SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE
Il diritto al voto è stato conquistato con sacrifici e lotte da parte delle generazioni che ci hanno preceduto.
Se pensiamo che il suffragio universale, cioè il voto consentito a tutti i cittadini maggiorenni, di entrambi i generi, ha fatto la sua comparsa in Italia in concomitanza con il referendum del 2 giugno 1946, ci rendiamo conto di quanto sia recente quella conquista.
Per motivi che la sociologia, troppo impegnata a redigere statistiche di nessun valore, ancora non comprende, i cittadini italiani si sono disaffezionati dal voto, tanto alle elezioni politiche quanto a quelle amministrative o regionali, forse un po’ meno ai referendum abrogativi dove il quorum è uno sbarramento, al punto che chiunque vinca viene accusato di aver riscosso il successo grazie ad una minoranza degli aventi diritto al voto.
Considerando il costo di ogni tornata elettorale dove, tra emolumenti ai componenti del seggio, stampa delle schede e dei manifesti, straordinari del personale impegnato nella consegna e nel ritiro del materiale elettorale, stipendio degli addetti alla sorveglianza dei plessi scolastici ove si vota, illuminazione delle sezioni elettorali che deve rimanere accesa durante l’intera notte, va da sé che un’affluenza scarsa rende quasi sproporzionata l’intera macchina burocratica a fronte dell’esiguo interesse mostrato dagli aventi diritto al voto.
Non è la prima volta che parlo dello scarso interesse civico che gli italiani mostrano in svariate occasioni, voto compreso.
Ma se nel caso di una elezione, di qualsiasi natura, il risultato è comunque salvo, avesse votato anche un solo italiano sui 45 milioni che votano sul territorio nazionale, nel caso di un referendum abrogativo i numeri sono determimanti.
Secondo la nostra Costituzione (art, 75, comma 4°) una consultazione referendaria che intenda abrogare una norma è valida solo che se almeno il 50% più 1 degli aventi diritto si reca alle urne.
Va da sé che se non si raggiunge il c.d. quorum si sarà sprecato inutilmente il denaro pubblico, le scuole avranno chiuso inutilmente e si sarà vanificata un’opportunità di democrazia diretta.
Tutti coloro che, come leoni da tastiera sui social, o al bar, o sui luoghi di lavoro si lamentano che lo Stato spreca soldi per questa o quella cosa, che i politici sono pagati troppo (ma chissà perché pochi vogliono candidarsi) dovrebbero fare un esame di coscienza e vedere se si siano recati alle urne tutte le volte che si sono svolte elezioni o referendum di qualsiasi natura; se abbiano rinunciato ad una gita al mare proprio nella domenica in cui hanno luogo le elezioni, se abbiano espresso civilmente il voto o, come è successo di trovare a me in una delle innumerevoli volte in cui sono stato scrutatore, non abbiano messo una fettina di salame nella scheda piegata e infilata nell’urna anziché esprimere una scelta, cosa che persino le scimmie sanno fare.
Solo quando acquisiremo questa forma di maturità civica potremo criticare gli altri, obiettare che “gli altri” siano incivili, privi di senso civico, ecc.
Fino ad allora salviamo fingiamo almeno di essere corretti: pensiamo alle nostre colpe e, solo molto dopo, critichiamo lo Stato a prescindere.
E se non siamo andati a votare, non abbiamo diritto di criticare chi ci governa.
Sergio Motta
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