ilTorinese

Assegnato il premio “Donne Exempla”

 All’Istituto Alfieri di Carrù, riconosciuto come luogo sicuro per giovani donne italiane e straniere

In occasione della Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, è in programma l’evento di premiazione del progetto di Solidarietà della Cultura “Donne Exempla”, che si terrà a Torino il 25 novembre, alle ore 18.
L’iniziativa, ospitata a Torino dalla Fondazione Educatorio della Provvidenza ETS di corso Trento 13, nasce per sostenere le donne che combattono per il diritto all’istruzione e per una cittadinanza basata sull’uguaglianza di genere.
Quest’anno la giuria, composta da Maria Luisa Reviglio della Veneria, presidente dell’Associazione Amici dell’Educatorio della Provvidenza, Paola Casacci, direttrice della Fondazione Educatorio della Provvidenza, Silvia Bergoglio, rappresentante dell’Associazione Uni.vo.ca., Caterina Agus, rappresentante della Fidapa sezione Torino Val Susa, e Lilia Marchetto, rappresentante dell’Associazione Amici della Sacra di San Michele, ha deciso all’unanimità di conferire il premio all’Istituto Alfieri Carrù di Torino, riconoscendolo come “luogo sicuro” che da decenni offre rifugio, formazione e avviamento al lavoro a giovani donne italiane e straniere.

Il programma di questa edizione si estende oltre la premiazione, promuovendo momenti di divulgazione culturale. Tra questi, segnaliamo il Concerto “Donne Exempla” in collaborazione con il Conservatorio Statale Giuseppe Verdi di Torino, previsto per il 28 novembre prossimo, alle ore 20.30, presso l’Auditorium Orpheus di corso Trento 13.
Il progetto “Donne Exempla” nasce dal desiderio di dare voce e volto a quelle donne che, con la loro vita e le loro scelte, hanno difeso e promosso il valore della cultura come strumento di libertà.

Partendo da alcune figure emblematiche, la raccolta si amplia di anno in anno, creando una galleria virtuale di storie femminili che diventano esempio, ispirazione e memoria. Ogni ritratto racconta una donna che ha lottato per l’accesso alla conoscenza, che ha creduto nel potere dell’istruzione come mezzo di emancipazione, che ha superato ostacoli sociali, economici o culturali per affermare il proprio diritto a studiare, insegnare, creare.
“Donne Exempla” è un archivio vivo e in continua crescita: non solo una collezione di biografie, ma un mosaico di esperienze che testimoniano come la cultura possa trasformare la vita e aprire possibilità. È uno spazio di riconoscimento e gratitudine verso chi, con coraggio e determinazione, ha reso più accessibile il sapere alle generazioni future.

Mara Martellotta

Parte la Fiat Torino City Marathon, le modifiche viabili

 

Oggi, domenica 23 novembre 2025 si terrà la manifestazione podistica Torino City Marathon sulla distanza di 42,195 km. Insieme alla corsa principale si svolgeranno anche la Torino City Half Marathon, su un percorso di 21,097 km, e la Torino City Run, non competitiva di circa 5 km.

Il percorso della Maratona si snoderà inizialmente nel territorio della città di Torino, interessando in seguito i comuni di Beinasco, Nichelino e Moncalieri, per poi rientrare in città con arrivo di fronte a Palazzo Reale.

La partenza, fissata per le ore 8.30, sarà in piazza Castello. La viabilità inizierà a subire variazioni dalle ore 07.30 e le strade attraversate nella prima parte del percorso saranno chiuse a partire dalle ore 7.50. La parte finale di percorso, con il rientro in città, sarà chiusa dalle ore 09.40. Le riaperture al traffico saranno graduali e avverranno man mano che l’ultimo concorrente sarà transitato. Il tempo limite della gara è di 5 ore e mezza. L’area interessata sarà soggetta a modifiche viabili.

Il percorso di gara, lungo il quale sarà interdetta la circolazione veicolare, sarà il seguente:

PERCORSO, prima parte (chiusura al traffico dalle 7.50)

piazza Castello – via Micca – via Cernaia – corso Vinzaglio (carreggiata centrale) – corso Duca degli Abruzzi (carreggiata centrale) – largo Orbassano – corso IV Novembre (carreggiata centrale) – corso Agnelli (carreggiata centrale) – corso Agnelli dopo Cosenza (carreggiata centrale ovest) – corso Tazzoli (carreggiata centrale sud) – corso Tazzoli (inversione all’intersezione con corso Siracusa) – corso Tazzoli (carreggiata laterale sud) – corso Agnelli (carreggiata centrale ovest) – piazzale Caio Mario nord – corso Settembrini (carreggiata nord) – corso Settembrini (bretella di inversione fronte corso Orbassano) – corso Settembrini (carreggiata sud) – piazzale Caio Mario sud – corso Unione Sovietica (carreggiata centrale) – rotonda Carello – strada del Drosso (carreggiata sud) – strada del Drosso (carreggiata parzializzata dopo Anselmetti) – confine con territorio comune di Beinasco.

Per questa parte del percorso si prevede la riapertura progressiva delle strade interessate tra le ore 9.30 e le ore 10.45 e comunque a cessate esigenze.

La gara proseguirà quindi fuori dal territorio cittadino interessando Beinasco, Borgaretto, Stupinigi, Nichelino e Moncalieri. Il rientro nel comune di Torino è previsto in corrispondenza del km 34 in corso Moncalieri (strada ai Cunioli Alti).

