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Caro carburante, l’autotrasporto si ferma: rischio blocco in Piemonte

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Si avvicina lo stop per il settore dell’autotrasporto merci: anche in Piemonte i camion potrebbero presto restare fermi nei piazzali. La decisione è stata assunta da Unatras, che riunisce le principali sigle nazionali del comparto, tra cui Confartigianato Trasporti, al termine di settimane di confronto senza esito con il Governo, in un contesto economico sempre più difficile per imprese e cittadini. Nei prossimi giorni saranno comunicate le date e le modalità della mobilitazione, nel rispetto delle procedure previste dal codice di autoregolamentazione degli scioperi nel settore.

Alla base della protesta ci sono fattori ormai strutturali: l’aumento dei costi di esercizio, la forte instabilità dei prezzi dell’energia, la riduzione dei margini e squilibri lungo la filiera, ma soprattutto l’assenza di risposte politiche concrete. Se non arriveranno interventi immediati, anche in Piemonte si prospetta quindi un blocco con camion e tir fermi, con conseguenze dirette sulla distribuzione delle merci e dei prodotti alimentari.

Secondo Confartigianato Imprese Piemonte Trasporti, il costo del carburante – che ha raggiunto i 2,13 euro al litro – incide da solo per circa il 35% dei costi operativi, mentre il peso complessivo di tasse e oneri arriva a sfiorare il 90%. Una dinamica che riporta il gasolio al centro delle criticità del comparto, già più volte affrontate negli ultimi anni.

A pesare ulteriormente è la mancanza di misure attuative da parte dell’Esecutivo: nessuna convocazione, nessun intervento urgente, nessun segnale tangibile. Tra i punti critici anche il Decreto-Legge 18 marzo 2026 n. 33, che prevede 100 milioni di euro in crediti d’imposta per il settore, risorse però non ancora disponibili mentre le imprese continuano a sostenere costi elevati senza adeguate compensazioni.

I numeri spiegano la portata della situazione: un mezzo pesante percorre mediamente 120 mila chilometri l’anno consumando circa 36 mila litri di gasolio. Un aumento di 25 centesimi al litro comporta un aggravio di circa 9 mila euro per singolo camion, che diventano 90 mila euro per una flotta di dieci mezzi. Un impatto difficilmente sostenibile per un settore in cui la marginalità media resta inferiore al 3% del fatturato, con il rischio concreto di azzerare gli utili.

Il fermo avrebbe ripercussioni significative sull’intero sistema produttivo, soprattutto in una regione come il Piemonte, nodo strategico della logistica nazionale ed europea, dove lo stop rischia di tradursi in una paralisi delle filiere.

«Molte imprese dell’autotrasporto non sono più in grado di sostenere economicamente alcuni servizi – afferma Giovanni Rosso – al punto da valutare più conveniente lasciare i mezzi fermi nei piazzali. Restiamo disponibili a un ultimo confronto con il Governo, ma in assenza di risposte immediate, in particolare sulla riduzione delle accise sul gasolio commerciale, non potremo che fermarci».

Rosso sottolinea come la decisione non sia dettata da volontà di protesta fine a sé stessa, ma da una condizione economica ormai insostenibile: «Quando un camion parte, l’azienda anticipa i costi di carburante e pedaggi, mentre i pagamenti arrivano con ritardi. In queste condizioni, continuare a viaggiare non è più conveniente».

Le associazioni ribadiscono che non si tratta di richieste straordinarie, ma della necessità di ristabilire un equilibrio economico minimo per il comparto. Per evitare pesanti conseguenze sull’economia, UNATRAS chiede al Governo interventi urgenti: l’attuazione dei crediti d’imposta già previsti, ristori per il mancato rimborso delle accise, misure a sostegno della liquidità come la sospensione di versamenti fiscali e contributivi, il rafforzamento degli strumenti contrattuali e l’introduzione di un quadro temporaneo di aiuti anche a livello europeo.

Prestazioni aggiuntive, Nursing Up: “risorse importanti ma non sufficienti”

Nursing Up accoglie con favore l’accordo siglato con Regione Piemonte per lo stanziamento delle risorse straordinarie destinate alle prestazioni aggiuntive del personale sanitario, ma ribadisce la necessità di interventi strutturali per affrontare in modo definitivo le criticità del sistema.

“Lo stanziamento di 5 milioni di euro rappresenta un segnale di attenzione nei confronti delle professioni sanitarie e delle difficoltà che quotidianamente affrontano nei servizi – afferma Claudio Delli Carri, segretario regionale di Nursing Up Piemonte e Valle d’Aosta – è un risultato che arriva anche grazie alle sollecitazioni al confronto portato avanti dai Sindacati nelle ultime settimane”.

