Sociografia

Faccia da stress

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SOCIOGRAFIA Lettere dal presente

Tutti noi ci siamo accorti di quanto la litigiosità sia in forte aumento, da alcuni anni ormai, in tutti i settori: dalle assemblee condominiali agli uffici pubblici, dai mezzi di trasporto alla circolazione stradale, dalle scuole ai circoli privati.

Il motivo non è chiaro ma è evidente che lo stress accumulato negli anni tra disoccupazione, sfratti, stipendi insufficienti a garantire i bisogni essenziali, microcriminalità, lockdown e molto altro hanno portato il sistema nervoso di molte, troppe persone a non sopportare il benché minimo episodio di contrarietà.

I Paesi nostri vicini non hanno di queste problemi, forse perché i loro governanti mai si sarebbero sognati di instaurare un lockdown, le loro aziende non ricevono cascate di soldi per la CIG per cui i lavoratori continuano a lavorare, ecc. ecc.

La cosa strana, però, è che mentre per il minimo disturbo fisico andiamo dal medico o, quantomeno, ci rivolgiamo al farmacista, compriamo online l’integratore consigliato dal cognato del meccanico della zia della custode, per problemi di ansia, crisi di panico, stress e patologie correlate non facciamo nulla, salvo imprecare contro il mondo intero ed il Governo ladro (anche se non piove), convinti ancora che andare dallo psicoterapeuta sia disdicevole o equivalga ad ammettere la propria debolezza.

Non chiedetemi la ragione: la conoscessi sarei ricco, chiedendo 1 euro per ogni persona che mi domanda la soluzione; evidentemente questo status di cose ha portato il nostro sistema nervoso ad essere iperreattivo e, per contro, a rassegnarsi potenziando una caratteristica che noi italiani abbiamo già ben sviluppata senza esercizio.

Nei ritagli di tempo libero (e sono tanti, per ognuno di noi) anche solo mentalmente parlando, dovremmo riflettere su alcuni punti molto importanti.

Non intendo disquisire sulla sacralità della vita umana, per cui nessuno di noi è autorizzato a uccidere un altro individuo (a volte la morte può essere conseguenza di un altro reato), ma sul fatto che spesso basterebbe riflettere prima di aggredire, pensando che potrebbe succederci di dover reagire, che potremmo eccedere, che il destino quel giorno potrebbe averci in antipatia e, dunque, il dopo sarebbe molto più grave di quanto si possa pensare.

Pensiamo solo ai costi del patrocinio legale (parliamo di migliaia di euro), lo stress dell’interrogatorio di garanzia e di un’eventuale detenzione in cella (ma anche i domiciliari non sono proprio il massimo della gioia), il rischio di essere licenziati per la protratta assenza dal luogo di lavoro, la possibilità, per alcune professioni o mansioni, di non esserne più idonei in caso di condanna.

Non siete ancora convinti? Se siete giovani, scordatevi (ça va sans dire) di partecipare a concorsi pubblici, nelle FF.AA o nelle FF.OO, di candidarvi come Sindaco se siete stati condannati per reati non colposi e se, secondo voi intelligentemente, non avete patteggiato.

Se la violenza avviene tra le mura domestiche i minorenni che assistano sono considerati vittime, quindi la pena aumenta.

Ovviamente, se è vostra abitudine assumere quegli atteggiamenti e, magari, siete già stati condannati è palese che non avrete sconti di pena ma, anzi, la situazione volgerà a vostro sfavore.

Tutto ciò premesso, vale la pena rovinarsi salute e valuta perché non si sanno controllare gli istinti?

Che senso ha far valere i propri diritti (ammesso di essere nel giusto) in modo tale da passare dalla parte del torto?

Come diceva il simpatico Renzo Arbore “Meditate, gente…meditate.”

Sergio Motta

Ferie d’agosto

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Due settimane fa trattai il tema delle ferie citando il compianto Marchionne. Ora mi torna alla mente una frase di Celentano nel film “Il bisbetico domato”; quando Ornella Muti gli chiede “ma tu non vai mai in vacanza?” e lui, serenamente, gli risponde: “Perché dovrei andare in vacanza? La vacanza significa cambiare e se uno sta bene dove sta, perché dovrebbe cambiare?”

Nei paesini di un po’ tutto il Belpaese, fino ad una trentina di anni fa la popolazione non si recava in ferie, in parte perché doveva accudire l’impresa di famiglia (zootecnica o agricola), in parte perché non sentivano la necessità di recarsi altrove, lontano da casa o, comunque, in un ambiente diverso.

Ora, anche queste famiglie si alternano nell’attività e, specie i più giovani, sentono il bisogno fisico e mentale di “staccare” per almeno un paio di settimane ogni anno.

