ilTorinese

“Il barbiere di Siviglia” nella Palazzina di Caccia di Stupinigi

Domenica 15 marzo, alle ore 19, si terrà il primo appuntamento della rassegna domenicale del TSN Teatro Superga Nichelino, nel Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di un omaggio alla lirica italiana, con l’esecuzione del capolavoro di Gioachino Rossini “Il barbiere di Siviglia”. Rappresentato a Roma nel teatro di Torre Argentina nel 1816, si tratta di una delle più vivaci opere buffe della tradizione musicale italiana, su libretto di Cesare Sterbini, tratto dall’omonima commedia di Beaumarchais del 1775. “Il barbiere di Siviglia” mette in scena la forza dell’amore giovanile che supera ogni convenzione sociale, interessi economici e intrighi di Palazzo. Tratteggia un grande affresco che deride la società del bel mondo settecentesco e rivoluziona l’opera buffa, opera di un geniale ventitreenne pesarese che, grazie alla fama ottenuta dal “Barbiere”, divenne il compositore più richiesto dell’Ottocento.

La rassegna “Lirica a corte” è organizzata dal TSN Teatro Superga Nichelino in collaborazione con STM Scuola del Teatro Musicale e Fondazione Ordine Mauriziano.

Info e biglietti: intero 38,50 euro – 0116279789 – biglietteria@teatrosuperga.it – orari biglietteria: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19

Mara Martellotta

Le stelle del banano

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Giuseppe Mulas è nato ad Alghero nel 1995, una città di pietra chiara affacciata sul Mediterraneo con bastioni che signoreggiano sull’orizzonte insieme antico e quotidiano del mare.
Nei vicoli del centro storico l’aria sa di sale, tra case color miele, panni stesi e finestre spalancate che sbattono per il vento.
Più in basso il porto, con le barche ferme sull’acqua che all’imbrunire si fa profonda.
Nonostante le sue origini ha un accento particolare, per nulla sardo, ma che richiama quello spagnolo: lui stesso non se lo spiega.

Dalla Sardegna si trasferisce un po’ per caso a Torino e poi passa un anno a Varsavia in Erasmus.
Qui incontra il professore e pittore Paweł Bołtryk dell’Accademia di Belle Arti.
Dalla sua pittura assorbe alcuni topos quali le forme organiche e vegetali, spesso accresciute e isolate sulla tela in un intrico dalla levità irreale.

Sempre a Varsavia rimane colpito dalla presenza inaspettata di una palma artificiale alta 15 metri – installazione dell’artista polacca Joanna Rajkowska – in una rotatoria di via Gerusalemme, che produce uno straniante contrasto con l’ambiente circostante.
Un’immagine che sembra in dialogo con quelle del professor Bołtryk, una sorta di sincronicità, che Giuseppe si porta con sé nel suo ritorno a Torino.

Il suo lavoro nasce proprio così: per figure che ritornano, scivolate solo momentaneamente nell’inconscio, nei sogni.
Non è però una pittura impulsiva, Giuseppe lavora in modo metodico tra le nebulose di queste forme, spesso sapendo già prima di iniziare quali elementi entreranno nel quadrato luminoso della tela e come si combineranno tra loro.

Non uso a caso il binomio “quadrato-luminoso”: Mulas parte spesso da una base gialla, che rimane nascosta sotto gli strati successivi di colore– soprattutto blu e viola – poi graffia la superficie, incide la pittura e il giallo zampilla come luce.
Il segno metallico lavora dunque per riaprire la superficie e lasciare riaffiorare ciò che sta sotto.

È forse questa tecnica una chiave-metafora per capire Giuseppe.
Quella matrice carsica di giallo intenso è simile a ciò che ho avvertito chiacchierando con lui nel suo studio di via Tarino 7, a Vanchiglia, in un pomeriggio di fine inverno.
Parlo di qualcosa di pacato ma operoso, di una nervatura profonda di calore, come brace sotto la cenere, la stessa che nelle sue tele affiora non appena le si scalfisce.
Un’allegria trattenuta, un conquistato ottimismo del nulla che non necessita di continui input esterni per farlo ardere ma che è piuttosto un ricercato sostrato interiore.

Il linguaggio visivo dell’artista è legato al simbolico e all’oniricomentre osservo le sue opere mi viene in mente il realismo magico di García Márquez, in cui le cose hanno vita propria, al di fuori del nostro punto di vista.
La camera da letto, il bagno, i segni dell’infanzia, le pareti, il ricordo della casa: tutto, nel suo lavoro, sembra sorgere da un’esperienza privata che si schiude però attraverso un alfabeto cosmico di bambino.

Piante tropicali, banani, stelle, casette-matrioska e oggetti quotidiani diventano il fulcro dei quadri: sono in parte simulacri di esseri umani, in parte portatori di una loro traccia, in parte scampoli d’inconscio – di spostamenti di senso – e in parte solo se stessi.

Tra questi elementi ce n’è uno che ritorna di frequente: il banano.
Giuseppe mi racconta della malattia degenerativa del padre e di come sia nata allora questa figura: una pianta immobile, radicata e generatrice di frutti.
In alcuni dipinti l’albero, talvolta seduto in poltrona, genera attraverso le sue lacrime delle stelle.
Stelle che l’artista riproduce come si fa da piccini, con asterischi, e che si insinuano e traboccano nei vari anfratti della tela: tovaglie, bicchieri, corpi, muri.

