Sociografia

Schiavi senza catene / 1

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SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE

Ho trattato in molte occasioni, anche nelle conferenze, il tema della moderna schiavitù cioè quella schiavitù impercettibile dall’esterno, di schiavi liberi di muoversi e parlare, ma profondamente limitati nelle loro scelte, nei loro pensieri: noi.

I luoghi di addestramento sono i più disparati: dall’ipermercato alla televisione, da social alla stampa passando per la moda o i luoghi di villeggiatura.

Pochi hanno notato che negli ipermercati c’è spesso una musica di fondo che ha il potere di anestetizzare il pensiero, così da renderci più vulnerabili nella pletora di offerte, prodotti, colori e profumi. E sapete perché i fardelli di acqua siano posizionati sempre al fondo del locale? Perché se li metteste subito nel carrello non resterebbe più posto per altri prodotti sui quali l’iper ha maggiori ricarichi. Perché i giochi per bambini sono posizionati in basso? Facile intuirlo. A cosa serve la fidelity card? A monitorare i vostri acquisti, la quantità di prodotti di un certo tipo che acquistate per veicolare offerte mirate. Perché lo sconto agli anziani o agli studenti viene solitamente attuato il mercoledì o il giovedì? Perché statisticamente è il giorno di minor afflusso di pubblico, quello in cui il costo del personale per unità di prodotto venduto sarebbe sfavorevole per l’impresa. L’elenco sarebbe lungo, ma le uniche due libertà che abbiamo sono quale supermercato scegliere e imparare a decidere con la propria testa, magari redigendo una lista della spesa come si faceva anni fa, dalla quale non discostarsi.

E che dire della televisione? Chi si è accorto che, da un paio d’anni a questa parte, sono aumentate le serie trasmesse, al posto dei film, perché così lo spettatore viene fidelizzato, obbligato psicologicamente a proseguire di volta in volta nella visione di quel canale, consentendo ai pubblicitari di valutare con maggior precisione quale sarà l’audience e valutare costi e ricavi. Spostare avanti di mezz’ora l’inizio dei film significa assicurarsi un pubblico maggiore, che a quell’ora avrà finito di cenare, rassettare casa, ecc dedicandosi esclusivamente (o quasi) alla visione del canale e, ça va sans dire, della pubblicità.

Dove andiamo in ferie quest’anno? Ormai anche i luoghi di villeggiatura seguono la moda e molte, troppe persone non resistono al canto dei tour operator chiedendo all’agenzia di andare proprio in quell’isola greca o delle Baleari. Negli anni ’70, quando Jugoslavia, Spagna e Grecia erano ancora dittature, moltissimi italiani (ma non soltanto) si recavano lì in ferie per i costi ridotti e, ovviamente, per la bellezza dei luoghi. Oggi, con un potere d’acquisto ridotto rispetto ad allora, con molta più scelta (basti navigare in internet) e molti più mezzi di trasporto a disposizione, siamo così pecore da seguire il gregge e andare dove vanno tutti, con il risultato di trovarci come a casa, perché troveremo connazionali anche nella toilette, spendendo molto di più perché, per la legge della domanda e dell’offerta, all’aumentare della richiesta aumentano i prezzi. Chi, leggendo queste righe, dice che questa schiavitù non esiste è probabilmente una di quelle persone che, pur di andare in ferie nei luoghi “in”, al rientro non rinnova l’RC auto perché rimasto senza soldi.

Vogliamo proseguire? Come scrivo nel mio libro “Schiavi senza catene” di prossima pubblicazione, le schiavitù odierne sono tantissime, subdole, impercettibili, perfettamente legali. La prossima volta vedremo altre forme: il mainstream, il politically correct, l’abbigliamento, la moda.

C’è un rimedio? Si: non relegare la cultura in un angolo.

A presto.

Sergio Motta

 

Smart working: diavolo o acqua santa?

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SOCIOGRAFIA  LETTERE DAL PRESENTE

Lo smart working, italianizzato in lavoro agile, ha avuto il suo esordio durante il lockdown.

Aziende che, nel giro di pochissimi giorni, hanno dovuto realizzare piattaforme in grado di consentire il collegamento alle loro VPN (reti private virtuali) alle centinaia, quando non migliaia, di propri dipendenti. Fu, com’è facile comprendere, una necessità; l’alternativa sarebbe stata chiudere l’azienda, con tutto ciò che avrebbe comportato.

Visto il (relativo) successo, tale istituto rimase anche dopo la cessata emergenza, consentendo alle persone di collegarsi anche dalla seconda casa, andare in ferie senza segnare ferie (a condizione di collegarsi), risparmiare carburante e tangenziale, stress, ore fuori casa ecc. ecc.

Ovviamente c’è sempre un rovescio della medaglia.

Dal punto di vista della persona, del dipendente il lato negativo dello SW è l’allontanamento dall’azienda, dai colleghi; non è solo un problema di affettività, di relazioni sociali piacevoli o affettive ma anche di aziendalismo. Non entrare in azienda tutti i giorni, non vedere i colleghi magari per mesi (se i giorni di presenza non coincidono), non recarsi in mensa, non vedere loghi e colori aziendali alla lunga tende a staccare affettivamente una persona dal suo datore di lavoro.

Per le aziende l’aspetto è duplice, antitetico: senza i dipendenti sotto gli occhi, si perde il controllo su di essi; la Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) vieta espressamente il controllo a distanza dei lavoratori. Il datore, cioè, può verificare se il lavoratore si sia collegato alla rete aziendale, ovviamente se abbia prodotto dei report, ma non può sapere se oltre al pc sia acceso anche il cervello del dipendente. Per contro, vantaggio per l’azienda, isolati così i dipendenti sono meno reattivi, meno forti contro l’azienda e, dunque, meno portati ad avanzare rivendicazioni, Una forma contrattualizzata di “divide et impera”.