Visto su un singolo caso è sicuramente una cosa “normale”, non desta particolare attenzione il fatto che una persona decida di allontanarsi dal lavoro, dalle responsabilità e dalle rogne per almeno quindici giorni all’anno; visto in ambito macroeconomico il fenomeno diventa preoccupante se denota uno stress sempre maggiore da parte della popolazione in età lavorativa, trasversalmente alla latitudine, alla tipologia di attività e al reddito.

Ed è proprio il reddito uno dei segnali più preoccupanti: quando si contrae un prestito per soddisfare l’esigenza di riposo, specie se non si ha un lavoro blindato, che non ci darà brutte sorprese, significa che il nostro organismo è davvero sottoposto a dura prova.

Se durante un anno non siamo riusciti a risparmiare a sufficienza per garantirci anche solo 10 giorni di vacanza i casi sono due: o guadagniamo davvero poco oppure spendiamo più di quanto potremmo. In entrambi i casi dobbiamo correggere qualcosa. Così come quando la nostra salute manifesta un qualche sintomo, abbiamo due possibilità: curare i sintomi, che si ripresenteranno nuovamente mentre la patologia che li origina si cronicizza, oppure curare la patologia e risolvere una volta per tutte il problema. Se pur di andare in vacanza chiediamo un prestito probabilmente lo faremo anche l’anno dopo e poi ancora, finché saremo così inguaiati che non solo non potremo più concederci periodi di relax ma, anzi, dovremo cercare un’entrata extra, un secondo lavoro e, dunque, finiremo peggio di prima.

Perché non vivere con maggior consapevolezza dei propri limiti, delle proprie esigenze anziché aggiungere problema su problema, solo per non essere da meno degli altri, per uniformarsi alla moda imperante, per non essere additati come quelli che “non possono neppure permettersi di andare in ferie”?

Sergio Motta

Una vacanza bestiale

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Proseguendo nella mia analisi delle vacanze in Italia, mi sono accorto che tra gli italiani che visitano il Belpaese e gli stranieri che vengono in Italia per le vacanze vi è una differenza abissale. Come ho avuto modo di scrivere più volte, non mi riferisco soltanto al modo di mangiare, alla diversa disponibilità economica o al modo di vestire che, sempre meno rispetto ad un tempo, distinguono gli stranieri dagli indigeni. 

Mi riferisco soprattutto alla preparazione con cui vengono in Italia e si apprestano a visitarla, a scattare foto e video che porteranno con sé e mostreranno agli amici, alla razionalità con cui prima di giungere in loco hanno preparato un elenco di cose da visitare, orari, mezzi pubblici, ecc.

Io ho la fortuna di avere amici in molti Paesi stranieri per cui sono avvantaggiato nella preparazione di un itinerario e di un soggiorno ma anche 30 anni fa, nei primi viaggi organizzati senza agenzia, anche in Paesi molto diversi dal nostro come Israele e Albania, studiavo a tavolino ogni dettaglio per poi giungere a destinazione e godermi, per quanto possibile, la vacanza o, se ero lì per lavoro, evitare il più possibile gli imprevisti.

In questi mesi estivi ho osservato molti turisti a Torino, Roma, Puglia, Firenze e sono piacevolmente stupito dalla loro organizzazione: si muovono con i mezzi pubblici, conoscono orari di visita dei principali musei e attrazioni, conoscono la storia di Palazzo Vecchio piuttosto che la nascita del Regno d’Italia, la breccia di Porta Pia o sanno cosa abbia sede al Viminale piuttosto che alla Farnesina, chi sia il capo dello Stato o il Sindaco di Roma. 

Anche il tenore delle domande che i turisti pongono è di livello elevato, di chi vuole conoscere dalla voce degli indigeni curiosità e aneddoti, verificare informazioni o confutare dicerie.

La sostanziale differenza è il livello culturale; anche quanti provengono da Paesi meno sviluppati del nostro dimostrano cultura, interesse per la storia e l’arte e, in generale, pongono domande profonde o, quando banali, più che legittime, non stereotipate.

Proprio il livello culturale è ciò che ostacola ogni nostra possibilità di apprezzamento del Paese in cui viviamo: siamo il Paese con più tracce storiche, artistiche e culturali al mondo, abbiamo testimonianze delle innumerevoli invasioni di cui siamo stati vittime, presenti anche nelle minoranze linguistiche (catalani in Sardegna, arbresh in Calabria, ecc.) tuttora vive eppure passiamo indifferenti attraverso tutto ciò.