Sulle tele compaiono spesso cieli stellati: cascami di ricordi che di nostalgico non trattengono molto.
Le notti in Sardegna, la spiaggia, le costellazioni osservate con gli amici vicino al mare sono piuttosto sostanze ancora attive, capaci di deformare il presente.

La notte è l’altro grande territorio della sua pittura: uno spazio del sogno che è l’altra faccia di quel giallo che attende di far capolino sotto la superficie.
Quella di Giuseppe è una notte senza tenebra, che fa da mite contraltare alle figure e alle luminosità dell’insieme.

Stilisticamente usa infatti colori saturi e tra loro opposti, spesso applicati direttamente dal tubetto senza mescolarli, con tonalità accese che alterano il rapporto tra chiarore e ombra, realtà e incantesimo.

L’essere umano non è quasi mai presente se non a frammenti.
È una presenza espansa e amalgamata anch’essa nel simbolico: se gli oggetti talvolta rimandano o sono testimoni della presenza umana, le presenze umane si fanno quasi oggetti.
La vita continua a manifestarsi senza cervelli che la elaborino, le cose mantengono il loro significato al di là delle nostre interpretazioni.

Al termine della mia chiacchierata con Giuseppe, e di questo articolo, c’è l’Amazzonia.
Ci passa tre mesi nel 2022, dove vive non distante dalla foresta colombiana a stretto contatto con una comunità indigena.
Mi racconta di alcuni giorni passati a cacciare nella giungla, dello scorrere lento del fiume, percorso in barca tra pareti di vegetazione così fitte da sembrare un’unica massa verde.
Degli appostamenti e soprattutto della foresta di notte.

Quando lo fa non mi parla di un muro nero in cui si agitano rumori ostili o respingenti.
Gli alberi si muovono appena, pollini di suono sospesi nell’aria come invisibili fuochi fatui che si consumano brevemente.
Gli pare che qualcosa di immenso stia dormendo sotto quella pelle di radici e rami: una sorta di struttura salda, un sistema immunitario fatto di corpi vegetali che possiede un rigore palpabile.
L’alta nota gialla che è il fondale d’ogni cosa.

Forse è per questo che nei suoi quadri le piante non sono mai nemiche, le foglie si aprono come mani, tra i rami compaiono cuscini, piccoli approdi morbidi.

La vegetazione diventa un luogo in cui fermarsi, dormire, prestare ascolto al rumore del sangue che fluisce nei ventricoli del mondo e dalla quale far sgorgare un tripudio di astri stilizzati, identici a come li percepivamo da bambini mentre eravamo distesi con gli amici a guardare il cielo.

Link Linkedin e Instagram: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/
https://www.instagram.com/rijkard_nikov/

Foto 1 e 2 : Giuseppe Mulas nel suo studio
Foto 3: “Sognare la notte” 180×210 cm Acrilico Olio Spray
Foto 4: Installazione “All the stars of your”

Violenza di genere: quasi 7 milioni di nuove risorse per il Piemonte. Rafforzati Centri antiviolenza, case rifugio e CUAV

Marina Chiarelli, assessore alle Pari opportunità: “Con queste risorse continuiamo a rafforzare il sistema piemontese di protezione e prevenzione, sostenendo concretamente i Centri antiviolenza, le case rifugio, Cuav e tutti quei servizi che ogni giorno accompagnano le donne in percorsi di uscita dalla violenza e di ricostruzione della propria autonomia”.

Nuove risorse per rafforzare la rete di prevenzione e contrasto alla violenza di genere in Piemonte: 6,8 milioni di euro, destinati al sostegno dei Centri antiviolenza, delle case rifugio e dei Centri per autori di violenza (CUAV) e alle azioni di prevenzione della violenza di genere.

Le risorse, assegnate dal governo con il riparto del Dpcm del 29 dicembre 2025, saranno destinate in particolare a: 2,18 milioni di euro per il sostegno ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio, 1,78 milioni di euro per le azioni previste dal Piano strategico nazionale contro la violenza maschile sulle donne, 500 mila euro per la realizzazione di nuovi Centri antiviolenza, 1,46 milioni di euro per nuove Case rifugio, 438 mila euro per la formazione degli operatori, 36.500 mila euro risorse dedicate alla prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e 416.465 mila euro fondo contro le discriminazioni e la violenza di genere.

L’assessore Chiarelli

In Piemonte operano attualmente 22 Centri antiviolenza e 13 Case rifugio, che nel 2024 hanno preso in carico quasi 4.000 donne, confermando il ruolo centrale della rete territoriale nel supporto e nell’accompagnamento delle vittime verso percorsi di autonomia.

Alle risorse destinate alla rete di protezione si aggiungono anche 219 mila euro assegnati alla Regione Piemonte per rafforzare i percorsi di orientamento e inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza, con l’obiettivo di favorire l’autonomia economica e il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso progettualità sviluppate in collaborazione con i Centri antiviolenza e le reti territoriali.

