ilTorinese

Qual è stato l’ultimo membro della Famiglia Reale arrestato?

Prima dell’ex principe Andrea bisogna risalire al 1647…

Giovedì 19 febbraio 2026 ha suscitato scandalo in tutto il mondo l’arresto dell’ex principe Andrea, terzogenito della defunta Regina Elisabetta II e quindi fratello minore dell’attuale monarca Carlo III.
Andrea è stato arrestato nella sua residenza nella Tenuta reale di Sandringham, nel Norfolk, con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, in relazione ai suoi presunti legami con Jeffrey Epstein, l’imprenditore e criminale statunitense condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni, suicidatosi nel Carcere federale di New York il  9 agosto 2019.
Secondo gli investigatori l’ex principe avrebbe consegnato ad Epstein documenti sensibili del Governo britannico quando ricopriva il ruolo di Rappresentante speciale per il commercio internazionale tra il 2001 e il 2011. Tra le informazioni divulgate ad Epstein, un rapporto confidenziale su opportunità di investimento in Afghanistan e resoconti di viaggi ufficiali in Cina, Singapore e Vietnam.
Andrea, accusato da Virginia Giuffre di aver avuto rapporti sessuali con lei quando lei aveva 17 anni, dopo essere stata adescata da Epstein attraverso le sue reti, nel 2022 pagò un indennizzo di importo non reso pubblico e s’impegnò anche a fare una “donazione sostanziale” a un’organizzazione di beneficenza per vittime di abusi. Sebbene l’accordo non implicasse un’ammissione di colpa, l’ex principe rilasciò una dichiarazione legale in cui esprimeva “dispiacere” per la sua associazione con Epstein, senza però riconoscere specificamente le accuse della Giuffre.
In seguito a queste gravi accuse, il 13 gennaio 2022 la Regina Elisabetta II gli aveva revocato il trattamento pubblico di “Altezza Reale” togliendogli i gradi militari di cui era stato insignito.
Il 17 ottobre 2025 Andrea aveva rinunciato al suo titolo di Duca di York, mentre il successivo 30 ottobre Re Carlo III gli aveva tolto il titolo di principe. Sei settimane dopo gli era anche stato revocato il titolo di 
vice admiral.
Questa triste vicenda è culminata con l’arresto del 19 febbraio, anche se l’ex principe è stato poi rilasciato 12 ore dopo, al momento non è incriminato né formalmente accusato, ma resta sotto indagine.

