Alberto Fortis: Ci vuole un nuovo umanesimo

 

 “L’arte può aiutarci a cambiare paradigma”

 

Per Alberto Fortis la musica non è soltanto una professione, ma uno strumento per interrogarsi sulla società, sulle relazioni, sull’educazione e sulla possibilità di costruire un futuro auspicabile. Da qui nasce anche il suo impegno sul fronte della pace che lo trasporterà verso una nuova esperienza internazionale: l’ufficializzazione della candidatura al segretariato del Summit mondiale dei Premi Nobel per la pace.

Che cosa rappresenta per lei questa candidatura?

È un percorso che sento coerente con ciò che ho sempre fatto. Ho ricoperto il ruolo di testimonial nazionale per diverse associazioni e ho capitanato anche un’ambasceria UNICEF dedicata ai bambini della Navajo Nation. È un excursus che mi ha accompagnato nel tempo e che probabilmente deriva anche dalla mia formazione e dalla mia esperienza di studente di medicina.

Quanto può incidere l’arte in un momento storico come quello attuale?

Moltissimo. Oggi siamo davanti a una vera lotta tra bene e male e l’arte, inclusa la musica, viene spesso svilita. Ci troviamo davanti a prodotti che vengono definiti arte pur trasmettendo messaggi di violenza. Io credo invece che l’arte debba avere una funzione diversa: creare consapevolezza, relazioni e opportunità.

C’è bisogno di un nuovo umanesimo?

Credo di sì. Stiamo vivendo una sorta di neo feudalesimo nel quale l’economia e il potere sembrano prevalere sulla persona, ma la storia ci insegna che se cadono le basi della piramide, prima o poi cade anche il vertice. La gente è più consapevole, ma soprattutto stanca, c’è voglia di cambiamento.

Dove vede i segnali di questa volontà di trasformazione?

Ai concerti quando parlo di determinati temi vedo una reazione molto forte e trasversale. Non importa se siamo al Nord o al Sud, se il pubblico è giovane o adulto, è tangibile il desiderio di risveglio. Le persone sono stanche di essere continuamente preoccupate, distratte e bombardate dalla paura.

Anche i giovani la sorprendono?

Molto. Mi capita di incontrare ragazzi che non mi conoscevano e che, dopo il concerto, vengono a parlarmi. Mi raccontano che si sentono molto coinvolti dai temi di cui parlo, questa è una cosa che mi fa sperare. Nei licei, nelle università e nei teatri ho visto che esiste un humus straordinario: ragazzi che ascoltano trap e rap, ma contemporaneamente amano la lirica. Non è vero che le nuove generazioni non abbiano sensibilità.

Secondo lei dove bisogna intervenire?

Nell’educazione. Dovremmo insegnare ai bambini anche attraverso esperienze concrete e il nord Europa può rappresentare un modello in questo senso.

Questi esempi li ha sperimentati da vicino?

Sono stato in Islanda e sono rimasto colpito dal livello medio di serenità e civiltà collettiva e anche nei ragazzi giovani ho trovato un grande senso delle regole, rispetto per la natura e una certa tranquillità sociale. È una società che ha una storia particolare, con una forte tradizione parlamentare e democratica.

E sul piano internazionale quale futuro immagina?

Personalmente vedrei con interesse un possibile asse tra Europa, India e Canada. Potrebbe essere un terzo polo, non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche culturale. L’Europa rappresenta una grande culla culturale, l’India ha una tradizione spirituale molto forte e una grande preparazione tecnologica, mentre il Canada ha dimostrato una propria capacità di difendere identità e valori. Potrebbe nascere una terza via.

È una posizione politica?

Io non mi colloco più in uno schema tradizionale di destra e sinistra. Non mi riconosco in determinati pensieri della destra, ma vedo anche una sinistra che spesso si perde in guerre interne che considero suicide. Credo che serva un nuovo paradigma fondato sul bene comune.

È qui che entra in gioco anche il lavoro con Michelangelo Pistoletto?

Certamente. Il concetto di Terzo Paradiso e quello di demopraxia, cioè l’azione democratica, vanno proprio nella direzione di una responsabilità collettiva. È un concetto profondamente gandhiano: non aspettare semplicemente che qualcosa cambi, ma agire.

Lei cita spesso Gandhi.

Perché credo nella possibilità di una presa di coscienza. Non dobbiamo essere ingenui: politica ed economia condizionano il mondo, ma non possiamo rinunciare alla speranza. Siamo, come dico spesso anche da ex studente di medicina, cellule di un unico organismo e ciascuno di noi ha una responsabilità enorme.

La musica può essere uno strumento di questa ritrovata responsabilità?

La musica può diventare un collante. Il successo dei concerti, al di là della qualità degli spettacoli, dimostra che esiste ancora una grande voglia di aggregazione. Le persone hanno bisogno di stare insieme e condividere

È questa la sua idea di futuro?

Immagino un mondo nel quale tornino centrali la dignità, l’educazione, la cultura e il rispetto. Non so se sarà facile e non so quanto tempo servirà, ma credo che deporre le armi, metaforicamente parlando, in questo caso sarebbe un errore. Bisogna continuare a lavorare perché qualcosa cambi.

 

Maria La Barbera

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