Torino, bellezza, magia e mistero Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.
Articolo 1: Torino geograficamente magica
Articolo 2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo 3: I segreti della Gran Madre
Articolo 4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo 5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo 6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo 7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo 8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo 9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo 10: Torino dei miracoli
Articolo 2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Nelle alte valli delle Alpi era usanza liberare una mucca prima di fondare una borgata; l’animale andava al pascolo tutto il giorno per poi trovare il punto in cui distendersi a terra e riposarsi. Quello sarebbe stato il luogo in cui i montanari avrebbero iniziato ad edificare il borgo: «la mucca può “sentire” cose che all’uomo sfuggono, se il posto è sicuro o meno e se di lì si irradiano energie benefiche o maligne».
Anche la fondazione di Torino potrebbe rientrare in una di tali credenze. Ma a questa versione, tutto sommato verosimile e riconducibile a qualche usanza rurale, fanno da controparte altre ipotesi, decisamente più complesse e letteralmente “divine”, poiché hanno come protagonisti proprio degli dei, Fetonte ed Eridano. Avviciniamoci allora a queste due figure. Secondo il mito greco, Fetonte, figlio del Sole, era stato allevato dalla madre Climene senza sapere chi fosse suo padre. Quando, divenuto adolescente, ella gli rivelò di chi era figlio, il giovane volle una prova della sua nascita. Chiese al padre di lasciargli guidare il suo carro e, dopo molte esitazioni, il Sole acconsentì. Fetonte partì e incominciò a seguire la rotta tracciata sulla volta celeste. Ma ben presto fu spaventato dall’altezza alla quale si trovava. La vista degli animali raffiguranti i segni dello zodiaco gli fece paura e per la sua inesperienza abbandonò la rotta. I cavalli si imbizzarrirono e corsero all’impazzata: prima salirono troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che divenne la Via Lattea, quindi scesero troppo vicino alla terra, devastando la Libia che si trasformò in deserto. Gli uomini chiesero aiuto a Zeus che intervenne e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde nelle acque del fiume Eridano, identificato con il Po. Le sorelle di Fetonte,, le Eliadi, piansero afflitte e vennero trasformate dagli dei in pioppi biancheggianti. Le loro lacrime divennero ambra. Ma precisamente, dove cadde Fetonte? In Corso Massimo d’Azeglio, proprio al Parco del Valentino dove ora sorge la Fontana dei Dodici Mesi. In un altro mito, Eridano, fratello di Osiride, divinità egizia, era un valente principe e semidio. Costretto a fuggire dall’Egitto, percorse un lungo viaggio costeggiando la Grecia e dirigendosi verso l’Italia. Dopo aver attraversato il mar Tirreno sbarcò sulle coste e conquistò l’attuale regione della Liguria, che egli chiamò così in onore del figlio Ligurio. Attraversò poi l’Appennino e si imbatté in una pianura attraversata da un fiume che gli fece tornare alla mente il Nilo. Qui fondò una città, che dedicò al dio Api, venerato sotto forma di Toro.

Un giorno Eridano partecipò ad una corsa di quadrighe, purtroppo però, quando già si trovava vicino alla meta, il principe perse il controllo dei cavalli che, fuori da ogni dominio, si avviarono verso il fiume, ed egli vi cadde, annegando. In sua memoria il fiume venne chiamato come il principe, “Eridano”, che è, come abbiamo detto, anche l’antico nome del fiume Po, in greco Ἠριδανός (“Eridanos”), e in latino “Eridanus”. Questa vicenda ci riporta alla nostra Torino, simboleggiata dall’immagine del Toro, come testimoniano, semplicemente, e giocosamente, i numerosissimi toret disseminati per la città. Storicamente il simbolo è riconducibile alla presenza sul territorio della tribù dei Taurini, che probabilmente avevano il loro insediamento o nella Valle di Susa, o nei pressi della confluenza tra il Po e la Dora. L’etimologia del loro nome è incerta anche se in aramaico taur assume il valore di “monte”, quindi “abitanti dei monti”. I Taurini si scontrarono prima con Annibale e poi con i Romani, infine il popolo scomparve dalle cronache storiche ma il loro nome sopravvisse, assumendo un’altra sfumatura di significato, risalente a “taurus”, che in latino significa “toro”. È indubbio che anche oggi l’animale sia caro ai Torinesi, sia a coloro che per gioco o per scaramanzia schiacciano con il tallone il bovino dorato che si trova sotto i portici di piazza San Carlo, sia a quelli vestiti color granata che incessantemente lo seguono in TV. C’è ancora un’altra spiegazione del perché Torino sorga proprio in questo preciso luogo geografico, si tratta della teoria delle “Linee Sincroniche”, sviluppata da Oberto Airaudi, che fonda, nel 1975, a Torino, il Centro Horus, il nucleo da cui poi si sviluppa la comunità Damanhur. Le Linee Sincroniche sono un sistema di comunicazione che collega tutti i corpi celesti più importanti. Sulla Terra vi sono diciotto Linee principali, connesse fra loro attraverso Linee minori; le diciotto Linee principali si riuniscono ai poli geografici in un’unica Linea, che si proietta verso l’universo. Attraverso le Linee Sincroniche viaggia tutto ciò che non ha un corpo fisico: pensieri, energie, emozioni, persino le anime. Il Sistema Sincronico si potrebbe definire, in un certo senso, il sistema nervoso dell’universo e di ogni singolo pianeta. Inoltre, grazie alle Linee Sincroniche è possibile veicolare pensieri e idee ovunque nel mondo. Esse possono essere utilizzate come riferimenti per erigere templi e chiese, come dimostra il nodo centrale in Valchiusella, detto “nodo splendente”, dove sorge, appunto, la sede principale della comunità Damanhur. Secondo gli studi di tale teoria Torino nasce sull’incrocio della Linea Sincronica verticale A (Piemonte-Baltico) e la Linea Sincronica orizzontale B (Caucaso).Vi sono poi gli storici, con una loro versione decisamente meno macchinosa, che riferiscono di insediamenti romani istituiti da Giulio Cesare, intorno al 58 a.C., su resti di villaggi preesistenti, forse proprio dei Taurini. Il presidio militare lì costituitosi prese il nome prima di “Iulia Taurinorum”, poi, nel 28 a.C, divenuto un vero e proprio “castrum”, venne chiamato, dal “princeps” romano Augusto, “Julia Augusta Taurinorum”. Il resto, come si suol dire, è storia.
