Il cantico dell’umiltà di Giulio Busi

L’intervento di questa domenica alla Casa della Madia ha avuto come ospite Giulio Busi, studioso di cultura ebraica e autore di lavori dedicati a Gesù, al quarto Vangelo e a San Francesco. Il suo racconto non si è limitato a presentare una nuova biografia del santo, ma ha cercato, piuttosto, di restituirci un uomo vivo, concreto, meno chiuso nell’immagine levigata a cui spesso siamo abituati.

Il Francesco che emerge non è soltanto colui che si è già consegnato alla devozione, ma una persona reale, inquieta, radicale, attraversata da una domanda essenziale: che cosa significa vivere davvero il Vangelo?

Giulio Busi parte da un ricordo personale. Racconta che sua madre, ogni sera, gli chiedeva se fosse stato buono e umile. Una domanda semplice, ma capace di rimanere impressa negli anni. A volte, alcune parole ricevute nell’infanzia non si comprendono subito: restano lì, lavorano in silenzio e tornano più avanti, quando la vita chiede di essere riletta con maggiore profondità.

Nel suo libro, “Il cantico dell’umiltà”, San Francesco viene descritto come colui che non compie solo delle gesta esteriori, ma fa molto di più: la sua umiltà è un modo di stare nel mondo. Una scelta che coinvolge il corpo, il denaro, il rapporto con gli altri, con la Chiesa e con se stesso.

Il cuore dell’intervento è proprio questo: Francesco non cerca prima di tutto una teoria sul Vangelo. Non parte da una costruzione dottrinale, né da un sistema teologico. Cerca una strada da percorrere. Per lui il Vangelo non è soltanto un testo da studiare, interpretare o custodire, ma una parola viva, che deve prendere forma nell’esistenza.

Da questa adesione nasce la sua scelta della povertà e Giulio Busi distingue con chiarezza un passaggio importante: prima di Francesco esistevano già la generosità verso i poveri, l’elemosina, la distribuzione di una parte dei beni, ma Francesco introduce qualcosa di diverso, perché non vuole solamente offrire il suo aiuto da una posizione protetta; vuole vivere egli stesso da uomo povero, in mezzo ai tanti poveri.
È una differenza enorme perché significa stare per strada, non avere garanzie, esporsi alla fragilità, rinunciare a quelle difese che normalmente proteggono una persona quali la famiglia, il denaro, il ruolo che si ricopre.

Francesco non nasce povero, anzi viene da un mondo che conosce il commercio, la sicurezza economica e il valore sociale del denaro. Proprio per questo, la sua povertà non è una condizione subita, ma una vera e propria scelta.
Una scelta che si trasforma in testimonianza.

Francesco non cerca una frattura con la Chiesa, tuttavia la sua vita mostra che tra il Vangelo vissuto e il Vangelo amministrato può aprirsi un grosso divario. La radicalità del santo arriva a generare un vero movimento ma, nello stesso tempo, viene vista come troppo scomoda per essere accolta, senza generare trasformazioni.

La Chiesa riesce a riconoscere Francesco e a farne una forza spirituale e pastorale, ma affinché questo avvenga, quella spinta originaria viene ordinata, regolata e resa stabile. Come spesso accade nella storia della Chiesa, tra fedeltà e mediazione si apre uno spazio complesso, nel quale qualcosa viene custodito e qualcosa inevitabilmente cambia.

Per Francesco, tutto questo diventa una via da attraversare: l’umiliazione, la fragilità, l’essere respinto, il non essere riconosciuto non sono soltanto ostacoli da sopportare, ma si trasformano nel luogo in cui l’imitazione di Cristo si fa più concreta.

Il Francesco che emerge dall’intervento di Giulio Busi è quindi meno rassicurante di quello che spesso immaginiamo. Non è soltanto il santo mite, vicino alla natura e agli animali.
È un uomo molto più radicale e per questo anche più scomodo. Un uomo che prende il Vangelo così seriamente da lasciare che la Parola cambi tutto: il suo modo di vivere, di possedere, di parlare, di stare nella Chiesa e di guardare se stesso.

Forse è proprio per questo che san Francesco continua a parlarci: non perché sia facile imitarlo, ma perché ci impedisce di ridurre il cristianesimo a un pensiero edificante o a una devozione serena e priva di turbamenti.

San Francesco ci ricorda che il Vangelo, quando viene preso sul serio, non resta mai soltanto una semplice idea, ma diventa un vero e proprio esempio di vita.

IRENE CANE

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