Nel prossimo incontro, in programma il 30 aprile, saranno ridefiniti i criteri di ripartizione delle risorse tra le aziende sanitarie, e si guarda con attenzione al confronto programmato per settembre, momento in cui si valuterà l’eventuale necessità di ulteriori finanziamenti

“Le prestazioni aggiuntive non possono essere considerate una soluzione definitiva. Si tratta di uno strumento utile nell’immediato, ma che rischia di gravare ulteriormente sui professionisti già sottoposti a carichi di lavoro elevati. Il vero nodo resta la carenza di personale, che può essere risolta solo attraverso un piano serio e strutturato legato alle assunzioni – conclude Delli Carri”.

Un incanto di mostra, il potere e le regine sullo schermo e a teatro

Alla Reggia di Venaria, sino al 6 settembre
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I molti appassionati non si lasceranno certamente sfuggire la mostra “Regine in scena.
L’arte del costume italiano tra cinema e teatro” che troverà spazio nelle Sale delle Arti
della Reggia di Venaria sino al 6 settembre, una selezione di 31 abiti a rappresentare il
potere al femminile attraverso le tante opere cinematografiche e la scena, volendosi
restituire “al costume la sua funzione più profonda: non semplice ornamento, ma
dispositivo capace di generare percezione di potere, identità e visione”. Il tema della
sontuosa regalità è stato affrontato – avendo a disposizione bellezze e perfezioni
indescrivibili – da Massimo Cantini Parrini (con la collaborazione di Clara Goria, storica
dell’arte e conservatrice del Centro Studi del Consorzio delle Residenze Reali
Sabaude), costumista fiorentino, allievo di Piero Tosi e iniziale assistente del premio
Oscar Gabriella Pescucci, una già lunga carriera iniziata circa vent’anni fa che lo ha
visto nelle preziose collaborazioni con Joe Wright (“Cyrano” con una candidatura
all’Oscar e “M – Il Figlio del Secolo”) ed Ettore Scola, Matteo Garrone (“Il racconto dei
racconti“ e “Pinocchio”) ed Edoardo De Angelis, Roberta Torre (“Riccardo va
all’inferno”, presentato una decina di anni fa al TFF) e Susanna Nicchiarelli (“Miss
Marx” e “Chiara”), Pablo Larraìn (“Maria”, Angelina Jolie come la Callas, Best Costume
Designer decretato dai Critics Choice Awards) e Michael Mann (“Ferrari”), Paolo Virzì e
Gianluca Jodice (“Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta”, girato in gran parte
propria alla Reggia): titoli che gli hanno fatto guadagnare sei David di Donatello,
quattro Nastri d’Argento e quattro Ciak d’oro. Insomma un Maestro di un arte che
troppo spesso chi va al cinema e a teatro tralascia o guarda con occhio più o meno
attento.
Una grande mostra, un incanto di mostra, che viene a inserirsi nel filone tematico
espositivo dedicato alla moda e al costume e avviato nel 2011 con “Moda in Italia. 150
anni di eleganza (1861-2011)”, un’occasione e un’ambientazione che virano al
femminile ripensando all’importanza che proprio a Venaria, alla metà del Seicento,
ebbero le figure delle duchesse Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia
Nemours – “parliamo sempre di uomini e di potere maschile e ci dimentichiamo del
peso che hanno avuto le donne”, ci tiene a sottolineare Chiara Teolato, direttrice del
Consorzio delle Residenze Reali Sabaude; un patrimonio suggestivo, un susseguirsi di
preziosità dove teatro e cinema corrono paralleli, il primo sottolineando la visione che
al costume è necessaria arrivando lo sguardo da lontano, nella fusione con l’attore e
con la completezza della scena, il cinema vivendo di particolari, dell’esigenza che
l’occhio si posi sulla eleganza e la materia delle stoffe, accompagnate dalla luce come
dall’esattezza dell’inquadratura. Affermava Gabriella Pescucci che “in teatro ti
preoccupi meno del dettaglio perché c’è la distanza che ti mangia tutto; in teatro sono
importanti i volumi, accentuati, e i tessuti con certi riflessi sotto le luci, il cinema è
misterioso perché non sai mai ciò che si vedrà e ciò che non si vedrà”. Raccontare
quindi il femminile in modo diverso, ogni atto all’interno della memoria antica, e non
soltanto, dell’equazione potere eguale abito, in un percorso che ha costruito la Storia e
l’immaginifico.
La regalità della sovrana, come della donna e della diva, coniugata quindi attraverso
tre nuclei fondamentali – il mito, la storia, la fantasia -, condotti filologicamente e
offerti visivamente con i rispettivi colori del bronzo, dell’oro e dell’argento, epoche e
ricordi totalmente diversi, architetture e prospettive in tre atti e undici scene che
abbracciano quanto è uscito dal gusto e dalla maestria di costumisti e artisti, quanto è
stata capace d’offrire la realizzazione delle eccellenze sartoriali italiane – il mondo
ricreato recentemente da Ferzan Ozpetek con “Diamanti” – (tra tutte, la sartoria Farani
di Roma e la Sartoria Devalle di Torino, a cui si deve, Luigi Sabelli costumista, il manto
regale che guarda al Quattrocento di Pisanello, come all’Oriente e al Liberty, per “La
Parisina” di Mascagni su libretto di D’Annunzio, del 1913, Teatro alla Scala: qui
accostato a quello preparato da Tosi per Raina Kabaivanska che nel ’91 era Elisabetta
di Valois nel “Don Carlo” di Verdi per la regia del finissimo Mauro Bolognini, perfetta
simbiosi a confrontare due visioni, costruzione storica e psicologica da un lato e
potenza evocativa dall’altro), credo invidiabilissime nell’industria e nel mondo intero e
