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Ansia: come tenerla a bada e vivere più sereni / 3

 

Cerchiamo di guardare (e vedere) con distacco la situazione che scatena in noi l’ansia, come se fossimo nel futuro e come se l’avessimo già vissuta, e chiediamoci quali potrebbero essere le reali conseguenze se avessimo fallito in quella situazione.

Molte volte questo accorgimento si rivela utile a ridimensionare questioni che nell’attacco d’ansia ci appaiono come “di vita o di morte”. Un altro modo di gestire l’ansia è quello di concentrarci su un nostro “luogo di pace”, di immaginarlo come se ci fossimo dentro, con tutti i nostri sensi.

Può essere un luogo fisico, in cui siamo stati con grande piacere, o un posto amato della nostra infanzia, oppure una persona la cui presenza ci dava (o ci dà) pace e serenità, o anche un “luogo musicale” o letterario, o semplicemente un luogo desiderato, ecc.

Ognuno di noi ha, dentro di se’, questi “luoghi di pace”, che sono soltanto suoi, legati ai suoi ricordi, ai suoi vissuti, al suo immaginario personale. Andiamo a ripescarne uno nei momenti in cui l’ansia sale e rischia di invaderci, ed “entriamoci dentro”.

Cercando, se possibile, di estraniarci dalle cause dell’ansia. Può sembrare un esercizio difficile, ma, come sempre, è questione di allenamento! Un ulteriore elemento molto efficace a tenere a bada l’ansia si realizza quando impariamo a osservare e vivere le nostre emozioni senza giudicarle.

Senza per forza volerle definire positive o negative, utili o dannose, giuste o sbagliate. Partendo dalla consapevolezza delle emozioni che viviamo, dalla loro identificazione. E dalla loro accettazione. Che si tratti di paura, di tristezza o di rabbia, ecc.

(Fine della terza e ultima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

Creatività e trasgressione, la continua “pazza idea” di Angelo Frontoni

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Alla Mole, sino al 9 marzo

Osservate, indagate, decifrate il significato intenso di ogni proposta consegnata da Angelo Frontoni. La fotografia è più complessa del cinema che inganna l’occhio con il movimento dell’oggetto e il suono della parola; la fotografia è un furto breve, è un istante di rapimento posseduto dal quale l’operatore sottrae alla vittima la sua muta confessione”, parole di Alberto Lattuada, anno 1990. Ed è una ampia carrellata, che s’inerpica su e su per la scala elicoidale, all’interno della Sala del Tempio della Mole di Antonelli, di queste fanciulle in fiore – in questi termini avrebbe parlato il regista -, quella che srotola immagini e immagini, sotto il titolo di “Pazza idea”, prodotta in proprio e realizzata dalla Fondazione del Museo del Cinema e attingendo da quel vasto patrimonio che è l’archivio Frontoni – 546.000 immagini acquisite vent’anni fa dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e dalla Cineteca Nazionale – Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma: per la mostra se ne sono scelte 200 in rappresentanza di 62 artisti nazionali e internazionali. Chissà quante diverse mostre e differenti titoli potranno nascere da tutto quel ben di dio. Curata dal direttore Carlo Chatrian con Roberta Basano e Elena Boux, la mostra ha il giusto sottotitolo di “Oltre il ’68: icone pop nelle fotografie di Angelo Frontoni”, dove sono indicate la volontà e la scelta di restringere il campo visivo, di focalizzare una dozzina d’anni, di interessare lo sguardo esclusivamente al corpo – femminile soprattutto ma anche maschile che quegli anni di digressione e rivoluzionari avevano sdoganato -, di guardare alla carta patinata e no, alle riviste che con quelle immagini quasi triplicavano le loro vendite, agli spazi occupati su Stern, Paris Match, Sunday Times, Photo e persino Playboy americano, magari mescolando – sempre con il gusto dell’ironia una provocazione più o meno accentuata – il clima della Swinging London con i panorami agresti delle campagne intorno a Roma. Uno sguardo a fissare un’epoca piena di personaggi, taluni a consolidare un successo altri alla ricerca di una fama, obiettivi e sguardi ben lontano sempre dal voyeurismo.

