scontato, ma anche due figure che da sempre hanno ispirato con le loro gesta il cammino e il percorso della sinistra italiana, e non solo della sinistra italiana. De Gregori, storico ed apprezzatissimo cantautore, è sempre stato un interprete universalmente apprezzato per i testi che accompagnavano le sue note musicali. Musiche uniche ed irripetibili. De Luca, invece, è stato un autorevole dirigente di Lotta continua ed un esponente storico di quella sinistra estremista e radicale che ha accarezzato anche i settori più rivoluzionari di quell’universo culturale che proprio nel nostro paese ha sempre giocato, e gioca tuttora, un ruolo politico e culturale non indifferente. Ora, per motivi diversi e con argomentazioni del tutto diverse fra di loro, sono entrambi incappati in una spiacevole situazione. Perchè, dopo aver sostenuto tesi ed argomentazioni che non rientravano nei canoni del cosiddetto “politicamente corretto” – tesi che ormai è diventata un totem ideologico dell’attuale sinistra italiana – hanno subito una serie di contestazioni, anatemi, insulti ed attacchi personali che sino a qualche tempo fa non erano nè pensabili e nè lontanamente immaginabili. Attacchi che provengono quasi esclusivamente dal pianeta variegato e composito della sinistra italiana. Una sorta di “damnatio memoriae” simile a quella che investì anni fa lo storico giornalista di Repubblica, Giampaolo Pansa, dopo aver scritto un libro sgradito alla sinistra sulla Resistenza e, soprattutto, sul dopo Resistenza nel nostro paese. Insomma, è scattata prima l’abiura e poi, puntuale come una stagione meteorologica, la censura. Al punto che ad Erri De Luca è stato addirittura cancellato il discorso inaugurale per l’edizione di Salerno Letteratura dopo aver pronunciato quelle parole su Gaza, su Israele e sulla situazione in Medio Oriente. Ma, per restare al punto centrale di questa singolare ed anacronistica discussione, non possiamo non evidenziare un aspetto che, purtroppo, rappresenta un autentico filo rosso che lega la sinistra ideologica ed intollerante del passato con la sinistra radicale massimalista del presente. E il filo rosso è persino troppo semplice da spiegare. E cioè, ogniqualvolta qualche esponente di spicco di questo filone culturale ed ideologico – anche se molto diversi tra di loro – osano mettere in discussione l’impianto ideologico su cui si regge l’intera impalcatura della narrazione ufficiale, non solo viene pubblicamente e platealmente contestato ma, ancor più, viene individuato e bollato come un “traditore” della causa. Insomma, un personaggio da emarginare e da espellere definitivamente ed irreversibilmente dalla comunità di riferimento. Per queste ragioni, semplici ma purtroppo oggettive, dobbiamo prendere amaramente atto che il pluralismo – principio cardine della tradizione e della cultura del cattolicesimo politico, liberaldemocratica, socialdemocratica, socialista, azionista e repubblicana – continua ad essere un tabù in molti e corposi settori della sinistra italiana. Spiace che le recenti riflessioni liberamente e democraticamente espresse da Francesco De Gregori ed Erri De Luca abbiano confermato, forse inconsapevolmente, cosa significa praticare concretamente un atteggiamento profondamente illiberale ed antidemocratico. Non vorrei, per usare un paradosso ma sino ad un certo punto, che d’ora in poi l’ex di Lotta continua De Luca non venga più invitato ai convegni e agli incontri letterari – come è già concretamente capitato a Salerno in questi giorni – e che del grande De Gregori non si ascoltino più gli indimenticabili “generale” e “la donna cannone” ai festival dell’Unità…