quanto sia oggi custodito nelle collezioni, quali Tirelli Trappetti e Peruzzi di Roma,
Cerratelli di Pisa, il Museo della Moda e del Costume di Firenze.
Rileggendo lungo la mostra le parole di Visconti (“il cinema è fatto di sguardi, il teatro
di parole, ma in entrambi cerco la stessa cosa: l’umano nel suo splendore e nella sua
miseria”) e di Piero Tosi (“un costume non deve solo vestire un corpo, deve vestire
un’anima e raccontare da dove viene quel personaggio prima ancora che apra bocca”)
e di Milena Canonero (“i vestiti nel cinema sono strumenti psicologici: se l’attore si
sente il personaggio addosso, allora ho fatto il mio lavoro”), guardando alle esigenze
di un’interprete che decenni fa s’addossava le spese del costume (“siate tanto gentile
da darmi l’indirizzo di Casorati. Gli spiegherò come vorrei corretto il costume e così
avvertirò anche Cerratelli, prima di trovarci di fronte alle difficoltà inevitabili create
dalla smania che ho io di vestirmi bene in palcoscenico”, così una lettera di Gianna
Pederzini a Mario Labroca del 3 marzo 1949), s’incontrano i grandi maestri del
Novecento come quelli del nostro nuovo millennio – Anna Anni, Giancarlo Bartolini
Salimbeni con cui si torna alla Lollo nazionale quando nel 1962 per Jean Delannoy in
“Venere imperiale” indossò (ci pensò il Canova di Gianni Santuccio ad alleggerirla) gli
abiti di Paolina Borghese, Danilo Donati, Aldo Calvo e Giulio Coltellacci, oltre quelli già
citati – e da quegli abiti senza volto abbiamo gran parte della storia della settima arte
e di quel teatro che non smette di appassionarci e di stupirci. Sottolineando la
presenza di quegli artisti prestati al palcoscenico e allo schermo, che hanno i nomi di
Felice Casorati, Corrado Cagli, Giorgio de Chirico e Arnaldo Pomodoro.
Monica Bellucci
diventa la Regina degli Specchi grazie a Gabriella Pescucci nei “Fratelli Grimm e
l’incantevole strega” di Terry Gilliam (2005), la stessa ancora per Gilliam immortala
Valentina Cortese quale Ariadne regina della Luna nelle “Avventure del Barone di
Munchausen” (1988) o Michelle Pfeiffer come Titania nel “Sogno di una notte di mezza
estate” di Michael Hoffman (1999), Piero Tosi veste Maria Callas per la “Medea” di
Pasolini (1969) o quattro anni più tardi richiama dalla sua vecchia Sissi Romy
Schneider per essere Elisabetta di Baviera nel “Ludwig” viscontiano (è esposto “l’abito
da passeggio in damasco di seta operato a piccole stelle, guarnito con inserti in raso di
seta, giacchino in velluto di seta autentico, ricamato a motivi floreali in seta e foderato
in pelliccia di castoro”), Danilo Donati veste Silvana Mangano per “Edipo re” di Pasolini
(1967): “tunica d’ispirazione arcaica composta da un intreccio di tubolari in fibra di
ovatta, lavorati e fissati su una base di garza di cotone, con estremità sfrangiate”. E
poi ancora Irene Sharaff e Nino Novarese (la “Cleopatra” per la Taylor), Anna Anni per
cui Rossella Falk sarà Elisabetta I Tudor nel 1983 alla Pergola di Firenze con la regia di
Zeffirelli, Milena Canonero, vincitrice dell’Oscar, a rivestire la Maria Antonietta di
Kirsten Dunst reinventata da Sofia Coppola in versione pop.
“Ho sottolineato nella mostra l’unicità dei costumi – dice Cantini Parrini -, scegliendo di
abolire anche le fotografie nel timore che rubassero spazio alle creazioni. Ho voluto
mostrare i costumi e i dettagli, la bellezza delle stoffe e dei ricami, delle corone e degli
orecchini, dei tanti monili e dei copricapi attraverso un lungo lavoro di ricerca, negli
archivi e nelle sartorie, andando oltre quei costumi che sono andati distrutti o
necessitavano di restauri, con la collaborazione di maestranze che si è rivelato pieno
di fascino e di entusiasmo.” A chi gli chiede come nasca un costume, “il bozzetto
innanzitutto, ispirandomi al ruolo e all’attrice che dovrà interpretarlo, ogni cosa vista
nella generalità di un contesto; ma la mia prima fonte d’ispirazione sono i musei, ci
entro sempre, per guardarli e per studiarli”. Il suo percorso personale, qui, attraversa
titoli quali “Maria” di Larraìn, di cui s’ammira l’abito dall’intenso blu violaceo indossato
da Angelina Jolie nelle vesti di Anna Bolena, quello “in damasco di seta, con disegno
ornamentale di forte contrasto e impatto visivo” che ha rivestito Salma Hayek come
Regina di Selvascura nel “Racconto dei racconti” di Matteo Garrone, la settecentesca
“robe à l’anglaise” che abbiamo vista pensata per Mélanie Laurent nel “Déluge” di
​Gianluca Jodice, l’abito per Naomi Watts per “Ophelia” di Claire McCarthy, quello per
Cécile Cassel nel “Barbarossa” di Renzo Martinelli.
Ad accompagnare la mostra, il Museo Nazionale del Cinema proporrà al Massimo, nel
mese di giugno, una rassegna che prevede la proiezione di “Le déluge” di Jodice,
“Marie Antoinette” di Coppola, “Medea” di Pasolini e “Cleopatra” di Mankiewicz, tutti
in versione originale con sottotitoli.
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Elio Rabbione
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Nelle immagini, in primo piano un abito indossato da Elizabeth Taylor per “Cleopatra”
di Mankiewicz (foto Margherita Borsano); costume di Massimo Cantini Parrini per
Salma Hayek in “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone; costume di Danilo Donati
per Silvana Mangano come Giocasta in “Edipo re” di Pier Paolo Pasolini; costume di
Piero Tosi per Romy Schneider in “Ludwig” di Luchino Visconti; costume di Massimo
Cantini Parrini per Mélanie Laurent in “Le Déluge” di Gianluca Jodice.

