Nelle sale della Fondazione Accorsi-Ometto, sino al 6 settembre
A circa vent’anni dalla morte del pittore, Giorgio Vasari nelle sue “Vite” scriveva: “Ma Agostino (Chigi)… gli diede a dipingere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale la storia d’Alessandro quando va a dormire con Rosana: nella quale opera, oltre all’altre figure, vi fece un buon numero d’Amori… E vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.” Uno scrittore che tramanda notizie per il sapere dei posteri, in tutta tranquillità. Invece. Invece Giovanni Antonio Bazzi, chissà per quale ragione, a Vasari doveva stare proprio sullo stomaco – e la condanna condita di tanta ferocia dovette decretargli un lungo ostracismo: sul versante critico, “il capolavoro fioriva tratto tratto, in mezzo ai dipinti mediocri”, come su quello comportamentale, “era celebratore della vita, nelle gioiose gagliardie del cuore e del senso, pagano spirito giocondo… l’irruenza di carattere, la scapigliata trascuranza dello studio, l’indocile e indomata libertà… mutava voglie e modi, cercava motivo di festa e di chiasso anche nell’arte: godeva a godere.” Il quadretto di un tale uomo “chiassoso e vagabondo” che scendeva nei sussurri del gossip quando gli affibbiava e l’accresceva di quel titolo di Sodoma per cui il Bazzi ci è stato tramandato, in tempi non facili per i cultori del “vizietto” (anche Leonardo si vide trascinato in tribunale per un’accusa), anche se a dar retta all’autore delle “Vite” il pittore non faceva nulla per far tacere quell’etichetta che gli era stata appiccicata addosso (“non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava”): anche se poi quella sorte (al tempo) grama o tollerata, considerata altresì la bisessualità del mondo artistico, fu acquietata con il pensiero che fosse l’intercalare piemontese da qualcuno storpiato, “sù, ‘nduma”, o il risultato frainteso di un “so domà” detto da un pittore che aveva tra le proprie doti la passione per i cavalli.
Ben oltre quanto rimane gossip, Giovanni Antonio Bazzi è al centro della mostra – composta “con uno sforzo non indifferente”, avvertono i responsabili – che nel titolo si estende in un significativo “Alla conquista del Rinascimento”, che ha la curatela di Serena D’Italia, Luca Mana (direttore del Museo Accorsi) e Vittorio Natale e il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e che sino al 6 settembre occuperà le sale della Fondazione Accorsi-Ometto, importante appuntamento a circa ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva che interessò il museo Borgogna di Vercelli e la Pinacoteca Nazionale di Siena (al termine del percorso è l’affiche di quella mostra che fu il primo risultato della lunga produzione di Armando Testa). Esposizione volta, quella odierna, ad analizzare e a porre all’attenzione del pubblico che la visiterà la produzione iniziale del pittore, la precocità e il praticantato di un umile ragazzotto, figlio di un calzolaio di Biandrate, che lo “ha posto e vincolato” nella bottega del casalese Martino Spanzotti (il contratto originale è qui esposto, datato 28 novembre 1490) e da protrarsi per interi anni sette ma che non fu mai completato se il non ancora ventenne Bazzi prendeva nel ’96 già la strada per Siena: continuando a tessere lodi al suo benefattore Francesco de’ Tizzoni, fattosi testimone e mallevadore di quegli anni. Primi anni che non vanno disgiunti dall’altro fatto importante della mostra, “abbiamo voluto organizzare un’occasione che mette in luce la grande ricchezza del patrimonio artistico del nostro territorio, posto in dialogo con gli importanti centri del Rinascimento italiano”, sottolinea la curatrice D’Italia. Oltre cinquanta opere a coprire un lungo periodo, alcune inedite, suddivise in sette sezioni, provenienti – in un elenco di prestiti veramente importante – da collezioni private e da istituzioni pubbliche, da Brera alla Galleria Borghese al Vaticano, dalla Capitolina romana alla collezione Chigi Saracini alla Parrocchia Spirito Santo di Sommariva Perno, dalla Sabauda torinese all’Albertina alla Pinacoteca di Varallo, da Siena da Perugia da Vercelli, dal Musée Jacquemart-André della capitale francese.
