ilTorinese

Luca Marinelli o la scommessa persa sulle “Cosmicomiche” di Calvino

Repliche al Carignano sino a domenica 22

Rivolto verso il buio della sala, con gli occhi attoniti, sbalordito di se stesso, a metà dello spettacolo, il protagonista Qfwfq, familiarmente Q, si ritrova a riflettere su “che cosa stiamo facendo?”. Insuperabile e insuperata domanda a cui è difficile dare una risposta, da parte sua, riversata nello smarrimento di molti spettatori. Luca Marinelli – per la prima volta lo vedo su un palcoscenico, un attore che in più di una occasione s’è fatto ammirare sullo schermo, dall’ormai lontana “Solitudine dei numeri primi” alle prove con Caligari e Mainetti, la rivisitazione di “Martin Eden” per cui ha vinto la Coppa Volpi a Venezia nel 2019, sino all’eccellente “Otto montagne” (con l’amico Borghi, dal romanzo bellissimo di Cognetti), sino all’”M – Il figlio del secolo”, radici estere con la regia di Joe Wright ma intelligenza e sensibilità e inventiva tutte italiane: per cui per l’intera serata mi trovo a richiedermi quanto valga nei risultati il richiamo del divo, qui pure coregista con Danilo Capezzani – si è rivelato ad ogni occasione grande attore ma, con tutta sincerità, su quelle tavole del Carignano, nemmeno riesco a comprendere se davvero teatralmente lo sia (il teatro ha ben altri trabocchetti): ovvero se sia in grado di dare corpo al suo protagonista, di renderlo autentico personaggio con lo spessore che il teatro richiede, se riesca a superare scena dopo scena le sabbie mobili di una drammaturgia ardimentosa e scomposta e impertinente – dopo tutto fragilissima, tipo serie di sketch che non concludono mai – che per lui ha approntato Vincenzo Manna ricavandola da quelle “Cosmicomiche” (debutto contrastato a Spoleto l’estate scorsa) che, posti in raccolta dodici racconti pubblicati dapprima per le testate del “Giorno” e del “Caffè”, Italo Calvino pubblicò poi per Einaudi nel 1965.

Una cornice di avanspettacolo, forse di più trasandato baraccone alla festa del paese, un carico non trascurabile di comicità e ironia verso il mondo della scienza, un entertainer con la sua elegante giacca rossa di lustrini, un viaggio della memoria alla ricerca di un mondo scientifico, un capodanno futuribile, quello dell’anno 2035, che è più fine che inizio, l’antica filosofia dello spazio infinito e del tempo e il caos della loro costruzione, la testimonianza lontana del Big Bang, di quella palla distante e grigia che è la luna, la ricerca della poesia che facciamo fatica a veder arrivare. Tanto ogni azione è spezzettata, mai legata a quanto precede e a quella che la segue, 120’ difficili a scorgere, a recepire, ad assaporare (pubblico festante e osannante per molti versi, ma due signore nel corridoio d’uscita a confessarsi reciprocamente “guarda, io me ne sarei già uscita da un pezzo…”, con allure d’educazione, sabauda o no: e le espressioni che negano sono tante). Perché s’è notata, nell’intera serata, la difficoltà a inquadrare, tra grande fluttuare di veli, la filosofia temporale di Calvino che certo si guardò bene dallo scrivere per il teatro e qui svela tutta la fatica a essere imprigionato in un contenitore che gli sta davvero stretto. Che non è decisamente suo. Che poco o nulla ha a che fare con le sue pagine. Un progetto a lungo vagheggiato, una scommessa, decisa e composta in piena libertà, e rendiamo merito per il coraggio, ma persa, un filo rosso che è difficile rintracciare per collegare un inizio e una fine, un gran correre di tutti gli attori – che altro non fanno che inseguire quel gioco: diligenti Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung alias signora Marinelli, Fabian Jung, Gabriele Portoghese e Gaia Rinaldi – per la sala forse a voler rendere maggiormente partecipe il pubblico, farlo proprio, accalappiarlo festosamente, il cartello che invita agli “applausi” (non si sa mai!), la rappresentazione del gioco difficile da far collimare con quelle stesse pagine. Il nonsenso invade il palcoscenico, si parla anche di tagliatelle nello spazio, più che l’alto Calvino si scivola nel più frizzante Campanile. E tutto rimane lì, difficile da decifrare e da accettare.