Torino e il cibo, una lunga storia. La nuova mostra dell’Archivio storico della Città

Inaugura oggi mercoledì 22 aprile alle ore 17, all’Archivio Storico della Città di Torino di via Barbaroux 32, la nuova mostra Il gusto della storia. Torino e il cibo nell’Archivio della Città, che esplora il tema dell’alimentazione nella storia di Torino, attraverso documenti, stampe, disegni, progetti, manifesti e fotografie che ricostruiscono le connessioni tra cibo, paesaggio urbano e società. L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 31 dicembre 2026, dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 16.30. In occasione dell’inaugurazione, l’Archivio storico osserverà un orario esteso fino alle 19.30, con visite guidate gratuite, accompagnate dai curatori (info: archivio.storico.info@comune.torino.it).

“La mostra che presentiamo – dichiara l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia – approfondisce un argomento di grande fascino, quello del rapporto tra Torino e il cibo. Un percorso che, attraverso immagini e documenti, permette di scoprire le trasformazioni urbane e sociali della città nei secoli, la lavorazione dei prodotti agricoli e il loro uso nella cucina tradizionale, ma anche gli sforzi compiuti dalle amministrazioni comunali, documentati dagli atti amministrativi conservati dall’Archivio, per garantire alla cittadinanza l’approvvigionamento alimentare nei periodi più duri della storia. Un ringraziamento va all’Archivio storico della Città di Torino, che con questo allestimento rende accessibile e fruibile il suo cospicuo e prezioso patrimonio culturale, confermando così il suo ruolo di scrigno e custode dell’identità di Torino”.

Cartografie e incisioni introducono il tema del paesaggio della città e del suo territorio, con i campi coltivati a margine dell’insediamento urbano e la collina modellata da boschi e filari di vigneti. Altri preziosi documenti testimoniano gli sforzi delle amministrazioni civiche e sabaude nei secoli per garantire ai torinesi l’approvvigionamento dei cereali, alimento cardine della dieta quotidiana. Tra questi il grandioso progetto del magazzino del grano di fine Seicento (oggi non più esistente) situato nei pressi dell’attuale piazza Vittorio: un vero e proprio “forziere alimentare” che permetteva l’autonomia della città in caso di assedio.

Torino, città di corsi d’acqua e di fiumi, sviluppò un sistema di canali e di mulini, che consentivano la macinatura e la trasformazione dei cereali, necessari per la preparazione del pane e altri prodotti alimentari.