All’inizio del prezioso allestimento curato dallo Studio LLTT Architetti Associati, con l’apporto dell’architetto Loredana Iacopino, di un rosa antico che pare a memoria discostarsi da quelli che abbiamo visto sinora, è l’(innocuo) autoritratto del Sodoma (pare che l’uomo accanto a Raffaello nella “Scuola d’Atene” per questioni anagrafiche non sia più il Nostro, come mi insegnò il liceo) ricavato dal Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Uliveto (questo aveva davanti Vasari e ancora per un attimo leggete un’altra sua spina nel fianco dell’odiato: “un volto di uomo innamorato dello sfarzo, conscio d’ogni piacere, dall’occhio brillante e scaltro, dal naso maschio espanso al fiuto, dalle labbra serrate su lo scherzo grasso e la risata mordace”, ritrattino che nemmeno a spingerlo a forza rientra nel giovin signore che ci ritroviamo davanti), avvicinato all’”Ecce Homo” del 1510 che mette in evidenza gli esiti raggiunti e l’arte della maturità di un artista tra i più interessanti dell’epoca aurea della pittura. Nel proseguire attraverso le sale, si toccano le città – del Piemonte, Milano, Mantova, Siena, Roma: dove lo troviamo nel 1508 a fianco di Raffaello nella Stanza della Segnatura con l’incarico di papa Giulio II – che saggiarono la produzione del Bazzi, dando a lui la possibilità di incrociare geni del suo tempo: Bazzi s’immette prepotentemente – assorbendolo appieno – in un panorama lombardo, ne sono testimonianza il “Compianto su Cristo morto” (1503), di collezione privata, che nel taglio visivo – pasoliniano, all’occorrenza, per “Accattone” – s’allinea al Mantegna di Brera e, a pieno diritto, la “Pietà” (dalla Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma) che in quella diversità e completezza di tratti e di sentimenti e di dolore è un’altra immagine dell’affermazione del pittore che, già a Roma, guarda ancora ai modelli del nord. Aveva ormai alle spalle le prove dei primissimi anni di bottega, una “Sacra Famiglia” che “si nota essere ancora acerba” dice Serena d’Italia.
Si è lasciato alle spalle gli artisti vercellesi e casalesi con cui è venuto negli anni precedenti a contatto, che qui pongono in bella carrellata santi e madonne piene di fascino – Alvise De Donati, Eleazaro Oldoni, Aimo e Balzarino Volpi, Bernardo Zenale (con quest’ultimo si combatté l’attribuzione per il “Martirio di San Sebastiano”, in mostra, fuori di ogni certezza, con un più vago “pittore attivo nel Ducato di Milano”, eccellente studio per un nudo maschile, mentre la persona di colore accovacciata a legare le caviglie del santo vanta ricordi ed espressioni più antiche, mentre ancora una volta andiamo a indagare l’azzurrino sfumato del paesaggio che strizza l’occhio a Leonardo e ai fiamminghi), l’eccellente Boltraffio, certamente Spanzotti (tra le sue opere presenti, una magnifica “Madonna con Gesù Bambino e due angeli”, circa 1490, della torinese Albertina) e Defendente ed Eusebio (“Angelo annunciante”, circa 1506, Museo Borgogna di Vercelli) Ferrari. Il centro della penisola dopo il nord, dove il nome per eccellenza – oltre all’urbinate sempre ammirato e cercato – è quello del Pinturicchio, in omaggio al quale Luca Mana ha creato con i suoi colleghi una mostra nella mostra. Introdotto dalle parole di Rabelais, prese a prestito da una lettera del 15 febbraio 1536 inviata a Monsignor de Maillezais (“papa Paolo Farnese aveva una sorella bella a meraviglia: tuttora si mostra nel palazzo Vaticano, nel corpo di fabbrica in cui risiedono i Sommisti, una figura della Madonna, che si dice sia stata fatta a immagine e somiglianza di costei”), del perugino Bernardino di Betto Betti, proveniente dal Vaticano, è visibile – ambientato in un duplice percorso storico e artistico – il frammento di un affresco, già in bella mostra appunto nell’appartamento privato di papa Alessandro VI, il Bambino benedicente che fu un giorno circondato dalle presenze del pontefice e della Vergine, due reperti a lato a testimoniarlo. Mentre, ancora alla ricerca dell’intensità degli scambi che interagiscono con il nord, tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento, s’ammira la “Madonna col Bambino in trono tra i santi Nicola di Bari e Martino” di Macrino d’Alba (“cartina tornasole” lo definisce Luca Mana), proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma, come una inedita predella con Cristo benedicente tra gli apostoli, prestito della residenza papale di Castelgandolfo.
Ancora tra le opere giovanili del pittore, eseguite nel primo decennio del XVI secolo, andando a guardare sul versante profano, abbiamo l’”Allegoria dell’Amor Celeste”, dalla collezione Chigi Saracini di Siena mentre dalla torinese galleria Sabauda proviene la “Morte di Lucrezia”, tema in molti esempi caro al Sodoma. Anni di successi e di grande produzione, importanti committenze – i fratelli Chigi, in primo luogo, i ricchi banchieri romani -, anni che lo videro nell’impegno dei grandi cicli d’affreschi che sono in Sant’Anna in Camprena (1503-1504), vicino Pienza, ricchi di quei motivi a grottesca che si andavano ammirando con la scoperta della Domus Aurea neroniana (“motivi fantastici” li ricorda Vittorio Natale) e delle storie di Santa Caterina che lo avvicinano per molti versi a certi lavori del Bramantino in castello Sforzesco e, ancora, del Pinturicchio; e nel chiostro di Monteoliveto (1505-1508), nel senese, succeduto a Luca Signorelli (che era stato chiamato ad Orvieto per la cappella di san Brizio) a illustrare le storie di San Benedetto, basate sul racconto di san Gregorio Magno, ventisei episodiche lunette a completare quello che è da tutti considerato un vero e significativo capolavoro dell’arte rinascimentale del nostro paese.
Elio Rabbione
Nelle immagini, Sodoma, “Compianto sul Cristo morto”; Macrino d’Alba, “Madonna col Bambino in trono con i santi Nicola di Bari e Martino”; Sodoma, “Morte di Lucrezia”; Sodoma, “Allegoria dell’Amore Celeste”.
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