“La sicurezza sul lavoro non è una serie di adempimenti, ma la misura della civiltà di un Paese”
Torino, 14 ottobre 2025 – Sono già 681 dall’inizio dell’anno, di cui 41 in Piemonte, le vittime di incidenti sul lavoro.
“Una strage che continua e che rappresenta ancora una macchia sul nostro mondo del lavoro e sulla nostra società – commenta Sergio Bartoli, Consigliere regionale (Lista Civica Cirio Presidente PML) e presidente della V Commissione – Ambiente -. Proprio in questa occasione ci tengo a ricordare le vittime del lavoro tra le Forze dell’Ordine, in particolare i 3 Carabinieri caduti e i 13 sono rimasti feriti nell’adempimento del proprio servizio. Ricordo con commozione il sacrificio di Marco Piffari, Luogotenente carica speciale, Valerio Daprà, Brigadiere capo, Davide Bernardello, Carabiniere scelto, ultimi di una lunga tradizione di senso del dovere e di fedeltà allo Stato tra i militi dell’Arma e gli agenti delle Forze dell’Ordine. Un esempio, il loro, che non deve andare perduto e che deve ricordare sempre a tutti noi che la sicurezza sul lavoro è un percorso che non si conclude mai e che chiunque, in qualsiasi situazione, da qualsiasi luogo provenga, qualsiasi corso di studi abbia compiuto, ha il diritto di tornare sano e salvo ogni sera a casa dai propri cari”.
“La sicurezza sul lavoro – conclude Bartoli – non è una serie di adempimenti formali, ma la misura della civiltà di una Nazione e di un popolo”.
La Regione ha inviato alle Asl, ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta e alle farmacie le circolari con le indicazioni per la campagna di vaccinazione antinfluenzale e di vaccinazione anti Covid, sulla base delle raccomandazioni trasmesse dal Ministero della Salute. L’inizio è stato fissato per il 14 ottobre.
I cittadini che intendono vaccinarsi possono pertanto rivolgersi a loro nelle seguenti tempistiche e nelle modalità:
Vaccinazione antinfluenzale
È raccomandata e offerta gratuitamente a:
1. Persone di età pari o superiore a 60 anni.
2. Individui di qualunque età ricoverati presso strutture per lungodegenti.
3. Donne che all’inizio della stagione epidemica sono in gravidanza (qualunque trimestre) e nel postpartum.
4. Medici e personale sanitario di assistenza in strutture che, attraverso le loro attività, sono in grado di trasmettere l’influenza a chi è ad alto rischio di complicanze influenzali.
5. Soggetti di età pari o superiore a 6 mesi di età affetti da patologie che aumentano il rischio di complicanze da influenza.
6. Familiari e contatti (adulti e bambini) di soggetti ad alto rischio di complicanze (indipendentemente dal fatto che il soggetto a rischio sia stato o meno vaccinato).
7. Bambini e adolescenti in trattamento a lungo termine con acido acetilsalicilico, a rischio di Sindrome di Reye in caso di infezione influenzale.
8. Bambini tra 6 mesi e 6 anni compiuti.
9. Soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo e categorie di lavoratori, come Forze di Polizia, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine.
10. Personale che, per motivi di lavoro, è a contatto con animali che potrebbero costituire fonte di infezione da virus influenzali non umani.
11. Donatori di sangue.
Gli obiettivi di copertura da raggiungere sono il 75% minimo e il 95% come obiettivo ottimale.
Vaccinazione anti-Covid
La campagna nazionale e regionale sarà effettuata utilizzando la formulazione monovalente del vaccino Comirnaty, aggiornata alle nuove varianti del virus Sars COV2. L’aver contratto una infezione da SARS-CoV-2, anche recente, dopo il precedente richiamo, non rappresenta una controindicazione alla vaccinazione. Possibile, come negli anni scorsi, la co-somministrazione con altri vaccini (in particolare con quello antinfluenzale).