L’ultimo caso di arresto di un reale inglese

Per vedere un reale inglese arrestato bisogna risalire al lontano 1647, quando il Regno Unito non esisteva ancora, in quanto Scozia e Inghilterra erano Stati distinti, anche se la Dinastia degli Stuart li governava entrambi.
In quell’anno, in piena Guerra Civile Inglese, il 3 gennaio Re Carlo I venne arrestato e il 30 gennaio del 1649 venne decapitato.
Il sovrano, salito al trono nel 1625 dopo la morte di suo padre Giacomo I, convinto di regnare per diritto divino, entrò ben presto in conflitto con il parlamento che cercando di limitare il suo potere, nel 1628 gli impose la Petition of Right, con la quale chiedeva il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti, tra cui l’inviolabilità personale e la necessità del consenso del parlamento per l’imposizione di nuove tasse e imposte. Questa Carta, diventata uno dei fondamenti del costituzionalismo britannico, poneva anche limiti al controllo del re sull’esercito, interveniva contro gli arresti arbitrari, contro il ricorso alla legge marziale e l’acquartieramento forzato di soldati nelle abitazioni private.
L’anno seguente Carlo dissolse il parlamento e governò per undici anni senza il suo consiglio, imponendo nuove tasse e cercando di uniformare la pratica religiosa in Inghilterra e Scozia.
Si crearono nuove tensioni che nel 1642 portarono allo scoppio della Guerra Civile Inglese; la popolazione era divisa tra sostenitori del re e sostenitori del parlamento. Il monarca controllava la parte nord e ovest dell’Inghilterra, le cui maggiori città erano Nottingham e Oxford, mentre il parlamento teneva Londra e le regioni a sud-est, per poi estendere il suo controllo fino a York.
Il 14 giugno 1645 con la Battaglia di Naseby le truppe del re furono annientate ed il sovrano cercò rifugio presso i suoi precedenti nemici, gli scozzesi, i quali il 3 gennaio 1647 lo consegnarono allo schieramento opposto. Riuscito a fuggire sull’isola di Wright, fomentò una rivolta con l’appoggio degli scozzesi, ai quali aveva promesso di imporre come religione ufficiale in Inghilterra il presbiterianesimo per tre anni di prova, ma la successiva vittoria del parlamento nella Battaglia di Preston dell’anno seguente segnò la sua sorte. Carlo I fu nuovamente arrestato e trasferito al Castello di Hurst, per poi essere spostato in quello di Windsor.
Accusato di alto tradimento verso il popolo inglese, il 30 gennaio 1649 fu condotto al patibolo eretto davanti al Palazzo di Whitehall a Londra, dove venne decapitato.
Con la sua morte l’Inghilterra fu dichiarata una repubblica sotto la guida di Oliver Cromwell e del parlamento. Iniziò un periodo tumultuoso e di grande instabilità, in quanto la monarchia rimaneva un’istituzione profondamente radicata nella società inglese.
Nel 1660 venne ripristinata la monarchia e il figlio di Carlo I, Carlo II, venne richiamato sul trono.
Il sovrano decapitato è ricordato anche per essere stato un grande mecenate che possedeva una delle collezioni d’arte più ricche e ammirate d’Europa; il suo pittore favorito era Tiziano.
Se nel Seicento la causa della fine della monarchia era stata la guerra, oggi quest’istituzione, fondata sul diritto divino, rischia di crollare sotto il peso di indicibili peccati terreni.

ANDREA CARNINO

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud

Sanremo raccontato dai protagonisti

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana” / Oggi Napoli, e non solo Napoli, piange la sua Divina. È mancata Angela Luce. Nata come cantante a soli 14 anni, è poi passata al teatro con Eduardo che la definì “una forza della natura”, lavorato con Peppino De Filippo, Nino Taranto e Totò ed è stata diretta al cinema dai più grandi registi italiani: da Visconti, Pasolini, Zampa, Comencini a Martone e Avati.

Ha partecipato ad un solo Festival di Sanremo, classificandosi seconda con l’intenso brano “Ipocrisia”, nel 1975, alla venticinquesima edizione della manifestazione, vinta dalla torinese Gilda Scalabrino con “Ragazza del sud” che ricorda la verve e l’ironia incredibile di Angela Luce quando “nel momento in cui venne ad abbracciarmi dopo la vittoria mi disse in napoletano: “doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana”. Nel 1975 partecipa al Festival anche la quindicenne torinese Antonella Bellan, interprete del brano “Lettera” che vede tra gli autori un’altro torinese, Pier Benito Greco, il suo scopritore, che la ricorda come una donna bellissima: “Angela Luce aveva un fascino indiscutibile e l’energia da vera donna del sud oltre ad avere una bravura e presenza scenica da vera regina. Fare teatro aiuta molto.

 

La differenza di età unita al fatto che io ero giovanissima però non ha aiutato la conoscenza diretta. Nel photocalling fuori dal Salone delle feste del Casinò era molto richiesta da fotografi e giornalisti anche perché era uno dei pochi nomi conosciuti quell’anno tra i cantanti, insieme a Rosanna Fratello che arrivò seconda a pari merito con lei.”