L’immagine mi ha sempre attirato. Vivo d’immagini, la bellezza delle immagini le luci, le espressioni del volto umano…La realtà; la vita. Faccio il fotografo per cogliere, fissare, rubare la vita… Abbellirla, quando mi riesce”, parole di Frontoni, anno 1989, che richiamano le parole di Roberta Basano, in conferenza stampa, circa “la sua grande libertà con il mezzo espressivo”. A lui, nei decenni che vedevano attentati e sangue e atti rivoluzionari, che incrociavano gli anni di piombo, non interessavano i cortei che sfilavano per le strade e davanti ai cancelli delle fabbriche, la Storia stava da tutt’altra parte, lui continuava a cercare le luci e i volti e i corpi. Il presidente Enzo Ghigo esprime “il livello di soddisfazione altamente significativo” per l’operazione come tiene a sottolineare “l’interesse che produrrà nelle persone che quegli anni e le vicende, personali e no, delle tante interpreti di quelle immagini hanno vissuto: e anche quelli che non erano ancora nati, la mostra è in ogni modo uno spaccato della storia di casa nostra. Mentre il direttore e curatore Carlo Chatrian guarda alla “valorizzazione del patrimonio del fotografo come all’aspetto umano” nell’intento di continuare a fare ricerca, secondo le direttive della Fondazione. “Tante le immagini ma quella che guida la mostra è l’immagine di Patty Pravo, icona tra le principali del mondo di Frontoni, emblema di creatività e trasgressione, davvero artefice di una continua “pazza idea”, lei scelta un giorno, in tutta la sua fierezza, per essere avvicinata o inghiottita tra i dentoni di uno squalo, a pubblicizzare il film di Spielberg.

Era nato Frontoni nel marzo del ’29, ma altre fonti anticipano al ’26, a Roma, dove scomparve nel 2002. Primo di nove figli, abbandonò ben presto quel familiare forno Frontoni che era celebre per la “pizza romana” e sfamava l’intera famiglia, non ne sentiva alcun aggancio. Se ne volò a Parigi e dopo poco in America, sperimentando la propria tecnica del bianco e nero che lo portò al primo successo di una lunga professione: la foto di Gina Lollobrigida. Dopo quell’immagine sarebbero arrivati i tanti servizi, “firma ben riconoscibile per il suo stile barocco ai limiti dell’eccesso” – sempre concepiti nella villa di Zagarolo o nell’ampio studio di via dei Monti di Pietralata 90, nella capitale – a immortalare, con la Patty, Elsa Martinelli e Marisa Mell (anche i film di serie B andavano a pennello, l’attrice austriaca sul set di “Una sull’altra” di Lucio Fulci, 1969, ne è un esempio) e una piratesca o campagnola Loredana Bertè, le più gettonate, ma pure Jane Fonda, metallizzata sul set di “Barbarella”, Claudia Cardinale e Ornella Vanoni impellicciata, le proteste degli animalisti erano ancora di là da venire, Rossella Carrà e l’androgina Jane Birkin, Catherine Spaak avvolta nelle piume e la dimenticata Maria Grazia Buccella, il caschetto nero di Rossana Podestà (1966), all’apice del successo con “Il grande colpo dei 7 uomini d’oro” ma pronta di lì a poco ad abbandonare il marito regista Marco Vicario per le montagne e per Walter Bonatti. E ancora Raquel Welch e Mariangela Melato fotografata in abito arancio tra le scogliere di “Travolti da un insolito destino”, le sorelle Kessler ed Edvige Fenech elegante negli abiti di Rocco Barocco o nature come mamma l’ha fatta (primi anni Ottanta), sotto il segno del Capricorno – una serie legata ai segni zodiacali assolutamente da non perdere -, le sorelle Bandiera di arboriana memoria e Ira von Fürstenberg di nobili natali e Renato Zero, che forse non aveva ancora raccolto le orde dei sorcini attorno a sé ma che ci teneva a mostrarsi trasognato ai margini di una solitaria spiaggia con la “storica fidanzata” Lucy Morante. Era, più o meno, il 1979 e lui ci blandiva con “il carrozzone riprende la via / facce truccate di malinconia / tempo di piangere, no, non ce n’è / tutto continua anche senza di te”. Fine di un grande amore?

Chiuso nel capitolo “Dancing Queen” troviamo Enzo Avallone – poi Truciolo, dal nomignolo che gli affibbiò il non ancora pentastellato Beppe Grillo -, conquistatore di un quarto d’ora di successo grazie a Heather Parisi che lo volle nel ’79 accanto a sé per “Fantastico”, qui slanciato in abito immacolato contro uno di quei fondali metallici che maggiormente permettevano a Frontoni di giocare con la luce e i suoi tanti effetti. Proseguendo alla voce maschietti, l’efebiche forme di Helmut Berger tra le fresche frasche di Ischia, Visconti finissimo occhio osservatore e protettore, Fabio Testi issato poderoso su un bianco cavallo, lo sguardo di Lawrence d’Arabia prima della battaglia ma con assai meno paludamenti, Jean Sorel mollemente adagiato. A dirla tutta – sono le ospiti di due delle sei “cappelle” (più o meno “votive” ad un mondo che mostrava già parecchi scricchiolii) approntate al temine del tragitto artistico, Ilona Staller (con tanto di sussurri, e poche grida, a matrice erotica) e Moana Pozzi immersa nella tinozza; nonché Luciana Turina, che mette in (bella?) mostra il proprio fisico over size, con una (grande) tonnellata d’ironia ma certo con una qualche caduta di gusto cui anche il maestro della fotografia non ha potuto sottrarsi.