La dose di richiamo è raccomandata a queste categorie di persone:
- Persone di età pari o superiore a 60 anni;
- Ospiti delle strutture per lungodegenti;
- Donne che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo “postpartum” comprese le donne in allattamento;
- Operatori sanitari e sociosanitari addetti all’assistenza negli ospedali, nel territorio e nelle strutture di lungodegenza; studenti di medicina, delle professioni sanitarie che effettuano tirocini in strutture assistenziali e tutto il personale sanitario e sociosanitario in formazione;
- Persone dai 6 mesi ai 59 anni di età compresi, con elevata fragilità, in quanto affette da patologie o con condizioni che aumentano il rischio di COVID-19 grave.
La vaccinazione è consigliata anche a familiari, conviventi e caregiver di persone con elevata fragilità.
In fase di avvio della campagna, la vaccinazione sarà prioritariamente somministrata alle persone di età pari o superiore a 80 anni, agli ospiti delle strutture per lungodegenti, alle persone con elevata fragilità, con particolare riferimento ai soggetti con marcata compromissione del sistema immunitario, agli operatori sanitari e sociosanitari.
Info generali
Oltre che negli ambulatori dei medici i vaccini saranno disponibili anche nelle farmacie (dalle prossime settimane saranno disponibili anche online gli elenchi delle farmacie aderenti alle campagne di vaccinazione) e nei centri vaccinali delle Asl, i cui indirizzi e riferimenti per gli appuntamenti saranno pubblicati sui siti delle Asl e della Regione.
La Direzione regionale Sanità informerà tempestivamente tutti i soggetti coinvolti nella campagna vaccinale di eventuali aggiornamenti del target da parte del Ministero della Salute.
La Regione con la circolare invita le Asl ad attuare campagne di sensibilizzazione per informare la popolazione su entrambe le vaccinazioni.
Il Consiglio Comunale ha approvato un ordine del giorno dal consigliere Simone Fissolo, che impegna il Sindaco a sollecitare la Regione Piemonte affinché avvii al più presto il modello DAMA in uno o più ospedali regionali.
Il modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance) è un sistema sanitario organizzato per garantire un accesso facilitato e personalizzato alle cure ospedaliere per persone con gravi disabilità intellettive e/o autismo e pertanto con gravi difficoltà di comunicazione e collaborazione. Tale organizzazione dell’accesso è relativa a cure ospedaliere o ambulatoriali territoriali in base alla necessità del percorso individuale.
Il DAMA, sottolinea il documento, “mette a disposizione un sistema coordinato che inizia con un centralino quale “triage” telefonico, prosegue con la presa in carico diretta da parte di un ambulatorio specificamente organizzato all’interno dell’ospedale e si affida a un’équipe multidisciplinare opportunamente formata, evitando ricoveri inappropriati e accessi ripetuti al Pronto Soccorso”.
L’ordine del giorno impegna inoltre a promuovere un confronto istituzionale con l’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte insieme ai rappresentanti delle associazioni di familiari, al fine di valutare modalità e tempistiche per l’attuazione del modello, a sensibilizzare le Aziende sanitarie locali (ASL) e gli ospedali piemontesi sull’importanza del DAMA, a supportare la Rete Obiettivo DAMA Torino nelle iniziative di sensibilizzazione e diffusione del modello, a riferire periodicamente in Consiglio Comunale sugli sviluppi e sulle azioni intraprese per sostenere l’attuazione del DAMA in Piemonte.