Allora, nel mare magnum della sfilacciatura, della “Vita cosmicomica vita di Q” ti affidi piuttosto alle scene di Nicolas Bovey e alle loro invenzioni, il gran velame di cui s’è detto e la grande sfera argentata che incanta e travolge, alle luci del medesimo che appaiono un incanto, che colpiscono e che cullano, ai costumi di Anna Missaglia, colorati e divertenti. Ma di quella scommessa, su cui molti hanno creduto, ti rimane poco, saremmo tentare di dire nulla. Repliche, per la stagione dello Stabile torinese, sino a domenica 22 febbraio.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Anna Faragona, alcuni momenti dello spettacolo.

L’apprendista del cioccolato

Ieri pomeriggio, in occasione di CioccolaTò, al Circolo dei lettori, si è tenuto uno degli incontri più attesi e significativi del programma culturale del festival. In questa veste ampliata, già dall’anno scorso, CioccolaTòha scelto di affiancare alle tradizionali bancarelle e alle degustazioni un calendario sempre più ricco di visite guidate, laboratori e incontri culturali e letterari. In questo contesto rinnovato, la presenza di Joanne Harris ha rappresentato un vero fiore all’occhiello: non solo un’ospite d’eccezione, ma una sorta di madrina simbolica di un’edizione che mette al centro il racconto, la cultura e l’immaginazione.

Accolta da un pubblico numeroso e partecipe, Harris, in dialogo con Martina Liverani de Il Gusto, ha subito sottolineato il suo legame speciale con Torino e con i lettori italiani, ricordando come l’Italia sia stato il primo paese a credere in Chocolat. Il romanzo fu pubblicato dagli editori italiani sei mesi prima rispetto al Regno Unito e agli Stati Uniti, in un momento in cui quelli anglosassoni faticavano ancora a comprenderne la natura. Non era chiaro se si trattasse di realismo magico, di una storia d’amore o di un romanzo gastronomico; in Italia, invece, il libro venne accolto semplicemente per ciò che era: un racconto che intreccia maternità, famiglia, chiesa e cioccolato. Un successo editoriale straordinario, poi amplificato dalla trasposizione cinematografica con Juliette Binoche e Johnny Depp, che ha contribuito a fissare Chocolatnell’immaginario collettivo.

A distanza di ventisei anni, Harris è tornata a quella storia per raccontarne le origini. L’apprendista del cioccolato, il nuovo romanzo presentato a Torino, è il prequel di Chocolat e nasce da una riflessione personale profonda. Quando scrisse il primo libro, spiega l’autrice, lei e Vianne erano persone molto diverse e avevano in comune solo la maternità. Nel tempo, però, continuando a raccontare le avventure di Vianne come madre in altri romanzi, il personaggio ha continuato a tornare, fino a imporre una domanda inevitabile: cosa succede quando i figli crescono e lasciano la casa? Chi siamo, quando smettiamo di definirci solo attraverso il ruolo genitoriale? Da qui il bisogno di tornare indietro, di interrogare le origini di Vianne per capire come sia diventata la donna che i lettori hanno conosciuto in Chocolat.

Nel romanzo, ambientato nella Marsiglia dei primi anni Novanta, Vianne arriva con nulla in tasca, una gravidanza appena scoperta e un passato nomade che non le ha mai permesso di avere una casa o una vera cucina. All’inizio non sa cucinare: l’unica cosa che conosce è ciò che si può preparare con un bollitore. La svolta arriva quando trova lavoro in un piccolo bistrot gestito da Louis, un uomo anziano rimasto legato alla memoria della moglie Margot, cuoca straordinaria che ha lasciato in eredità un quaderno di ricette. Attraverso quelle pagine, Vianne entra in dialogo con una voce nuova, diversa da quella della madre, e inizia a comprendere che il cibo può essere una forma di magia: non un potere da usare per sé, ma un gesto capace di rendere felici gli altri, creare legami e costruire un senso di casa.