Un ulteriore capitolo riguarda il sostegno ai Centri per uomini autori di violenza (CUAV), strumenti fondamentali nella strategia di prevenzione. Per il 2026 la Regione Piemonte destinerà 518.563 euro ai 17 centri attivi sul territorio, iscritti all’Albo regionale istituito con la legge regionale n.10 del 2024.

Nel 2024 i CUAV piemontesi hanno preso in carico 708 uomini, con una distribuzione differenziata tra i centri: alcuni più recenti hanno seguito meno di 20 persone, mentre altri hanno superato i 100 percorsi di accompagnamento.

Per questo la Regione ha introdotto nuovi criteri di riparto delle risorse, che tengono conto sia della presenza territoriale dei centri sia dell’effettivo numero di utenti seguiti: 60 per cento delle risorse suddiviso in parti uguali tra i 17 centri (circa 18.300 euro ciascuno) per garantire continuità operativa; 40 per cento delle risorse ripartito in base al numero di uomini presi in carico con percorsi di accompagnamento nel corso del 2025. La Regione valuterà inoltre, nei prossimi mesi, la possibilità di incrementare ulteriormente le risorse per il 2026, qualora si rendano disponibili economie derivanti da annualità precedenti.

«Il contrasto alla violenza di genere è una priorità assoluta che richiede un impegno costante delle istituzioni e una rete territoriale solida e strutturata – dichiara l’assessore regionale alle Pari opportunità, Marina Chiarelli – Con queste risorse continuiamo a rafforzare il sistema piemontese di protezione e prevenzione, sostenendo concretamente i Centri antiviolenza, le case rifugio e tutti quei servizi che ogni giorno accompagnano le donne in percorsi di uscita dalla violenza e di ricostruzione della propria autonomia.

Allo stesso tempo – prosegue Chiarelli – riteniamo fondamentale intervenire anche sul versante della prevenzione e della responsabilizzazione degli uomini autori di violenza. I Centri per uomini autori di violenza rappresentano uno strumento importante perché lavorano sulle cause profonde del fenomeno, aiutando gli uomini a riconoscere comportamenti violenti e a intraprendere percorsi di cambiamento. Come Regione Piemonte continueremo a investire su questa rete di servizi, valorizzando il lavoro degli operatori e rafforzando la collaborazione con il territorio, con l’obiettivo di garantire sempre più strumenti di protezione, prevenzione e autonomia per le donne vittime di violenza sole e/o con figli».

CS

Al castello di Piea d’Asti “Il narciso incantato”

Prenderà il via il 21 marzo al castello di Piea d’Asti , in provincia di Asti, in piazza Italia 3, con il tradizionale Brindisi inaugurale  la XVIII edizione de “Il narciso incantato”. Più  di quindicimila bulbose, narcisi, giacinti, tulipani in fiore nel parco attenderanno i visitatori fino al 3 maggio.

Il castello quest’anno proporrà interessanti novità. Le note del Rondò veneziano accompagneranno abiti e tableaux vivants della Venezia del Settecento. Sarà  inoltre proposta una prestigiosa esposizione di cimeli e memorie dell’Ordine dei cavalieri Templari  e avranno luogo seminari e concilio dell’Ordine Templare. Verrà anche allestita una rara collezione di porcellane di Meissen, Dresda e Capodimonte e sarà esposta una collezione di uova della scuola di Carl Fabergé. Saranno anche messi in mostra  cimeli di Casa Savoia , una sedia di Giovanni Giolitti , l’abito originale del film Titanic e un’eccezionale esposizione di auto originali dei primi del Novecento.
Imperdibile la mostra d’arte dal titolo “Opere, castelli e colori danzanti” a cura della dirigente artistica Doriana Doria. Sarà inaugurata il 29 marzo con la partecipazione di figuranti in abiti ottocenteschi.

Il castello è aperto dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 19, il sabato, domenica e festivi dalle 11.30 alle 19 con orario continuato.

Il biglietto di ingresso al parco ha un costo di 5 euro, mentre è  di 9 euro quello inclusivo dell’accesso alle sale del castello.

Per chi lo desidera è  possibile pranzare al castello ogni sabato e domenica su prenotazione con catering esterno.

Per info contattare responsabile del castello di Piea d’Asti, Dott.ssa Antonella Silvia Tamietto, ai numeri 3407818231 e 3277055413 o scrivendo una mail a contessadipiea@icloud.com

Mara Martellotta

Tulipani Italiani 2026: torna il più grande U-PICK GARDEN d’Italia

Il campo di Grugliasco continua la collaborazione con l’Agriturismo Cascina Duc

La primavera 2026 segna il ritorno di Tulipani Italiani, il più grande U-PICK GARDEN d’Italia, pronto ad accogòliere migliaia di visitatori in due splendide location: Arese, alle porte di Milano, e Grugliasco, vicino Torino. L’apertura del campo di Arese è prevista indicativamente intorno al 14 Marzo 2026, mentre per il campo di Grugliasco ci auguriamo di aprire il 14 marzo, anche se la data potrebbe essere leggermente posticipata. Le date definitive saranno confermate in base all’andamento delle temperature e della stagione primaverile. 