PERCORSO, parte finale con rientro in città (chiusura al traffico dalle 9.40)

Corso Moncalieri (lato fiume Po e carreggiata parzializzata) – piazza Zara (asse centrale lato sud e careggiata parzializzata) – corso Monterotondo (lato sud e carreggiata parzializzata) – piazza Muzio Scevola (lato sud) – ponte Balbis (da bretella sud carreggiata parzializzata) – corso Dogliotti (carreggiata est di superficie) – sottopasso Lanza – Massimo D’Azeglio (carreggiata centrale est) – piazzale Rita Levi Montalcini  – pista battuta parallela a sede tramviaria di corso Massimo d’Azeglio – rotatoria Nikola Tesla – viale Mattioli – viale Virgilio – corso Cairoli (carreggiata centrale) – lungo Po Diaz – piazza Vittorio Veneto (asse centrale lato sud) – via Po – piazza Castello (corsia centrale riservata GTT) – piazza Castello area fontane – piazzetta Reale.

Per questa parte di percorso di gara si prevedono riaperture graduali, tra le ore 13.30 e le ore 14 e comunque a cessate esigenze.

Mezza Maratona
La Torino City Half Marathon partirà dal comune di Nichelino alle ore 10.15 e farà ingresso nel comune di Torino al km 15 del suo tracciato, su corso Moncalieri (altezza civico 258) e fino all’arrivo il percorso sarà in comune con quello della Maratona.

Camminata non competitiva
La Torino City Run partirà dopo la Maratona. Il percorso, soggetto a divieto di transito, si svilupperà su piazza Castello, via Micca (lato sud), via Cernaia (lato sud), corso Vinzaglio (carreggiata laterale ovest), via Ruffini, via Guicciardini, via Cernaia (lato nord), via Pietro Micca (lato nord), piazza Castello (carreggiata nord, primo tratto), piazza Castello (carreggiata sud, da via Roma), viale Primo Maggio (semicarreggiata nel senso di marcia), viale Partigiani, corso San Maurizio (carreggiata laterale lato Giardini Reali), rondò Rivella (semi rotatoria sud), viale Primo Maggio basso, viale Primo Maggio alto (semicarreggiata), con arrivo in piazza Castello. Le parti di percorso non in comune con le altre due manifestazioni podistiche saranno chiuse tra le ore 08.00 e le ore 10.15.

Ponti
Dalle ore 9.45 alle ore 14.00 circa è prevista la chiusura totale del ponte Umberto I in entrambe le direzioni, la chiusura del ponte Balbis in direzione collina, la chiusura parziale del Ponte Vittorio Emanuele I (Gran Madre) che sarà transitabile solo in direzione collina per chi proviene da lungo Po Cadorna, e del Ponte Isabella in direzione corso Massimo D’Azeglio. Saranno completamente aperti i ponti Sassi e Regina Margherita.
Per chi proviene dalla collina, in direzione centro città, è consigliato l’utilizzo del ponte Regina Margherita; in direzione Moncalieri è consigliabile l’utilizzo di un itinerario collinare.

Divieto di transito
Sarà in vigore il divieto di transito su tutto il percorso di gara da 30 minuti prima del passaggio della testa della corsa e sino a cessate esigenze.

Strade chiuse
Tra i principali viari impegnati, o diretti verso i percorsi delle manifestazioni podistiche, in particolare saranno chiusi: via Pietro Micca, via Cernaia, corso Moncalieri in direzione sud (da piazza Zara verso Moncalieri), corso Unione Sovietica in direzione sud (da piazzale Caio Mario a ingresso tangenziale), strada del Drosso in direzione est (da via Anselmetti a corso Unione Sovietica), corso Unità d’Italia (dal sottopasso Lingotto in direzione corso Bramante, con obbligo di imbocco del sottopasso Lingotto), corso Dogliotti in direzione centro città. Il sottopasso Lanza sarà chiuso in entrambe le direzioni.

Su corso Massimo D’Azeglio la corsa interesserà il tratto compreso tra corso Dante e corso Raffello, dove i podisti faranno ingresso in piazzale Montalcini. Il tratto tra corso Raffaello e corso Vittorio sarà invece percorribile.

Si prevede traffico intenso soprattutto nelle zone di corso Dogliotti, corso Bramante, corso Massimo D’Azeglio corso Dante, Ponte Isabella, corso Vittorio Emanuele II. Tutte le strade dei percorsi indicati saranno comunque soggette a divieto di transito nelle parti occupate dalle manifestazioni podistiche.

Carreggiate laterali e parzializzazioni
Gran parte delle carreggiate laterali delle strade interessate dal percorso di gara resteranno aperte e saranno percorribili dai veicoli senza possibilità di svoltare intersecando il percorso di gara.
Alcuni assi viabili saranno parzializzati
 e percorribili in un solo senso di marcia. Tra gli altri: strada del Drosso (tratto Anselmetti – confine comunale) percorribile in direzione Ovest, verso il comune di Beinasco; corso Moncalieri (tratto bivio al Castello Moncalieri e piazza Zara) traffico aperto direzione nord.

Divieto di sosta con rimozione forzata dei veicoli

Domenica 23 novembre 2025 saranno istituiti divieti di sosta con rimozione forzata dei veicoli nelle seguenti aree: piazza Castello (sede veicolare) dalle ore 04.30 fino a cessate esigenze; viale Virgilio, tratto civico 17 a corso Vittorio Emanuele II, ambo i lati dalle 04.30 alle 14.00; viale Primo Maggio, ambo i lati, dalle 04.30 alle 10.30; viale Partigiani, ambo i lati, dalle 04.30 alle 10.30; corso San Maurizio, carreggiata laterale sud, ambo i lati tratto Rondò Rivella – Partigiani, dalle 05.00 alle 10.30; piazzale Montalcini dalle 04.30 alle 14.00; su piazzale Latteria Svizzera (viale Virgilio 17) dalle 04.30 alle 14.00 e comunque sino a cessate esigenze.