Marsiglia diventa così uno sfondo fondamentale del romanzo: una città antichissima e ricchissima di storia, ma anche segnata da povertà, forti contrasti sociali, immigrazione e marginalità. È un grande melting pot, dove convivono il peso della chiesa, il turismo e una profonda fragilità sociale. Vianne arriva in città quasi illegalmente, senza una casa, e trova una comunità fatta di persone che, come lei, hanno bisogno di qualcosa. Attraverso il linguaggio del cibo — e del cioccolato in particolare — si creano connessioni, si trasmettono gentilezza e amore, ma si scopre anche il prezzo che comporta vivere davvero all’interno di una comunità.

La magia, tema ricorrente nella saga di Vianne, si estende anche alla scrittura stessa. Harris racconta di credere in una magia lontana dalle fiabe, una magia che coincide con il cambiamento e con la capacità di modificare il modo in cui guardiamo il mondo e gli altri attraverso la scrittura e la lettura. Per entrare rapidamente nello stato creativo, soprattutto negli anni in cui insegnava e scriveva contemporaneamente, ha sviluppato un rituale ispirato al metodo Stanislavskij, associando un profumo a ogni libro. Per i romanzi dedicati a Vianne ha scelto profumi diversi di Chanel, mantenendo una coerenza sensoriale all’interno della saga. In una presentazione a Londra, racconta, arrivò persino a spruzzare una fragranza creata appositamente per una scena del libro — un profumo che mescolava note di cioccolato, chiesa e aria di Marsiglia — per permettere al pubblico di “sentire” la storia, aggiungendo all’esperienza della lettura anche il senso dell’olfatto.

Il cioccolato, infine, resta il grande protagonista trasversale di tutta la saga. Non è solo un ingrediente, ma un linguaggio universale, una parola che attraversa le lingue e le culture, portando con sé una storia antica fatta di viaggi, trasformazioni, religione, spiritualità e folklore. Harris racconta di aver imparato a conoscerlo nel tempo, viaggiando, incontrando maestri cioccolatieri e scoprendo i processi del cacao, per poi trasferire questa conoscenza a Vianne, che nel romanzo passa dall’indifferenza al riconoscimento del potere trasformativo del cioccolato. È attraverso questo linguaggio dolce e potente che l’autrice affronta temi attualissimi come l’immigrazione, l’emarginazione, la libertà e l’autodeterminazione femminile, dimostrando come, a volte, siano proprio i gesti più semplici a raccontare le storie più profonde.

GIULIANA PRESTIPINO

Rotary Club Torino Lagrange dona giochi ai bambini del Regina Margherita

Un sorriso che diventa dono e vicinanza concreta

Il 13 febbraio 2026, il Rotary Club Torino Lagrange ha consegnato i doni raccolti nell’ambito dell’iniziativa “Un sorriso per i bimbi del Regina Margherita” ai piccoli pazienti dell’Ospedale Pediatrico Regina Margherita di Torino. L’evento ha portato momenti di gioia ai bambini e ragazzi ricoverati nei reparti di oncologia e cardiochirurgia pediatrica.

Promossa da anni come appuntamento fisso del Club, l’iniziativa nasce dal desiderio di portare leggerezza e normalità nelle giornate dei piccoli pazienti, spesso segnate da cure impegnative e lunghe attese. I doni – pensati per diverse fasce d’età – rappresentano più di semplici giocattoli: sono un messaggio di attenzione, speranza e vicinanza rivolto ai bambini e alle loro famiglie.

Ogni sorriso che siamo riusciti a vedere oggi ripaga pienamente l’impegno di questo service”, commenta Jonathan Bessone, Presidente del Rotary Club Torino Lagrange. “Il nostro obiettivo è essere presenti, come comunità, accanto a chi affronta momenti difficili, soprattutto quando si tratta di bambini”.

Il progetto “Un sorriso per i bimbi del Regina Margherita” si inserisce nella missione del Rotary di servire la comunità, rafforzando il legame con una delle eccellenze sanitarie pediatriche più importanti a livello regionale e nazionale. La collaborazione con l’Ospedale conferma l’attenzione costante del Club verso il mondo dell’infanzia e della salute.