Torino era anche città di vigneti e di produzione del vino, come emerge dagli Ordinati (ora verbali del Consiglio Comunale), che stabiliscono i tempi e i modi della coltivazione, della vendemmia e del commercio del vino. La vite rappresentava anche un importante valore culturale e paesaggistico, come attestano le numerose ville costruite in collina (le cosiddette vigne) che coniugavano le attività produttive con il loisir e le edizioni dei libri Della eccellenza e diversità dei vini che nella montagna di Torino si fanno…, di Giovanni Battista Croce del 1614 e Le Vigneron Piémontais contenant la manière de planter les vignes… di De Plaigne del 1784.

Dove si incontravano la domanda e l’offerta dei vari prodotti alimentari? Ampio spazio è dato alla storia dei mercati, i luoghi dove i torinesi per secoli hanno “fatto la spesa” quotidiana. Le bancarelle erano posizionate nelle piazze centrali e auliche: piazza Palazzo di Città (già delle Erbe), piazza San Carlo, piazza Carlina… Nel 1836 nuove normative, in materia igienico-sanitarie, furono approvate a seguito di un’epidemia di colera. Un Editto firmato da Michele Benso di Cavour (padre del conte Camillo) spostò il mercato di piazza delle Erbe e del Corpus Domini in piazza Emanuele Filiberto, l’attuale piazza della Repubblica, dando avvio alla storia mercatale di Porta Palazzo. Vicende raccontate attraverso progetti, cartoline, immagini e fotografie, come quelle che documentano la nascita negli Anni ’30 del Novecento del MOI, il Mercato Ortofrutticolo all’Ingrosso, in via Giordano Bruno.

E poi i negozi e le attività commerciali, di cui l’Archivio conserva numerosi progetti ottocenteschi, e prodotti con le etichette e i manifesti dei marchi che hanno fatto la storia artigiana e imprenditoriale torinese legata all’alimentazione e all’enologia. Trattati di agronomia, libri di istruzioni per la coltivazione e iniziative divulgative come il Calendario georgico attestano il notevole impulso che ebbero gli studi e le innovazioni in campo agricolo dal finire del Settecento in poi.

La cucina piemontese, che si affermò a partire dalla seconda metà del Settecento affrancandosi dall’egemonia della cucina francese, è rappresentata da alcuni volumi storici, che ne attestano il valore culturale, sociale e la sua biodiversità.

Spazio anche ai menù storici, con un viaggio nella ristorazione torinese, in particolare durante la Belle Époque.

Il cibo come convivialità e tradizione, connesso ai riti della società, è raccontato in alcune immagini degli anni Cinquanta del Novecento con le “merende” dei giorni delle festività pasquali, con i tradizionali picnic sui prati della collina torinese, nelle radure dei boschi di Superga e sulle sponde dei fiumi.

La rappresentazione e la fedele riproduzione delle varietà di frutta coltivate nel territorio torinese e piemontese, realizzate sulla spinta della cultura positivista del secondo Ottocento, è oggetto di approfondimento in uno spazio dedicato.  Sono esposte le cromolitografie e oleografie di Giuseppe Falchetti conservate in Archivio, in dialogo con modelli pomologici realizzati da Francesco Garnier Valletti, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista e scienziato, provenienti dal Museo della Frutta, realtà museale a gestione diretta della Città di Torino. Tale connessione rappresenta un elemento di particolare valore per la conoscenza e la promozione del patrimonio culturale cittadino.

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Lavori ponte sul Pellice a Villafranca

Dopo le operazioni eseguite sulla parte inferiore dell’infrastruttura, lunedì 20 aprile a Villafranca Piemonte è iniziata la fresatura del manto stradale sulla corsia di valle del ponte sul Pellice lungo la Provinciale 139. I lavori sono eseguiti dall’impresa appaltatrice Ivies spa e da altre ditte in subappalto, per conto della Direzione Viabilità 2 del Dipartimento Viabilità e Trasporti della Città metropolitana di Torino. Per consentire le lavorazioni è stato istituito un senso unico alternato con la chiusura della corsia di valle, in corrispondenza del lato pista ciclabile.

Dopo la fresatura dell’asfalto, si provvederà al getto di riempimento con calcestruzzo magro, alla realizzazione delle catene in acciaio di collegamento dei maschi murari, alla posa delle tubazioni e dei pozzetti di raccolta delle acque superficiali. In seguito sarà gettata una soletta di ripartizione dei carichi in calcestruzzo armato, sulla quale verranno posati i teli della nuova impermeabilizzazione. I lavori sulla corsia di valle si concluderanno con la posa del nuovo spartitraffico in corrispondenza della pista ciclabile e con la posa della nuova barriera di sicurezza stradale. Terminata l’attuale fase dei lavori, il traffico a senso unico alternato si sposterà sulla corsia di valle e gli stessi interventi saranno eseguiti sulla corsia di monte. Le lavorazioni dovrebbero concludersi entro l’estate, salvo limitati interventi di finitura.