Igino Macagno

Buche come crateri. Lettera aperta al sindaco Lo Russo

Caro signor sindaco,

Pier Franco Quaglieni

Oggi ero  un po’ più libero e mi sono fermato a fotografare il pezzo di piazza Cavour e di via Calandra che, su proposta di chi scrive, di Valdo Fusi e di Enrico Paulucci, venne arricchita dell’antico acciottolato al fine di far conoscere com’era Torino nell’800 e fino agli ultimi  anni 50 del ‘900, quando tutto venne asfaltato. Era la modernità che consentiva alle macchine di circolare spedite forse anche per compiacere alla Fiat. Quell’angolo venne ripristinato per conservare un ricordo della Torino della Belle Epoque, come scrissi allora in un articolo, la Torino di Gozzano e  di Oxilia, di “Addio Giovinezza”, delle sartine e degli studenti squattrinati di cui parlava una vecchia canzone.

La Torino di Farassino di via Cuneo era volgare, si esprimeva in un piemontese proprio delle periferie urbane già allora degradate. Farassino non capiva queste sottigliezze culturali, finì I suoi giorni leghista bossiano. Ogni volta che passo in via Calandra mi torna alla mente quel piccolo progetto appoggiato dal sindaco Andrea Guglielminetti, mio confinante in campagna, diventato mio  amico per compiacere a mio padre. Guglielminetti comunque  capì subito, anche  perché era parente di Amalia, a cui era legato Gozzano, che il progetto di un giovane e di due autorevoli torinesi  aveva un senso. Ma ogni volta che passo in auto i buchi diventati crateri ricoperti in modo maldestro e insufficiente di asfalto (!)mettono in pericolo le sospensioni della mia utilitaria. Io so che Lei, signor Sindaco, è persona attenta e sensibile alla storia di Torino. Le chiedo di far risistemare l’acciottolato  dissestato e  pericoloso, salvando un angolo della Torino storica. Così potrò accompagnare a visitarlo i miei amici francesi che parlano di Torino come di una piccola Parigi, ma non sanno che quel paragone è retaggio di un passato che non esiste più. Come diceva Gianduia nel 1947: “Dumie n’andi” . E’ il vecchio Piemonte storico capace di piccole e grandi cose.  Grazie, buon lavoro al servizio di Torino e molti cordiali saluti
.
Pier Franco Quaglieni

Litiga con la cameriera e la accoltella: anziano arrestato

Diceva di sentire  un cattivo odore nella stanza dell’albergo e la situazione è degenerata. Un uomo di 80 anni è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio dopo aver accoltellato una cameriera all’interno dell’Hotel Galant, a Venaria Reale. 

Il pensionato, ospite della struttura, ha avuto un acceso diverbio con la donna, 60 anni, intorno alle 13. La discussione è degenerata quando l’uomo ha afferrato un coltello da cucina e l’ha colpita alle braccia, provocandole ferite.

La lavoratrice è stata soccorsa dal 118 e trasportata all’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, dove è stata medicata e dimessa con una prognosi di cinque giorni.

L’aggressore è finito agli arresti.

“Disneiamo”, teatro frizzante e interattivo

domenica 22 febbraio – ore 16.30

TEATRO CARDINAL MASSAIA – Torino

Il progetto artistico che porta sul palco la magia delle storie e delle favole più amate Disney, trasformandole in uno spettacolo musicale dal vivo, frizzante e interattivo,

per un’esperienza unica e indimenticabile adatta a tutte le età. Data inclusa nella rassegna “Merenda a teatro”.

Sul palco un cast di artisti di fama nazionale, da Pietro Ubaldi a Stefano Bersola e da Giulia Ottone a Giorgia Vecchini.

