Torino tra architettura e pittura. Mario Merz

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)
8) Mario Merz (1925-2003)

Con questo  articolo si conclude il ciclo “Torino tra architettura e pittura”. In questi pezzi ho provato a sottolineare ancora una volta quanto sia meravigliosa e peculiare la nostra città, quante cose ci siano da vedere, quante architetture da visitare e quante sculture da visionare girandoci tutt’attorno.

Voci dicono che l’attuale situazione pandemica stia lentamente migliorando e forse potremo aggirarci nuovamente per le strade, pur con le debite e giuste accortezze, alla ricerca –perché no?- dei luoghi di cui vi ho raccontato: le mirabolanti cupole del Guarini, l’appuntita Mole Antonelliana, la sinuosa Casa Fenoglio o ancora gli “inaspettati” alberi di Penone. Lasciate dunque che vi dia un ultimo suggerimento, utile magari per occupare i prossimi momenti di “quasi libertà”. Tra gli artisti che hanno segnato la storia e l’aspetto urbanistico di Torino vi è Mario Merz. Nato a Milano da una famiglia di origine svizzera, Merz cresce nel capoluogo piemontese, dove si forma e dove frequenta per due anni la Facoltà di Medicina. Sempre a Torino si spegne nel 2003.

Segnano pesantemente la vita dell’artista le esperienze da lui vissute durante gli anni del secondo conflitto mondiale, da una parte l’impegno politico che lo porta ad entrare nel gruppo antifascista “Giustizia e libertà”, dall’altra la terribile vicissitudine della prigionia, egli viene infatti arrestato nel 1945 mentre faceva volantinaggio.
Terminata la guerra, Merz, incoraggiato dal critico Luciano Pistoi, inizia a dedicarsi completamente agli studi artistici, sperimentando prima la pittura astratta e poi quella informale. I dipinti che realizza negli anni Cinquanta sono densi e materici e hanno per soggetti elementi naturali come foglie e animali. Nel 1954 espone per la prima volta a Torino, presso la Galleria “La Bussola”; a partire dalla metà degli anni Sessanta inizia a sperimentare altre tecniche oltre la pittura e pone l’attenzione su tipologie di materiali come tubi al neon, ferro, cera, pietra o terra; tale scelta lo conduce ad abbandonare la pittura tradizionale a favore di un approccio creativo decisamente materico. Con i tubi al neon perfora la superficie delle tele per simboleggiare gli influssi di energia, nel contempo con ferro, pietra e cera crea le “pitture volumetriche”, ossia assemblaggi tridimensionali. Il suo nome è indissolubilmente legato al movimento dell’Arte povera – a cui aderisce anche la moglie Marisa- e di questo movimento diventa uno de massimi esponenti, insieme a Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis e altri artisti torinesi che ruotano attorno al critico Germano Celant. Merz espone con il gruppo dell’Arte povera fin dal principio, le sue opere compaiono già nella collettiva organizzata proprio da Celant nel 1967, presso la Galleria “La Bertesca” di Genova, esposizione che vede coinvolti anche Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Luciano Fabro.
I primi lavori poveristici che realizza sono una serie di sculture create con oggetti comuni che si compenetrano ed esprimono il suo interesse per l’accumulazione, la crescita organica, il dinamismo e la vitalità. Vi sono due immagini che ricorrono simbolicamente nella produzione di Merz: la spirale e la chiocciola, come bene esplica “Lumaca” (1976), dipinto realizzato in creta e tempera su tela grezza, al centro del quale si distingue un vero guscio di chiocciola.

Nel 1967 l’artista realizza il suo primo “Igloo”, una struttura emisferica a cupola che rappresenta un’ideale architettura temporanea e nomadica, un’abitazione contemporaneamente antica e odierna, tuttavia l’ “igloo” di Merz è anche una struttura che rimanda alla volta celeste e che simboleggia la convivialità. Tali strutture archetipiche realizzate con materiali disparati rappresentano il definitivo superamento della bidimensionalità e diventano l’emblema della sua produzione artistica e del suo “modus operandi”.
Il Sessantotto è un anno particolarmente movimentato, sia per l’attività artistica di Merz, sia per quanto riguarda il contesto storico-sociale italiano: l’artista si schiera politicamente e riproduce con i suoi neon gli “slogan” di protesta del movimento studentesco; nel frattempo continua a lavorare ai suoi “igloo”, che diventano costruzioni transitorie, cangianti e “concettuali”, realizzati con materiali sempre più disparati quali ferro, fango, sacchi di sabbia, rami, cera, pietre e altro ancora.
Sono ad oggi visionabili presso la collezione permanente del Castello di Rivoli i tre “igloo”, datati tra il 1968 e il 1981; le opere si presentano tra loro diverse ma messe in relazione, l’igloo più piccolo è del 1968-69 ed è intitolato “Igloo con albero”, il secondo è l’ “Igloo (Tenda di Gheddafi)”, risalente al 1968-1981 e l’ultimo è “Architettura fondata dal tempo – Architettura sfondata dal tempo” del 1981.
“Igloo con albero” è il più piccolo fra i tre ed è anche quello realizzato prima, si presenta costruito con un tubolare di ferro, vetri e stucco, dalla sommità dell’opera fuoriesce un albero che suggerisce la compenetrazione tra architettura e mondo naturale. “Igloo (Tenda di Gheddafi)” invece è ricoperto da una tela di iuta dipinta con il motivo delle lance. “Architettura fondata dal tempo – Architettura sfondata dal tempo” è un’enorme installazione che coniuga l’igloo in tubolare di ferro, pietre e vetri con una struttura circolare in ferro e fascine che si estende a partire dallo stesso tubolare. L’opera è “sfondata” da una grande tela dipinta raffigurante un immaginario animale preistorico, il gioco di parole e significati si basa sul fatto che l’igloo è opera “fondata” dal tempo della civiltà che a sua volta è continuamente “sfondata” e rimessa in questione dal tempo e dalla natura.