Grazie alla generosità di soci, amici volontari e donatori, l’iniziativa trasforma un semplice dono in un gesto di allegria e condivisione, lasciando un segno nel cuore di chi lo riceve.

 

Per informazioni: segreteria@rotarytorinolagrange.it

www.rotarytorinolagrange.it

Regina Elena Odv, Clavesana rinnova storico legame con Cervo

Domenica 8 febbraio il Comune di Cervo (IM) ha celebrato il suo storico legame con quello di Clavesana (CN) attraverso l’omonima famiglia marchionale, la quale possedette un vastissimo feudo, che in Piemonte oltre alla capitale Clavesana comprendeva anche Dogliani, Farigliano, La Morra, Mombarcaro e Saliceto e in Liguria la Marca di Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare.
I Clavesana attorno al XIII secolo fecero edificare il maniero che domina Cervo, uno dei “borghi più belli d’Italia”, definito la “perla del Ponente ligure”.
L’occasione è stata l’evento “Viaggio nella storia medievale di Cervo”, organizzato dal Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv nell’ambito della rassegna itinerante “Medioevo nei feudi dei Del Carretto” e patrocinato dal Comune di Cervo, dal Consiglio Regionale della Liguria e dalla Provincia di Imperia.
La delegazione del Comune di Clavesana è stata rappresentata dal Sindaco Bruno Terreno e dal gruppo storico “Marchesi di Clavesana”, i cui rievocatori hanno impersonato 
il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto con la nipote Adelaide, Gran Contessa di Sicilia; suo figlio Anselmo, capostipite dei Marchesi di Ceva; il Marchese del Monferrato Guglielmo VI con la consorte Berta di Clavesana; Oddone I di Clavesana con la consorte Mabilia ed Emanuele di Clavesana, cofondatore di Zuccarello, con la consorte.
Presenti anche altri tre primi cittadini del cuneese: Flavio Borgna di Cerretto Langhe, accompagnato da una delegazione del Consiglio Comunale; Marco Pallaro di Novello e Giovanni Genta di Saliceto, tutti con la fascia tricolore.
La giornata è iniziata con la visita al castello fatto edificare dai Marchesi di Clavesana inglobando nella costruzione un’antecedente torre in stile romanico. Oggi il maniero ospita il Museo Etnografico del Ponente Ligure e l’Ufficio del Turismo. Qui lo storico cervese Luigi Diego Eléna, Sindaco di Fuipiano Valle Imagna (BG) ha magistralmente raccontato la storia dell’edificio e del Comune di Cervo.
Alle ore 11 Don Maurizio Massabò, Parroco emerito di Cervo, ha celebrato la S. Messa nella magnifica Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, uno dei principali monumenti in stile barocco della Riviera di ponente, edificato tra il XVII e il XVIII secolo anche grazie ai proventi della pesca del corallo.
Successivamente i presenti e i gruppi storici si sono trasferiti nell’Ex Oratorio di Santa Caterina d’Alessandria, risalente al XIII Secolo, dove si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti del Sindaco Natalina Cha, la quale, dopo aver ringraziato lo scrivente e l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv per le bellissime cerimonie storiche che vengono organizzate in Piemonte e Liguria e che permettono ai sindaci dei diversi Comuni di incontrarsi e di fare strategia, ha ricordato lo storico legame con Clavesana, rinnovato nel 1994 in una triste circostanza: la tremenda alluvione del Tanaro. In quella drammatica occasione Cervo inviò una sua squadra della Protezione Civile e della Croce d’Oro per venire in soccorso alla popolazione clavesanese. Come affermato dal Sindaco Bruno Terreno, i suoi concittadini saranno per sempre riconoscenti ai loro lontani “cugini”.
I due Comuni, un tempo uniti dall’appartenenza ad un unico marchesato, in futuro lo saranno da progetti culturali congiunti, volti a celebrare la loro storia e le loro eccellenze.
Lo scrivente, nella sua qualità di Vice Segretario Amministrativo Nazionale dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi presentato il nuovo Fiduciario della Provincia di Savona del Sodalizio: Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV).
Successivamente ha fatto scoprire al numeroso pubblico il legame tra Cervo, i Marchesi di Clavesana e i Del Carretto. Questo feudo appartenne ai infatti ai primi, per poi venire conquistato nel 1336 da Enrico Del Carretto, il quale dieci anni prima aveva sposato la sua lontana cugina Caterina di Clavesana.
L’anno seguente, mentre Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente, Cervo insieme a diversi altri feudi tra i quali Zuccarello e Stellanello, passarono a Giorgio, Marchese di Finale Ligure e fratello di Enrico.
Ilaria, figlia di Giorgio, sposò Ranieri II Grimaldi, Signore di Monaco dal giugno 1352 all’agosto 1357 insieme al padre Carlo I, al fratello Gabriele e al prozio Antonio.
Cervo nel 1384 entrò a far parte della Repubblica di Genova e divenne Sabaudo con il Congresso di Vienna.
Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Cervo, allo storico Luigi Diego Eléna e all’Associazione “Cumpagnia du Servu
 Odv”.