I numeri della stagione 2026

Per questa nuova edizione:

  • 600.000 tulipani ad Arese

  • 350.000 tulipani a Grugliasco

Anche quest’anno il concept resta quello che il pubblico conosce e apprezza: U-PICK, “cogli tu”. I visitatori potranno passeggiare liberamente tra i filari e raccogliere personalmente i tulipani, vivendo un’esperienza autentica  a contatto diretto con la natura.

Ogni stagione è unica: nuove varietà di tulipani, il disegno dei campi, la disposizione dei filari e i mix cromatici cambiano completamente rispetto agli anni precedenti. Per il 2026 abbiamo introdotto numerose nuove selezioni, creando combinazioni di colori inedite e suggestive. Saranno inoltre presenti altre varietà floreali e bulbi, (Narcisi, Iris e Allium) per arricchire ulteriormente il percorso e offrire ai visitatori nuove sfumature e sorprese botaniche.

Spiegano i promotori: “Abbiamo inoltre investito in un importante numero di varietà precoci, con l’obbiettivo di garantire una fioritura abbondante già a partire indicativamente dal 25 Marzo. Questo permetterà di vivere i campi nel pieno della loro bellezza durante le festività pasquali, che quest’anno cadono in periodo favorevole della fioritura.

Con il vostro supporto e il vostro entusiasmo, possiamo continuare a far sbocciare un futuro più verde, pieno di emozioni e colori. Restate connessi sui nostri canali Instagram, Facebook, TikTok, Twitter per non perdere le novità e condividete con orgoglio i vostri momenti più belli!

Saremo aperti 7 giorni su 7 dalle 9.00 alle 19.30, Sabato e Domenica dalle ore 8.30 fino alle 19.30. La pioggia non ci spaventa. Saremo aperti anche nei giorni di brutto tempo, che dona ai fiori vita e freschezza. Approfittate di questa occasione unica per immergervi nei colori e nei profumi della primavera! La chiusura è prevista solo in caso di impraticabilità del campo o maltempo che possa compromettere la sicurezza dei visitatori.

Ogni giorno i filari nei campi cambieranno, trasformando il paesaggio in uno spettacolo unico e irripetibile! I bulbi selezionati con cura, dai precoci ai tardivi, permetteranno ai visitatori di vivere l’esperienza di raccogliere tulipani e immortalare momenti speciali per tutta la durata dell’evento. Come sempre, ci dedichiamo con passione a offrire tulipani di qualità superiore, dai colori vivaci e intensi. Nel nostro Show Garden, un vero paradiso per gli amanti dei fiori, potrete scoprire le varietà, lasciarvi incantare dalla loro bellezza e divertirvi a cercare e raccogliere i vostri preferiti tra i filari multicolore.

Il campo di Arese si trova in Via Luraghi 11, nel cuore del Parco delle Groane, immersi nei campi che si trovano di fronte a IL CENTRO, nella suggestiva area conosciuta come La Valera. Per la stagione 2026 il campo è situato accanto al muro della Villa Ricotti, in un contesto particolarmente affascinante, circondato da alberature e zone d’ombra naturali. Questa caratteristica, oltre a rendere la visita più piacevole, potrebbe consentire, condizioni climatiche permettendo, di prolungare la stagione fino ai primi di Maggio. Desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine alla direzione de IL CENTRO di Arese per il continuo supporto e la collaborazione costruttiva che ci hanno dimostrato negli ultimi anni; un sentito ringraziamento anche al Comune di Arese e al corpo di Polizia Locale di Arese, che con grande professionalità e disponibilità ci affiancano, garantendo sempre un prezioso sostegno alle nostre attività”.

Il campo di Grugliasco continua la collaborazione con l’Agriturismo Cascina Duc e con la famiglia di agricoltori che ospita il progetto. Si tratta di una sinergia che unisce tradizione agricola, innovazione e attenzione alla sostenibilità, valorizzando il territorio alle porte di Torino. Grugliasco, con il suo fascino storico e il suo impegno per la sostenibilità, ci ispira ogni giorno a fare del nostro meglio per valorizzare il territorio. L’entusiasmo e il calore dei visitatori sono il motore che ci spinge a crescere e a migliorare, rendendo ogni stagione unica e indimenticabile. Continuare insieme questo cammino ci riempie di gioia e gratitudine.

Novità scenografiche 2026

Come ogni anno, non mancheranno nuove installazioni fotografiche pensate per arricchire l’esperienza dei visitatori. 

Ad Arese sarà presente una nuova mucca decorativa bianco-nera, mentre a Grugliasco la mucca simbolo del campo è decorata con il tricolore italiano. Elementi che, insieme ai nuovi mix di colori e alle varietà inedite, renderanno ogni visita ancora più coinvolgente e memorabile.

Tulipani Italiani rinnova anche per il 2026 la propria missione: creare un legame speciale tra uomo natura, promuovendo uno stile di vita sostenibile offrendo un’esperienza di bellezza condivisa, dove i fiori possono essere fotografati, ammirati e raccolti, ma sempre nel rispetto della natura.