A partire dagli anni Settanta l’artista introduce la successione di Fibonacci come simbolo dell’energia insita nella materia e della crescita organica; i numeri vengono così riproposti con dei neon colorati e collocati sia sulla superficie delle opere stesse, sia negli ambienti espositivi, come dimostrano gli allestimenti del 1971 lungo la spirale del Guggenheim Museum di New York, oppure sulla Mole Antonelliana di Torino nel 1984, o ancora sulla Manica Lunga del Castello di Rivoli nel 1990, o, nel 1994, sulla ciminiera della compagnia elettrica Turku Energia a Turku, in Finlandia, e infine l’installazione sul soffitto della stazione metropolitana Vanvitelli (metropolitana di Napoli) con forma a spirale.
Per chi non se lo ricordasse nella serie di Fibonacci ogni numero è la somma dei due precedenti (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21 ecc.). Secondo l’artista i numeri sono “«un’invenzione fantastica», qualcosa di razionale che rende possibile l’avvicinarsi all’irrazionalità della vita”.
Lo studio dei numeri serve a Merz per sperimentare il concetto di “crescita esponenziale” e “proliferazione naturale”. A testimonianza dell’interesse dell’artista per tali tematiche si può ricordare l’opera “Senza titolo (Una somma reale è una somma di gente)”, del 1972, costituita da una serie di fotografie di un crescente numero di persone sedute a mangiare in un ristorante torinese e da una serie di numeri di Fibonacci al neon, a celebrazione della convivialità e della socializzazione.

La “Manica lunga da 1 a 987”, (1990), prima accennata, è un’opera che affronta la stessa problematica: in questo lavoro sedici numeri della serie di Fibonacci vengono situati sui mattoni esterni della Manica Lunga del Castello di Rivoli, in prossimità delle sedici grandi finestre che scandiscono l’estendersi dell’edificio. In questo modo l’architettura seicentesca viene “riattualizzata” attraverso il binomio “passato-contemporaneo”, inoltre il corpo finestra – componente strutturale già di per sé peculiare che segna il passaggio esterno/interno- assume un valore di relazione e compenetrazione. Negli anni Settanta introduce l’elemento “tavolo”, che diventerà anch’esso “tipico” e “archetipo” del lavoro di Merz.

Le sue installazioni sono opere complesse, nascono dalla combinazione di igloo, neon e tavoli, a cui si aggiungono eventuali altre superfici; è opportuno ricordare che talvolta sui piani esterni vengono disposti dei frutti veri, poi lasciati al loro decorso naturale, questi fattori hanno lo scopo di introdurre nel lavoro la dimensione del tempo reale. In definitiva i materiali utilizzati dall’artista sono eterogenei e quotidiani -vetro, cibo, giornali, parole, numeri- e riflettono la sua capacità di sperimentazione, che spazia dalle installazioni fino alla pittura, talvolta viene adoperato anche il video. È utile ricordare che proprio Merz è stato uno dei primi artisti a realizzare delle video-installazioni già negli anni Sessanta.
Sono di questi anni anche le grandi immagini di animali arcaici, quali coccodrilli, rinoceronti e iguane, che egli esegue su enormi tele non incorniciate, dimostrando in questo modo di non aver dimenticato il suo primo approccio pittorico, con cui, tempo addietro, si era affacciato sulla scena artistica del dopoguerra. Tra i dipinti da lui realizzati intorno agli anni Ottanta vi è “Animale terribile” (1981), un monumentale animale che ricorda un rinoceronte, attuato attraverso l’unione della pittura con degli oggetti, un tubolare in ferro nello specifico, che sta a sottolineare la forza originale dell’animale inconsueto.
È del 1992 “L’uovo filosofico”, un’opera composta da spirali rosse realizzate con tubi al neon e animali sospesi recanti i numeri della successione di Fibonacci, posizionata nell’atrio della stazione centrale di Zurigo. L’intento dell’installazione è sempre quello di esaltare la scoperta dello studioso che, attraverso la sua serie numerica, ha comprovato quanto la natura sia governata da regole matematiche.
Cari lettori, spero che le informazioni che vi ho proposto siano sufficienti per destare in voi un po’ di curiosità e spero altresì di essere riuscita a farvi comprendere il significato recondito che si cela dietro queste “strambe” opere d’arte.
La strada per arrivare al Castello di Rivoli certo è tutta in salita e forse non vi verrà subito la voglia di affrontare una passeggiata tortuosa per sgranchirvi le gambe, ma vi assicuro che, una volta arrivati in cima, la vista è davvero splendida. Non vi ho convinto, allora vi dico che c’è un altro igloo di Merz più facilmente visionabile, situato all’incrocio tra Corso Mediterraneo e Corso Lione. Si tratta di una struttura ricoperta da lastre di pietra e luci al neon, indicanti i punti cardinali, posta al centro di una vasca con delle canne che gettano acqua.
Sarebbe per me motivo di grande soddisfazione sapere che vi sono stata utile nel farvi intendere almeno alcune delle stranezze che a volte spuntano d’improvviso tra le strade della nostra regale ed eclettica Torino.

Alessia Cagnotto

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