C’è un Comune nel subappenino Dauno, Lucera, a 18 km da Foggia, la cui popolazione nel Medioevo era al 99% islamica grazie all’importazione di musulmani dalla Sicilia a opera di Federico II di Svevia che vi costruì anche il Castello tuttora presente. Chiedete ai lucerini qualche notizia in merito: se il 5% saprà fornirvele sarà un successo.

Ho abitato per lustri vicino alla Cavallerizza reale in pieno centro a Torino: persino alcuni anziani torinesi ignoravano cosa fosse in origine. Un giorno, un gruppo di asiatici (più giapponesi che cinesi) mi fermarono per chiedermi notizie sul sito tutelato dall’Unesco lì vicino (la Cavallerizza, appunto); immaginate il mio stupore, misto a gioia, perché finalmente qualcuno non lo considerava solo un luogo dove aprire un bar senza licenza, un asilo per sbandati, ma gli rendeva gli onori che meritava.

Ma, appunto, erano stranieri.

Sergio Motta

Vacanza… da cosa?

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SOCIOGRAFIA    LETTERE DAL PRESENTE

Ebbi modo, ormai 20 anni fa, di conoscere il compianto Sergio Marchionne una sera a casa di amici comuni e fui immediatamente colpito dal suo essere diverso: diverso dagli altri manager, anche nel modo di vestire, dalla torinesità che allora esalava gli ultimi respiri, dall’ambiente in cui era stato chiamato ad operare.

Qualche tempo dopo fui affascinato dalla sua intervista, quando raccontò il suo arrivo nel 2004 in corso Marconi non trovando nessuno negli uffici. Alla sua domanda “Ma dove sono tutti?” gli risposero “sono in ferie”. “Ma in ferie da cosa?” fu il commento di Marchionne.

Seppure meno di un tempo l’abitudine italiana, particolarmente torinese, di andare in ferie ad agosto è rimasta. Eppure qualcuno ancora si ostina a recarsi in ferie (che deriva dal latino feriae, i giorni di ferie dedicati al culto degli dei) ad agosto, stressandosi il più delle volte più che a restare in ufficio. Sinceramente nessuno ne capisce il motivo, ora che le aziende non fanno più una chiusura totale in quel periodo, stante che per la legge della domanda e dell’offerta i prezzi in quel periodo sono molto più alti, c’è più traffico sulle strade e, dunque, non è certamente il periodo migliore per staccare e riposarsi. Considerando che vanno in ferie ad agosto anche molti pensionati che non hanno obblighi legati all’occupazione.

Ho ascoltato Isoradio RAI tra il 31 luglio ed il 1° agosto scorsi, domandandomi cosa spingesse 26 milioni di italiani a mettersi in viaggio proprio in quel week end, quando c’è il controesodo di luglio insieme all’esodo di agosto, non riuscendo a darmi alcuna risposta sensata.

Ora che le grandi aziende (come era a suo tempo la FIAT) non chiudono più tutte nello stesso periodo, perché le persone non scelgono due settimane a giugno e magari due a settembre, specie chi non ha figli in età scolare? Posso capire negli anni ’70, quando la FIAT nel solo stabilimento di Mirafiori occupava da sola il 5% dell’intera popolazione torinese (compresi anziani, bambini e casalinghe) ma ora lo trovo più una consuetudine che una necessità.

Quest’anno, poi, complici i conflitti ovunque intorno a noi, chi prima era solito recarsi all’estero per le ferie estive ha optato per il Belpaese aggiungendo problemi a problemi: costi, traffico, recettività alberghiera, parcheggi, code e servizi che, necessariamente, vengono erogati in modo peggiore.

Nella nostra cultura il concetto di ferie è quasi sempre associato a quello di turismo, cioè utilizzare le due-tre settimane di sospensione dell’attività lavorativa per scoprire nuove località, nuove culture. Siamo sicuri, però, di farlo nel modo più proficuo, più corretto? Se voglio recarmi in India, non importa se a visitare un ashram o Nuova Delhi sicuramente agosto sarà il periodo peggiore; lo stesso dicasi per nuotare nella baia di Ha Long in Vietnam, a meno che vogliate incontrare un tifone.

Perché, invece, non dividiamo le due esigenze? Quella di riposarci, dopo un anno di lavoro e di stress in un periodo in cui davvero ci si rilassi, magari dando un po’ di ossigeno anche al portafoglio, e quella di scoprire nuove località nel periodo adatto a quella località, che varia molto a seconda della latitudine (mentre noi qui stiamo morendo di caldo, in Nuova Zelanda stanno affrontando nevicate da record).