MARA MARTELLOTTA

Da oggi 36 nuovi agenti di Polizia Locale in servizio in Piemonte

 

Questa mattina, al Teatro Alessandrino di Alessandria, si è svolta la cerimonia conclusiva del 99° Corso Regionale di Formazione per Agenti di Polizia Locale, promosso dalla Regione Piemonte in collaborazione con la Città di Alessandria.

Al corso hanno partecipato 36 agenti neoassunti, provenienti da 27 enti locali piemontesi, tra Comuni e Provincia di Alessandria.

Alla cerimonia sono intervenuti l’assessore regionale alla Sicurezza e Polizia Locale Enrico Bussalino, il sindaco della Città di Alessandria Giorgio Abonante e il comandante della Polizia Locale di Alessandria e direttore del corso Alberto Bassani.

 

“La formazione rappresenta uno dei pilastri fondamentali per garantire una Polizia Locale sempre più preparata, moderna e vicina ai cittadini – ha dichiarato l’assessore regionale Enrico Bussalino –. Con l’ingresso in servizio di questi nuovi agenti rafforziamo concretamente la presenza sul territorio e la capacità delle amministrazioni locali di garantire sicurezza, legalità e presidio delle comunità. Il lavoro della Polizia Locale è essenziale per il funzionamento delle nostre città e dei nostri Comuni, perché rappresenta il primo punto di riferimento per i cittadini. Come Regione Piemonte continueremo a investire nella formazione, nel sostegno ai Comandi e nei bandi dedicati alla sicurezza urbana, affinché gli enti locali possano operare con strumenti adeguati e personale qualificato”.

 

Gli agenti provengono dai seguenti enti locali:

Alba (CN) 2; Alessandria (AL) 1; Asti (AT) 1; Avigliana (TO) 2; Balangero (TO) 1; Biella (BI) 1; Cambiano (TO) 1; Canale (CN) 1; Carmagnola (TO) 1; Chivasso (TO) 1; Cigliano (VC) 1; Collegno (TO) 5; Grugliasco (TO) 1; La Loggia (TO) 1; Mappano (TO) 1; Moncalieri (TO) 2; Nizza Monferrato (AT) 1; Nole (TO) 1; Novi Ligure (AL) 1; Pecetto Torinese (TO) 1; Provincia di Alessandria (AL) 1; Saluzzo (CN) 1; San Mauro Torinese (TO) 3; Trofarello (TO) 1; Valenza (AL) 1; Villar Focchiardo (TO) 1; Volpiano (TO) 1.

 

Il corso si è articolato in 360 ore di formazione teorico-pratica, secondo un modello formativo considerato tra i più avanzati a livello nazionale. Tra le materie affrontate figurano il Codice della Strada, il Codice Penale, l’infortunistica stradale, la normativa sul commercio, la sicurezza operativa, le tecniche di segnalazione manuale e il metodo di prossimità, finalizzato a rafforzare il legame tra l’agente di polizia locale e la comunità di riferimento.

 

Al termine della cerimonia sono state consegnate le placche di servizio ai nuovi agenti.

Settimana del Lavoro 2026: a Torino cinque giorni per riflettere sulle disuguaglianze

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Le disuguaglianze attraversano la nostra società in ogni aspetto della vita quotidiana, dal lavoro alla scuola, dalla casa all’accesso alla tecnologia, influenzando profondamente le condizioni di vita e le opportunità delle persone. Per analizzarle e individuare possibili soluzioni torna a Torino, dal 16 al 20 marzo, la ‘Settimana del Lavoro’.

Giunta alla sua quinta edizione, la rassegna promossa da Ismel, Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, con il sostegno di Fondazione CRT vedrà docenti, ricercatori, professionisti, rappresentanti delle istituzioni e parti sociali confronteransi sui sei principali ambiti di disparità, tecnologica, scolastica, di origine linguistica ed etnica, territoriale, di genere e nei rapporti di lavoro, con l’obiettivo di capire come trasformare le criticità in opportunità di equità.

La rassegna prende le mosse dalle nove ricerche selezionate dalla call for paper “Percorsi di equità”, lanciata da ISMEL nel 2025, che ha coinvolto studiose e studiosi under 45 provenienti da tutta Italia e che hanno analizzato in profondità le cause e le conseguenze delle disuguaglianze nel presente, così come le buone pratiche in grado di promuovere maggiore equità.

L’apertura della Settimana del Lavoro è prevista lunedì 16 marzo alle 18.30 all’Auditorium del Polo del ’900 con il panel “Disuguali per sempre?”, in cui l’esperto di innovazione e lavoro Marco Bentivogli e il politologo Marco Revelli dialogheranno con la sociologa Marianna Filandri sulle trasformazioni necessarie per garantire diritti civili, sociali ed economici a tutti, senza lasciare indietro nessuno. Come nelle precedenti edizioni, gli spunti più significativi confluiranno nel Manifesto per l’equità, documento conclusivo della rassegna che raccoglie proposte concrete e riflessioni per la progettazione sociale futura.