F.D’A. – Ufficio stampa Consiglio Comunale
Eccezionale mostra alla Galleria Sabauda, sino al 18 gennaio 2026
“Piccola ma preziosa”, definisce Paola D’Agostino, direttrice dei Musei Reali torinesi di fresca nomina – “Sono molto onorata – aveva detto in occasione dell’insediamento – di iniziare il nuovo incarico alla Direzione dei Musei Reali di Torino, che con il loro patrimonio monumentale, le straordinarie collezioni d’arte e di archeologia, la Biblioteca e i Giardini Reali costituiscono uno dei complessi museali di maggior prestigio in Italia e nel mondo. Negli ultimi dieci anni i Musei Reali hanno avuto una crescita straordinaria, grazie alle due direzioni di alto profilo (Enrica Pagella e Mario Turetta, ndr). È un privilegio contribuire al progetto culturale e alla valorizzazione di questi luoghi e della dinastia dei Savoia, che li ha progettati, arricchiti di capolavori e modificati nel tempo” -, la mostra “Il divino Guido Reni. Nelle collezioni sabaude e sugli altari del Piemonte”, visitabile sino al 18 gennaio 2026, in occasione dei 450 anni dalla nascita dell’artista (1575 – 1642), nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda. Curata da Annamaria Bava e Sofia Villano, in un anno pieno di lavoro, con un efficace team di collaboratori e studiosi e restauratori, è un’occasione da non tralasciare – l’ultimo appuntamento torinese con Reni risale al 1989, alla Promotrice -, scavo di pregio verso un artista che negli ultimi anni ha visto raccolti attorno a sé studi e mostre, da Francoforte al Prado, da Bologna a Roma, nella cornice della Galleria Borghese, qui una decina di tele e altrettanti disegni e incisioni, un breve itinerario a documentare per tappe le diverse fasi della carriera, dagli anni giovanili alla maturità piena: un’occasione per riscoprire alcuni tratti, inattesi, di quello che i contemporanei non ebbero ripensamenti a definire “divino”, per incontrare presenze di un’arte che anche nel nostro territorio conserva esempi strabilianti.
Capolavoro di composizione, tratteggio di luci e ombre – Reni non guardava soltanto alla lezione iniziale dei Carracci, Ludovico soprattutto, ma altresì a quella successiva di Caravaggio -, la grande tela dipinta tra il 1605 e 1606, raffigurante l’”Assunzione della Vergine”, gioiello ai molti sconosciuto della Chiesa Parrocchiale di San Verano ad Abbadia Alpina, nei pressi di Pinerolo. Alterazioni di vernici, lacerazioni, abrasioni, una ragnatela di screpolature, una parte centrale dalle dimensioni non indifferenti ridotta a un buco che ha necessitato di un rattoppo vero e proprio e di cuciture per riorganizzare la parte mancante, con un’opera successiva di velinatura e altri passaggi, ogni cosa dovuto al lavoro del restauratore Domenico Pagliero di Savigliano e del suo laboratorio. Inoltre l’applicazione, postdatata, di una cornice settecentesca, riformata nel telaio e molto rispettosa dell’originale. In “condizioni tremende” – ha sottolineato Valeria Moratti della Soprintendenza durante la presentazione della mostra, con un apparato di conoscenza, di particolari, di parole, di dati lavorativi e di risultati che non possono non aver soddisfatto e appassionato la platea – si presentava la tela prima del decisivo intervento, un’opera dalla ricca storia. Un documento, in data 19 aprile 1606, attesta il pagamento effettuato dal prelato Ruggero Tritonio – udinese di nascita, un’importante carriera ecclesiastica che l’avrebbe portato anche in Scozia e Polonia, legato al pontificato di Sisto V e a figure di spicco del mecenatismo romano, il suo arrivo presso la corte dei Savoia tra il 1580 e il 1583, tra gli incarichi divenne abate appunto di quella Chiesa Parrocchiale – al pittore: oggi ne possiamo nuovamente ammirare le brillantezze e le cromie accese, nei mantelli degli apostoli che circondano la tomba vuota della Vergine trasportata su una nuvola e circondata da piccoli angeli, del rosso e del blu, del giallo e del bianco, non tralasciando quello spruzzo violaceo che è un fiore, quasi impercettibile, tenuto nella mano da un astante.
Ancora dal territorio piemontese deriva “San Maurizio riceve la palma del martirio” (1615 – 1618, “in un momento di transizione nel linguaggio del maestro, dal rigore classicista del periodo precedente verso una pittura più morbida e pastosa”), dal Santuario della Madonna dei Laghi, in Avigliana, la possente figura del soldato in primo piano, il braccio destro in bella diagonale a proseguire verso l’angelo che gli porge la testimonianza e sullo sfondo, in vasta lontananza, la battaglia e la legione tebea alla sua guida, sterminata dall’imperatore Massimiano sul finire del terzo secolo. Il dipinto è documentato nel Santuario nel 1624, dovuto al mecenatismo del cardinale Maurizio di Savoia pronto a celebrare uno dei protettori della dinastia ma altresì un (velato?) omaggio a se stesso, che del santo porta il nome. Una sorta di autocelebrazione, anche se posta magari in secondo piano.