Come troppo spesso succede, siamo vittime delle nostre consuetudini e lottare contro le quali diventa un’impresa improba (nell’accezione moderna del termine). Cosa ci impedisce di sederci a tavolino, già ad inizio primavera, e decidere quali siano le località migliori per il periodo in cui vogliamo viaggiare? O, al contrario, se siamo obbligati ad effettuare le ferie in un certo periodo, quali siano le località adatte. Se ancora non crediamo che si possa cambiare, in meglio, simuliamo la vacanza come l’avremmo sempre fatta e, poi, proviamo a simulare una vacanza intelligente.

Einstein sosteneva che l’intelligenza sia la capacità di adattarsi ai cambiamenti.

Sergio Motta

 

L’uomo è ciò che mangia

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Sociografia Lettere dal presente

La frase “L’uomo è ciò che mangia” viene solitamente associata al filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (Der Mensch ist was er isst) vissuto nel XIX secolo. Non fu lui, però, ad averla coniata ma il giudice francese Jean Anthelme Brillat-Savarin che, per diletto, si occupava di cucina.

Questa frase ha sicuramente un suo fondamento, stante che anche la moderna medicina, nonostante la prassi di cercare di curare ogni problema con una pastiglia (spesso più di una) riuscendo il più delle volte a mitigare solo i sintomi, riconosce al cibo la capacità di prevenire e curare moltissime affezioni.

Medicina a parte, però, noi siamo lo specchio di ciò che ingurgitiamo, di come mangiamo, di quanto cibo introduciamo, ecc.

Quando sono in viaggio o anche solo a cena fuori casa, mi diletto ad osservare le abitudini alimentari di chi è nel locale, non per farmi i fatti loro ma per stilare una statistica, perché anche le abitudini alimentari, come quelle vacanziere, lavorative, linguistiche subiscono il mutare dei tempi.

Ricordo che quando eravamo ragazzini, noi che ora siamo over 60, avevamo abitudini molto differenti da quelle attuali; innanzitutto, non si mangiava al ristorante così spesso anche perché la maggior parte delle mamme era casalinga ed il cucinare era un piacere, magari alla domenica con mamma e nonna e, quindi, recarsi fuori casa sarebbe stato quasi un oltraggio.

Ora, vuoi per lavoro, vuoi perché nessuno ha più voglia di ricevere tutti i compagni di scuola dei figli in casa per uno spuntino, vuoi perché magari trovarsi tutti in centro città è più comodo che raggiungere, di volta in volta, Tizio a 30 km, Caio dalla parte opposta della città, ecc., i ristoranti sono diventati l’altera domus.

La cosa sconvolgente, però, è cosa le persone mangino e, soprattutto, la ripetitività con cui venerano quell’unico o quei pochi cibi.

Tralasciando gli stranieri che mangiano volentieri il cibo italiano, salvo poi accompagnare le chele di granchio fritte (italiano?) con il cappuccino oppure la zuppa di pesce con la cola, gli italiani hanno appiattito i loro gusti a favore di quei 2-3 cibi cult del momento; pizza (le pizzerie sono in aumento verticale), poke, sushi e via dicendo. Poke e sushi, in particolare, andrebbero evitati da chi sia iperteso (in generale tutto il cibo accompagnato da salsa di soia), da chi si stia sottoponendo a chemioterapia (il pesce crudo è pericoloso, specie per chi sia immunodepresso) e dalle donne in gravidanza. Ma si sa che il bello dei divieti è infrangerli.

Perché, mi domando, i genitori che portano i bambini al ristorante non gli permettono di conoscere nuovi cibi (scaloppine, frittata, rane, lumache, branzino, verza, ecc) ma ordinano per loro (o accettano che i piccoli lo facciano) sempre hamburger e patatine fritte o pizza o cotoletta alla milanese, con una ripetitività maniacale? Non si accorgono che, pur continuando a crescere in altezza, i loro pac-man umani cominciano a cresce anche in larghezza, a dismisura? Ecco perché siamo uno dei Paesi con la maggior percentuale di obesi tra i giovani. E’ palese che questo problema abbia anche un risvolto economico non indifferente per la sanità, a causa di affezioni autoinflitte.

Si parla tanto di educazione affettiva nelle scuole; non discuto se sia utile o meno, sono però sicuro che sarebbe molto utile quella alimentare, per insegnare già dalla scuola primaria che lo stomaco non è un termovalorizzatore dove bruci tutto ciò che ingurgiti, ma è il serbatorio del nostro carburante. Se introduciamo benzina di qualità, priva di condensa, morchie, ecc. il nostro motore non ci darà problemi; se, al contrario, gli buttiamo dentro tutto ciò che capita non meravigliamoci se, presto o tardi, si accenderà la spia di avaria al motore e, anziché partire per le ferie, lasceremo l’auto al meccanico.