Alla Mole sino al 9 marzo, gli occhi di tutti hanno tempo e modo di sbizzarrirsi. Si prevede, nelle intenzioni degli organizzatori, una festa anni ’80, chissà dove chissà quando chissà se, e altrettanto “certo certissimo anzi probabile”, l’arrivo della icona Patty Pravo e del nipote di Frontoni, Daniele, felicissimo – ha detto – che il Museo del Cinema abbia ricordato in maniera così significativa lo zio.

Elio Rabbione

Presenze, nei lunghi anni di lavoro di Frontoni, sono stati Brigitte Bardot, Helmut Berger, Jane Fonda e Patty Pravo che della mostra “Pazza idea” è l’immagine principe.

Rock Jazz e dintorni a Torino: Ronald Baker &Tony Match Trio

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Alle OGR suona Ronald Baker & Tony Match Trio.

Mercoledì. Al Blah Blah si esibiscono I Cospiratori.

Giovedì. Al Vinile è di scena Simona Palumbo Quartet. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Lina Simons + Juma. Al Blah Blah suonano i The Dirteez + Bone Rattler.

Venerdì. Al Peocio di Trofarello è di scena il sestetto di Luca Vicini. Al Circolino suona il Just in Trio. Allo Ziggy si esibiscono i GoTho + Codcreep.

Sabato. Al Vinile sono di scena i The Bartenders. Al Peocio di Trofarello và in scena Music for Burkina. Al Magazzino sul Po suonano gli Ecko Bazz & Still.

Pier Luigi Fuggetta

Torino ricorda i caduti della Prima Guerra Mondiale

Il parco della Rimembranza compie cento anni. Ieri mattina, ai piedi del Faro della Vittoria, sul colle della Maddalena, la Città di Torino ha celebrato questo importante anniversario con una commemorazione che ha reso omaggio ai caduti della Prima Guerra Mondiale e al lavoro degli Alpini, che da anni si prendono cura del parco.

Alla commemorazione hanno partecipato l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, l’assessora agli Affari Generali e Istituzionali del Comune di Vittorio Veneto Barbara De Nardi, l’assessore della Regione Piemonte Maurizio Marrone, la presidente del Consiglio Comunale Maria Grazia Grippo, il coordinatore alla Cultura della Circoscrizione 8 Michele Antonio Guggino, l’avvocato Roberto Boselli in rappresentanza dell’Ana – sezione Torino e i gruppi storici “Militaria 1848-1945” e “La Patria è Donna”, che hanno reso omaggio al parco e alla sua storia indossando divise d’epoca.

Durante la cerimonia, accompagnata dagli interventi musicali della Banda Musicale del Corpo di Polizia Locale della Città di Torino, l’assessora del Comune di Vittorio Veneto Barbara De Nardi ha consegnato all’amministrazione di Torino un attestato di cittadinanza onoraria di Vittorio Veneto in memoria delle vittime torinesi nella Grande Guerra, accompagnato da una pergamena riportante i nominativi di tutti i caduti. Due pergamene sono state dall’assessora della Città di Torino Rosanna Purchia al Comune di Vittorio Veneto, per rendere onore al profondo legame tra i due Comuni, e all’Ana – sezione Torino, in segno di riconoscenza per il prezioso lavoro di cura e di preservazione della memoria svolto dagli Alpini all’interno del parco.

A conclusione della cerimonia si è tenuta una breve esibizione dell’APM Brass Quintet di Obiettivo Orchestra e delle fisarmoniche del complesso I Mantici del Conservatorio di Torino, parte della rassegna itinerante MITO per la Città.