ANDREA CARNINO

Pozzolo: “Ecco perché ho scelto Vannacci”

di Massimo Iaretti

Emanuele Pozzolo, già esponente di Fdi, ma dal 2025 nel Gruppo Misto di Montecitorio, insieme al pugliese Rossano Sasso e al toscano Edoardo Ziello, entrambi provenienti dalla Lega, è stato tra i primissimi ad aderire al Partito fondato da Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Lo abbiamo incontrato poco dopo la sua adesione alla forza politica del generale – europarlamentare fresco di uscita dal Carroccio, per fare quattro chiacchiere su questa compagine politica, ultima nata nel panorama politico italiano.

Quali sono le motivazioni alla base di questa scelta ?

Vannacci riesce a rapportarsi con la gente con un linguaggio che parla in modo chiaro senza tanti giri di parole

Futuro Nazionale è una forza a destra ?

Si potrebbe dire che è una destra autentica, una destra che ha deciso di non sottostare al politicamente corretto.

Quale ritiene sia la vostra forza ?

Lo dico in una battuta: Vannacci dice politicamente e pubblicamente quello che almano metà degli italiani pensa ma che ha paura di dire. Mondo al Contrario è un libro scritto in modo chiaro ma riesce a delineare una visione del mondo alternativa al progressismo globalizzante.

E’ deluso dall’esperienza passata di FDI e da Giorgia Meloni ?

FDI nasce come partito di destra, l’essere al Governo può cambiare. La Meloni di oggi non è più la Meloni di prima, pur riconoscendole una grandissima capacità comunicativa. Le persone, però, non sono stupide, le parole non bastano, servono i fatti.

Che ruolo ricopre nel nuovo Partito ?

In questa fase Vannacci mi ha incarico di seguire il Nord Ovest. Poi dovrà seguire una strutturaizone.

A Montecitorio non è solo …

Hanno aderito due altri parlamentari, Edoardo Ziello e Rossano Sasso, entrambi provenienti dalla Lega, andranno a fare parte della componente politica del Gruppo Misto della Camera.

Avete in essere delle alleanze ?

C’è un mondo con il quale ci può essere un’interlocuzione privilegiata, anche su alcuni temi. E la volontà di interloquire col centro – destra. Sta al centro – destra di voler affrontare alcuni temi politici. Speriamo che esso abbia ancora il contatto diretto con le persone

Quali sono i vostri principali programmatici ?

In premessa rispondo che ci sono tre grandi macro argomenti da cui si va a declinare altre problematiche: sicurezza, famiglia, immigrazione.

Può entrare maggiormente nel merito ?

Certamente. Per quanto riguarda la sicurezza non è stata modificata né la percezione né la realtà delle cose. Quando un padre ha paura per il figlio quando esce alla sera, credo a questo dica tutto

Per quanto riguarda la famiglia si parla di favorire le nascite di bambini perché l’Italia, in queste condizioni è avviata alla morte demografica. Questo non è un giudizio di valore ma un dato di fatto. Servono misure choc anche dal punto di vista fiscale, avere figli deve diventare conveniente anche dal lato economico.

E veniamo all’immigrazione ….