La procura apre fascicolo sulla morte di un bambino di 7 anni

La Procura della Repubblica di Ivrea ha aperto un fascicolo  sulla morte di un bambino di sette anni residente a Rivara, nella notte tra l’11 e il 12 febbraio. Il piccolo era affetto da una malattia congenita ed era stato operato poco prima di adenoidi la Regina Margherita. L’atto è finalizzato a verificare con precisione le cause del decesso: al momento non ci sono  indagati né ipotesi di reato

Immigrazione clandestina, operazione transfrontaliera: sgominata rete di passeur

A partire dal pomeriggio di lunedì 16 febbraio, in Italia (province di Imperia, Torino e L’Aquila) e in Francia (nelle provincie di Marsiglia, Nantes e Nizza), investigatori della Polizia di Stato italiana e della Police Nationale francese hanno dato esecuzione a provvedimenti restrittivi emessi dalle Autorità Giudiziarie italiana e francese, nei confronti di 15 destinatari, a vario titolo indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, 9 dei quali sono stati localizzati in Italia e 6 in Francia.

L’impianto accusatorio delineato dagli investigatori ha trovato pieno e totale riscontro nella decisione del Giudice per le Indagini Preliminari che, all’esito dell’udienza di convalida, ha disposto per la maggior parte degli stessi la massima misura restrittiva della custodia cautelare in carcere e per uno di essi l’obbligo di dimora.

L’operazione è parte di una più ampia indagine, condotta nell’ambito di una Squadra investigativa comune italo-francese avviata nel giugno 2025, coordinata dalla Procura della Repubblica di Imperia e dalla Procure de la République di Nizza, che ha riguardato molteplici indagati – prevalentemente centroafricani – attivi sia in Italia che in Francia, facilitando il passaggio dei migranti irregolari oltralpe, anche minori, attraverso la frontiera di Ventimiglia.

Per la parte italiana, le indagini sono state svolte dalla Squadra mobile della Questura di Imperia, dal Settore Polizia di Frontiera di Ventimiglia e dal Servizio centrale operativo, con il supporto delle Squadre mobili di Torino e L’Aquila e dei Commissariati di Sanremo e Ventimiglia, mentre per la parte francese ha proceduto l’OLTIM di Nizza; alla Squadra investigativa comune ha partecipato anche l’Unità di Ricerca Operativa (URO), un gruppo di lavoro misto, con sede presso il Commissariato di P.S. di Ventimiglia, attivo dal febbraio 2025 e composto da poliziotti italiani e francesi, specializzato nel mirato contrasto all’immigrazione irregolare lungo tutto quel confine e nei territori a ridosso dei due Paesi.

L’indagine ha consentito di monitorare e ricostruire oltre 200 episodi di favoreggiamento dei migranti irregolari lungo la frontiera di Ventimiglia, trasportati prevalentemente a bordo di auto, treni e autobus di linea, ai quali gli indagati avrebbero fornito assistenza, documenti contraffatti, biglietti, abiti nuovi per non destare sospetti e confondersi tra i pendolari, nonché istruzioni per eludere i controlli.

In alcune circostanze, i fermati avrebbero suggerito ai clandestini di nascondersi nel vano di collegamento tra i vagoni ferroviari, esponendoli a rischio per la loro incolumità; in altre occasioni, gli indagati, agendo di notte, hanno violato i sigilli dei camion in sosta presso l’autoporto di Ventimiglia, con destinazione Francia e altri Paesi, al fine di introdurvi i migranti, con il rischio di asfissia, schiacciamento e disidratazione.

Uno dei migranti, monitorato in territorio italiano, è stato colto in flagranza in territorio francese subito dopo aver accompagnato un migrante minorenne oltreconfine; inoltre, una squadra mista italo-francese ha sequestrato 13.400 euro in contanti rinvenuti nella disponibilità di uno dei trafficanti fermati, denaro che, verosimilmente, è provento del traffico transfrontaliero di migranti, con un preciso prezziario, variabile a seconda della modalità di viaggio prescelta, più o meno rischiosa:

  • 300 euro per il viaggio in auto/taxi, il metodo più costoso, considerato più sicuro e discreto;
  • 100 euro per il viaggio clandestino sui mezzi pesanti, con i migranti nascosti nei rimorchi all’insaputa dei conducenti, con un alto rischio per l’incolumità;
  • 70/100 euro per il treno o l’autobus, con la fornitura di documenti falsi, di abiti nuovi per non destare sospetti e di finti bagagli per confondersi tra i pendolari;
  • 50 euro a piedi, attraverso itinerari impervi, attraverso la ripida collina che separa Ventimiglia a Mentone, in alcuni casi con notevoli rischi di cadute da strapiombi e ferimenti.