I parchi e i viali della Rimembranza sono luoghi destinati al culto e alla memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale, sorti in Italia a partire dagli anni Venti del Novecento. Inaugurato nel 1925, il parco della Rimembranza di Torino costituisce la parte alta e più antica del parco della Maddalena. I suoi viali, che si estendono per circa 12 km, così come i piazzali, prendono il nome dalle località in cui combatterono e persero la vita 4810 soldati torinesi, ricordati ormai da un secolo da altrettante targhette in metallo. Il parco è sormontato da un piazzale panoramico su cui sorge l’imponente faro della Vittoria alata, commissionato allo scultore Edoardo Rubino per commemorare il decennale della vittoria nella Prima Guerra Mondiale. All’interno del parco si trova anche l’Arboretum Taurinense, che ospita circa cinquemila alberi di 400 differenti specie e varietà, tra cui i monumentali carpini bianchi del viale Piave e il maestoso cedro dell’Himalaya che domina il piazzale Timavo.

Negli ultimi anni il parco è stato interessato da una serie di interventi di manutenzione straordinaria, con il rifacimento del fondo di alcuni vialetti, il rinnovo degli arredi (panchine, cestini, nuovi tavoli da picnic) e il rifacimento della segnaletica. A questi si aggiungono gli interventi sulla rete di drenaggio delle acque meteoriche e di messa in sicurezza, con lo sfoltimento della vegetazione lungo i percorsi interni del parco e la sistemazione di piccoli dissesti nei versanti con l’utilizzo di tecniche di ingegneria naturalistica.

TORINO CLICK

Il valore dei cattolici nella politica torinese e piemontese

Il convegno di Bardonecchia nella sessione mattutina ha evidenziato i numeri del declino economico torinese e piemontese con le sue introduzioni di Mino Giachino e Mauro Zangola. Da vent’anni la crescita economica è inferiore alla media nazionale, da oltre 10 anni Torino è la capitale della cassa integrazione e ‘ tra le Città con la più alta disoccupazione giovanile. A questi due dati si aggiunge la crisi del settore auto il distacco sempre più forte con le periferie. Non aver capito il declino della Città ci porta al punto che secondo Airaudo abbiano solo 2 anni tempo vuol dire che il tempo perso a capire la crisi fa si che oggi Torino debba assolutamente cambiare linea e amministrazione se vuole tenere testa ai tempi molto impegnativi per rilanciare economia e lavoro a Torino a partire dall’industria e dalle periferie.  Giorgio Airaudo della CGIL, Cristina Maccari della CISL , il presidente degli industriali torinesi Marco Gay hanno dato vita a un bellissimo confronto apprezzato dalla sala.
“Con questo convegno – ha concluso Giachino- noi cattolici impegnati in politica abbiamo dimostrato la nostra centralità nella vita politica torinese che deve uscire da una contrapposizione sinistra destra che in questi trent’anni ha portato Torino al settantesimo posto tra le Città italiane . Non siamo solo centrali tra i due schieramenti siamo centrali anche per le proposte che presentiamo per rilanciare Torino e il Piemonte”.

Serie A, 4ª giornata: Verona-Juventus 1-1, primo stop per i bianconeri

Dopo tre vittorie consecutive, la Juventus frena al Bentegodi: finisce 1-1 contro un Verona combattivo e ben organizzato.
A sbloccare il match è Francisco Conceiçao al 19′, bravo a finalizzare una bella azione bianconera. I padroni di casa però non mollano e trovano il pari al 44′, con Orban freddo dal dischetto dopo un fallo in area non proprio netto. La squadra di Tudor ci prova fino alla fine, ma il muro gialloblù regge.
Con questo pareggio, la Juventus sale a 10 punti, mentre il Verona conquista un punto prezioso che lo porta a quota 3.

Enzo Grassano

Piange il telefono: le nobili rovine delle cabine telefoniche

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FRECCIATE

C’è qualcosa di malinconico, ma anche di indecoroso, nelle vecchie cabine telefoniche che ancora resistono qua e là, arrugginite e scassinate, come relitti di un’epoca che non tornerà. La loro rimozione – ci dicono i piani ufficiali – doveva essere già storia chiusa, e invece eccole lì, in Borgo San Paolo come altrove, come ci segnala il lettore Luigi Gagliano, con le porte che cigolano, i vetri scheggiati, i telefoni pendenti a mo’ di lingue stanche.

Qualcuno, furtivo, si aggira a scassinarle per rubare le poche monete dimenticate, e in questo piccolo atto di sciacallaggio c’è tutta la misura del nostro rapporto con il passato: non lo custodiamo, lo lasciamo marcire, e poi ce ne lamentiamo.

Eppure quelle cabine hanno avuto una vita nobile. Sono state il confessionale laico di generazioni che lì dentro hanno pianto, litigato, dichiarato amori e dato addii. C’era un’epica minuta nel gesto di infilare il gettone o la scheda, nell’attesa del “pronto”, nell’eco metallica della voce amata che arrivava da lontano. Erano spazi di intimità pubblica, dove il mondo si fermava per pochi minuti, chiuso in un parallelepipedo di vetro.