Un’attenzione particolare è riservata ai giovani e agli studenti, chiamati a riflettere sulle disuguaglianze e sul ruolo che le loro scelte potranno avere nel futuro della società. Tra gli appuntamenti, martedì 17 marzo si conclude all’IIS Avogadro il percorso “Dove iniziano le disuguaglianze?”, mentre mercoledì 18 marzo a Palazzo Nuovo si terrà “Il lavoro ferito. Una riflessione tra passato e presente”, con i professori Fabrizio Loreto e Giacomo Gabbuti e le ricercatrici Allegra Caputo e Anna Pasquetti, per analizzare il lavoro precario e freelance e le sue conseguenze sulle disuguaglianze socio-economiche. Venerdì 20 marzo al Polo del ’900 l’incontro “Scuola, università e lavoro: tra le disuguaglianze di oggi e la società di domani” vedrà confrontarsi le docenti Sonia Bertolini, Camilla Borgna, Valentina Goglio e Paola Ricchiardi e la ricercatrice Giulia Maria Bouquié, mentre nello stesso giorno si svolgerà il torneo interscolastico di dibattito tra i licei torinesi Vincenzo Gioberti e Giordano Bruno sul tema “Le quote rosa sono utili per promuovere la parità di genere?”.

La Settimana del Lavoro 2026 approfondirà anche le disuguaglianze sociali, territoriali e tecnologiche, con incontri come “La lingua come ponte” dedicato all’inclusione lavorativa dei cittadini stranieri, “Colmare le distanze” sul divario tra grandi città e aree interne, “Abito dunque sono” sulle criticità abitative nei centri urbani e “EquIA”, in cui esperti e docenti discuteranno l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’equità sociale. Non mancherà la riflessione sulle disuguaglianze di genere con il panel “Luoghi, barriere, possibilità” che analizzerà gap e barriere ancora presenti nei diversi contesti sociali. Durante la Settimana sarà presentato il volume “Disuguaglianze. Costruire equità” (Alzani, 2026) con la partecipazione degli autori delle ricerche e, in collaborazione con il festival Job Film Days, sarà proiettato il film “The Store” di Ami-Ro Sköld, dedicato alle condizioni di lavoro nella grande distribuzione.

“La complessità delle disuguaglianze richiede di mettere in relazione diversi ambiti per comprendere il presente e individuare soluzioni efficaci”, sottolinea il direttore di ISMEL Diego Robotti, mentre Alessandro Rubini, direttore del Polo del ’900, evidenzia come la manifestazione rappresenti un’occasione fondamentale per riflettere sulla qualità della democrazia e immaginare una società più equa. Tutti gli incontri della Settimana del Lavoro 2026 sono a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria e il programma completo è disponibile sul sito ufficiale della manifestazione.

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Lions per il progetto LETIsmart nella metropolitana

 

19 marzo alle ore 20 presso l’Unione Industriali – Serata dedicata alla nascita di una residenza Barocca: Villa della Regina

Una città più accessibile, più sicura e più giusta per tutti. È questo l’obiettivo de Lions International che, con il Lions Club Torino Solferino, sono promotori di un importante service dedicato all’autonomia delle persone non vedenti e ipovedenti: portare il sistema LETIsmart nelle fermate della metropolitana di Torino.

LETIsmart è infatti un sistema basato su radiofari installati nei luoghi urbani e su un dispositivo integrato nel bastone bianco, che trasmette informazioni vocali e indicazioni direzionali, aumentando sicurezza, autonomia e qualità della vita.

Per sostenere questa iniziativa, il Lions Club Torino Solferino organizza giovedì 19 marzo alle ore 20 presso l’Unione Industriali Torino, in via Vela 15, una serata dal titolo “Nascita di una residenza Barocca: Villa della Regina”, con relatore il dottor Simone Fiammengo. La cena-evento sarà anche un momento di raccolta fondi a favore del service LETIsmart. La quota di partecipazione è di 36 euro a persona; I bonifici devono pervenire al c/c intestato a Lions Club Torino Solferino – IBAN: IT14N0883301003000200100048. I Lions International rinnovano così la propria vocazione al servizio del territorio, scegliendo di investire in un progetto innovativo che mette al centro la persona, il diritto alla mobilità e l’inclusione sociale.

LETIsmart rappresenta un intervento concreto per rendere gli spazi pubblici più inclusivi, attraverso una tecnologia capace di orientare, informare e accompagnare le persone con disabilità visiva nei loro spostamenti quotidiani. Il progetto può contare anche sull’appoggio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, a conferma del suo valore sociale.

L’iniziativa unisce cultura, impegno civile e solidarietà: da una parte una serata di approfondimento dedicata a uno dei luoghi più affascinanti del patrimonio storico torinese, dall’altra un progetto che guarda al futuro e alla possibilità di costruire una città davvero attenta alle esigenze di tutti. Durante la cena-evento ci sarà anche una lotteria con primo premio una Fiat Panda, la cui estrazione è fissata per il 7 maggio.

LETIsmart è uno strumento capace di incidere nella vita reale, nei percorsi urbani, nei trasporti e negli spazi pubblici, restituendo orientamento e autonomia alle persone con disabilità visiva.