Alle pareti, anche le due tele assai simili che narrano un celebre episodio delle “Metamorfosi” di Ovidio. “Apollo che scortica Marsia”, databile intorno al 1620, è in prestito dal Musée des Augustins di Tolosa, ennesimo esempio delle spogliazioni napoleoniche (vi soggiorna dal 1805), in campo la bellezza del corpo e del viso del dio, simbolo altresì di razionalità divina, contrapposta al corpo martoriato e al volto straziato dal dolore, simboli di tracotanza, del satiro colpevole di una sfida musicale in cui non sarebbe mai stato vincitore. Reni riflette sull’alto senso della giustizia divina attraverso quel gesto, terribile in sé, di punizione, “calmo e misurato”, distaccato, lontano da sé, quasi non riguardante un essere distante dalla superbia e dalla bruttura del mondo, accrescendo il tutto di un valore simbolico, “la vittoria dell’intelletto e dell’armonia apollinea sulla brutalità e sull’eccesso, un tema caro alla cultura dell’epoca e in linea con le riflessioni che dovevano svolgersi nell’Accademia romana dei Desiosi, fondata dal Cardinal Maurizio.” Accanto la replica, con piccole digressioni, datata intorno al 1670, e appartenenti alle collezioni sabaude.
Si passeggia tra le bellezze del “San Giovanni Battista” (1635) e del “San Gerolamo” (1640 circa), veri capolavori della piena maturità dell’autore, tra “La morte di Lucrezia”, un tema sempre ricercato nella vasta produzione, e un’incantevole “Lotta tra Amorini e Baccarini” (1613 – 1615) che proviene dal ramo cadetto dei Savoia Carignano ed è trasferito nel Palazzo Reale nel 1831 per volontà di re Carlo Alberto, opera considerata una seconda versione, verosimilmente autografa, della tela di analogo soggetto eseguita da Guido Reni per il marchese Facchinetti, bolognese, e oggi conservata alla Galleria Doria Pamphilj di Roma: opere appartenenti tutte alla Sabauda. Interessante, forse più appartata, l’attività incisoria di Reni, ancora preziosa appartenenza dei nostri musei, i legami con l’editoria documentati dai “Disegni degl’apparati fatti in Bologna per la venuta di N.S. Papa Clemente VIII l’anno MDXCVIII intagliati da Guido Reni”, pubblicati per la prima volta a Bologna nel 1598; inoltre studi di mani e di teste, pieno di fascino quello della “testa di giovane donna”, carboncino e pietra rossa, che ricorda da vicino il viso femminile del frammento di “Bacco e Arianna” conservato a Bologna.
Per chi vorrà, s’annunciano piene d’interesse le giornate del 25 e 26 novembre prossimi quando l’Accademia delle Scienze di Torino, in stretta collaborazione con i Musei Reali, organizzerà il convegno scientifico dal titolo “Guido Reni (1575 – 1642). L’arte di un grande maestro: esplorazioni critiche e restauri”: un appuntamento che guarderà alle recenti ricerche reniane, dalle novità che sono emerse durante la mostra al Prado (2023) alle opere di restauro, non ultima quella eseguita all’interno del Casino dell’Aurora a Roma. Parteciperanno, tra gli altri, David Garcìa Cueto del Museo Nacional del Prado, Raffaella Morselli della Sapienza Università di Roma e Giulia Iseppi dell’Università di Bologna.
Elio Rabbione
Nelle immagini, opere di Guido Reni: “Assunzione della Vergine”, 1605 – 1606, olio su tela, Abbadia Alpina (Pinerolo, Torino), Chiesa Parrocchiale di San Verano; “San Giovanni Battista”, circa 1635, olio su tela, Torino, Musei Reali – Galleria Sabauda; le due tele rappresentanti “Apollo scortica Marsia”, dal Musée des Augustins di Tolosa e dalla Sabauda; “Lotta tra Amorini e Baccarini”, circa 1613 – 1615, olio su tela, Torino, Musei Reali- Galleria Sabauda.