Ma ogni gloria, se abbandonata a se stessa, rischia la caricatura. Quelle cabine oggi non sono più monumenti, ma rottami. Non parlano più di romanticismo, ma di incuria. Tenerle lì, così, non è rispetto: è abbandono. Se davvero vogliamo onorarne la storia, bisogna avere il coraggio di rimuoverle. O si restaurano come cimeli museali – e pochi, scelti – o si tolgono dalla strada, perché la ruggine non diventi il loro epitaffio.

È la legge delle cose: ciò che è stato grande non merita di finire in rovina. Meglio un addio dignitoso che una sopravvivenza da rudere

Iago Antonelli

Motociclista 41enne muore nello scontro con un camion

Un’altra vittima sulle strade piemontesi. Ieri in  incidente stradale sulla SP231 nel territorio  di Govone un camion e una moto si sono scontrate. Nello scontro è morto il motociclista, di 41 anni. Sul posto sono giunti i soccorsi ma non è stato possibile salvare l’uomo.

Il Marchio della Libertà: tra le catene di Roma e il respiro della speranza

Informazione promozionale

“La libertà è un marchio che nessuna catena può cancellare.”

Con questa frase si apre Il Marchio della Libertà, romanzo in ambientazione storica di Marco Mattiuzzi, un’opera monumentale di 770 pagine nata da oltre due anni di scrittura e ricerca. Un viaggio che conduce dalle nebbie della Britannia ai fasti e agli intrighi di Roma, nel I° secolo d.C., per raccontare non solo la forza dell’Impero, ma soprattutto le voci soffocate dei vinti.

Protagonisti sono tre giovanissimi fratelli celtici – Ciarán, Sean e Saoirse – catturati insieme alla madre durante le campagne di conquista romana. Le loro vite si intrecciano con quelle di patrizi, soldati e schiavi, in una trama segnata da silenzi, perdite e una dignità che resiste persino nell’abisso. Sul versante romano spicca Gnaeus Lepidus, personaggio ambiguo, diviso tra spietatezza e compassione, che incarna l’ambivalenza di un potere tanto implacabile quanto fragile.

Il romanzo si distingue per la ricostruzione storica accurata – usi, costumi, mercati degli schiavi, lupanari, tensioni politiche – intrecciata a una narrazione moderna e coinvolgente. Non è un romanzo storico “classico”, ma un’opera in ambientazione storica: personaggi inventati che vivono in un mondo restituito con fedeltà e vividezza.

Intervista all’autore

Redazione – Marco, il titolo del libro è molto evocativo. Cosa rappresenta?
Marco Mattiuzzi – Racchiude la contraddizione centrale: il marchio è segno di possesso e schiavitù, ma diventa anche simbolo di identità e resistenza. È la ferita che si trasforma in forza.

Redazione – Perché ha scelto il I secolo d.C. come sfondo?
Marco Mattiuzzi – È un’epoca cruciale: Roma al massimo della sua potenza, le province instabili, la Britannia ribelle. Mi interessava raccontare il rapporto tra vincitori e vinti, dominatori e dominati, e mostrare come le grandi forze della Storia si riflettano nelle vite individuali.

Redazione – Quanto è stato importante il lavoro di ricerca?
Marco Mattiuzzi – Fondamentale. Non mi sono limitato alle fonti militari, ma ho studiato la vita quotidiana: come si vestivano, cosa mangiavano, come funzionavano i mercati o i lupanari. Volevo che il lettore si trovasse immerso in un mondo credibile, non in uno sfondo generico.

Redazione – I personaggi sono divisi tra Celti e Romani. A chi si sente più vicino?
Marco Mattiuzzi – Amo i contrasti. I Celti rappresentano il senso di libertà e resistenza, i Romani la disciplina e il potere. Ma anche un patrizio come Gnaeus Lepidus può essere lacerato da conflitti interiori non meno di un ribelle come Ciarán.

Redazione – Quali temi universali emergono dal romanzo?
Marco Mattiuzzi – La libertà, prima di tutto, ma anche la dignità, la speranza e la capacità di scegliere chi essere, persino quando il mondo sembra imporre un destino già scritto.

Redazione – Ci racconta un momento particolare del suo processo creativo?
Marco Mattiuzzi – Stavo scrivendo un capitolo che non funzionava. Poi, improvvisamente, ho immaginato che fosse un druido a raccontare il passato nel presente. Quel dettaglio ha cambiato tutto: il capitolo ha preso vita e i lettori mi hanno detto di averlo letto d’un fiato. A volte basta un’intuizione, persino sotto la doccia, per trasformare la scrittura.