 

Flashback Habitat presenta Manouche Jazz Night

Da giovedì 23 a domenica 26 aprile, torna il festival dedicato al Jazz Manouche negli spazi di Flashback Habitat, in corso Giovanni Lanza 75. Dedicare un festival di Jazz Manouche significa, per Flashback, portare dentro l’ecosistema una musica nata ai margini. Il Jazz Manouche nasce dall’incontro tra la tradizione romaní e il jazz americano, ma soprattutto una posizione storicamente laterale, quella di comunità nomadi abituare a vivere tra i confini, mai completamente dentro al sistema, mai del tutto assimilate. È una musica che non si sviluppa al centro ma nelle intersezioni, nei passaggi, nelle zone di contatto. In questo senso, non è solo un linguaggio musicale, ma una forma di sguardo obliquo e mobile, capace di tenere insieme memoria e trasformazione senza fissarsi in un’unica identità. Flashback lavora proprio su queste dinamiche, considerando il tempo come stratificazione di passato come materia viva e la possibilità di rileggere ciò che esiste da prospettive inattese. Il Jazz Manouche si inserisce in questo contesto non come citazione storica ma come pratica attiva. Portarlo a Flashback significa attivare una presenza che non occupa il ccento, ma lo mette in tensione, una musica che nasce in un altrove “periferico” e che, proprio perquisito, riesce a far emergere nuove connessioni, nuovi modi di ascoltare e di abitare il nostro presente.

Si tratterà di 4 serate che vedranno protagonisti artisti che porteranno in scena la loro personale interpretazione del Jazz Manouche, spaziando dal repertorio classico alle sonorità contemporanee. Si tratta di un programma realizzato grazie alla collaborazione con il musicista Alberto Palazzi.

Giovedì 23 aprile, alle ore 21, si esibirà il Dmitry Kuptsov Trio, con Dmitry Kuptsov e Tobia Davico alla chitarra e Veronica Perego al contrabbasso; venerdì 24 aprile, alle ore 21, sarà la volta del Adrien Marco Trio, con protagonisti Adrien Marco e Giangiacomo Rosso alla chitarra e Michele Millesimo al contrabbasso; sabato 25 aprile, alle ore 21, arriverà il progetto musicale Romanouche, dedicato alla riscoperta della musica di Django Reinhardt, di cui Augusto Creni, alla chitarra, è un raffinato interprete ed esperto. Con lui il chitarrista Mauro Gregori e il contrabbassista Andrea Garombo; infine, domenica 26 aprile, alle 21, sarà la volta dei 20 Strings, con Alberto Palazzi alla chitarra solista, Maurizio Mazzeo alla chitarra ritmica, Andrea Garombo al contrabbasso, Simone Arlorio al clarinetto e Luca Zanon alla batteria. Attivi dal 2012 in Italia e all’estero, i 20 Strings hanno esplorato e approfondito le diverse sfumature del Jazz Manouche, dalle sue interpretazioni contemporanee alla musica tradizionale, tenendo centrale il riferimento a Django Reinhardt, e in particolare il repertorio degli anni Quaranta, caratterizzato da un linguaggio musicale innovativo, da un graffiante suono elettrico e dalla presenza del clarinetto

Flashback Habitat – ecosistema per le culture contemporanee – corso Giovanni Lanza 75, Torino – info@flashback.to.it – 393 6455301 – orari: giovedì 18-24/venerdì, sabato e domenica 11-24

Mara Martellotta

Fiori e colori alla Maggionatura di Giaveno

Domenica 10 maggio si terrà a Giaveno la Maggionatura, con piante, fiori e colori in piazza e, quest’anno, la prima edizione di GiaVino, evento dedicato al vino locale

Vivai, hobbisti, attrezzature per il giardinaggio, produttori locali: questo il tripudio di profumi e colori previsto per la 31esima edizione di Maggionatura, che quest’anno viene affiancata dalla prima edizione di GiaVino, evento dedicato all’enologia. Nelle vie e piazze del centro storico, vi saranno centinaia di espositori, tra artigiani, hobbisti, produttori locali di cibi, miele e molto altro, oltre ai vivai di zona, con le loro particolari creazioni. Giaveno si fa ancora più bella e onora la primavera con una manifestazione che, nel tempo, è diventata una tradizione conosciuta e apprezzata. Oltre agli espositori, dalle 9 alle 19 sarà possibile trovare in piazza Ruffinatti una mostra di stupende piantina bonsai, a cura dell’Associazione Bonsai Valsangone Bruino; in viale Regina Elena, l’esposizione di trattori d’epoca dell’associazione Ruggine “Piemontese”; in piazza Montino l’esposizione dei lavori delle scuole del territorio relative al concorso “La natura che vorrei in futuro a Giaveno”; in piazza San Lorenzo “Pompierilandia”, attività per bambini a cura dei Vigili del Fuoco e Caccia al Tesoro, due escursioni guidate, mulini aperti, aperitivi e piatti a tema in tutti i locali della città.