Aree taxi

Sospensione aree taxi di piazza Vittorio Veneto, di piazza Castello civico 127 (lato ovest) e civico 3 (lato sud-est) e di corso Vittorio Emanuele II angolo via Virgilio (monumento all’Arma di Artiglieria) dalle 08.00 alle 14.15.

Parcheggi sotterranei

L’uscita Viotti del parcheggio sotterraneo di via Roma – piazza San Carlo sarà chiusa dalle ore 04.30 alle ore 10.15.

Mezzi pubblici

Anche i percorsi dei mezzi di trasporto pubblico che transitano nell’area interessata dalla manifestazione subiranno momentanee deviazioni / limitazioni e/o sospensioni.
I dettagli sulle linee deviate sul sito GTT – Gruppo Torinese Trasporti: https://www.gtt.to.it/cms/avvisi-e-informazioni-di-servizio/torino-e-cintura/12345-fiat-torino-city-marathon-fiat-torino-city-half-marathon-e-fiat-torino-city-run-variazioni-linee-domenica-23-novembre

Modifiche della viabilità non previste
Qualora le condizioni di traffico e di svolgimento in sicurezza della manifestazione sportiva lo richiedessero, la Polizia Locale potrebbe effettuare anche modifiche della viabilità non previste.

Bevande alcoliche e alimenti

Domenica 23 novembre in occasione della manifestazione podistica “Fiat Torino City Marathon” sarà in vigore in piazza Castello, piazzetta Reale, via Pietro Micca il divieto di vendita per asporto, cessione, consumo e detenzione di alimenti e bevande in contenitori in vetro e/o in metallo idonei all’offesa della persona, dalle ore 06 e fino a cessate esigenze.

Informazioni
Per informazioni sul traffico in tempo reale è possibile consultare il sito web Muoversi a Torino www.muoversiatorino.it .

TorinoClick

TFF, Chiarelli: “Piemonte polo del Cinema”

Il Torino Film Festival si conferma l’evento di punta della stagione culturale piemontese e, con l’apertura ufficiale, la Regione rilancia una visione ancora più ambiziosa: trasformare il Piemonte in uno dei principali poli cinematografici d’Europa.

Un obiettivo che prende forma attraverso investimenti mirati, un sistema produttivo in crescita e una programmazione capace di attrarre talenti e produzioni internazionali.

«Il Torino Film Festival è l’evento cinematografico clou della nostra stagione culturale, un appuntamento che porta a Torino il respiro internazionale del grande cinema. Ma oggi voglio dirlo con chiarezza: il Piemonte non deve porsi limiti. Possiamo e dobbiamo ambire a diventare uno dei poli cinematografici più importanti d’Europa», dichiara l’assessore regionale alla Cultura Marina Chiarelli.

L’assessore Marina Chiarelli

L’assessore sottolinea come il TFF rappresenti un laboratorio privilegiato per testare la capacità del territorio di competere ai massimi livelli: «Il Festival cresce, attira talenti da tutto il mondo e dimostra che il Piemonte può giocare nella serie A della cultura. Per questo continuiamo a investire con decisione nell’audiovisivo: non è solo sostegno, è una strategia. Vogliamo che il Piemonte sia scelto non solo per la qualità dei suoi servizi e delle sue professioni, ma anche per la forza della sua visione».

La Regione ribadisce dunque la volontà di costruire una filiera sempre più solida, innovativa e attrattiva per produzioni italiane e internazionali, potenziando strumenti, infrastrutture e professionalità.

«Il messaggio è semplice: il Piemonte non si accontenta. Alziamo l’asticella, ampliamo la nostra presenza internazionale e costruiamo nuove opportunità per chi crea, produce e immagina il cinema del futuro. Il nostro territorio ha tutto per arrivare lontano. E il Torino Film Festival è la prova che questa ambizione è già realtà», conclude Chiarelli.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: A riguardo dei Consiglieri – Firpo repubblichino? – Il teorico dello studio di gruppo – Auricolare all’esame – Lettere