 

L’autore

Marco Mattiuzzi cammina lungo i confini tra memoria e visione, là dove la Storia sfuma nel racconto e l’immaginazione si fa archivio dell’anima. Scrittore, artista visivo e curatore del progetto estrosfere.it, intreccia da sempre la passione per l’arte, la musica e il mondo antico in un percorso creativo libero, personale e profondamente umano.

Dalla fotografia pittorialista alla digital art, dalle riflessioni sulla memoria collettiva ai silenzi che abitano la Storia, la sua opera attraversa linguaggi diversi mantenendo un filo conduttore costante: dare voce a ciò che sfugge allo sguardo superficiale.

Con Il Marchio della Libertà ha voluto offrire un omaggio ai vinti e ai ribelli, a chi ha conosciuto il peso delle catene ma non ha smesso di sognare. È una scrittura che nasce da ricerca rigorosa e insieme da un’urgenza interiore: restituire dignità a chi, nell’invisibilità della Storia, ha continuato a lottare.

Il romanzo non rappresenta soltanto un’opera di narrativa, ma anche un tassello del suo percorso artistico più ampio, in cui parola e immagine si intrecciano. Nei suoi progetti visivi e letterari, Mattiuzzi cerca costantemente il punto di incontro tra luce e ombra, realtà e finzione, memoria e desiderio.

Con Il Marchio della Libertà ha voluto rendere omaggio ai vinti e ai ribelli, a chi ha camminato nel buio senza spegnere la speranza.

📖 Il Marchio della Libertà è disponibile in formato cartaceo e digitale.

https://www.amazon.it/dp/B0F7J5ZC4K

 

🔗 Per approfondimenti e aggiornamenti:
– Blog: https://www.estrosfere.it
– Opere visive: https://www.invyartgallery.it
– Pubblicazioni: https://www.mattiuzzi.net/books
– Podcast: https://www.cyberspazio.tv
– Facebook: https://www.facebook.com/MarcoMattiuzziScrittore/

 

Curiosità:

I simboli della copertina de Il Marchio della Libertà

Nella copertina del mio romanzo c’è Aisling, con i suoi figli.

Ognuno di loro stringe qualcosa: un rotolo, una coppa, delle erbe.

Non sono dettagli ornamentali, ma segni di un destino che si svelerà pagina dopo pagina.

Attorno a loro compaiono le catene, l’aquila romana e il corvo, emblemi di due mondi che si fronteggiano: l’Impero e gli dèi antichi.

È un’immagine che non illustra, ma allude. Una promessa: dentro la storia ogni simbolo troverà la sua voce.

Indagine Doxa – Paideia: genitori con figli con disabilità, uno su due ha vissuto discriminazioni

Sono stati presentati  nell’ambito di Insieme – il festival sul tema della disabilità e dell’inclusione sociale organizzato a Torino da Fondazione Paideia – i risultati dell’indagine, condotta da Doxa e dalla fondazione, che esplora l’impatto della disabilità sul sistema familiare.

 

Tra i genitori con figli con disabilità, uno su due ha vissuto una esperienza di discriminazione sul luogo di lavoro e il 36% delle madri dichiara che l’essere genitore ha condizionato “moltissimo” gli avanzamenti di carriera. Più di 6 famiglie su 10 hanno dichiarato di aver dovuto acquistare prestazioni sanitarie o riabilitative private per il figlio o la figlia con disabilità nell’ultimo anno (dato doppio rispetto al campione senza disabilità). Il 24% delle famiglie con bambini con disabilità dichiara che il figlio o la figlia non frequenta “mai” amici al di fuori della scuola, contro il 3% del campione di bambini che non hanno disabilità. Un bambino su tre con disabilità non viene “mai” o “raramente” invitato alle feste di compleanno degli amici o compagni di scuola. Il 39% delle famiglie con bambini o ragazzi con disabilità ha sperimentato l’impossibilità di partecipare a una gita scolastica negli ultimi due anni, dato che sale al 50% al Sud e Isole.

 

Sono alcuni dei risultati emersi dall’indagine condotta attraverso interviste a più di mille famiglie italiane, di cui la metà con figli con disabilità. L’indagine, ove possibile, ha posto quindi a confronto le evidenze provenienti dai due campioni: famiglie in cui è presente e famiglie in cui non è presente un bambino o ragazzo con disabilità. La rilevazione, in particolare, si è concentrata su alcuni ambiti di interesse emersi in seguito a focus group preliminari che hanno coinvolto operatori sociali, professionisti sanitari e familiari di bambini con disabilità: rete e percezione di aiuto, siblings, scuola, servizi socio-sanitari, tempo libero, lavoro e futuro dei figli.