Quanto ai metodi di pagamento, oltre al largo utilizzo del contante, i migranti avrebbero utilizzato circuiti bancari e di pagamento italiani, nonché esteri, mediante ricariche su schede prepagate o bonifici su conti controllati dai trafficanti.

Le indagini hanno, inoltre, documentato una serie di contatti tra gli indagati ed altre persone dimoranti e/o residenti in altre parti del territorio nazionale (Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova, Catania, Cuneo e Lampedusa) ed estero (Regno Unito, Francia, Spagna, Germania e Lussemburgo); contatti che avevano lo scopo di richiedere ai “passeurs” di Ventimiglia ausilio nel far attraversare illegalmente il confine italo-francese ai propri conoscenti.

Quanto alla nazionalità dei migranti “favoriti”, le indagini hanno evidenziato una prevalenza di soggetti provenienti dal Magreb e dal Corno d’Africa, principalmente diretti in Francia, Spagna, Lussemburgo, Germania e Regno Unito.

L’operazione rientra in una più ampia strategia di contrasto all’immigrazione irregolare lungo il confine italo-francese, portata avanti congiuntamente dalle Autorità giudiziarie e dalle Polizie dei due Paesi, che da ultimo ha portato alla costituzione dell’URO di cui costituisce il primo risultato operativo.

