SOCIOGRAFIA Lettere dal presente
La prima regola della comunicazione è che NON si può NON comunicare.
Il silenzio, l’immobilismo, non rispondere ad una mail, una microespressione facciale sono tutti segnali che inviamo all’ambiente che ci circonda, quindi all’interlocutore, anche se tale comunicazione avviene inconsciamente.
I social, le poesie, i webinar, i cortei, gli scioperi, le dichiarazioni di guerra, le frasi d’amore, gli insulti, le preghiere, la confessione per i cattolici, costituirsi ad un magistrato sono tutte forme, alcune antiche, altre moderne, altre contemporanee di comunicazione, molto diverse tra loro ma ognuna con una sua finalità precisa.
La forma di comunicazione cui tutti noi siamo più abituati è quella verbale, a partire dalle parole che la mamma dice al neonato, dalle lezioni a scuola, le chiacchiere con i compagni di scuola, gli amici e il fidanzato/a, per giungere al mondo del lavoro, poi quando in famiglia si passa dal ruolo di discente a quello di docente e così via.
Qualcosa, tuttavia, negli ultimi 50 anni si dev’essere inceppato da qualche parte perché si assiste ad un fenomeno strano: dal secondo dopoguerra il QI dei Paesi europei, per la prima volta, è in calo. A fronte di un quoziente intellettivo dei Paesi asiatici di 103, dovuto a sistemi scolastici competitivi ed a investimenti scolastici che noi ci sogniamo (in questo siamo imbattibili) noi siamo ormai fermi a 98. Inoltre, ciò che maggiormente preoccupa è il costante aumento dell’analfabetismo funzionale, cioè la capacità di leggere, scrivere e fare calcoli banali non riuscendo, però, ad utilizzare tali capacità. Questi individui, purtroppo per loro, non sono in grado di comprendere un contratto anche banale, una bolletta, un manuale di istruzioni per quanto la comunicazione sia semplice.
Con i social sta accadendo all’incirca lo stesso: a post semplici, dove l’autore esprime un proprio pensiero legittimo, legale, logico e lineare quasi sempre seguono risposte degne di un’ameba (un essere unicellulare privo, appunto, del cervello), con insulti, contesti totalmente slegati da quello cui il post si riferiva, conditi dall’ormai consueta litigiosità tipicamente italica.
Questo analfabetismo funzionale, purtroppo, non è sanabile con una trasmissione come “Non è mai troppo tardi” attraverso la quale il compianto Maestro Alberto Manzi insegnò agli italiani negli anni ’60 a leggere.
Occorre rivedere le metodiche di insegnamento depauperate da Governi che, nei decenni scorsi, hanno tolto il nozionismo, il mandare testi a memoria, i riassunti e altri cardini dell’insegnamento dalle politiche educative, intervenire massicciamente sui giovani facendoli convergere su interessi che sviluppino le loro potenzialità anziché sopirle.
I genitori, l’ho scritto più volte, devono tornare ad essere tali, e non fare più gli amici che ti danno sempre ragione e che ridono delle tue marachelle, quando non sono reati; i docenti devono tornare ad essere considerati come tali, quali pubblici ufficiali, e non essere insultati se hanno adempiuto ai loro compiti erogando una nota o una sospensione.
Forse, intervenendo subito, abbiamo qualche speranza di salvare il salvabile. Ricordate il detto “non va mai male a uno, senza che vada bene a un altro”; se qualcuno diventa ignorante o analfabeta funzionale chi non lo diventa lo potrà dominare, anche da molto lontano.
I moderni schiavi, insomma.
Sergio Motta
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