Italia ed Europa non possono accogliere tutti i disperati del mondo. E non è vero che sono tutti persone che fuggono da situazioni drammatiche. Il 20% sono rifugiati, il restante 80% viene in Italia per motivi economici e ha riconoscimenti che in nessun altro Paese avrebbe.

Tutto ciò si fa sentire in termini reali ?

I tanti temi della piattaforma elettorale hanno avuto risposte scarse. L’abbassamento delle imposte non c’è stato, come pure non c’è stata alcuna misura che abbia portato ad aumenti della volumetria del portafoglio degli italiani.

Questione armi all’Ucraina, avevate presento un emendamento al provvedimento discusso alla Camera martedì scorso, perché ?

Parrtiamo da un dato di fatto: il piano di riarmo è una specie di PNRR: sono soldi, molti soldi, che saranno usati per scopi militari e per dare armi all’Ucraina. Su questo punto occorre che faccia una precisazione. Io sono tutt’altro che putiniano, Putin ha invaso l’Ucraina e più volte ho votato il decreto legge per l’invio di armi sia in Commissione Esteri che alla Camera. Questi invii partivano dal presupposto che l’Ucraina potesse limitare al massimo la differenza militare con i russi, affinché non avanzassero e si arrivasse alla pace.

Ma questa strategia non ha funzionato ed è necessario stoppare una guerra che altrimenti andrà avanti senza vinti né vincitori ma con un dissanguamento di vite umane di ucraini e anche russi.

L’Italia non ha la possibilità economica di sostenere all’infinito per questo fronte di guerra. E ricordo che non esiste nella storia una pace giusta ma una pace possibile.

Primo caso di suicidio medicalmente assistito in Piemonte

Si è verificato il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Piemonte. Protagonista della vicenda è un uomo di 40 anni, residente nell’area torinese e affetto da una patologia grave e irreversibile.

L’uomo ha scelto di porre fine alla propria vita all’interno della sua abitazione, dopo aver completato il percorso previsto dalle procedure sanitarie. Secondo quanto comunicato dall’Asl To4, il decesso è avvenuto alla presenza di personale sanitario selezionato direttamente dal paziente e con il supporto tecnico e organizzativo fornito dall’azienda sanitaria.

Il caso rappresenta il primo episodio di suicidio medicalmente assistito registrato nella regione e si inserisce nel quadro delle procedure regolamentate per i pazienti che, in presenza di specifiche condizioni cliniche e requisiti stabiliti, scelgono di accedere a questo percorso sanitario.

Gli antipasti più golosi di Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO

Next Land, prima tappa della Winter Camp

 Decine di studenti e studentesse delle classi seconde hanno vissuto una settimana immersiva tra università, centri di ricerca e realtà industriali del territorio, trasformando le STEM da materie di studio a strumenti concreti di scoperta. Non lezioni frontali, ma esperienze dirette: laboratori, incontri con professionisti, progettazione e prototipi presentati pubblicamente a famiglie e comunità.

L’entusiasmo tangibile, la partecipazione attiva e curiosa che ha coinvolto docenti, ragazzi e genitori confermano quanto l’orientamento precoce possa fare la differenza quando diventa esperienza reale – ha commentato Caterina Corapi, Direttrice di Next Level ETS – La parola chiave di questo percorso è trasformazione: degli spazi, dei metodi e soprattutto dello sguardo con cui ragazze e ragazzi iniziano a immaginare il proprio futuro. Una scuola che non si limita a trasmettere contenuti, ma apre possibilità”.

Anche Claudia Porchiettosottosegretaria alla Presidenza della Regione Piemonte, ha evidenziato il valore strategico dell’iniziativa: «Iniziative come Next Land, ideata da Next Level e sostenuta da Stellantis, dimostrano che il futuro non appartiene a chi parte avvantaggiato. Appartiene a chi sceglie di studiare, di mettersi in gioco e di non avere paura delle materie più complesse. Perché la scienza non divide, libera. E quando il talento incontra le opportunità, può arrivare ovunque».