A riguardo dei Consiglieri
Io non mi sono molto stupito del discorso in libertà del Consigliere del Quirinale oggetto di tante polemiche. Parecchi anni fa, quando era presidente Giorgio Napolitano con cui ebbi rapporti cordiali, mi imbattei in un suo consigliere addetto alle visite del Quirinale. Questo signore non ebbe dubbi a dire a me, persona quasi a lui  estranea, che il governo Berlusconi era intollerabile (uso un aggettivo diverso perché si rivolse a me con un termine napoletano ancora più pesante). Mi stupii, ma non più di tanto.
Conobbi anche un consigliere che partecipava senza problemi a manifestazioni monarchiche con discorsi che travalicavano il protocollo. Alcuni la definirebbero libertà di pensiero, altri la definirebbero come una inopportunità  o  addirittura un atteggiamento incompatibile con il ruolo ricoperto. Tendo  più a condannare il consigliere che parlava non a cena, ma ai raduni monarchici, non nascondendo la veste istituzionale allora ricoperta.
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Firpo repubblichino?
Luigi Firpo, il grande studioso di Campanella, è stato umanamente demolito dai due figli  in un libro  pubblicato da  Aragno, oggi introvabile. I gemelli Firpo ipotizzano senza prove che il loro padre, imboscato a Moncalieri durante la seconda guerra mondiale, malgrado il suo conclamato fascismo che giunse all’antisemitismo come Giorgio Bocca, tra il ‘43 e il  ‘45, si fosse, almeno per un certo periodo, arruolato nella Rsi.
Adesso leggo in una celebrazione del professore che omette anche gli scritti fascisti e lo considera un “allievo ideale” di Luigi Einaudi, che nel 1944 ebbe una corrispondenza con un collega per la pubblicazione della futura rivista sul pensiero politico. Così cadrebbe la tesi secondo cui Firpo fosse riparato in clandestinità non certo per fare il partigiano, ma vivere tranquillo la sua vita. Resta in piedi l’ipotesi della Rsi, ma finora le prove non sono arrivate.
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Il teorico dello studio di gruppo
Francesco de Bartolomeis, pedagogista celebratissimo è considerato un venerato maestro morto a 105 anni. Si era laureato a Firenze nel 1930 con Ernesto Codignola, allora seguace di Gentile, salvo poi redimersi attraverso il marxismo dopo l’omicidio del maestro. De Bartolomeis approfittò invece dell’aiuto di Benedetto Croce per pubblicare il primo libro e godette anche dell’appoggio di Adriano Olivetti che spesso incappò in collaboratori inaffidabili. Il professore diventato torinese ebbe il suo momento di celebrità con l’invenzione a scuola del lavoro di gruppo.
Sull’onda di questa idea rinacque  a nuova vita il Movimento di cooperazione educativa, composto da ideologici astratti e anche un po’ fanatici. Nacque così l’antipedagogia che ebbe un rapporto fecondo con la contestazione studentesca e il PCI. Lo studio è un fatto individuale, quasi mai di gruppo. Il confronto con altri è utile dopo aver studiato seriamente e aver seguito attentamente le lezioni. Pensare che dei ragazzi possano mettersi a studiare in gruppo è nella migliore delle ipotesi una utopia. Il gruppo determina quasi immediata divagazione. E’ questa l’esperienza dei docenti che furono costretti a rinunciare alla lezione frontale per assecondare le balzane idee dell’antipedagogia che provocò danni devastanti alla scuola. Oggi l’ anti – pedagogista è dimenticato , ma non escluderei che qualche orfano delle sue idee viva ancora sotto le ceneri del disastro della scuola italiana .
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Auricolare all’esame
Uno studente iraniano del Politecnico  di Torino è  stato sanzionato perché si è servito di un auricolare nascosto per affrontare l’esame, ricevendo suggerimenti. Il TAR ha annullato le sanzioni per insufficienza di motivazioni. Lo studente colto sul fatto che aveva riconosciuto la grave scorrettezza commessa, viene salvato dal TAR.
Sembra una cosa priva di senso, ma sicuramente il Tar avrà agito nel senso migliore, specie nei confronti dello studente. L’effetto sugli altri studenti è facilmente immaginabile.  Viene inoltre intaccato il prestigio del Politecnico che non può tollerare studenti di quel tipo.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La fine del partito di Cavour
Ho letto il Suo articolo sul prelievo forzoso fatto agli Italiani nel 1992 dal presidente, assai poco Amato. Ho appreso con sorpresa che i liberali al governo, in primis il ministro Costa, non ebbero nulla da obiettare su un  vero e proprio attentato al risparmio e al diritto  perché fatto con decreto retroattivo. Lo stesso  partito liberale di Altissimo tacque. In passato votai Costa, se avessi saputo non lo avrei mai  fatto.    Giulia Desole
Il PLI incominciò a morire prima ancora che per Tangentopoli per quel decreto illiberale che mise le mani nelle tasche degli italiani. Una vergogna per i liberali e anche per i repubblicani che sembravano aver imboccato una via liberale, anche se  il figlio di La Malfa aveva tenuto a sottolineare la differenza tra liberali e repubblicani. Il tradimento degli elettori liberali ebbe effetti devastanti su un partito già ridotto ai minimi termini . Una fine ingloriosa del partito che fu di Cavour, di Giolitti, di Soleri, di Croce, di Einaudi e di Pannunzio.
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Giunte rosse
Ho letto che in Comune si terrà un convegno sulle giunte rosse nate nel 1975 con Novelli. Non è un convegno storico, ma meramente celebrativo dei pochi reduci, neppure i più qualificati, delle giunte di sinistra. Mi appare scandaloso che i vicesindaci socialisti Scicolone e Biffi Gentile non compaiano tra i relatori. Dopo 50 anni si fa la storia e non si celebrano i vari Marzano.
Tina Delmastro
Se avessi tempo andrei a sentire il convegno degli ex consiglieri che può contare solo sui reduci del 1975. Concordo con Lei che un po’ più di storicizzazione ci vorrebbe. Perché non invitare a parlare i consiglieri di opposizione ancora viventi? Forse l’allora  liberale Bastianini oggi esalterebbe Novelli e la sua giunta.
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I cortigiani
L’ultimo numero del giornale “Il tricolore” riporta un articolo curioso per un giornale monarchico dedicato ai cortigiani con apprezzamenti molto duri, penso in seguito al ciclone Emanuele Filiberto che specie su Facebook ha fatto lanciare una campagna legittimista molto aspra estranea allo stile che fu di Umberto II. Secondo detta campagna la monarchia fu il capro espiatorio della storia e non ebbe responsabilità nell’avvento del fascismo, nelle leggi razziali, nella guerra perduta. Una visione antistorica che non ha fondamento . Tale scelta dipenderebbe dai nuovi cortigiani scelti dal Principe. Io, di sentimenti monarchici liberali e democratici anche per ragioni di famiglia, sono rimasto esterrefatto.  Giuseppe Vittorio Giacchino
Non saprei dirle qualcosa di documentato  su questi temi di cui non mi sono occupato e da cui mi tengo lontano . Il principe che rivendica il trono, ha fatto delle scelte che sembrano trovare consensi nel mondo legittimista italiano almeno sui social dove tutto viene estremizzato e semplificato. Vedremo cosa succederà in futuro.

La Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura presenta il progetto CHANGES 

 

  • Quattro appuntamenti tra novembre e dicembre dedicati a sperimentazione, capitale umano e nuove tecnologie per la valorizzazione dei beni culturali. 
  • Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura realizza le attività di CHANGES, partenariato diffuso sul territorio nazionale, costituito da undici Università, quattro Enti di Ricerca, tre Scuole di studi avanzati, sei Imprese, un Centro di Eccellenza. Il progetto è sostenuto dal programma NextGenerationEU, con un budget nazionale di oltre 120 milioni di euro destinato a rafforzare competenze e opportunità per il territorio, di cui 800.000 euro dedicati alle iniziative curate dalla Fondazione 1563.

