I custodi della forma

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

In via Orvieto 20, oltre la Dora, nel quartiere Borgo Vittoria, dove Torino si lascia sfuggire il garbo dei portici e si distende in una geografia più pratica fatta di officine, magazzini e cortili profondi, esiste un edificio – un’ex fabbrica industriale – che mantiene comunque la compostezza sabauda su ciò che custodisce.

Il portone, senza insegne monumentali, introduce in uno spazio alto, dove la luce entra diffusa e ricade come polvere su una moltitudine di presenze immobili.
La prima impressione non è quella di un museo, bensì di un deposito in cui un remoto demiurgo ha accumulato per millenni le forme del corpo umano e della storia.

File serrate di calchi in gesso, oltre 1.500 per l’esattezza, accumulati nel flusso dei decenni occupano ogni spazio possibile: busti di bambini con le palpebre ancora gonfie, profili femminili che conservano un’inclinazione del collo irripetibile, la torsione plastica di un atleta greco, smisurati arti isolati che sembrano essere test sperimentali per la generazione di un titano.
E ancora: un David michelangiolesco ricostruito nelle stesse proporzioni dell’originale fiorentino, rilievi ornamentali, capitelli, busti di filosofi, cavalli alati, mostruosità marine in una coesistenza di epoche che estingue ogni cronografia.

Rispetto ad un museo le statue non sono isolate su piedistalli, rischiarate liturgicamente da strategici led, ma condividono lo spazio con scale da muratore, secchi, stracci e tavoli da lavoro.

Se ne stanno a ridosso l’una dell’altra, quasi a contatto, alcune poggiano a terra, altre su bancali di legno, altre ancora emergono da scaffali metallici o appese alle pareti.
Mentre ci cammino vicino vaneggio tra me e me di voler essere custode di un plasma segreto che le ridesti dalla loro quiescenza, che le vivifichi in modo che mi dicano di cose misteriose.

Mi trovo nel laboratorio della Gipsoteca Mondazzi, nata a Torino nel 1976, quando i fratelli Mondazzi rilevarono l’attività dal formatore Emanuele Gonetto, continuando una tradizione nata nel dopoguerra e legata al mondo delle accademie e della scultura monumentale.

Da allora il laboratorio non ha mai cessato di produrre copie, matrici, modelli destinati a scultori, scenografi, restauratori, accademie, ma anche a profani interessati.

Il procedimento non è cambiato molto: la forma viene presa dall’originale tramite un negativo, oggi spesso in silicone, che viene riempito con gesso liquido, lasciato solidificare e poi rifinito a mano.

Ogni copia è alla radice tecnicamente identica, ma non completamente indifferenziata: la superficie conserva micro-imperfezioni, tracce della lavorazione, leggere variazioni che la rendono riconoscibile a chi l’ha prodotta.

Il rapporto con le statue dei proprietari – Novella Mondazzi, suo fratello Paolo e pochi altri collaboratori – in una struttura che è rimasta volutamente familiare, seppur non completamente privo di quella solennità comune al cosmo degli artisti, è prettamente operativo: si muovono tra i modelli indicando dettagli che per loro hanno un’origine precisa — una commissione privata, un lavoro per un teatro, un intervento di restauro.

Ogni forma è associata a una circostanza, a una richiesta, a un momento della loro vita professionale.

Il paradosso della gipsoteca è che non conserva originali, ma senza di essa molti non avrebbero più discendenza. I calchi permettono di riprodurre opere destinate a deteriorarsi, di sostituire parti danneggiate, di studiare forme altrimenti inaccessibili.

In passato erano strumenti fondamentali per gli studenti delle accademie, oggi resistono accanto a scanner e stampanti 3D, continuando a offrire una precisione e una fisicità che la replica digitale non riesce (ancora) a restituire completamente.

Un luogo dunque dove la città ha destinato i propri doppi, che sono però finiti per trattenere la forma con una fedeltà che supera la durata della materia da cui proviene.
Uno spazio in cui le cose continuano a replicarsi tacitamente, come percorse da un DNA inanimato, conservando le impronte di ciò che “si è fatto nulla”.

Il laboratorio ha poi anche il suo punto di contatto diretto con il pubblico a pochi passi dall’Accademia Albertina, in via Principe Amedeo 25, dove si trova la bottega e la sede storica.
Qui vengono eseguiti i lavori più minuti e delicati: rifiniture, patinature, colorazioni e trattamenti che trasformano il gesso in imitazione di marmo, bronzo o pietra.

Fin dai tempi dell’università mi è capitato spesso di fermarmi, inebetito, davanti alla sua vetrina, fotografandola dall’esterno e indugiando a osservarne l’interno, come un personaggio dei cartoni animati che levita anelante guidato dalla mano sottile disegnata dal vapore di una torta che raffredda sul davanzale di una casa vicina.

Ci sono entrato per la prima volta solo un anno fa, per commissionare il restauro di un busto di Hermes.
È un locale piccolo, e questo amplifica l’effetto scenografico dello tsunami vertiginoso di statue presenti, così vicine tra loro da condividere la stessa ombra.
Passarci in mezzo è come attraversare una fenditura aperta in un mare solidificato, tra volti immobili, calca di orbite spente mentre la poca luce che entra dalle vetrate scivola su un’infinità di pieghe, lungo i margini sottili di palpebre, linee curve di labbra, vene in rilievo di un piede sproporzionato.

In fondo al passaggio in questo mare pallido e opaco, il banco di lavoro che spartisce l’ambiente senza in fondo separarlo davvero: dietro, strumenti, matrici e pigmenti e, solitamente, Novella: una donna minuta, dalle mani bianche di gesso, attenta, dolcissima.

In lei composte si intrecciano competenza rara, etica certosina d’artigiana e, senza nessuna retorica, onestà, trasmesse più attraverso l’abitudine che tramite l’insegnamento formale.

Link Linkedin Riccardo Rapini: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/

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