Questa scuola è un crocevia di storie, di sogni, di famiglie. È un luogo dove ogni giorno si costruisce futuro  ha sottolineato l’Assessore alle politiche educative e giovanili della Città di Torino Carlotta Salerno  Con Next Land in questa settimana abbiamo fatto qualcosa di molto concreto: abbiamo acceso curiosità. Abbiamo avvicinato ragazze e ragazzi non solo alle materie scientifiche, ma alla cultura, alla conoscenza, alla possibilità di immaginarsi in un domani diverso. Perché il punto non è soltanto formare scienziate e scienziati. Il punto è dare strumenti. È dire a tutte e a tutti: avete il diritto di provare, di scoprire, di sbagliare, di trovare la vostra strada. Se anche una sola scintilla si trasformerà in passione, allora questa esperienza avrà fatto la differenza. Per Torino, per il nostro territorio, ma soprattutto per il mondo che questi ragazzi costruiranno.»

Sul tema del divario di genere nelle materie scientifiche, Lorenza Patriarca, presidente della Commissione Scuola del Comune di Torino, ha sottolineato: «I dati mostrano che già nei primi anni della scuola primaria emerge una differenza in matematica e geometria tra bambine e bambini. È un segnale culturale su cui dobbiamo intervenire. Quando le ragazze scelgono percorsi scientifici, all’università sono spesso tra le più brillanti. Il tema dell’orientamento è una responsabilità della città e della città metropolitana».

La risposta delle scuole Cena e Gabelli segna un inizio forte per la Winter Camp 2026, che tra febbraio e marzo toccherà 26 scuole in 6 regioni  Piemonte, Lazio, Campania, Molise, Abruzzo, Basilicata – portando il modello Next Land a oltre 3.000 studenti e studentesse in tutta Italia.

La Winter Camp del Piemonte coinvolge 800 ragazzi e ragazze di 7 scuole medie di Barriera di Milano, Bertolla, Regio Parco, Aurora e Falchera negli istituti comprensivi GabelliCenaMorriconeBobbio-NovaroIlaria AlpiMorelli e Da Vinci-Frank

A Torino ragazze e ragazzi sono coinvolti in percorsi STEM intensivi che uniscono laboratori pratici, uscite didattiche e collaborazioni con università, istituti tecnici e partner industriali del territorio. Gli studenti lavorano su fisicachimicabiologia e tecnologia attraverso esperimentiroboticastudio dei materiali e attività di tinkering, con realizzazione di prototipi e manufatti anche con materiali di recupero.

Nel dettaglio, l’attività svolta presso l’IC Gabelli – orientata alla sperimentazione pratica, al tinkering e al design tecnologico – ha portato alla realizzazione di un “robot scribacchino”, un piccolo automa costruito con materiali di recupero, utilizzato per introdurre concetti di meccanica, movimento e precisione. Il percorso STEM dell’IC Cena invece – centrato su chimica, biologia e fisica con un focus sul tema dell’alimentazione, del corpo umano e della trasformazione della materia – ha indirizzato le classi alla costruzione di un modello funzionante dell’apparato digerente, con materiali di riciclo.

Le scuole collaborano con Politecnico e Università di Torino, musei scientifici e aziende come Stellantis, lavorando su innovazionescienze della vitaelettrotecnica e sostenibilità. Ampio spazio è dedicato anche alle competenze digitali e comunicative, con produzione di poster, podcast e contenuti multimediali. Il percorso si conclude con Science Show pubblici, in cui gli studenti presentano progetti ed esperimenti a famiglie e istituzioni.

La montagna raccontata dall’Unione Buddhista Italiana

Torino 21 febbraio – Milano 28 febbraio e 14 marzo 2026.

Iniziativa inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026

Tre incontri gratuiti resi possibili grazie ai fondi 8xmille dell’Unione Buddhista Italiana.

Tra i protagonisti il meteorologo Luca Mercalli.

 

Riflettere sulla montagna con uno sguardo ampio e consapevole che vada oltre la narrativa comune e gli stereotipi. È questo l’obiettivo del ciclo di tre incontri gratuiti promossi dall’area Cultura dell’Unione Buddhista Italiana il 21 febbraio a Torino e il 28 febbraio e 14 marzo a Milano per offrire una riflessione sulla montagna, analizzata e raccontata secondo vari punti di vista: spirituale, femminile e della cura. L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.