 

ALCUNI RISULTATI

Rete e percezione di aiuto

Le famiglie con figli con disabilità dedicano significativamente molto tempo all’accudimento: oltre 8 ore nei giorni feriali e fino a 14 ore al giorno nel weekend, soprattutto quando il figlio ha meno di 6 anni. In particolare, risulta evidente una differenza di genere, con le madri dei figli con disabilità che risultano impegnate nella cura per 14 ore al giorno nei fine settimana (9 ore e mezza per i padri), contro le 12 ore delle madri di figli senza disabilità (8 ore e mezza per i padri). Si conferma l’elevato carico di cura, spesso invisibile, che incide sulla qualità della vita familiare.

Principali criticità – Le principali criticità che condizionano il benessere familiare indicate dai genitori sono la mancanza di tempo per sé (70% nel caso delle famiglie con bambini con disabilità), lo stress da accudimento (64% nello stesso campione) e le difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita privata (sostanzialmente sugli stessi valori nei due campioni, 57%-58%). Lo stress da accudimento dei figli risulta la voce più distante tra i due campioni (criticità indicata dal 64% delle famiglie con bambini con disabilità vs 41% nel caso delle famiglie che non hanno bambini con disabilità).

 

Siblings

Una parte dell’indagine è stata dedicata all’approfondimento del tema dei siblings, fratelli e sorelle di persone con disabilità. Rilevante il dato che riguarda la partecipazione a percorsi dedicati ai siblings: il 67% delle famiglie con bambini o ragazzi con disabilità ha dichiarato di non aver mai partecipato a queste iniziative (dato che sale al 78% al Centro Italia). Il 45% di questi ha motivato la risposta con il fatto di “non essere a conoscenza di questa possibilità” o con la “non disponibilità di percorsi nella zona in cui vive” (25%). L’86% di chi ha partecipato ai percorsi ha dichiarato di averlo ritenuto “molto utile” o “abbastanza utile” per il fratello o la sorella partecipante.

 

Scuola e partecipazione

L’indagine dedica una sezione specifica al mondo scolastico, con l’obiettivo di esplorare il ruolo della scuola nel favorire la partecipazione dei bambini con disabilità. Tra i genitori di figli con disabilità, il 71% valuta positivamente l’efficacia della scuola nel favorire lo sviluppo di una maggiore autonomia, rispetto all’85% dichiarato dai genitori di figli senza disabilità. Di contro, il 29% delle famiglie con bambini con disabilità ritiene che la scuola aiuti “poco” o “per nulla” il/la figlio/a a sviluppare una maggiore autonomia. Anche per quanto riguarda la capacità della scuola di incoraggiare la socializzazione, le risposte fornite dai genitori di figli con disabilità sono inferiori (74%) rispetto all’altro campione (88%).

Partecipazione alle gite scolastiche – Il 39% delle famiglie con bambini o ragazzi con disabilità ha sperimentato l’impossibilità di partecipare a una gita scolastica negli ultimi due anni. Questo dato, se si guarda al sotto-campione che risiede al Sud e Isole, sale a 50%, quindi un bambino su due. Le ragioni più frequenti per la rinuncia alla gita scolastica da parte dei bambini con disabilità sono la mancanza di personale dedicato (13%) o l’assenza di assistenza notturna nelle gite su più giorni (11%). Solo il 6% delle famiglie che hanno bambini con disabilità indica come fattore ostativo i motivi economici.

Impatto della presenza di bambini con disabilità a scuola – Secondo l’80% delle famiglie italiane, la presenza a scuola di bambini con disabilità favorisce nuove forme di apprendimento e migliora il clima in classe (75%). Tuttavia, per il 41% delle famiglie che non hanno bambini con disabilità, la presenza in classe di un bambino o una bambina con disabilità rallenta “molto” o “abbastanza” la didattica.

 

Servizi socio-sanitari

Il 45% delle famiglie che hanno bambini con disabilità dichiara di usufruire di servizi sanitari in ambito pubblico per i propri figli “quotidianamente” o “settimanalmente”, contro il 18% delle famiglie in cui non sono presenti bambini o bambine con disabilità. Il dato si conferma anche sul fronte dei servizi socio-assistenziali (42% per le famiglie con bambini con disabilità vs 12%).