Cristiani e musulmani, Fratelli in dialogo. Un libro del Centro Peirone

Un inizio difficile, complicato, sempre in salita. Così è stato per molti musulmani l’arrivo a Torino e in tante altre città italiane. E per tanti immigrati lo è ancora adesso per ragioni culturali, sociali e anche economiche. Una nuova vita in un Paese totalmente diverso, la difficoltà per la lingua, la lontananza dalla famiglia e dalle proprie tradizioni, la ricerca di un lavoro che non si trova o un’occupazione assai precaria, un alloggio di fortuna, sono tutti problemi che hanno segnato fin da subito il soggiorno dei nuovi immigrati in Italia. Le prime ondate di musulmani sono sbarcate a Torino dal Marocco tra gli anni Ottanta e Novanta e ne sono seguite altre dall’Egitto e dall’Africa a sud del Sahara. La maggior parte è arrivata senza famiglia ed è stata costretta a cercare un tetto e un rifugio dove mangiare. Molti hanno trovato un impiego nell’edilizia, nei servizi o nell’industria in una città in gran parte legata alla Fiat.
Si sono installati attorno ad alcuni quartieri cittadini come San Salvario, Porta Nuova e Porta Palazzo, aprendo i primi negozi, macellerie di carne “halal” (carne macellata secondo i rituali islamici) panetterie e caffè, ristoranti e mercati di prodotti africani. Sono state aperte le prime improvvisate “sale di preghiera” ricavate in garage e scantinati e guidate da imam “fai da te”, spesso in aperta lotta tra loro per parlare a nome dell’intera comunità musulmana torinese. Sono scoppiati i primi scontri tra gruppi etnici rivali per il controllo della droga e sono affiorate le prime tensioni con i torinesi in gran parte ostili agli immigrati. Con le nuove generazioni qualcosa è cambiato, i figli degli immigrati, nati o cresciuti a Torino, vivono ora una realtà diversa, parlano italiano, frequentano scuole torinesi e si sentono sia italiani sia legati alle proprie origini. Sono nate associazioni culturali, centri islamici, commercianti e imprenditori musulmani. Parallelamente è cresciuto il dialogo interreligioso, anche grazie alla collaborazione con la diocesi e le istituzioni locali. Le migrazioni hanno cambiato il volto delle società europee rendendole sempre più multietniche e multireligiose. In questo nuovo contesto nel 1995 è nato il Centro Federico Peirone per il dialogo cristiano-islamico della Diocesi di Torino diretto da Augusto “Tino” Negri, islamologo, tra i più autorevoli studiosi italiani dell’Islam e sacerdote torinese. Il Centro Peirone, che organizza corsi di lingua araba, conferenze, convegni e pubblica la rivista bimestrale “Il Dialogo-al hiwar”, ha festeggiato il suo trentesimo compleanno. Il corposo libro “Cristiani e musulmani, fratelli in dialogo”, di Augusto Tino Negri, Effatà editrice, appena pubblicato, racconta 30 anni di storia, incontri, difficoltà e speranze, tra formazione, ricerca e rapporti con la comunità musulmana.
Un’esperienza radicata nella realtà italiana ma con lo sguardo rivolto anche alle chiese del Maghreb e del Medio Oriente dove il dialogo è spesso l’unica forma possibile di testimonianza cristiana. Ma, osserva Tino Negri, “ancora oggi la grande maggioranza dei musulmani non mai sentito parlare di dialogo cristiano-islamico e non esiste un magistero islamico che inviti i musulmani al dialogo interreligioso, eccezione fatta per rare situazioni. Il dialogo ha i suoi tempi, sottolinea l’autore del libro, è un progetto a lungo termine e una sfida che richiede preparazione. Dialoga solo chi conosce la propria fede e ha una buona conoscenza dell’interlocutore, dal punto di vista della religione, della storia e delle culture in cui si esprime”. Il cammino interreligioso con i musulmani è ostico e complesso ma con Papa Francesco e il grande imam di al-Azhar, Ahmad al Tayyeb, si è intravisto un barlume di speranza sulla via del dialogo. Con il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, noto anche come Dichiarazione di Abu Dhabi, firmato il 4 febbraio 2019 dalle due autorità religiose, Papa Francesco e al Tayyeb hanno posto una nuova pietra miliare sulla via del dialogo, quella dell’etica. “Dopo 1400 anni, per la prima volta la massima autorità della chiesa cattolica e una prestigiosa autorità musulmana sunnita hanno chiamato insieme cristiani e musulmani a collaborare su valori condivisi come fratellanza, giustizia, libertà di coscienza e di religione, non violenza e pace”.                     Filippo Re

I giovani incontrano la Costituzione

Presentata in Prefettura un’indagine della Fondazione Nazionale tra i Cavalieri di Gran Croce alla presenza degli studenti
 
In Sala degli Specchi, alla presenza delle massime Autorità del territorio, si è svolta la presentazione dell’indagine I giovani incontrano la Costituzione, a cura della Fondazione Nazionale tra i Cavalieri di Gran Croce e della Rete Urbana delle Rappresentanze, in collaborazione con la Prefettura di Torino. 
Dopo il saluto introduttivo del Prefetto Donato Cafagna, il Presidente della Fondazione Nazionale tra i Cavalieri di Gran Croce Claudio Gorelli ha presentato la Fondazione. Sono intervenuti per approfondire i temi oggetto della ricerca il prof. Giuseppe Roma, Presidente Rete Urbana delle Rappresentanze, il giudice costituzionale Angelo Buscema già Presidente della Corte dei Conti, la Pres. Fernanda Fraioli, Procuratrice Regionale della Corte dei Conti del Piemonte e la Prof.ssa Valeria Marcenò, Ordinario di Diritto Costituzionale. Ha moderato l’incontro il Gen. C.A. Giorgio Cancellieri.
Scopo della indagine conoscitiva e della presentazione odierna è stata la valorizzazione dei principi costituzionali presso le nuove generazioni per far divenire, come ebbe a dire il professore e giudice costituzionale Valerio Onida, “il testo della Costituzione coscienza diffusa, accettata, rispettata e condivisa realizzando dall’insieme di individui una collettività“.
La ricerca ha analizzato i livelli di conoscenza, la rispondenza fra valori giovanili e principi costituzionali, le motivazioni e le aspettative del pianeta giovani. Uno studio organico in cui vengono offerti su alcune specifiche problematiche – dal lavoro alla scuola, all’ambiente – quadri caratterizzanti della condizione giovanile.
Dal rapporto è emerso il ruolo cruciale della scuola e dei sistemi formativi. Anche per questa ragione, lo studio, oltre a fornire un quadro scientifico e aggiornato sul grado di conoscenza da parte dei giovani della Carta Costituzionale, si è rivelato una utile base conoscitiva per intraprendere concrete azioni di sensibilizzazione in ambito scolastico.
Presente, a tal riguardo, una nutrita delegazione di studenti del Liceo Volta e del Convitto Umberto I di Torino e del liceo Majorana di Moncalieri.