Ma la nostra auto ha anche una testa, ed è da lì che occorre iniziare la diagnosi.

Sergio Motta

Disgraziati senza una vita

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Tranquilli: non mi riferisco a immigrati, clandestini o categorie molto in voga in questo periodo; quei disgraziati sono, forse più banalmente, tutte quelle persone, di entrambi i generi, che non potendo gestire una vita proprio si immischiano in quella degli altri.

Enrico Ruggeri, parlando del suo buen ritiro nelle Marche, ha esaltato l’assenza di quelli che lui definisce “[..] i post offensivi di poveri disgraziati senza una vita”.

Il problema è proprio questo: persone che non sanno gestire la propria vita, che non hanno saputo costruirsene una criticano, per pura invidia mascherata da reprimenda, chi una vita non soltanto l’ha costruita ma la vive e la gestisce quotidianamente, avendo spesso ottenuto successi evidenti, non solo in senso economico.

A volte è solo curiosità, più spesso è critica, di ciò che gli altri pensino, abbiano realizzato, costruiscano quotidianamente o, peggio ancora, di chi, a ragion veduta per esperienza, cultura o professionalità esprime giudizi competenti.

Devo dire, non so se a malincuore o con stupore, che i commenti più acidi, più “cattivi” provengono da donne, specie quando l’argomento è politico, da persone che, a giudicare dal loro profilo, non distinguono la scheda elettorale dal tabellone con i nomi dei candidati ma esprimono pareri palesemente contraddetti dalla storia, dalla cronaca giudiziaria o, più semplicemente, dal buon senso.

Il compianto Umberto Eco sosteneva che internet abbia dato diritto di parola agli imbecilli ed io condivido in pieno la sua affermazione. Un tempo nessuno si sarebbe messo a stampare articoli per poi diffonderli sui parabrezza delle auto, o nelle buche delle lettere, o consegnandoli al bar per far giungere il proprio pensiero (forse pensiero è eccessivo, implica il possesso di un cervello) a quanta più gente possibile, Oggi basta lo smartphone per inondare il mondo con la propria spazzatura, rispondendo alla risposta di chi ha risposto ad un post, generando una pletora di messaggi totalmente inutili che hanno come unico effetto il dimostrare la paralisi cerebrale di chi li scrive.

Chi, al contrario, scrive con cognizione di causa, magari per segnalare un evento o un problema lo si riconosce subito: non entra in polemica, non difende l’indifendibile e, soprattutto, cita elementi a sostegno della propria tesi.

Ma non dobbiamo vedere tutto negativo: queste persone, graforroiche (scusate il neologismo, logorroiche dello scrivere) possono essere utilmente impiegate come schiavetti. Dimostrano di non avere personalità né cultura: bene, basta convincerli delle nostre tesi e saranno dei perfetti ripetitori della nostra voce, delle nostre tesi. E, soprattutto, lo faranno a costo zero sicuri di avere come missione la diffusione del Verbo.

E’ sicuramente più vantaggioso, meno faticoso che combatterli e poi, perché no, avremo aiutato qualcuno meno fortunato di noi.

Sergio Motta

Non ho capito ma mi adeguo

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SOCIOGRAFIA    LETTERE DAL PRESENTE

La recente votazione alla Camera circa le preferenze nella legge elettorale ha riaperto, se mai fosse stato chiuso, l’annoso problema dell’ignoranza degli italiani.

Tralasciando i balletti e le richieste della minoranza, che si commentano da sé, sono i commenti sui social la vera pietra dello scandalo.

Persone, che fino a cinque minuti prima ignoravano che si sarebbe votato quel giorno su quell’argomento, che tuonavano contro il Governo (ricordiamo che si vota in Parlamento, non a Palazzo Chigi) sostenendo che il Governo doveva andare a casa. A parte che dovrebbero essere abituati ad avere Governi tecnici, cioè non eletti, che quindi era difficile mandare a casa non essendo legati al voto degli italiani, è palese che qui si ignori totalmente la distinzione tra potete legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo).

Quelle stesse persone ieri, quando la legge elettorale è stata approvata alla Camera, non hanno proferito verbo, anzi testo, sicuramente tutti molto presi da cose urgenti e non delegabili.

Non posso pensare che tutti siano rinsaviti sulla via di Damasco, e che abbiano capito qualcosa, basterebbe poco, di diritto amministrativo, di diritto costituzionale e, in generale, di come funzionino le cose nella Pubblica Amministrazione.