Pubblichiamo la replica del matematico Piergiorgio Odifreddi all’articolo di Pier Franco Quaglieni (link a fondo pagina) uscito tempo fa sul “Torinese”
Commento interessante, soprattutto per la sua prosopopea. A parte la faccenda del geometra e del liceale, che rivela l’ottusità che si acquisisce appunto frequentando il secondo tipo di scuola, che ad altro non insegna che a sentirsi superiori, senza nessun particolare motivo o merito, a chiunque non abbia fatto studi inutili, mi permetto di correggere gli errori fattuali del suo commento:
1) io non ho mai cercato di incontrare papa Francesco, perché non poteva interessarmi di meno. Non avrei saputo di cosa parlare con lui, non avendo letto nessun suo libro: meno che mai, i volumetti acchiappalettori scritti da ghost writers (non so come si dicesse in greco o in latino, ma noi moderni ormai parliamo altre lingue).
2) ho invece incontrato varie volte Benedetto XVI, e abbiamo scritto due libri insieme. Evidentemente lui non aveva la sua ottusità, e si preoccupava di cosa uno poteva dire, invece che di quale diploma avesse.
Naturalmente, al liceo si sono ben guardati dall’insegnarle che molti dei nostri premi nobel della letteratura NON avevano fatto la sua scuola: Grazia Deledda aveva la quarta elementare, Quasimodo era un geometra (già…), Montale un ragioniere, e dario fo aveva fatto il liceo artistico. Evidentemente, nemmeno il comitato di stoccolma aveva la sua ottusità.
mi vien da pensare che la sua ottusità forse ce l’abbia solo lei, e sia un tipico riflesso condizionato del frustrato che può esibire, come unico titolo di “merito”, il diploma del liceo. Magra consolazione…
Ps. io non faccio male a una mosca: sono persino vegetariano, pensi un po’, e non per motivi dietetici. Dunque, non azzannerei nessuno: neppure lei, che pure se lo meriterebbe. Ma una pernacchia gliela farei. Anzi, gliel’ho già fatta… e ora siamo pari. Stia allegro, e dica meno sciocchezze in futuro, almeno su di me.
Piergiorgio Odifreddi
***
Il prof. Odifreddi che stimo e apprezzo come uomo di scienza , ma non come politico e commentatore, ama fare del sarcasmo su di me. Io sono tollerante, anzi, nel caso specifico, mi sento cristiano nel senso del perdono. Condivido con lui la considerazione e la stima per Benedetto XVI cui fu impedito di tenere una lezione alla “Sapienza” da tanti amici e colleghi di Odifreddi. Benedetto XVI scrisse anche libri con Marcello Pera. E qui mi fermo perché non amo scambiare pernacchie.
Pier Franco Quaglieni
Mousse di tomini e ricotta alla menta
Preparare un trito di aglio e menta molto fine. Amalgamare i formaggi con il trito e aggiungere sale e pepe….
Leggi la ricetta su piemonteitalia.eu:
https://www.piemonteitalia.eu/it/enogastronomia/ricette/mousse-di-tomini-e-ricotta-alla-menta
Emergono nuovi e inquietanti aspetti sullo scandalo “Sanitopoli” all’ASL To4: alcuni pazienti sarebbero stati sedati e lasciati senza farmaci per intere notti nel reparto lungodegenti dell’ospedale di Settimo Torinese. Durante le ispezioni della Guardia di Finanza, altri anziani sarebbero stati trovati in condizioni disumane, fradici e sporchi, nella struttura dove un’azienda privata — oggi al centro della bufera — gestiva i servizi infermieristici.