 Dentro la conchiglia

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

In via dei Mercanti 8, all’angolo con via Barbaroux e a pochi passi dal cuore monumentale di Torino, si trova una bottega che appare come una fenditura temporale, un ricco e strano acquario di memorie aggrovigliate: una teca di nostalgie, usanze, desideri, passioni e incubi sopravvissuti ai loro proprietari o sottratti al macero.

Il termine più azzeccato per definire ciò che si intravede dalle vetrine scenograficamente allestite è quello di wunderkammer, un termine che risuona a secoli di distanza dalla sua nascita come una piccola epifania.

Tra la fine del Quattrocento e il Seicento si assiste a un momento in cui il reale sembra espandersi: nuove scoperte geografiche, rivoluzioni scientifiche, nuovi strumenti ottici.
L’Europa scopre tangibilmente che le cose sono più vaste e più inquietanti di quanto immaginasse.

Collezionare significa allora anche contenere l’angoscia dell’infinito: comprimere il mondo in una camera delle meraviglie come atto di potere simbolico.
È la stessa pulsione che porta a fabbricare un mappamondo, a sezionare un corpo anatomico, a progettare un sottomarino capace di penetrare gli abissi: imporre il controllo sull’immensamente grande e l’immensamente piccolo.

Dunque il collezionista, per quanto possibile, raccoglie le propagazioni di grazia dall’esterno per aprirsi un nascondiglio fuori dai marciapiedi del mondo e dalla loro mascherata di passi irruenti e insensati.

La bottega di via dei Mercanti si chiama Nautilus Antiques, come il mollusco dalla logaritmica conchiglia a spirale che occupa nuove camere man mano che cresce ma anche riferendosi alla futuristica imbarcazione di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, capace di bucare baratri e ghiacci: in essa una civiltà sommersa rifiuta la superficie e vive in saloni illuminati da elettricità segreta, biblioteche, organi musicali, strabilianti bacheche marine.

Il collezionista cerca quindi di trattenere frammenti di eternità, nel caso specifico del Nautilus, anche di condividerli.

Il proprietario è Alessandro Molinengo, ingegnere elettronico che lavora per una ditta che produce valvole cardiache. In parallelo ha coltivato la sua passione per il collezionismo che trova il suo albore, quando, da bambino, raggruppava piccoli oggetti come tappi di bottiglia per poi, poco più tardi, verticalizzare nella raccolta di antichi ferri da stiro.

Ci incontriamo nella sua bottega un giovedì sera, che lui ha riempito secondo una logica stratificata più che lineare. Un caos profondamente ordinato in cui regna una gerarchia visiva che richiama quella museale o di un allestimento scenico teatrale.

È un uomo dall’aspetto rassicurante Alessandro, alto e asciutto, dallo sguardo gentile e curioso dietro un paio di occhiali dalla montatura semplice.

È accogliente, di quell’ospitalità tipica di chi non manca di empatia: nelle varie occasioni in cui ho visitato la bottega lascia passeggiare tra le sue collezioni senza invadere con la sua presenza, a patto che tu non sia curioso su qualche oggetto, solo allora ti lascia carpire la sua passione nel mentre racconta e descrive, come un confessore un po’ spifferone del suo manufatto.