Poiché nella nostra società occidentale è sempre il denaro (e chi lo possiede) a decidere, ecco che alcune aziende, già da alcuni anni, hanno fatto marcia indietro abrogando lo statuto dello SW dai loro contratti, indipendentemente da ciò che ne pensino i lavoratori.

Sicuramente, almeno per tutte le persone che conosco io, lo SW ha comportato più ore collegati rispetto ad una presenza fisica, “tanto sono qui”, “così controllo se arriva qualche mail” o motivazioni simili.

Quello che forse in Italia non molti possedono è l’onesta di erogare, in SW come in presenza, la stessa durata e qualità di servizio, cosicché il datore di lavoro non debba rimpiangere la presenza fisica. Di sicuro i colleghi sono tali, non sono amici, per cui fuori dalle mura aziendali siamo tanti soggetti singoli non in grado di far valere le proprie ragioni, i propri diritti.

Chissà perché siamo campioni del mondo nell’avanzare pretese, olimpionici di lancio della critica e sollevamento della polemica, ma non sappiamo confrontarci costruttivamente per avanzare proposte e, parimenti, richieste.

Se andassimo a scuola dai cugini d’oltralpe?

Sicuramente abbiamo tanto da imparare.

Sergio Motta

Con vero piacere ho accolto l’offerta del Direttore di avere una mia rubrica che ospiti i miei articoli. Dopo oltre 4 anni, l’appuntamento settimanale con iltorinese.ité diventato un motivo di orgoglio, oltre che un piacere.Ringrazio, perció, il Direttore e la redazione tutta promettendo che continueró ad impegnarmi, come ho fatto finora. 

Sergio Motta

Una dose d’annata

SOCIOGRAFIA, LETTURE DAL PRESENTE

Parlando di droghe, siamo soliti pensare a cocaina, eroina, hashish, amfetamina fino alle più recenti krokodil, fentanyl e altre.

Pensiamo che queste sostanze, a vario titolo, possano indurre dipendenza, provocare astinenza in loro assenza e, in generale, risultare nocive per la nostra salute.

C’è una sostanza molto più nociva che, tuttavia, è accettata dalla nostra cultura e sulla quale gira gran parte della nostra economia: l’alcool.

Mi riferisco, ovviamente, all’alcool etilico (C2H5OH) che tutti noi impariamo a conoscere fin da piccoli vedendo a tavola il vino o i liquori e, ormai sempre meno, nella versione denaturata per disinfettarci o per pulire le superfici ed i vetri.

Tralasciamo volutamente l’alcool metilico, letale, che ci riporta alla memoria lo scandalo di Narzole del 1986, con 23 morti e decine di persone diventate cieche per l’adulterazione del vino con metanolo.

Proprio per la sua accettazione nella nostra società, l’alcool è una delle droghe più pericolose per almeno tre buone ragioni: è accettato socialmente quindi è parte della nostra cultura, ha un costo accettabile che non rende necessario commettere reati per procurarselo, è di libera vendita (salvo limitazioni di orario ed età).

In realtà proprio queste sue caratteristiche lo rendono una delle droghe più subdole perché il poterla assumere senza tabù, acquistare ovunque sotto casa la fanno considerare una sostanza innocua, oltre che gradevole.

In realtà, i danni provocati dalla sua assunzione smodata sono enormi: all’apparato digerente (dal carcinoma gastrico e intestinale alla cirrosi epatica, passando per la pancreatite), aumento della glicemia, aumento della pressione sanguigna, danni all’apparato cardiocircolatorio ed al sistema nervoso, se ci limitiamo ai danni dovuti all’assunzione cronica.

E se non si manifestano danni apparenti al fisico, possono manifestarsi altri effetti: dal delirium tremens alla allucinosi di Wernicke, dalla psicosi di Korsakoff alla paranoia alcoolica, per citarne solo alcuni.

Non dimentichiamo gli incidenti provocati dalla guida in stato di ebbrezza con manifestazioni che vanno dal rallentamento dei riflessi, alla diplopia (visione sdoppiata) ai colpi di sonno fino alla perdita di coordinazione e al coma.

Un tempo per dimostrare agli amici di essere adulto o, almeno, di non essere più un bambino chiedevi e fumavi una sigaretta, dimostrando di essere entrato nel mondo degli adulti; ora si beve, dalla birra al pub ai superalcolici in discoteca complici, non di rado, gestori e commercianti che non controllano i documenti per non perdere uno o più clienti.

La prevenzione va assolutamente insegnata già nelle scuole, a partire dalla primaria ma è la famiglia, con il suo esempio, che deve evitare di trasmettere modelli sbagliati, di inculcare false verità e mostrare falsi modelli.

Nessuno vieta ai maggiorenni di bere 1-2 bicchieri di vino a pasto, evitando di bere a stomaco vuoto; ma se i genitori si accorgono che il figlio puzza di alcool tornando a casa prima di cena, o dice cose senza senso, è opportuno parlargli chiaramente, senza denigrarlo ma nel suo interesse. Ove occorra, poi, i SERT sono comunque disponibili, gratuitamente, per il supporto medico e psicologico.

Se non ve la sentite, però, o non ne siete capaci pensate che la salute del minore viene prima di ogni altra cosa; magari rinunciate a qualche acquisto e fatevi seguire da un professionista, prima che il danno sia irreparabile; un funerale costa molto di più.

Sergio Motta