Io sostengo che stiamo ancora troppo bene, che non ci interessa tutelare i nostri interessi al punto che andiamo dietro a chi fa la voce più grossa, come i topi correvano dietro al pifferaio di Hamelin, perché non obbliga a pensare, a riflettere, a farsi un’idea propria.

Ed il silenzio che segue appena le cose cambiano (vedi approvazione di ieri) non dipende dalla consapevolezza di essersi sbagliati (occorrerebbe avere umiltà e autoironia, che sono doti delle persone intelligenti) ma dal fatto che non sanno più come orientarsi, a chi dare ragione, non riuscendo a capacitarsi di quanto accaduto, proprio perché non comprendendo il fenomeno non ne puoi comprendere gli effetti.

A loro favore vi sono sicuramente un mainstream zoppo, che corre la maratona quando è uno schieramento ad esultare, ma arranca asmatico (se non va addirittura in coma) quando cambia il vento.

D’altra parte, cosa ci si può aspettare da un Paese dove i votanti alle ultime elezioni politiche sono stati il 63,8% degli aventi diritto, registrando il risultato più basso nella storia della Repubblica? Salta subito all’occhio che, stante i risultati ottenuti, gli assenteisti sono stati proprio quelli che ballano sui carri ed esultano alla Camera per poi lamentarsi di aver perso.

Giovenale formulò la famosa locuzione “panem et circenses” per criticare la politica romana di far divertire i cittadini perché, in tal modo, non pensassero ai problemi concreti.

Noi potremmo creare la locuzione “Balla e ridi” a dimostrazione di come qualcuno possa, ancora nel 21° secolo, distrarre i propri elettori perché non si accorgano dell’incapacità di chi hanno votato.

Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam fortuna tribuit, sensum communem abstulit.

Sergio MOTTA

Questione di pelle

SOCIOGRAFIA   LETTERE DAL PRESENTE

Osservo spesso i bambini giocare, all’asilo o al parco, e la cosa che maggiormente mi salta agli occhi è l’assenza di filtri che contraddistingue il loro comportamento.

I bambini giocano con gli altri bambini, fino ad una certa età preferiscono quelli del proprio genere per poi diversificare, ma senza altro criterio di scelta che non siano la gioia di stare insieme, la disponibilità a giocare, la simpatia.

Poi, man mano che crescono, sentono i discorsi in casa, vengono addirittura addestrati a distinguere tra “buoni” e “cattivi”, dove i primi siamo noi bianchi, meglio se italiani, e i “cattivi” sono tutti gli altri, come in un enorme incontro di calcio “Italia vs. Resto del mondo”.

Ecco così che il subsahariano puzza, il maghrebino sarà musulmano, il cinese mangia gli insetti e stereotipi del genere.

Potrei aggiungere che gli albanesi vengono divisi, a seconda del genere, in prostitute o protettori.

Non ho detto “Babatunde”, “Mohammed” o “Wei”, ma in generale qualunque uomo o donna di quelle zone lì.

Questo denota l’ignoranza enorme che abbiamo nei confronti delle etnie, della geografia e di ciò che ne deriva.

Io non ho mai avuto problemi di razzismo, né paura del diverso. Circa 45 anni fui tra i primi, almeno nel quartiere Santa Rita, ad avere per fidanzata una ragazza straniera, di Quezon City (Filippine), scappata dal regime di Marcos; la gente che ci incontrava si divideva in due categorie: chi ci guardava come alieni, commentando che era cinese o giapponese e chi ci evitava pensando che avremmo trasmesso qualche patologia sconosciuta.

La cosa curiosa è che noi chiamiamo, ad esempio, omofobia con riferimento alla fobia nei confronti dell’omosessualità (e di chi la pratica) ciò che, a rigor di logica, dovremmo chiamare eterofobia, cioè paura del diverso.

I bambini hanno ancora la capacità di chiedere scusa, di non giudicare, di ammettere di non sapere, di piacersi “a pelle” e non “a seconda della pelle”. Poi arriva un genitore e insegna al ragazzino o alla ragazzina che così come fa non va bene, che è pericoloso assaggiare il couscous, che la loro carne viene macellata in modo pericoloso mentre il rito halal e, ancor più, quello kosher ebraico sono igienicamente i migliori.

E per ogni etnia che non sia la nostra potremmo trovare decine di denigrazioni, a partire dal “non si capisce quando parlano”: perché non approfittarne per imparare una lingua straniera? In tenera età è sicuramente molto più facile.

I figli di tutti i miei amici hanno imparato la lingua del genitore non italiano, quelli trasferiti all’estero per lavoro hanno imparato la lingua del luogo, oltre alle due lingue insegnate a scuola. Chi sta messo peggio tra noi e loro?