Queste le spiegazioni, scegliete voi quella che più vi aggrada.
Alessia Cagnotto

Nei giorni in cui l’estrema sinistra resuscita patrimoniali e salassi fiscali di ogni tipo, è utile non dimenticare il precedente di Giuliano Amato che, nominato presidente del Consiglio da Scalfaro nel 1992, l’ 11 luglio varò, all’insaputa del governatore della banca d’Italia Ciampi e in parte persino dal Consiglio dei ministri, un decreto – legge nel quale retroattivamente il 9 luglio, nottetempo, sanciva il prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i depositi bancari degli Italiani. Fu un episodio che suscitò proteste, ma non tali da far vacillare Amato al governo. Protestò Ciampi , ma i due ministri Raffaele Costa e Gianfranco Ciaurro e i tre sottosegretari liberali nel governo non aprirono bocca e neppure il PLI che incominciò a spegnersi perché aveva tradito in modo clamoroso la sua storica funzione di difesa del risparmio come aveva indicato Einaudi. Capii da quel silenzio che non c’erano più i liberali, ma sedicenti sostenitori di un equivoco lib – lab, nel quale il lab aveva preso il sopravvento. Ma in effetti i liberali restarono in silenzio perché temevano di essere allontanati dal governo. Forse il presidente Amato- ad essere generosi – volle superare il fiscalismo della destra storica, ma non è certo passato alla storia come il nuovo Quintino Sella, ma semmai come l’esponente di un radicalismo socialista e giacobino. Non a caso la sua provenienza era quella del PSIUP di Vecchietti e Basso, i cosiddetti carristi. Scelse un momento già di vacanza, un fine settimana in cui tanti italiani erano al mare. Chi scrive nei giorni precedenti ebbe versata sul conto corrente la somma di Btp appena scaduti e che pensavo di rinnovare il lunedì successivo. Fu un errore che mi provocò un danno notevole. La retroattività in una norma fiscale in particolare rivelava un che di truffaldino e aumentò la totale sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato in piena Tangentopoli. Rivelò una visione machiavellica, non certo machiavelliana, della politica di Amato che Forattini rappresentò bene, definendola una “rapina storica” su Panorama. Amato era un topolino che veniva rappresentato con la maschera del “ladro” dall’umorista più serio di tutti i politici messi insieme. Amato fece dell’altro: aumentò l’età pensionabile e impose una patrimoniale sulle imprese, introdusse i ticket sanitari e la tassa sul medico di famiglia e un’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutat . Solo il prelievo sui conti correnti e l’imposta straordinaria sulle imprese fruttò 11.500 miliardi. Non va dimenticato che con il governo Amato venne approvato il piano di privatizzazione di Iri, Enel ed Eni motivo di grandi svendite non solo per far cassa, ma anche per fare gli interessi di alcuni personaggi della casta. Amato fu poi il presidente del Consiglio di una finanziaria da 93 mila miliardi di lire. Molti di questi provvedimenti non ebbero effetti positivi sull’economia italiana. E’ mai possibile che una pagina nefasta di storia sia stata dimenticata e sia permesso a Landini – uno con il diploma della scuola media inferiore rispetto al professorone Amato – di evocare scenari così nefasti senza che nessuno smascheri il demagogismo piazzaiolo del capo della GGIL? Amato lo conobbi nell’82 a Torino quando voleva convincere Mario Soldati che sarebbe stato eletto senatore. Era una bugia, ma fui soltanto io a dire a Mario la verità. Amato fu risentito della mia sincerità. Lo ritrovai tanti anni dopo in un convegno a Roma come moderatore, ma non potei prescindere nel mio intimo dal ricordo dello scippo subito nel 1992. Parlammo e discutemmo amabilmente per quasi due ore, ma quell’episodio resta in me come esempio di una politica che non esito a definire laida perché fatta da uomini non sprovveduti come il Landini di oggi.