«Cosa significa essere un uomo?»
«Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. Guarda, più o meno quel che dice Kipling in quella poesia intitolata ‘Se’. E per te cos’è un uomo?»
«Direi che un uomo è ciò che sei tu».
(Oriana Fallaci -‘Intervista con la storia’)
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Di IRMA CIARAMELLA
Ci sono torinesi che partono per restituire al mondo i valori che la nostra città coltiva senza clamori, con il suo understatement: la misura, l’ascolto, l’abitudine a riconoscere un bisogno prima ancora che diventi grido e a trasformarlo in soluzione. Roberto Mignone ha portato la sua torinesità attraverso ventisette Paesi, e l’ha fatta amare in luoghi di cui, da qui, conosciamo appena il nome. Ha fatto amare persino il suo magico Toro, le cui sorti seguiva da ogni angolo remoto del pianeta.
Roberto Mignone, a lungo rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), se n’è andato a sessantuno anni, dopo oltre trent’anni vissuti ovunque accanto ad Adele, la moglie conosciuta in Costa d’Avorio durante il servizio civile internazionale, e alle due figlie, Sabrina e Sahara, nate in Svezia e in Colombia.
Andato in pensione, aveva scelto Torino come punto di riferimento per sé e per la famiglia, e la Grecia come approdo della sua barca a vela, ‘Rastababy’, per continuare a nutrire l’amore della libertà solcando altri mari.
Alla cerimonia di commiato, il mondo intero è tornato a Torino per lui. Amici, colleghi, la famiglia di sangue e quella che si era scelto, riuniti da ogni angolo della Terra qui per l’ultimo saluto. Un’emozione viva ha attraversato gli oltre cento presenti e quanti hanno seguito il commiato in streaming.
Ma chi era questo torinese?
Era un uomo di diritto. Si era formato all’Università di Torino, alla Facoltà di Giurisprudenza, e proprio dal diritto era partito per comprendere che la norma più alta (‘the higher law’) non sta nei codici, ma si fa carne nella cura e nella tutela dei diritti delle persone: il diritto a esistere, a chiedere asilo, ad autodeterminarsi, a essere liberi.
Fu un viaggio in Asia a rivelargli la vocazione. Incontrò dei bambini Karen fuggiti dal Myanmar in un villaggio del nord della Thailandia. In un’intervista di qualche anno fa ricordava: «Ho una foto scattata in quel villaggio: io sono seduto e c’è una bambina dietro di me che mi posa una mano sulla spalla. Significa che anche i bambini capirono che eravamo lì per proteggerli, non per far loro del male. Quello fu il giorno più bello, lavorativamente parlando. Mi piace lavorare sul campo più di ogni altra cosa. Quando ero in Colombia, in Guatemala, in Mozambico pensavo: mi pagano per farlo?». In quel piccolo gesto di fiducia, la mano di una bambina posata su una spalla, c’era già, in nuce, tutto: la tenerezza che diventa responsabilità ed energia per cambiare le cose.
Da lì, una vita in prima linea con l’UNHCR: dal Mozambico al Guatemala, dalla Colombia alla Svezia, dall’Australia all’India, fino alla Costa Rica e poi alla sede centrale di Ginevra. Dove c’era un’emergenza, c’era Roberto Mignone. Era riuscito a sopravvivere a due incidenti aerei e a un rapimento. Diremmo di lui un silenzioso eroe civile, o più concisamente un supremo ‘civil servant’. Amava ricordare la Colombia come la stagione più felice: duecentocinquanta missioni sul campo, a cavallo, a piedi, su piccole imbarcazioni, per raggiungere le comunità indigene disperse nella giungla più remota, quelle che nessuno andava a cercare. E poi la Libia, negli anni durissimi seguiti alla caduta di Gheddafi, da rappresentante dell’UNHCR: l’evacuazione dei rifugiati, la liberazione di centinaia di persone stipate nei centri di detenzione. «Avrei pagato per fare questo lavoro.» Non era retorica, ma il racconto della sua vocazione, di una vita dedicata a questi valori.
Alla cerimonia, l’amico di una vita, Marco Scarabosio, ha evocato, facendole proprie, le parole di Oriana Fallaci, nella sua Intervista con la storia e Un uomo, l’elegia per Alekos Panagulis. «Che cos’è un uomo? Un uomo, per me, sei tu», ha detto con la voce rotta dall’emozione, «l’uomo che nella mia vita ho ammirato di più». E ha nominato le due qualità che in Roberto non erano una contraddizione ma un completamento, gli opposti che coincidono: la dolcezza e la forza. La dolcezza con la famiglia, con gli animali, con le persone, con la natura, l’amore per il mare e per la libertà; e insieme la fermezza di chi, nelle situazioni estreme, sapeva essere risolutivo, tenere la posizione, decidere, combattere in nome dei valori. Guerre, carestie, terremoti, disordini civili: qualunque fosse la circostanza, lui era lì, come ha ricordato il suo grande amico Christopher Peet, davanti alla sofferenza umana, a offrire aiuto, protezione, speranza.
È questa la lezione che ci lascia, e che qui a Torino sentiamo particolarmente nostra: la gentilezza non è debolezza né resa, ma la forma più concreta e rivoluzionaria del coraggio. Valorizzare ciò che di umano ci abita, farne carne e gesto, difenderlo là dove il diritto viene calpestato. Un uomo, un umanitario, un advocatus, avvocato dei più deboli.
A rendergli omaggio, tra gli altri, c’era Filippo Grandi, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, con il ricordo di un uomo per cui ogni problema era un’opportunità, capace di non arretrare neppure davanti a una pattuglia di rivoltosi armati fino ai denti: con quel suo essere italiano, empatico e disarmante, e con il coraggio estremo di chi mette in gioco la propria vita e quella degli altri, trovava sempre la soluzione e apriva la strada.
C’era Béatrice Diby, senatrice della Repubblica di Costa d’Avorio e presidente della Fondation Lady Jeanne, impegnata nell’istruzione e nel sostegno di bambine e donne. C’era la Città di Torino, con il suo gonfalone, per l’ultimo saluto a un figlio che aveva portato lontano la sensibilità e la competenza di questa terra, e che ovunque era stato amato.
Restano il ricordo e il dolore della moglie Adele, che presiede Lady Jeanne Italia ODV, impegnata nella cooperazione internazionale allo sviluppo e nell’empowerment, delle adorate figlie Sabrina e Sahara, della mamma Pinuccia e degli innumerevoli amici sparsi ovunque.
Poi il momento più intenso: il video, curato da lui stesso, che ha ripercorso in immagini tutta la sua vita, con Redemption Song, Stairway to Heaven e Follow the Sun in sottofondo, come un testamento spirituale.
A loro, e a chi lo ha conosciuto, resta un uomo che ha fatto del proprio mestiere una missione e della propria gentilezza un atto politico.
Che leggi, dunque, per Roberto Mignone? Le sole leggi che contino davvero: quelle non scritte, incise nella dignità di ogni persona. Roberto le ha servite per una vita intera.
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