 

Torino, 21 novembre 2025 – La Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura avvia le presentazioni dei progetti elaborati nell’ambito del progetto CHANGES (Cultural Heritage Active Innovation for Next-Gen Sustainable Society), iniziativa volta a connettere ricerca, tecnologia e cultura per sperimentare metodologie innovative di conoscenza e tutela attiva del patrimonio, promuovendo al tempo stesso la crescita del capitale umano e la cooperazione tra istituzioni, università e imprese. Attraverso le attività di CHANGES, la Fondazione 1563 sviluppa programmi di ricerca, divulgazione e produzione culturale, realizzati in collaborazione con una rete di partner scientifici e con il coinvolgimento di giovani studiosi italiani e internazionali. L’obiettivo è valorizzare il patrimonio come leva di sviluppo sostenibile e come risorsa condivisa di conoscenze e competenze tra generazioni e discipline.

 

Tra novembre e dicembre sono previsti quattro appuntamenti pubblici dedicati ai temi della conservazione programmata, della documentazione digitale e delle nuove forme di narrazione del patrimonio:

 

21 novembre, ore 10, Palazzo d’Azeglio – Seminario Fontane e Monumenti nello spazio pubblico della città di Torino. Una proposta per la conservazione programmata tra ricerca, strumenti e strategie operative, in collaborazione con la Fondazione Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, la Fondazione LINKS e Ithaca srl. L’incontro illustrerà il protocollo operativo per la conservazione programmata dei beni culturali outdoor, realizzato nell’ambito del progetto “Fontane e monumenti”, e la piattaforma digitale appositamente sviluppata per la gestione dei dati.

 

28 novembre, Cinema Romano – Proiezione del videoracconto multimediale “Attraversamenti. La Cavallerizza Reale”, prodotto dallo studio Karmachina, presentato in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del Torino Film Festival, quale caso studio di valorizzazione urbana e culturale.

 

4 dicembre, Teatro Gobetti – Convegno “Attraversamenti. La Cavallerizza Reale tra memoria e futuro”, dedicato a ricerche storiche e digitali sul sito e alle nuove pratiche di storytelling applicate al patrimonio.

 

11 dicembre, Palazzo d’Azeglio – Giornata di studi “Natural Rights History. Una biblioteca digitale sulla storia dei diritti naturali”, con la presentazione della piattaforma partecipativa dedicata a studiosi e docenti, ma anche alla cittadinanza.

 

“CHANGES è un’occasione straordinaria per unire innovazione scientifica e valorizzazione culturale” – afferma il Segretario Generale Laura Fornara – “e per sostenere una nuova generazione di ricercatori impegnati a ripensare il patrimonio come risorsa di crescita sociale e civile. Il contributo della Fondazione 1563 mira proprio a favorire questa visione condivisa, in cui conoscenza, tecnologia e creatività agiscono insieme per costruire futuro.”

 

Con questo ampio programma, condotto dal 2022 a oggi, la Fondazione 1563 conferma il proprio ruolo nella ricerca applicata e come luogo di incontro tra studi umanistici, innovazione e formazione.

 

La questione sociale e la lezione di Donat-Cattin e di Marini

LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

La questione sociale in Italia esiste di nuovo. Ad essere sinceri, non è mai scomparsa. I dati e i
numeri lo evidenziano e, purtroppo, anche le concrete condizioni di vita di ampi settori della
pubblica opinione lo confermano. Ma, al di là della burocratica presa d’atto di questa sempre
nuova emergenza, il nodo di fondo è come dare una risposta politica a questa situazione. E, su
questo versante, le risposte sono sostanzialmente sempre e solo tre.

Ci sono coloro che si limitano a fotografare la situazione. Denunciano, attaccano, si scontrano
con i presunti responsabili di questa emergenza – di norma sono sempre i soliti nemici politici – e
si limitano, appunto, a declinare un comportamento testimoniale e, al tempo stesso, dissacratorio.
Sono i cosiddetti opinionisti da salotto, i conduttori dei talk televisivi, i commentatori con contratti
da favola stipulati con i rispettivi editori. Insomma, i ricchi, quelli veri però, che difendono i poveri.
Verrebbe da dire, patetici e anche ridicoli.

La seconda categoria sono coloro – di norma i populisti, i massimalisti e gli estremisti – che
pensano di risolvere i problemi che sono innescati dalla questione sociale attraverso gli strumenti,
logori e diversamente clientelari, dell’assistenzialismo e del pauperismo. Lo abbiamo anche
sperimentato recentemente con i populisti dei 5 stelle quando erano al governo del paese. Bonus,
sussidi, regalie varie sintetizzati dall’ormai famoso e celebre “reddito di cittadinanza” che si può
estendere, sempre secondo il verbo populista e demagogico, anche nelle singole regioni. Ecco, si
tratta di un modello politico e culturale – o sub culturale – che non risolve affatto i problemi dei ceti
popolari e dei ceti meno abbienti ma, semplicemente, li tampona momentaneamente attraverso la
“politica delle mance”. Gratuite, senza controlli e deresponsabilizzante. Radicalmente
incompatibile con qualsiasi cultura dello sviluppo, della crescita e anche, e soprattutto, di una
vera e credibile politica delle redistribuzione della ricchezza e socialmente avanzata.