Per informazioni e prenotazioni Franco Calzari – cell. 348 2224274 – Floreana D’Alù – cell. 333 2570803

Attraverso il dolore, verso la libertà: Alessia Alciati contro la violenza sulle donne

Attrice e autrice, Alessia Alciati racconta come il cinema e il progetto About Eve trasformano il racconto in consapevolezza, responsabilità e azione concreta, offrendo speranza e strumenti di cambiamento per chi affronta il dolore.
Con il suo lavoro, Alessia unisce l’arte al senso di responsabilità, dimostrando come cinema e narrazione possano diventare leve potenti per il cambiamento culturale e per valorizzare la consapevolezza emotiva del pubblico.
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Alessia, quando nasce la tua sensibilità verso il tema della violenza sulle donne?
La mia sensibilità verso il tema della violenza sulle donne nasce da una predisposizione che mi accompagna da sempre: una forte attenzione verso le situazioni di ingiustizia e verso la sofferenza delle persone. Con il tempo questa sensibilità si è trasformata in una forma di responsabilità, alimentata anche da un’esperienza personale che mi ha portata a confrontarmi più da vicino con la fragilità che molte donne possono vivere.
Entrare in contatto con queste storie rafforza il senso di empatia e la consapevolezza che non basta fermarsi alle dichiarazioni o ai messaggi di solidarietà. Spesso ciò che resta invisibile è proprio il percorso del dolore che le vittime attraversano.
Da qui è nata l’esigenza di creare uno spazio in cui quel percorso potesse essere raccontato e condiviso, perché è lì che prendono forma la consapevolezza e la possibilità di cambiare lo sguardo. Il cinema mi è sembrato il linguaggio più adatto per farlo: non per spiegare o giudicare, ma per mostrare e permettere alle persone di avvicinarsi a queste storie con maggiore profondità.
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Nel film Favola Nera affronti un tema complesso attraverso una narrazione intensa. Qual è il messaggio che volevi trasmettere? Perché hai scelto il linguaggio della favola “oscura” per parlare di violenza?
La scelta della favola dark nasce dal desiderio di accompagnare lo spettatore verso una maggiore consapevolezza emotiva. La struttura del racconto riprende simbolicamente un percorso di sofferenza che richiama, in forma evocativa, anche antiche immagini della tradizione – come quella del sacco degli antichi romani – per rappresentare un momento di chiusura e di immersione nel dolore.Ma il punto non è la sofferenza in sé. Attraversare quel passaggio serve a far emergere una possibilità di liberazione: la scoperta di una visione di sé ricostruita, ancora incerta magari, ma aperta al potenziale. In questo processo il dolore non scompare, ma cambia natura. Diventa qualcosa che può essere attraversato e compreso, non più distruttivo né limitante delle proprie energie.
È proprio in questa forma di solidarietà con il dolore – nel riconoscerlo senza negarlo – che può nascere un senso di liberazione e una nuova consapevolezza di sé. Il linguaggio della favola, con la sua dimensione simbolica, mi è sembrato il modo più adatto per raccontare questo passaggio.
 Secondo te il cinema può contribuire davvero a cambiare la percezione sociale della violenza di genere?
Credo che l’arte abbia un potere evocativo molto forte, perché riesce a parlare alle persone su un piano emotivo e immediato, spesso prima ancora che razionale. A differenza di molti dibattiti pubblici, che rimangono confinati in contesti specifici o specialistici, l’arte ha la capacità di raggiungere il pubblico in modi diversi, anche in momenti non programmati della quotidianità: un film visto per curiosità, una storia che si incontra quasi per caso.
In quell’incontro nasce prima di tutto una percezione individuale. Lo spettatore si confronta con immagini, simboli e situazioni che possono risuonare con la propria esperienza. Ma quando queste percezioni si moltiplicano e vengono condivise, possono trasformarsi in qualcosa di più ampio: una percezione sociale, una consapevolezza collettiva che nel tempo diventa patrimonio culturale.
In questo processo il cinema ha una forza particolare. Unisce racconto, immagine ed emozione e possiede una straordinaria capacità di diffusione. Proprio per questo può contribuire a rendere visibili temi complessi come la violenza di genere, favorendo un passaggio importante: da una sensibilità individuale a una coscienza sociale più ampia e condivisa.