Acquisto prestazioni sanitarie o riabilitative private – Più di 6 famiglie su 10 hanno dichiarato di aver acquistato prestazioni sanitarie o riabilitative private per il figlio o la figlia con disabilità nell’ultimo anno (dato doppio rispetto al 31% del campione senza disabilità). Tra questi il 14% ha dichiarato di aver speso tra 1.000 e 2.000 euro, mentre per il 16% la spesa è stata superiore ai 2.000 euro. Quest’ultimo dato è nettamente più alto se confrontato con il campione di famiglie che non hanno bambini con disabilità, in cui solo l’1% dichiara di aver speso oltre 2.000 euro nell’anno.

Motivazioni dell’acquisto di prestazioni private – Le famiglie si rivolgono al privato soprattutto perché garantisce tempi di attesa inferiori (38% per le famiglie che non hanno bambini con disabilità, 36% per le famiglie con bambini con disabilità), ma queste ultime acquistano prestazioni sanitarie o riabilitative private soprattutto per integrare quanto offerto dal Servizio Sanitario Nazionale (32% vs 16%) o perché il privato garantisce un maggior numero o una maggiore frequenza di prestazioni (31% vs 14%).

 

Tempo libero

Il 24% delle famiglie con bambini con disabilità dichiara che il figlio o la figlia non frequenta “mai” amici al di fuori della scuola, contro il 3% del campione di bambini che non hanno disabilità. Anche tra chi li frequenta, però, si rileva una differenza tra i due campioni, perché solo il 43% dei bambini con disabilità li incontra almeno una volta alla settimana contro il 76% del campione senza disabilità.

Inviti alle feste da parte di amici o compagni di scuola – Il 35% dei bambini o ragazzi con disabilità non viene “mai” o “raramente” invitato alle feste di compleanno degli amici o compagni di scuola, contro il 14% dei bambini senza disabilità. Il dato peggiora con l’avanzare dell’età dei bambini/ragazzi con disabilità: se nella fascia 0-5 anni la risposta “raramente” o “mai” è pari al 26%, nella fascia 6-18 anni sale al 38%.

Occasioni di svago e tempo libero – Alla domanda “Quanto spesso riesce a dedicarsi una serata libera o un altro momento di svago come adulto, senza bambini?”, il 18% delle famiglie in cui è presente un figlio con disabilità dichiara “mai”, contro il 14% dell’altro campione. In entrambi i campioni si rileva una differenza di genere: il 21% delle donne in entrambi i casi dichiara “mai”, contro il 14% dei padri di bambini con disabilità e il 6% dei padri di bambini che non hanno disabilità.

 

Lavoro e genitorialità

Essere genitori comporta spesso una riorganizzazione della vita lavorativa. Per le famiglie con figli con disabilità, questo impatto è ancora più evidente: il 48% ha dichiarato di aver richiesto la riduzione dell’orario di lavoro, contro il 31% del campione di famiglie con figli senza disabilità.

Avanzamenti di carriera e discriminazione – Il 28% dei genitori di bambini con disabilità dichiara che l’essere genitore ha condizionato “moltissimo” i propri avanzamenti di carriera (valore che si dimezza quando riferito all’altro campione), con un dato molto più alto per le madri (36%) rispetto ai padri (17%). Un rispondente su due del campione di genitori con figli con disabilità ha vissuto una esperienza di discriminazione sul luogo di lavoro, con il 19% che ha dichiarato di essersi sentito discriminato o penalizzato “moltissime volte”. Anche in questo caso il dato che riguarda le madri di figli con disabilità (22%) è ampiamente superiore a quello dei padri (15%).

Quali sono i motivi per cui i rispondenti non lavorano o non hanno mai lavorato? Per il 38%  dei genitori che hanno figli con disabilità (il 42% delle madri) “il carico familiare non permette di avere tempo per un lavoro”; questo valore è invece pari a meno di un terzo (12%) per i genitori di figli che non hanno disabilità.

 

Preoccupazione per il futuro dei figli

La sezione finale dell’intervista è stata dedicata al tema della preoccupazione per il futuro dei figli: più di un rispondente su due (54%) tra le famiglie in cui è presente un minore con disabilità si dichiara “molto preoccupato” rispetto al 35% riferito alle famiglie in cui non è presente un figlio con disabilità.

Le preoccupazioni maggiori per le famiglie in cui sono presenti minori con disabilità riguardano in primis la capacità dei figli di sopravvivere ai genitori, anche quando questi non ci saranno più (66%), voce che si ferma al 29% per il campione delle famiglie in cui non sono presenti minori con disabilità. A seguire, per i genitori di bambini con disabilità, si registrano le voci riferite alla salute (60%), alle relazioni amicali e sentimentali (52%) e all’indipendenza economica dai genitori (49%). Nell’altro campione invece prevalgono le preoccupazioni per il lavoro (57%), la salute (47%) e la violenza di genere (46%).