È un altro aspetto dell’inchiesta sulla sanità del Canavese e di parte del Torinese che punta sugli appalti e sui concorsi che sarebbero stati truccati dell’ASL To4. Secondo gli inquirenti, la società coinvolta sarebbe stata favorita per 16 milioni di euro. In cambio, alcuni dirigenti pubblici avrebbero ottenuto vantaggi personali, ricevendo in anticipo informazioni riservate su bandi e prezzi di gara e garantendo assunzioni a persone legate agli amministratori infedeli.
Si ricorda che eventuali variazioni del semaforo antismog, con le relative misure di limitazione del traffico, vengono comunicate il lunedì, mercoledì e venerdì, giorni di controllo sui dati previsionali di PM10, ed entrano in vigore il giorno successivo.
L’elenco completo delle misure, delle esenzioni e dei percorsi stradali esclusi dai blocchi sono disponibili alla pagina www.comune.torino.it/emergenzaambientale .
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Nell’anniversario dei 70 anni dello Stabile torinese
Era l’inizio di novembre 1955 quando Anna Maria Rimoaldi – che sarebbe divenuta anni dopo la preziosa collaboratrice di Maria Bellonci nella guida del Premio Strega e presidente lei stessa alla scomparsa della scrittrice – metteva in scena De Musset e Goldoni per il Piccolo Teatro della Città di Torino, sotto la direzione per un paio di stagioni di Nico Pepe. Due anni dopo cambio d’etichetta e nuova denominazione in Teatro Stabile di Torino, Gianfranco De Bosio a guidarlo per dieci anni. Tanto e tanti si sarebbero avvicendati, sino a questo nostro anno che meritatamente celebra un anniversario e tante direzioni e tanti capolavori che restano nella memoria di chi lo ha seguito. La compagine Bianchi/Fonsatti/Binasco spegne felicemente il copioso gruppo di candeline con una delle tappe cardine del teatro dei tempi e del mondo, quell’”Amleto” shakespeariano che “solo” nel maggio del ’19 il buon Binasco aveva inscenato alle Fonderie Limone, Mario Pirrello racchiuso in un paio di piccoli ruoli e oggi, in quel dramma variegato di felicissima commedia che Leonardo Lidi ha approntato per il palcoscenico del Carignano, capace d’esplodere in una padronanza e in una variegatura di intenti e di risultati per chi scrive queste note davvero da applauso incondizionato.
Giudizio che abbraccia strettamente da vicino quello per Lidi (ricordiamolo, regista residente del TST e per il trienno 2024-2027 affidatario della direzione della Scuola per Attori, di recente insignito del Premio Hystrio per la regia, “che approccia i classici con rispetto e un poco di sfacciataggine”, è scritto tra l’altro nella motivazione), passato sin qui tra Garcia Lorca e Molière, tra la “Medea” euripidea e la “Gatta” di Williams, attraverso la trilogia cecoviana che, per molti tratti, meno ci aveva convinto. Qui diverte e s’è divertito a mettere la sordina al dramma e – siccome, dice lui, l’unico teatro che conosce è “quello che non si accontenta di ripetere il passato come una reliquia”: per cui anche l’inizio del monologo più famoso al mondo verrà slungato e storpiato – ecco che si butta sulle note del divertimento, persino scendendo giù per i gradini del più becero avanspettacolo (con una serie sonora di piccoli peti, come avrebbe potuto fare un tempo l’ultimo dei guitti, per prendersi l’ennesima risata), pur non tralasciando una velatura di tristezza, a cominciare da un Amleto con la parrucca e l’atteggiamento da Pierrot triste, con la sua pancia posticcia e spropositata e una voce tra cantilena e dolore portato appresso, pur non tralasciando la fine di un regno e di una recita, dove la scena immacolata inventata da Nicolas Bovey (bianchi anche i costumi di Aurora Diamanti, unico in rosso il Claudio del sempre eccellente Nicola Pannelli), quella scalinata e quel sipario disceso, il trucco sul viso degli attori all’inizio lucente e biancastro, ogni cosa s’è disfatta. Amleto che dice “farò il pazzo” mentre qualcuno gli risponde “c’è del metodo in questa pazzia”. Come c’è del metodo, quantomai irriverente, all’insegna decisamente convincente (abbiamo scoperto l’altra sera quanto si possa andare oltre senza perdere l’assennatezza dei “pedibus plumbeis” di scolastica memoria!) del “to play” e del “jouer”, quando nella scena della recita sono coinvolti due ignari rappresentanti del pubblico, meritevoli ogni sera di entrare in locandina, istruiti a rappresentare il re e la regina assassini e infingardi, con l’intera sala che tifa per loro.