Infine, e resta questa la strategia più seria e più credibile per affrontare i problemi della questione
sociale, c’è il metodo scelto e praticato storicamente dalla sinistra sociale di ispirazione cristiana.
Cioè da uomini e donne della sinistra sociale della Dc, e da alcuni partiti succeduti alla Dc, che
legavano la questione sociale alla necessità di elaborare un progetto politico capace di aggredire
alla radice i problemi derivanti da quella piaga. Cioè far sì, per dirla con una felice espressione del
leader storico di questo filone di pensiero, e cioè Carlo Donat-Cattin, che “l’istanza sociale diventi
Stato”, da un lato, e che, dall’altro, “la politica sociale diventi un elemento costitutivo della politica
di sviluppo e di crescita per l’intero paese”. Ovvero, l’esatto contrario della ricetta populista e
massimalista legata esclusivamente alla stanca ed inerziale riproposizione della deriva
assistenziale e pauperista. Che non risolve affatto i problemi ma, molto semplicemente, li sposta
più in avanti a danno dell’erario pubblico e delle future generazioni.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, la ricetta della sinistra sociale della Dc di Carlo DonatCattin,

di Franco Marini, di Guido Bodrato, di Sandro Fontana, di Ermanno Gorrieri e di molti altri
uomini e donne di quella tradizione, continua ad essere un faro che illumina l’iniziativa politica di
chi vuole affrontare il dramma della questione sociale con le armi della politica e non solo con la
deriva populista, demagogica e qualunquista.

Newman, voleva essere un onesto attore, non gli occhi più belli di Hollywood

La retrospettiva dell’attore, al TFF, nel centenario della morte

Nell’estate del ’63, in piena Mostra di Venezia, in una stanza dell’Excelsior, o forse dell’Hotel des Bains, Paul Newman s’arrabbiò parecchio quando Oriana Fallaci lo intervistò, chiedendogli prima di ogni cosa: “Signor Newman, mi faccia un favore, si tolga quegli occhiali neri. Ma perché va conciato così? Si direbbe che si vergogna di sé, del suo perfettissimo viso. Coraggio, se li tolga, non c’è mica nulla di male, sa, a essere belli.” Occhiali e barba, un camuffamento perfetto ma da proteggere. “Quando mi dicono si tolga gli occhiali, voglio vedere i suoi occhi celesti – le rispose serio seriamente il divo -, mi arrabbio come una bestia.Proprio come quando mi dicono lei è così bravo e poi ha due occhi talmente celesti… Tennessee Williams ha scritto molto su questo, sull’agghiacciante influenza che la bellezza fisica ha sugli altri in America e la pagana adorazione che si fa della bellezza ha qualcosa di anticristiano, di orrendo, e perché no? di umiliante.” Certo, aveva ragione, non dovrebbero aver avuto peso il naso greco e gli occhi azzurri, no, ma il pubblico li sottolineava e lui lo ricadeva a ogni istanti nell’agghiacciante, nell’umiliante. Una cosa che lo riempiva d’angoscia.

E pensare che lui non credeva ai premi e ai riconoscimenti, voleva essere ricordato soltanto per un uomo che faceva con onestà il proprio lavoro. Nasceva cento anni fa – era di gennaio, in un sobborgo orientale di Cleveland, tra il freddo dell’Ohio -, e nel centenario il TFF gli dedica una retrospettiva di 24 titoli, che nessuno più o meno curioso o l’appassionato incallito dovrebbe lasciarsi sfuggire, pur nella vena bulimica del direttore Giulio Base e di tutti i suoi collaboratori che ha sovraccaricato le giornate, un sostanzioso elenco dentro cui si può ancor oggi constatare quanto il talento sia stato ben superiore alla sua bellezza. Un talento che l’Academy, nel 1986, quasi a risarcimento, volle testimoniare con l’Oscar alla carriera, salvo poi l’anno successivo pigiare il pedale con uno zio Oscar vero e proprio per “Il colore dei soldi” (a riprendere quell’Eddie Felson già conosciuto nello “Spaccone” del 1961). Ma Newman ci aveva già dato di meglio, sette candidature a cui ne sarebbero seguite altre due, per non contare sempre sino a quel momento le sette – con quello in carne e ossa nel 1957 come “miglior attore debuttante – del Golden Globe, e un Palmarès a Cannes per “La lunga estate calda” di Martin Ritt che adattava tre racconti di Faulkner, dove aveva incontrato la futura signora Newman, Joanne Woodward, che non avrebbe più lasciato. Un anno di arte drammatica alla Yale University e iscrizione all’Actors Studio di Strasberg, i primi approcci con i palcoscenici di Broadway (“Picnic”, ad esempio), “Il calice d’argento” del ’54 che sarebbe stato il suo biglietto per il cinema: mica lodi sperticate da parte della critica, se The New Yorker scrisse “recita la sua parte con il fervore emotivo di un autista di autobus che annuncia le fermate locali” e lui si comprò una pagina del quotidiano per chiedere scusa della sua interpretazione.

Ma due anni dopo avrebbe interpretato il pugile Rocky Marciano in “Lassù qualcuno mi ama” per la regia di Robert Wise e le cose sarebbero andate decisamente meglio. Sarebbe poi arrivata la passione per le macchine da corsa o quella per la politica (nel ’68 appoggiò la campagna di McCarthy), sarebbero arrivate, specie nel primo decennio d’attività, anche le commedie leggere leggere, quelle che aiutano parecchio i divi di tutto il mondo a pagare le bollette o il mensile alla servitù, quelle che il pubblico corre a vedere per un paio d’ore di facile divertimento, da “Missili in giardino” a “Il mio amore con Samantha” a “La signora e i suoi mariti” con una Shirley McLaine che pensa parecchio al proprio avvenire, in qualunque modo; sarebbero arrivate, disseminate in un paio di decenni, le sue cinque regie, ognuna più che apprezzabile – non comprese nella retrospettiva, ed è un peccato, da “La prima volta di Jennifer” a “Sfida senza paura”, da “Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda” (un eccellente ritratto femminile, Palmarès per la Woodward) a “Harry&Son” a “Lo zoo di vetro” (dal dramma di Williams, ancora a Cannes, 1987, ancora grande interpretazione di Woodward), ci sarebbe stato il grande spettacolo, da “Exodus” a “Indianapolis”, dal “Sipario strappato” di Hitchcock alla “Stangata” con l’amico Redford, dal catastrofico ”Inferno di cristallo” al tellurico “Ormai non c’è più scampo”.

