“Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla se non la loro intelligenza”.
Oggi, 22 aprile, si celebra la nascita di Rita Levi-Montalcini, una delle più grandi scienziate del Novecento e figura simbolo di rigore intellettuale, indipendenza e impegno civile. Nata a Torino nel 1909, ha attraversato un secolo di storia mantenendo sempre una straordinaria lucidità e una curiosità inesauribile. La sua vita è stata segnata da scelte controcorrente, a partire dalla decisione di intraprendere la carriera medica in un’epoca in cui alle donne erano spesso preclusi i percorsi scientifici. Durante gli anni delle leggi razziali fasciste, fu costretta a lasciare l’università e a proseguire le sue ricerche in condizioni precarie, allestendo un laboratorio nella propria abitazione. Dopo la guerra si trasferì negli Stati Uniti, dove sviluppò gli studi che l’avrebbero portata alla scoperta del fattore di crescita nervoso (NGF), una pietra miliare nelle neuroscienze, che le valse nel 1986 il Premio Nobel per la medicina. Accanto all’attività scientifica, Levi-Montalcini ha sempre mantenuto un forte impegno culturale e sociale, sostenendo l’istruzione, in particolare quella femminile, e promuovendo la diffusione del sapere come strumento di emancipazione. La sua formazione non si limitava alla scienza: la sua biblioteca comprendeva anche testi di politica, letteratura, poesia e femminismo, a testimonianza di una visione ampia e interdisciplinare del sapere. Nonostante la fama internazionale, non amava l’esposizione mediatica né la spettacolarizzazione del proprio ruolo. Ha sempre privilegiato la sostanza alla visibilità, mantenendo uno stile sobrio e una forte autonomia di pensiero. Dotata di una sottile ironia e di una grande disciplina, considerava anche le difficoltà come occasioni di crescita e trasformazione. La sua lunga vita, conclusasi a Roma il 30 dicembre 2012 all’età di 103 anni, è stata un esempio concreto della sua convinzione che il cervello umano possa continuare a svilupparsi e a creare per tutta l’esistenza. Nel ricordarla nel giorno del suo compleanno, emerge una figura che va oltre il profilo della scienziata: una donna capace di unire intelligenza, etica e libertà, lasciando un’eredità che continua a parlare al presente.
Maria La Barbera


La memoria storica è però rimasta molto viva. A Torre Pellice, il cuore della terra valdese, si trova il Museo Valdese che racconta queste vicende e ogni anno si tengono commemorazioni e iniziative culturali. La resistenza valdese ai Savoia è uno degli episodi più drammatici della storia delle Valli Valdesi. Dopo la morte di Vittorio Amedeo I di Savoia nel 1637 la situazione mutò rapidamente. Con la salita al trono di Carlo Emanuele II di Savoia sotto la reggenza della madre, Maria Cristina di Francia, i rapporti tra i valdesi del Piemonte e i Savoia peggiorarono drasticamente. Nel Ducato si decise di sradicare l’eresia dalle valli. Tutto cominciò il 24 aprile del 1655, vigilia di Pasqua, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia (1634-1675) ordinò ai valdesi di convertirsi alla chiesa cattolica o abbandonare il territorio e andare in esilio. Molti rifiutarono e scattò la reazione dell’esercito del Ducato di Savoia che avviò una lunga campagna militare nelle valli provocando la morte di 1712 persone secondo fonti valdesi, molte meno secondo fonti ducali. Il marchese di Pianezza, Carlo Emanuele di Simiana, decise di stanziare delle truppe a Torre Pellice ma i valdesi si ribellarono e per ritorsione i soldati del marchese misero a ferro e fuoco la Val Pellice uccidendo centinaia di civili e costringendo i valdesi a rinnegare la loro fede. Nonostante l’inferiorità militare i valdesi opposero una forte resistenza, disperata ma efficiente.
Conoscevano bene il territorio, le montagne e i rifugi, si organizzarono in piccoli gruppi armati e si diedero alla guerriglia. Con barricate improvvisate bloccarono i sentieri e con rapide azioni attaccarono le truppe sabaude per poi ritirarsi nei boschi. Molti altri, scampati alle stragi, si rifugiarono sulle alture della valle. L’evento suscitò sdegno e rabbia in tutta l’Europa e fu proprio un movimento diplomatico internazionale a fermare il massacro. Si mosse perfino Oliver Cromwell (1599-1658), il generale e politico inglese che nel Seicento cambiò temporaneamente la storia dell’Inghilterra e intervenne diplomaticamente a favore dei valdesi esercitando pressioni sul Ducato di Savoia. I sovrani europei sostennero fin da subito la causa valdese e la Francia accolse parte dei fuggiaschi. Sotto la pressione internazionale i Savoia furono costretti a concedere ai valdesi una temporanea tregua e alcuni diritti anche se le persecuzioni ufficiali contro i valdesi termineranno solo con lo Statuto Albertino del 1848 che concederà alla minoranza cristiana diritti civili e politici.