Una volta in cui ero particolarmente paziente, sentendo al parco due signore (badate: cinquantenni circa, non ottuagenarie) parlare male degli stranieri a prescindere, mi divertii un po’. Non ce l’avevano né con la religione, né con il fatto che rubassero posti di lavoro, ma che stavano imponendo la loro cultura. Mi inserii con noncuranza nel loro discorso e aggiunsi: lo sa che adesso imporranno anche i numeri arabi?

Le signore, inorridite, andarono ancora di più nel panico ignorando, come sempre accade quando si parla senza ragionare, che i numeri arabi (1,2, ….0) sono quelli che usiamo, in quasi tutto il mondo, da millenni.

Sergio Motta

 

Schiavi senza catene / 3

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Proseguiamo nella nostra analisi delle moderne schiavitù, dalle quali quasi nessun settore è escluso, spesso semplicemente per un condizionamento mentale che non vuole farci sentire inferiori a chi ci vive o lavora accanto.

Prendiamo i brand del lusso: non discuto il rapporto costo/qualità che mi è stato spiegato da chi in Paesi esteri quei prodotti produce, ma il fatto che chi non può permettersi determinate borse, capi d’abbigliamento o scarpe griffati li compri contraffatti; può darsi che la qualità non sia così inferiore quanto lo sia il prezzo, ma va ricordato che chi acquista per uso personale merce contraffatta è soggetto ad una sanzione amministrativa da 100 a 7000 euro. Se, però, chi acquista lo fa per regalarlo ad altri, si configura il reato di ricettazione (art. 648 c.p.) punibile, considerata la tenuità, con la reclusione sino a 6 anni ed una multa fino a 1032 Euro. Sicuri che il gioco valga la candela? Perché appiattirci, imitando gli altri, anziché emergere con accessori o abiti unici, artigianali, personalizzati?

Ed eccoci ai social: se non compari in almeno due social non sei nessuno. Si assiste così al fenomeno di chi è iscritto ma apre il profilo ogni mese-mese e mezzo (scelta legittima ma viene meno la funzione social) o, peggio, di chi segue la maggioranza dei commenti senza neppure comprenderne il senso, postando a sua volta commenti che non c’entrano nulla col post originale.

Non dimentichiamo che una grossa fetta della nostra popolazione adulta è analfabeta funzionale: cosa significa? Conosce le lettere, sa leggere parole e frasi brevi, ma non riesce a comprendere il senso di un frase lunga, di un paragrafo. Non legge libri, non sa documentarsi; non comprende il senso di ciò che firma perché, pur leggendolo, non ne intende il significato. Quando a scuola il maestro leggeva un brano e poi ci faceva fare il riassunto, imparavamo proprio questo; ora che il riassunto non si fa più, si vedono i risultati.

Sulla salute poi, ci sarebbe da divertirsi se la situazione non fosse tragica. Avete idea di quanto spendano gli italiani annualmente in integratori alimentari? 5 miliardi di euro, pari a 41 euro circa pro capite, compresi infanti e centenari, collocandoci al primo posto in Europa con una quota di mercato del 26% (considerando che in Europa gli stati sono 44, siamo messi molto male). Ma la cosa sconvolgente è che, esclusa una percentuale pur alta di integratori prescritti dal medico di base o da oculisti, endocrinologi e altri, la quasi totalità se li auto prescrive per correggere parametri ematochimici che magari non controlla da anni. Perché l’amica lo prende e sta meglio, il collega ha trovato giovamento, il cognato del fabbro della suocera gliel’ha caldamente consigliato, ecc.

Tutti sappiamo che nessuno legge i bugiardini, il foglietto che si trova nelle confezione di medicinali, né tantomeno la scritta sulla confezione. Vi è comunque scritto che l’integratore non sostituisce una dieta equilibrata ed una vita sana. Scommettiamo che se conduceste una vita sana, con un’alimentazione corretta effettuando, a seconda dell’età, esami del sangue e delle urine periodicamente non avreste bisogno di integratori o, più probabile, che siano proprio gli integratori a creare problemi? Vale la pena citare che la curcuma, ormai considerata la panacea per ogni male (ci manca solo la aggiungano al disincrostante per wc), in dosi eccessive può provocare un’epatite; nei casi più lievi solo nausea, diarrea e reflusso. Se proprio andate dal medico per segnalare questi sintomi, abbiate almeno la correttezza di citare tutto ciò che assumete, altrimenti cosa siete andati a fare?

Ancora questa e poi non vi torturo più: quanti hanno notato che, in TV, all’ora di cena passano le pubblicità meno adatte nel momento in cui si è intenti a mangiare? Pannolini per incontinenti, prodotti emollienti per le feci, assorbenti con descrizione video di come funziona il flusso mestruale, pomate antiemorroidarie, ecc.