In alcuni di questi titoli potrete andare a sincerarvi se per talento e bellezza sia stato diverso il peso specifico, altri, anche importanti, mancano all’appello (“Quintet” di Robert Altman, “Mr & Mrs Bridge” di James Ivory); della retrospettiva, che è un dovuto omaggio a uno degli ultimi divissimi della cinematografia americana, ancora non perdetevi “La gatta sul tetto che scotta”, che magari qualcuno sa a memoria ma è sempre una bella carrellata di duetti tra Newman e la Tayloro, soprattutto tra Newman e il vecchio e granitico Burl Ives, e “Furia selvaggia” di Penn, che con “Butch Cassidy and the Sundance Kid” di Roy Hill forma l’accoppiata filmica per eccellenza del duo di fuorilegge, “Lo spaccone” e “Hud” (qui il nostro deve vedersela con Patricia Neal, a cui andò l’Oscar, e la battaglia risultò dura), “L’uomo dei sette capestri” di Houston e “Nick mano fredda” di Rosenberg, “Il verdetto” (Lumet) e “Mister Hula Hoop” (Coen) ed “Era mio padre” (Mendes). Ne avrete l’unione perfetta tra l’uomo e l’interprete, un ritratto pressoché completo e dovutamente sfaccettato, intelligente e acuto, sempre alla ricerca della propria anima e di quella del protagonista che doveva essere sullo schermo, a volte insicuro e fuggitivo, forte sino alla fine (interruppe la chemioterapia per il cancro ai polmoni alla notizia che la sua vita sarebbe durata ancora poche settimane e passò gli ultimi istanti con la famiglia, nella sua casa nel Connecticut), mai d’accordo con la macchina cinema che finiva per divorare e fare vittime, lui che – è stato scritto – si sentì per anni un soprammobile di casa, un bell’ornamento, lui che dal padre di origini e di religione ebraica ebbe poche parole d’amicizia e d’affetto, lui che poche ne seppe dare a suo figlio Scott che un giorno, nel 1978, morì di overdose: Paul era a dirigere una pièce in un campus universitario, non smise le prove, entrò nella camera mortuaria soltanto tre giorni dopo.

Elio Rabbione

Nelle immagini, L’intervista di Oriana Fallaci a Paul Newman, e scene tratte da “Hud il selvaggio”, da “”La lunga ala della giovinezza”, da “La stangata”

Il successo di un’inaugurazione, “Eternity” è la bella riproposta del cinema di ieri

Ieri al via il 43mo Torino Film Festival

C’è voluto una manciata di anni perché la sceneggiatura di Pat Cunnane trovasse un posto sul tavolo di qualche produttore di Hollywood, perché l’irlandese David Freyne, con un paio di lungometraggi alle spalle, fosse accreditato in veste di regista, il cast fosse composto e finalmente “Eternity”, con cui si è ieri sera inaugurato il Torino Film Festival numero 43 e che dal 4 dicembre arriverà sugli schermi, venisse girato. Commedia romantica, 115’ di piacevolezze e divertimento venati da qualche pizzico di toni drammatici che non impensieriscono più di tanto, di quelle che si potrebbero ripensare legate agli anni Quaranta o Cinquanta, affidate alle coppie Powell/Mirna Loy o Hepburn/Spencer Tracy, di quelle per cui vedresti facile facile dietro la macchina da presa quel gran genio di Frank Capra, un carico di amori e languori, di affanni e di finali lieti, di script svolti sempre con garbo e gusto e girandole che certo non t’annoiano – anche se per qualche strada secondaria degli ultimi minuti è difficile mantenere chiarezza e ritmo, ma comunque uscendo più che convinti che “the end” arriva con tutte le carte in regola.

Tutto parrebbe naturale, solo che qui siamo nell’aldilà, in un mondo “altro” circondato da un cielo fatto di teli dalle nubi colorate, di quelli che già abbiamo visto anni fa in “Truman Show”, un mondo dove una giovane Joan, arrivata dopo aver lasciato in terra una donna anziana consunta dal cancro, ha la possibilità lunga una settimana di tempo per decidere con chi voglia trascorrere l’eternità: la scelta dovrà essere pensata tra Larry, che lì l’ha da poco preceduta essendosi strozzato con un assaggio di biscotti durante una riunione di famiglia che avrebbe preteso di essere felice, e il primo suo sposo Luke, bello e perfetto agli occhi di tutti, costretto tuttavia un giorno a partire per combattere in Corea e là morire. Con il risultato che da 67 anni l’eterno innamorato la sta aspettando tra l’arrivo di un treno e l’altro che trasportano defunti nelle praterie celesti, con un solerte CA o Consulente dell’Aldilà, tra una sala d’aspetto e un’altra di smistamento, tra una nuvola qua e l’altra là. C’è il tempo per ripercorrere il lungo tunnel dei ricordi, per gite in montagna o ombrelloni in riva al mare, pensieri d’un tempo e chiarimenti sulle doti di questo o di quello, finché il trio amoroso non s’ingarbuglia più del dovuto. Senza dimenticare che una soluzione va comunque presa. Non è certo il caso di raccontare i tanti sviluppi di cui la storia, felicemente surreale, si alimenta né definire con chi Joan deciderà di trascorrere “il resto dei suoi giorni”, se l’espressione non sapesse altresì di troppo terreno: sarà sufficiente dire degli ingranaggi perfetti stabiliti tra i tre interpreti, Elizabeth Olsen e i suoi pretendenti di egual misura, Miles Teller (Larry) e Callum Turner (Luke), cui s’aggiunge una vaporosissima e davvero brava  Da’Vine Joy Randolph, che già si conquistò l’Oscar quale miglior attrice non protagonista un paio d’anni fa con “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne. Un applauso in più va alle scenografie di Zazu Myers, eccezionali, qualcosa che sa di Ziegfield degli anni d’oro.