Tutto costruito e svolto in una trappola che si chiama teatro – Lidi incrocia per un attimo anche la Christie e quell’attimo diventa una trappola per topi -, un teatro che si fa società civile, “un teatro che sia luogo di coscienza collettiva” (s’è unito nelle proprie note Diego Pleuteri, adattatore e traduttore), asservito a “smascherare la corruzione del re”, utile per poggiare sui visi le tante maschere nude: per cui bisogna “trattare bene gli attori, perché sono l’essenza di un’epoca”, e Lidi e Amleto hanno il terrore che ce ne dimentichiamo e lo fanno ripetere più volte alla platea, in un crescendo collettivo. La bellezza salverà il mondo e il teatro è tanta bellezza. Lidi fa completamente suo questo “capolavoro inesauribile” e lo rende in una veste nuovissima, convinto com’è di quel “castigat ridendo mores” che è il perno della rilettura. Guardate a Rosencrantz (Alfonso De Vreese) e Guildenstern (un ottimo Christian La Rosa, anche nel maneggio di pupazzi irruenti e giudicanti e macabri e “io faccio voci” del fu Robin Williams quasi fosse un abilissimo ventriloquo), che già si ritagliarono il ruolo di protagonisti in Stoppard e qui rotolati giù, in miseria visiva, agghindati a due baldraccone da quattro soldi in un travestimento e mossette che avrebbe avuto l’applauso di Totò e Peppino. Si sarebbe tentati di pensare a una “festa” se il termine non suonasse privo di rispetto alle radici del grande Bardo, ma certo nei veloci 120’, dentro cui sono rimasti in pieno sudore sette soli attori a ricoprire dieci personaggi a confronto dei trenta e più che affollano il dramma, circola un’aria circense e uno splendente caos che rimandano al Fellini più leggero e pensoso: e ditemi, tanto per cominciare, se “quella” Guildenstern non somiglia alla Saraghina di “8 e mezzo”.
C’è gran libertà di rinnovata scrittura nella vicenda di un uomo (un ragazzo? non più) che si è fatto buffone, Lidi a gran piacimento sposta nello spazio e nel tempo (“il tempo ha smarrito il suo spazio”, e il caos continua) i momenti e le parole che abbiamo nelle orecchie, ogni frase d’importanza scivola come fosse un giocattolo rotto, ne fa un gioco che non è solo accattivante per catturare l’applauso – interverranno persino i Camaleonti di musicale ricordo – ma che è tutto in sottrazione, quasi sminuendo importanza e tragicità. Un gioco a cui s’adatta con vive lodi la prova di Pirrello, che scava, appollaiato su quel trampolino che s’affaccia in platea, nei gesti e nelle parole e nel modo stanco e ribelle allo stesso tempo di porgerle, con una fatica che ricade per la maggior parte sulle sue spalle e che lui porta con provatissima maestria. Una bella, corposa, scommessa vinta appieno. Compagni di viaggio ancora Rosario Lima come Polonio e Ilaria Falini come Gertrude, forse lasciata nella prima parte più in disordine; mi è soprattutto piaciuta Giuliana Vigogna, eccellente Ofelia, lontana dal romanticismo di un Rossetti preraffaellita ma estremamente vittima viva e palpitante, umanamente convincente, che tenta d’abbracciare gli ultimi istanti in quel nome dell’amato scritto nell’aria più e più volte. Anche per lei gli applausi senza se e senza ma di una platea che ha visto festeggiare come si deve un anniversario importante. Si replica al Carignano sino al 26 ottobre. Da vedere.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Luigi Di Palma, alcuni momenti dello spettacolo diretto da Leonardo Lidi.