Con l’opera site-specific “Infinite fall (floating)”, è il giovane artista patavino ad aggiudicarsi a Saluzzo la 48^ edizione del Premio
Inaugurazione giovedì 18 giugno, ore 11,30
Saluzzo (Cuneo)
Il senso (proprio come suggerisce il titolo) è quello di una “caduta infinita (fluttuante)”, di un precipitare eterno senza meta d’arrivo, “simbolo di una società contemporanea condannata a vivere in perenne bilico”. “Infinite fall (floating)”, l’opera site-specific realizzata dall’artista Davide Sgambaro (nato a Cittadella – Padova nel 1989, oggi residente a Torino) e vincitrice della 48^ edizione del “Premio Matteo Olivero” – tenuto dal 2018 nell’ex Capitale dell’antico “Marchesato” in memoria del grande, troppo trascurato, artista saluzzese tra i maggiori esponenti del Divisionismo – sarà inaugurata giovedì 18 giugno, alle 11,30, presso la “Piscina Comunale” di corso Aldo Moro, spazio cittadino fortemente vissuto e partecipato, con l’intento di portare l’arte (secondo gli obiettivi fondamentali dello stesso “Premio”) nella quotidianità, a stretto contatto con il più vario e vasto pubblico. Principio, del resto, che ha fatto dell’evento, nell’ambito della rassegna “START/storia e arte – Saluzzo”, sotto la direzione artistica di Stefano Raimondi – e promosso dalla “Fondazione Amleto Bertoni”, dal “Comune di Saluzzo” e “The Blank Contemporary Art” – un prezioso modello di “valorizzazione territoriale” attraverso l’arte contemporanea.
L’opera del giovane Sgambaro (installata sul fondo della Piscina) prende le mosse dall’iconico e tristemente famoso scatto fotografico “The falling man” (“L’uomo che cade”) realizzato dal fotoreporter americano dell’“Associated Press” Richard Drew l’11 settembre 2001 e immagine simbolo, la più potente e controversa, dell’indimenticata tragedia delle “Torri Gemelle”. L’immagine, accusata di essere offensiva e voyeuristica tanto da essere ritirata, infatti, dalla circolazione pubblica per molti anni, immortala una delle 200 persone che, intrappolate nei piani superiori del “World Trade Center”, scelsero di lanciarsi nel vuoto piuttosto che morire arse vive: “simbolo estremo dell’assenza di scampo”. Curiosa particolarità: nell’estremo caos della tragedia, ad essere notata è stata la posizione dell’uomo che cade perfettamente allineato alle linee verticali dell’edificio. Postura che ha spinto molti a interpretare lo scatto non come “immagine di morte”, ma come “metafora di dignità, controllo e sfida di fronte all’inevitabile”.
Dichiara, in proposito, lo stesso Sgambaro: “Ragionando su quell’immagine oramai storica, ho immediatamente pensato alla normalizzazione collettiva dell’attesa nel rapporto antitetico tra uso del potere capitalista e sopravvivenza precaria”. In tal senso, e attraverso la rapida, flessibile lievità di segni informali che prendono corpo attraverso materiali leggeri e sagomati ad uso immaginifico e visionario, Sgambaro (aiutato dall’illustratrice Viola Mancini) pare volerci restituire un’idea di “leggerezza confortante”, anche davanti all’inevitabile realtà di un corpo prossimo ad impattare al suolo. “Le opere di Sgambaro – è stato a ragione scritto – sono sculture minime … in cui si respira l’atmosfera di una festa finita, la precarietà dei materiali fragili, il senso di un tempo perso. Il sabotaggio dell’imperativo positivista della società, rappresentato dall’emblematica ‘emoji’ sorridente, spesso presente nelle opere di Sgambaro, ha però il sapore di un atto liberatorio, di uno smascheramento reazionario”. La quotidiana realtà é per lui, aggiungiamo, un atto dovuto, una recita a caduta libera, nell’imbuto di “nuvole” apparentemente sorridenti, compiuta con un tal senso di leggerezza capace di apprezzare perfino l’infinita discesa in gorghi esistenziali inaccettabili, se non con l’aiuto di una pace dignitosa e un senso di pacata attesa che ha il sapore sospeso dell’eternità.
Esiste dunque un nesso profondo tra l’operare “contemporaneo” di Davide Sgambaro e la vita quotidiana. Ed “è proprio questa capacità – sottolinea Stefano Raimondi – di generare relazione che rende il lavoro di Sgambaro particolarmente significativo per il ‘Premio Olivero’: un’opera che nasce dalla comunità, maturata durante una residenza dell’artista, e che alla comunità ritorna, ampliando il senso di appartenenza e di partecipazione culturale”.
L’installazione di Davide Sgambaro entra, così, a far parte di un percorso di “valorizzazione del territorio” che mira a creare un dialogo serrato tra la comunità e i linguaggi dell’“arte contemporanea”. E il Comune di Saluzzo prosegue, in tal modo e proprio attraverso l’annuale realizzazione del “Premio Matteo Olivero”, nel suo progetto di costruzione di una “Collezione d’Arte Pubblica” che conta già interventi di artisti di conclamata fama internazionale.
Gianni Milani
Nelle foto: Davide Sgambaro “Infinite fall (floating)”; Davide Sgambaro




avere la minima idea di dove mettere le mani. Mentre rimuginava sull’incidente che gli era capitato, avvertì un rumore alle sue spalle. Si girò e vide un bellissimo ed elegante cavallo dal manto lucido e nero. L’animale lo guardava e si mise a girare attorno al veicolo. S’avvicinò e, con sguardo indagatore, scrutando il motore disse , con voce grave :“ Un bel guaio, sa? Per me è partito lo spinterogeno”. Armando, attonito e ammutolito lo guardò incredulo mentre l’animale, trotterellando se ne andò via per la sua strada. Di lì a pochi minuti sopraggiunse un contadino, con un forcone in spalla. Si conoscevano. Bernardo Trefossi era noto nei dintorni per la sua eccentricità. Vide il Belletti stranito, con la bocca aperta, e chiese cosa mai gli fosse capitato. Armando, balbettando, raccontò l’episodio del cavallo e il contadino, incuriosito, domandò: “ Mi dica. Il cavallo era forse nero?”. Alla risposta affermativa del Belletti, il contadino, battendogli la mano sulla spalle, lo rassicurò: “Mi dia retta. Non creda ad una parola di quanto le ha detto quel cavallo. Di motori non ne capisce niente”.