Completano la giornata due mostre: quella del pittore Alessio Zoni, presso la Chiesa dei Batù e dei Mandala per la Pace, opera di comunità, a cura dell’Associazione Donne di Valle, presso la Sala Consiglio  oltre l’apertura con visite guidate del Museo Alessandri.

“Si conferma la vocazione  turistica ed espositiva di Giaveno – commenta il Sindaco Stefano Olocco – Maggionatura è oggi una delle manifestazioni più longeve e apprezzate del palinsesto di Giaveno, arrivata alla 32esima edizione. Da anni la qualità degli espositori  nelle feste collaterali fa si che vi siano moltissimi visitatori. È davvero particolare il profumo che sisente nella seconda domwnica di maggio nella nostra città, abbellita di piante, fiori e colori. Sono particolarmente contento dell’affiancamento alla prima edizione, quest’anno, di GiaVino, dedicata ai produttori locali di vino, poiché anche questo è un prodotto d’eccellenza del nostro territorio da far conoscere”.

L’Associazione E020 organizza l’evento nell’evento con degustazioni in movimento, attività per bambini e aperitivo con djset in piazza Sacro Cuore e altre piazze.

“GiaVino nasce con l’intento di unire la tradizione e vitivinicola alla cultura e ai sapori della montagna e della Valsangone. L’obiettivo è valorizzare i produttori lo ali e promuovere il turismo enogastronomico di Giaveno – dichiara Pamela Cuatto, presidente dell’Associazione E020 APS – l’idea è scaturita dalla ricchezza di produttori di vino presenti sul territorio e dalla contestuale assenza di eventi in proposito. il nostro territorio offre una proposta enogastronomica d’eccellenza, ci aspettiamo quindi di avvicinare sempre più persone alla nostra città, coinvolgendole in una festa aperta a tutti”.

Domenica10 maggio chi verrà a Giaveno troverà tantissime proposte, sia per acquistare fiori e piante, sia per assaggiare e acquistare il vino, sia per approfittare di qualche attività collaterale durante tutta la giornata.

Mara Martellotta

Supporti di carta per capolavori di artisti del Novecento

Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte

John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”

Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.

Farsi Male. Vittorio Lingiardi alla Casa della Madia

 

L’incontro di sabato 18 aprile alla Casa della Madia, ha visto come ospite Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma.

Il suo ultimo libro, dal titolo “Farsi male. Variazioni sul masochismo”, ha ispirato la tematica di questa giornata, cercando di offrire una visione unitaria della dimensione clinica e di quella soggettiva. Lingiardi ha sottolineato come una diagnosi possa essere utile, ma mai sufficiente nel restituire la complessità di una persona; gli esseri umani, sono molto di più di una semplice etichetta diagnostica e sarebbe riduttivo descrivere qualcuno seguendo un manuale clinico. Il lavoro importante è quello di osservare la persona al di là dei suoi sintomi, per poter capire chi c’è dietro quella sofferenza e che cosa, quel dolore, vuole esprimere.

Buona parte dell’intervento di Lingiardi è stato dedicato ai disturbi della personalità; descritti come un irrigidimento di specifici tratti che, in forma meno invasiva e più flessibile, ritroviamo in tutte le persone. Per fare degli esempi: la diffidenza può sfociare nella paranoia, il bisogno di riconoscimento può trasformarsi in narcisismo patologico, il desiderio di mantenere l’ordine può irrigidirsi in una struttura ossessiva.

Il punto dirimente, però, non è la presenza di uno specifico tratto, quanto la sua pervasività: nel momento in cui quel tratto arriva ad invadere la vita della persona e a compromettere le sue relazioni e la sua quotidianità, possiamo dire che ha superato la soglia che conduce alla presentazione di un disturbo.

Tra i temi affrontati, un rilievo particolare hanno avuto il narcisismo, il trauma e l’attaccamento, insistendo soprattutto su quelle ferite precoci, che non sempre coincidono con degli eventi eclatanti e facilmente identificabili. Tra queste ferite non compaiono solo l’abuso o il maltrattamento, ma anche forme di trascuratezza, la mancanza di sintonizzazione con la figura di accudimento, il desiderio non soddisfatto di riconoscimento: il bisogno primario del bambino, infatti, non è soltanto quello di essere nutrito, ma anche di sentirsi accolto, contenuto e riconosciuto.

Su questo sfondo, si colloca il tema centrale del suo ultimo libro. Lingiardi ha precisato di voler affrontare il masochismo come assetto psichico e relazionale e il punto che sottolinea è la tendenza a restare in situazioni che fanno soffrire, anche quando esisterebbero delle alternative. In questo senso, il masochismo è stato presentato come una dinamica complessa e tra gli esempi concreti riportati ci sono le relazioni sentimentali che si trascinano per anni, nell’attesa di una promessa mai mantenuta; i ruoli lavorativi vissuti come umilianti, ma ai quali non si rinuncia mai; delle modalità di sacrificio che diventano identità.