I prezzi sono tendenzialmente alti, a volte da capogiro: non è un luogo di consumo il Nautilus. Dopotutto con l’acquisto è come se stessi sottraendo un capitoletto a un libro.
Ma ho come la sensazione che se davvero si è interessati a uno dei suoi “articoli”, un accordo lo si può trovare.

Mentre chiacchieriamo mi sento immerso in un carosello di immagini che m’inonda gli occhi, un valzer visivo simile ad un mise en abyme: globi cartografici, manichini sartoriali con teste da modisteria, scheletri osteologici umani e animali, preparati tassidermici, tavole anatomiche murali, litografiche, busti neoclassici in gesso, maschere teatrali popolari, marionette, stendardi confraternali ricamati, crocifissi, ex-voto, bastoni pastorali e aste processionali intagliate, insegne commerciali dipinte, strumenti scientifici d’epoca, ephemera funeraria, teratologie corporee di ogni tipo, strumenti di tortura, iconografie devozionali, fotografie d’archivio, arte antica naïf e potrei andare avanti per molto ancora.

Ma non cadete in inganno per l’assetto quasi post-apocalittico della disposizione degli oggetti e dalla loro natura: il macabro qui è solo un caso o un equivoco.
La superstizione e i talismani sono per Alessandro (agnostico) interessanti in quanto dati sull’umanità, micro-difese psicologiche contro il nulla, di certo non come gesti vissuti.

Il suo è più un animo romantico: l’algebra lineare e la geometria differenziale, di cui si serve per costruire i dispositivi valvolari cardiaci, si integrano con una sensibilità umana profonda che vede in un cuore anatomico stilizzato in argento, pegno di una grazia ricevuta, una struggente miniatura del dolore e della salvezza; in parole povere una storia.

Chi compra una mappa nautica consunta non desidera solo carta e inchiostro, bensì la prova tangibile che l’orientamento è concepibile. Che qualcuno, prima di lui, ha temuto il mare e lo ha misurato.

Il filo conduttore che lega tutta la sua collezione è proprio l’attenzione per le vicende che hanno portato l’oggetto a prendere forma, a farsi urgenza manifesta.

Se molte cose che conserva portano l’ombra superficiale del raccapricciante è perché il dolore lascia impronte più profonde della gioia.
Come la disciplina storica è massimamente un focus sui patimenti umani: cicatrici su cicatrici.
L’uomo ha sempre cercato di fissare l’irrimediabile, di incorniciare e sublimare l’angoscia.
Quando si è felici ci si gode la felicità.

Per questo nella sua orbita possono entrare anche reperti estremi, fatture a morte, feti in formaldeide, cilici.
Uno dei suoi oggetti, esteticamente poco accattivante, ma che porta con sé una storia che parla della nostra specie con la precisione di un atlante di psicologia, è una siringa battesimale utilizzata per benedire il feto all’interno dell’utero prima di procedere con l’aborto.

Al di là di un’istintiva reazione repulsiva iniziale, è un oggetto che trattiene dati antropologici e sentimentali giganteschi.

In chiusura della nostra conversazione Alessandro mi rivela che salverebbe, da un ipotetico fuoco disintegratore, un particolare cuore votivo trovato su Ebay: datato 1600 e proveniente dal Sudtirolo, area geograficamente molto circoscritta, è un ringraziamento per un parto travagliato con esito felice.
La sua peculiarità è che si presenta come una palla di legno trafitta da numerosi chiodi: a prima vista appare come la rappresentazione di una mina nell’atto di esplodere.

Invece il legno rappresenta l’utero, i chiodi il dolore del parto.

Un’altra storia, altre immagini ti si spalancano dinanzi, volti, relazioni, speranze, dubbi.
Tra amore e morte, come una venere anatomica: un’estasi da Santa Teresa d’Avila allargata su una cruda e complessa anatomia.