Lino Escalera, il regista di “Hamburgo”, produzione Spagna/Romania, primo dei sedici film in concorso, ha studiato cinema alla New York University, per poi perfezionarsi in regia e sceneggiatura alla Scuola di cinema cubana. È poi tornato nella sua Spagna, ha iniziato a ricevere premi con i suoi primi corto, è approdato con “No se decir adiòs” al lungometraggio e con quel titolo ha raggiunto i premi Goya: “Hamburgo” è il suo secondo lungometraggio, al centro la figura di Germàn, introverso e silenzioso, un povero rifugio dove abitare, in cerca di quattrini per sbarcare le sue giornate, autista che s’è messo a lavorare tra i bordelli della Costa del Sol, al soldo di Cacho, un vecchio amico d’infanzia, che con la violenza gestisce un traffico di prostitute. Girano soldi e Germàn intravede la possibilità di poter cambiare vita, con l’aiuto di uno sbandato tenta la rapina ai danni del datore di lavoro ma il risultato lo porterà soltanto a uccidere e a fuggire da quegli uomini per cui sino a quel momento s’è sbattuto. “Il film affronta temi già presenti nel mio esordio, come la dipendenza, la distorsione della realtà, il rifiuto del dolore, la solitudine e il bisogno di comunicazione. Ma lo fa in un modo nuovo, attraverso un genere che mi ha sempre affascinato: il noir. Con il noir mi sono immerso nel mondo del traffico di donne, cercando di restituirne la durezza, ma anche di trasmettere compassione”, ha detto di recente Escalera. La durezza che ne nasce è forte come la tensione e il ritmo che il regista imprime all’azione, tra molte ombre e pochissime luci, tra sguardi e silenzi, con una guida del protagonista ferma e dal sapore sincero, di autentica immedesimazione, sa Escalera raccontare, anche le cose più angosciose, con vera precisione, tenendo ben viva l’attenzione dello spettatore. Ovvero un thriller tutto da guardare, d’azione ma non soltanto, anche i disperati hanno un’anima ed Escalera sa guardarci dentro.

Quel che proprio non fa Marianne Métivier, regista di origini canadesi-filippine, con il suo “Ailleurs la nuit”, suo primo lungometraggio: ovvero trovare qualcuno che ti mette una macchina da presa in mano e ti dice “gira!” e tu cominci a girare ma a vuoto, andando a riprendere pianure e campagne e vacche da mungere, sentieri e camminate e corse in auto da filmare con tempi e lungaggini incredibili, a considerare una torrida notte d’estate in cui Marie che è un’artista del suono – e va in giro a raccogliere i fruscii delle foglie e lo scorrere delle acque mentre il suo partner ci dovrebbe interessare con i suoi studi delle processionarie – mette in discussione la sua vita di coppia, in cui Noée arrivata dalla grande città da non troppo tempo la disorienta, in cui la giovanissima studentessa Jeanne perennemente in crisi guarda il mondo da un oblò e distribuisce viveri alle porte degli alloggi di Montréal, in cui Eva, appena arrivata dalle Filippine con al seguito una madre che non sai se comprensiva o imbronciata, viaggia nella città notturna insicura dell’intero suo avvenire. Non ci si sente coinvolti da alcuna porzione del film, che al contrario vorrebbe avere un sapore universale, vorrebbe parlare di rapporti e di giovinezza, di esistenze e di equilibri ad ogni istante in cerca di punti fermi: anche i silenzi restano tali e non trasmettono che il nulla.

Elio Rabbione

La Perla di Torino,  regalo goloso:  “Ho fatto l’albero!”

Sabato 13 e domenica 14 dicembre La Perla di Torino riapre le porte del suo laboratorio per l’evento più magico del Natale “Ho fatto l’albero!”. Si tratta di un workshop rivolto al pubblico  di tutte le età, durante il quale sarà possibile decorare e personalizzare un albero di cioccolato con i consigli dei maestri cioccolatieri dell’azienda. Per il terzo anno consecutivo torna “Ho fatto l’albero!”, il laboratorio natalizio pensato per far vivere a grandi e piccini una autentica immersione nell’atmosfera delle Feste. Durante l’esperienza, ciascun partecipante potrà decorare un goloso albero di cioccolato, dando spazio alla fantasia. Si tratta di un’occasione unica per realizzare con le proprie mani un regalo di Natale personalizzato e sorprendere le persone più care. Ogni partecipante avrà a disposizione un kit comprendente l’albero di cioccolato del gusto scelto in fase di registrazione, tra fondente, al latte, al pistacchio e vegano, camice, cuffia e calzari per entrare in laboratorio, sac a poche per la lavorazione, speciale incarto per l’albero, confezionato a mano dal team La Perla di Torino.

“Ho fatto l’albero!” si svolgerà nel laboratorio dell’azienda in via Lungo Dora Colletta 81, a Torino.

Per partecipare è necessario prenotarsi al link https://www.laperladitorino.it/shop/visite/ho-fatto-lalbero/ selezionando il numero di persone, il giorno e la fascia oraria.
Durata dell’evento: 90 minuti
Info: 0112482149 – info@laperladitorino.it

Mara Martellotta