Il ciclo di incontri è reso possibile grazie ai fondi 8xmille dell’Unione Buddhista Italiana.

 

Si parte sabato 21 febbraio al Museo Nazionale della Montagna di Torino (Piazzale Monte dei Cappuccini, 7 – h.11) con “Diventa montagna. Sacralità e simbologie di un ecosistema“: l’incontro, il cui titolo si ispira al verso del mistico tibetano Shabkar, yogi e poeta del XIX secolo, intende riflettere sulla montagna nella sua potente valenza spirituale, in quanto simbolo di elevazione e ricerca interiore, metafora di uno stato meditativo imperturbabile, ma anche contesto ambientale per lo sviluppo di importanti tradizioni buddhiste. È l’occasione per affrontare tra gli altri il tema delle conseguenze del turismo di massa, proponendo sguardi consapevoli e modelli virtuosi, esaminando la montagna attraverso una più ampia prospettiva culturale, antropologica e artistica. A parlarne Enrico Camanni, scrittore e alpinista; Marco Albino Ferrari, scrittore esperto di cultura di montagna; Andrea Staid, antropologo; Chiara Bellini e Stefano Beggiora, docenti dell’Università Ca’ Foscari; Andrea Cassi e Michele Versaci, dello studio di architettura EX e il fotografo Mattia Micheli.

 

L’appuntamento è preceduto da un reading letterario, venerdì 20 febbraio, presso la storica Libreria della Montagna di Torino (via Paolo Sacchi, h.19) per una serata ricca di suggestioni, in cui due attori si alterneranno nella lettura di passi scelti dall’antologia Meditare tra le montagne del Tibet. Canti sull’impermanenza, a cura di Kurtis S. Schaffer, edita da Ubiliber, casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana.

 

Sabato 28 febbraio alla Casa della Cultura di Milano (via Borgogna, 3 – h.14.30) si tiene “L’altra montagna. Sguardi di donne sulle alte terre” dedicato al tema della montagna al femminile, intesa nella sua più estesa accezione di rigenerazione e comunità, accompagnata dal racconto di donne illustri. Fra le voci chiamate a riflettere sul tema Tona Sironi, tibetologa e pioniera dell’alpinismo femminile; Marion Chaygneaud-Dupy, attivista ed ex monaca buddhista, alla quale va il merito di aver dato vita all’operazione ecologica Clean Everest; Rossella Marangoni, studiosa di Giappone e l’Archivio di Etnografia e Storia Sociale di Regione Lombardia, per il progetto Alps Textyles; Claudia Losi, artista che ha coinvolto le comunità di due borghi alpini, all’insegna di pratiche artistiche collaborative e tradizioni locali.

 

Il ciclo si conclude sabato 14 marzo al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33 – h.14.30) con “Cura la montagna. Un approccio interdipendente fra uomo e natura” che vede protagonisti Luca Mercalli, meteorologo e divulgatore scientifico; l’etno-biologo Alessandro Boesi; il biologo Marco Granata; la psichiatra Roberta Sabbion, presidente della Società Italiana di Montagnaterapia; l’associazione Arrampi_Care, che coinvolge bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico in attività di arrampicata e Kidsmeetalps, progetto avviato da una giovane designer, con l’intento di preservare e rivitalizzare i borghi montani, avvicinando le giovani generazioni alla scoperta dei loro tesori.

Questo appuntamento è dedicato alla montagna e alla cura, intesa nella sua duplice valenza di beneficio che l’uomo può ricevere da questo habitat, ma anche di rispetto e tutela da parte dell’uomo nei suoi riguardi, in una visione circolare, interdipendente e virtuosa. Le diverse voci affrontano il tema da diverse angolature: cura della biodiversità ed emergenza climatica; dell’uomo, come nella pratica della medicina tradizionale tibetana; del paesaggio montano e del patrimonio intangibile e, infine, della salute mentale, tramite la Montagnaterapia.

 

L’ingresso a tutti gli incontri è libero fino a esaurimento posti.

Info https://gategate.it/il-programma-ubi-per-le-olimpiadi-invernali-2026/

Ghiacciao dell’Aletsch @Enrico Camanni