Moltissimi si sono lamentati dell’inopportunità di coniugare quell’orario con quella tipologia di prodotti: ricordiamoci che l’imperatore Vespasiano (a proposito) disse “pecunia non olet” cioè il denaro non puzza. Un’analisi dell’audience ha calcolato che in quel momento stanno davanti alla TV molte più persone che in altri orari e, soprattutto, un po’ tutte le persone interessate ad almeno uno di quegli spot (anziani incontinenti, donne in età fertile) e che, dunque, è quello il momento migliore per mandare in onda quegli spot.

Anche qui avete una soluzione alternativa: spegnere la TV (tanto i programmi iniziano sempre più tardi) e dedicarvi alla famiglia parlando, come forse non fate spesso.

Sergio Motta

Schiavi senza catene / 1

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Ho trattato in molte occasioni, anche nelle conferenze, il tema della moderna schiavitù cioè quella schiavitù impercettibile dall’esterno, di schiavi liberi di muoversi e parlare, ma profondamente limitati nelle loro scelte, nei loro pensieri: noi.

I luoghi di addestramento sono i più disparati: dall’ipermercato alla televisione, da social alla stampa passando per la moda o i luoghi di villeggiatura.

Pochi hanno notato che negli ipermercati c’è spesso una musica di fondo che ha il potere di anestetizzare il pensiero, così da renderci più vulnerabili nella pletora di offerte, prodotti, colori e profumi. E sapete perché i fardelli di acqua siano posizionati sempre al fondo del locale? Perché se li metteste subito nel carrello non resterebbe più posto per altri prodotti sui quali l’iper ha maggiori ricarichi. Perché i giochi per bambini sono posizionati in basso? Facile intuirlo. A cosa serve la fidelity card? A monitorare i vostri acquisti, la quantità di prodotti di un certo tipo che acquistate per veicolare offerte mirate. Perché lo sconto agli anziani o agli studenti viene solitamente attuato il mercoledì o il giovedì? Perché statisticamente è il giorno di minor afflusso di pubblico, quello in cui il costo del personale per unità di prodotto venduto sarebbe sfavorevole per l’impresa. L’elenco sarebbe lungo, ma le uniche due libertà che abbiamo sono quale supermercato scegliere e imparare a decidere con la propria testa, magari redigendo una lista della spesa come si faceva anni fa, dalla quale non discostarsi.

E che dire della televisione? Chi si è accorto che, da un paio d’anni a questa parte, sono aumentate le serie trasmesse, al posto dei film, perché così lo spettatore viene fidelizzato, obbligato psicologicamente a proseguire di volta in volta nella visione di quel canale, consentendo ai pubblicitari di valutare con maggior precisione quale sarà l’audience e valutare costi e ricavi. Spostare avanti di mezz’ora l’inizio dei film significa assicurarsi un pubblico maggiore, che a quell’ora avrà finito di cenare, rassettare casa, ecc dedicandosi esclusivamente (o quasi) alla visione del canale e, ça va sans dire, della pubblicità.

Dove andiamo in ferie quest’anno? Ormai anche i luoghi di villeggiatura seguono la moda e molte, troppe persone non resistono al canto dei tour operator chiedendo all’agenzia di andare proprio in quell’isola greca o delle Baleari. Negli anni ’70, quando Jugoslavia, Spagna e Grecia erano ancora dittature, moltissimi italiani (ma non soltanto) si recavano lì in ferie per i costi ridotti e, ovviamente, per la bellezza dei luoghi. Oggi, con un potere d’acquisto ridotto rispetto ad allora, con molta più scelta (basti navigare in internet) e molti più mezzi di trasporto a disposizione, siamo così pecore da seguire il gregge e andare dove vanno tutti, con il risultato di trovarci come a casa, perché troveremo connazionali anche nella toilette, spendendo molto di più perché, per la legge della domanda e dell’offerta, all’aumentare della richiesta aumentano i prezzi. Chi, leggendo queste righe, dice che questa schiavitù non esiste è probabilmente una di quelle persone che, pur di andare in ferie nei luoghi “in”, al rientro non rinnova l’RC auto perché rimasto senza soldi.

Vogliamo proseguire? Come scrivo nel mio libro “Schiavi senza catene” di prossima pubblicazione, le schiavitù odierne sono tantissime, subdole, impercettibili, perfettamente legali. La prossima volta vedremo altre forme: il mainstream, il politically correct, l’abbigliamento, la moda.

C’è un rimedio? Si: non relegare la cultura in un angolo.

A presto.

Sergio Motta