In questi casi, ciò che tiene la persona dentro la sofferenza non è solo la paura del cambiamento, ma anche il legame profondo con una grammatica affettiva antica, nella quale ci si è abituati a sentire l’amore come il risultato di una conquista.

Nel pomeriggio, Vittorio Lingiardi si è confrontato con il pubblico presente, lasciandosi stimolare dalle domande e dagli interventi che gli hanno consentito di riprendere e approfondire temi emersi nel suo ampio intervento del mattino.

Ciò che resta di questo incontro è un invito a guardare con più attenzione quelle modalità con cui le persone costruiscono la propria sofferenza e, talvolta, vi si affezionano. Forse è proprio questo uno degli aspetti più forti emersi dalla mattinata: il fatto che il lavoro psichico non consista nel semplificare l’esperienza umana, ma nel darle parola e provare a trasformare insieme, con consapevolezza, ciò che altrimenti resterebbe, soltanto, un modo di funzionare, ripetuto nel tempo.

IRENE CANE

Urmet, una lunga storia

Urmet ha messo in mostra alcuni dei suoi prodotti storici: dal 17 al 19 aprile, infatti, presso il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco (TO), la multinazionale torinese è stata fra i partner principali della terza edizione del PIM – Phonecards International Meeting, il più importante evento internazionale dedicato al mondo delle schede telefoniche e alla telefonia storica. La manifestazione ha riunito espositori e appassionati provenienti da numerosi Paesi, tra cui Sudafrica, Cina, Australia e gran parte dell’Europa, confermandosi come punto di riferimento globale per lo scambio di materiale collezionistico e per l’incontro tra esperti e appassionati.

L’edizione 2026 ha avuto un valore particolarmente simbolico, poiché si è celebrato il 50° anniversario della nascita della scheda telefonica, una vera eccellenza del Made in Italy che ha segnato un’epoca e rivoluzionato le abitudini della comunicazione telefonica. Per l’occasione, il programma ha previsto la partecipazione di realtà storiche e istituzioni di rilievo come Urmet, SIDA e il Museo della Telefonia Pubblica di Alberi (PR), che hanno contribuito a ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo iconico oggetto.

Urmet è una delle aziende che hanno caratterizzato la storia imprenditoriale del nostro Paese, con i suoi prodotti iconici e i suoi brevetti internazionali. Nata in Piemonte, cresciuta in Italia e con una presenza consolidata a livello internazionale, nel 2024 Urmet è stata inserita nel Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.

Fondata a Torino nel 1937 come Società Anonima per l’“Utilizzazione e il Recupero del Materiale Elettro Telefonico”, Urmet è una multinazionale a capitale interamente italiano, azienda principale di Urmet Group, realtà mondiale con circa 2500 dipendenti. L’azienda piemontese si è da sempre distinta per la sua capacità di interpretare il cambiamento storico dei mercati e di essere protagonista delle rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite nei decenni: lo dimostrano i numerosi prodotti, alcuni decisamente “pop” ed epocali.

Il telefono analogico Bca del 1949 aprì la strada ad un mondo più connesso, consentendo a intere famiglie di rimanere in contatto tra di loro; il primo citofono del 1958, a cui seguirà una produzione su larga scala, e il primo videocitofono nel 1965 segnarono l’inizio della cosiddetta “telefonia domestica” per controllare gli ingressi di un edificio, introducendo il concetto di “sicurezza residenziale”.

Sono prodotti “iconici” anche il primo telefono pubblico, introdotto nel 1964 e utilizzato da milioni di italiani, che funzionava a gettoni (brevetto Urmet) e contribuì a cambiare radicalmente le abitudini telefoniche delle famiglie. Con il progresso tecnologico, i gettoni furono sostituiti dalle monete e poi dalla tessera prepagata, altro brevetto Urmet, che rappresenta una pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni.

L’organizzazione dell’evento è a cura del Worldwide Phonecards Collectors Club, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2024 con l’obiettivo di promuovere e rilanciare il collezionismo delle schede telefoniche, mettere in contatto collezionisti e favorirne l’interazione tra loro.

Momento centrale della manifestazione, l’asta benefica di sabato 18 aprile, curata dall’Associazione, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo – IRCCS. L’iniziativa conferma l’impegno del PIM nel sostenere progetti di valore sociale e scientifico: fra gli oggetti battuti all’asta anche la maglia autografata del numero 10, Kenan Yildiz, donata da Juventus Football Club. Il ricavato dell’asta benefica è stato di 2mila euro che saranno devoluti per sostenere la ricerca contro le patologie oncologiche.