DAL PIEMONTE
E’ stata inaugurata sabato 14 agosto nel Salone San Giuseppe la mostra personale di Alessandra Benini ‘Tra Cielo e Terra. Inno alla Bellezza del Creato’ che si protrarrà tutti i giorni, escluso lunedì, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19.

Alessandra Benini, nata in provincia di Ferrara, è una pittrice autodidatta e appassionata dell’arte in genere. Le sue opere sono la memoria storica del patrimonio di ricordi sulla pittura impressionistica cui si ispira.

Il tutto per sensibilizzare il pubblico verso l’arte, il Creato ed il suo Creatore e trasmettere attraverso i dipinti le emozioni di un’artista che ama e rispetta natura e bellezza. In occasione dell’inaugurazione il rettore di Crea, monsignor Francesco Mancinelli ha tenuto una breve allocuzione
Massimo Iaretti
Tre giorni che sono qui. Vigilia di Ferragosto. Sempre bella Finale e il suo nucleo medievale di Finalborgo. Fra i “Borghi più belli d’Italia”. E sempre simpatici e cortesi i Finalesi o Finarini, come un tempo erano chiamati. Almeno quelli che conosco io. Confortanti e piacevoli anche i Bagni, a un centinaio di metri dallo storico Hotel dove ho preso stanza. Tanta opulenza femminea esposta al sole. E tanti corpi palestrati e “tartaruga ti” che sfilano, portandosi dietro e addosso una sfilza incredibile di tattoo cui s’è ormai concessa ogni parte del corpo e di accessori corporali vari. Su e giù, sulla passerella in plastica. Dalle docce a riva mare o al lettino in totale area sole. Il bagno in mare? É un optional. L’importante é esibirsi. Fare bella mostra di sé. Ma in tutto questo “circolo” muscolare, ci sono anche – e per fortuna – le eccezioni. Ecco, sotto l’ombrellone davanti a me, un tale non più giovanissimo. Neppure giovane. Capelli grigi. I pochi rimasti. Pelle candida, che non denuncia sintomi tartarugali, anzi. In lui mi vedo, come riflesso in uno specchio. Mi sembra pure di avergli complicemente sorriso. Parola d’ordine “dove c’è il sole non ci siamo noi”. Ombra, ombra, ombra. Ombrellone e teli appesi, per impedire il passo al più tenue guizzo solare. Ma ecco. Inizia il rituale. Crema protezione 50. É perfino poco! Io oserei di più. Piano, piano. Un quarto d’ora, minimo, a spalmarsela su ogni lembo di corpo. Fin quasi su quello dei vicini. Estenuante. Che faticata! “Bè – penso – adesso con tutta quella crema addosso si concederà anima e corpo ai benefici raggi solari”. Niente di più sbagliato. Illuso. Perché, il mio “riflesso” umano si infila rapido la maglietta ( sarà di lana?), si cala in testa un grigiastro cappello da boyscout a larghe falde e si rifugia come un bolide sotto l’ombrellone, terga e natiche sulla sdraio, giornale libro in mano. E allora? A cosa mai é servito tutto il precedente rituale? A nulla. Solo ad avvertire il sole. ” Fai pure il tuo lavoro, ma stai lontano da me!”. Boh… Davanti ci passa una fata. Ragazza bellissima. Di una bellezza rinascimentale. Un corpo che non concede un lembo ad ogni pur accettabile imperfezione. Scatta il peso della memoria. Uno schiaffo sonoro per me e fors’anche per il mio “alter ego” allo specchio. Lo sguardo mi ricade sulla pagina de La Stampa: “Durigon, caso sospeso sfiducia più lontana”. Che tristezza!