Foto Angelo Cricchi
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Oltre al lavoro artistico, sei impegnata nel progetto About Eve. Come nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi principali?
Il progetto About Eve nasce dal desiderio di dare una forma concreta a un impegno che non voleva restare soltanto sul piano del racconto artistico. In un certo senso rappresenta il primo tassello per trasformare un’idea e una sensibilità in qualcosa di organizzato e operativo, capace di trasferire valore attraverso iniziative proprie.
Per me è anche motivo di orgoglio poter svolgere un ruolo attivo in questo percorso, in modo coerente con una sensibilità e con un’indole che mi hanno sempre portata a non restare indifferente di fronte alla sofferenza delle persone. Per fare questo cerchiamo di mantenere uno sguardo ampio sul fenomeno, che non riguarda solo l’episodio di violenza in sé ma anche le condizioni che spesso lo rendono possibile o lo aggravano.
Pur nascendo anche dalla volontà di affrontare il tema della violenza di genere, About Eve non è un progetto limitato esclusivamente a questo ambito. L’associazione si propone infatti come uno spazio aperto di riflessione e di azione su diverse forme di fragilità e di esclusione sociale, dando voce a minoranze, sostenendo percorsi di empowerment e situazioni di disagio che spesso faticano a trovare ascolto. In questo senso About Eve unisce due dimensioni: da una parte la denuncia sociale e la volontà di contribuire a un cambiamento culturale, dall’altra la dimensione artistica e creativa, che diventa uno strumento per raccontare e rendere visibili queste realtà.
L’obiettivo è offrire un punto di riferimento, un luogo di ascolto e di supporto per chi attraversa momenti di difficoltà, ma anche costruire relazioni con istituzioni, associazioni e professionisti che lavorano su questi temi. L’idea è creare una rete capace di accompagnare le persone verso percorsi di consapevolezza e di crescita, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di riscatto e di nuova energia
Proprio questa visione più poliedrica ci porta a dialogare con istituzioni, realtà associative e professionisti che lavorano sul tema. L’idea è costruire connessioni e percorsi condivisi, in modo che l’associazione possa diventare un punto di riferimento per attivare risposte concrete e sostenere un cambiamento reale.
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Gli artisti hanno una responsabilità nel prendere posizione su temi sociali come questo? Hai mai avuto timore che affrontare temi così forti potesse essere rischioso professionalmente?
Credo che gli artisti abbiano prima di tutto una grande possibilità: quella di parlare alle persone attraverso il linguaggio evocativo dell’arte. Non è una responsabilità intesa come obbligo morale o come presa di posizione forzata, ma piuttosto come una consapevolezza del ruolo che l’arte può avere nel contribuire a cambiare lo sguardo della società.
Quando un artista sceglie di affrontare un tema, lo fa attraverso la propria sensibilità e la propria libertà creativa. Ed è proprio questa libertà che rappresenta la sua forza più grande. L’autonomia dell’artista permette di esplorare la realtà da prospettive diverse, di porre domande, di aprire spazi di riflessione che spesso anticipano o accompagnano i cambiamenti culturali.
Per questo mi piace pensare che il senso del proprio ruolo sociale possa diventare una fonte di ispirazione per l’identità artistica, senza trasformarsi in un vincolo. L’arte resta uno spazio libero, ma proprio questa libertà può renderla uno strumento potente nel favorire nuove consapevolezze.
Più che un rischio professionale, affrontare temi complessi può diventare un’occasione per dare profondità al proprio lavoro e per contribuire, anche solo in parte, a un dialogo culturale più ampio.
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Spesso la violenza è l’ultimo anello di una catena fatta di stereotipi e silenzi. Da dove bisogna iniziare per cambiare davvero le cose?
Cambiare davvero le cose richiede innanzitutto una presa di coscienza collettiva: la violenza non nasce dal nulla, ma da certi stereotipi, silenzi e dinamiche sociali che tutti, in qualche misura, contribuiamo a mantenere. In questo senso, ogni gesto, ogni parola e ogni riflessione hanno un peso.
L’arte ha un ruolo importante perché può raggiungere le persone in modi diversi, aprendo finestre di consapevolezza che vanno oltre il dibattito pubblico tradizionale. Ma il vero cambiamento parte anche dall’individuo: dalla capacità di esercitare empatia, di considerare l’altro come persona, di riconoscere le ingiustizie intorno a sé e di tradurre quella consapevolezza in azioni concrete.
Per me questo impegno sociale non è solo un dovere morale, ma una fonte di grande gratificazione. La possibilità di contribuire attivamente al cambiamento arricchisce la mia vita, migliorando la qualità delle relazioni e della mia esperienza lavorativa, e alimentando una soddisfazione profonda nel vedere concretamente l’impatto positivo delle mie azioni.
Ognuno ha il potere – piccolo o grande che sia – di contribuire a rompere schemi e silenzi. È questo intreccio tra responsabilità individuale e collettiva, tra sensibilità e impegno concreto, che può davvero trasformare la società e fare in modo che la cultura del rispetto diventi patrimonio condiviso.
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Se una donna che sta vivendo una situazione di violenza potesse ascoltare le tue parole, cosa vorresti dirle?
Se potessi rivolgermi a una donna che sta vivendo una situazione di violenza, le direi con forza che il dolore che sta vivendo non è normale e non va mai accettato come una condizione inevitabile della vita. Normalizzare il dolore significa permettere che diventi una dimensione che limita, che frena e che, alla lunga, può portare alla distruzione della propria energia, della propria libertà e della propria capacità di scelta.
Esiste però un’alternativa: la speranza. Anche nei momenti più oscuri è possibile ritrovare la propria forza e interrogarsi su quale possa essere il proprio ruolo verso sé stessi. Come nella Favola Nera, dove la protagonista si risveglia con il desiderio di capire chi è e quale strada può scegliere, anche chi attraversa il dolore può trovare la possibilità di ricostruire sé stessa, passo dopo passo, e riscoprire la propria libertà.
Il messaggio è chiaro: il dolore va riconosciuto, ma non accettato come destino. C’è sempre spazio per cambiare, per chiedere aiuto, e per ritrovare una vita che non sia definita dalla violenza subita, ma dalla forza di reagire e dalla capacità di risorgere.
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Riccardo Di Maria
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