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Il 15 aprile 2026, a Roma, nella sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è stato presentato un rapporto con un numero tondo in copertina.
Il Registro speciale dei marchi storici di interesse nazionale ha appena tagliato il traguardo dei mille marchi iscritti: stando ai dati diffusi dal Ministero, si tratta di circa 780 imprese titolari, per un fatturato complessivo di 93,6 miliardi di euro e oltre 363.000 addetti.
Dietro la cifra c’è uno strumento poco conosciuto fuori dagli addetti ai lavori. Il registro, istituito nel 2019 e gestito dall’Ufficio italiano brevetti e marchi, raccoglie i marchi registrati o usati senza interruzioni da almeno cinquant’anni da imprese produttive radicate nel territorio nazionale. Una volta iscritte, queste aziende possono fregiarsi del logo “Marchio storico”. Sulla carta è un riconoscimento di longevità. A guardarlo meglio, dice qualcosa anche su come quelle imprese stanno al mondo.
Più di una targa celebrativa
La legge che ha creato il marchio storico non lo tratta come un fregio decorativo. Lo lega in modo esplicito alla responsabilità verso chi lavora e verso il territorio. Un’impresa iscritta che intenda chiudere o spostare all’estero la propria produzione è tenuta a informarne in anticipo il Ministero, che può attivarsi per salvaguardare i livelli occupazionali e la continuità dell’attività in Italia.
È una clausola che racconta lo spirito dell’istituto. La storicità di un marchio non si esaurisce nei decenni accumulati: quei decenni hanno tenuto insieme un’azienda, le sue maestranze e un pezzo di comunità. Riconoscere il valore del primo significa farsi carico anche del secondo.
La responsabilità ha allargato il campo
Negli ultimi anni, del resto, l’idea stessa di responsabilità d’impresa si è allargata. Accanto alla tenuta economica e occupazionale sono entrati l’impatto ambientale, la sicurezza di chi sta in reparto, l’equilibrio tra uomini e donne in organico.
Il marchio storico fotografa il passato di un’azienda, la sua capacità di durare. Per misurare la condotta del presente servono altri strumenti, costruiti per essere verificati da un soggetto esterno: le certificazioni ambientali e sulla sicurezza, e di recente quelle dedicate alla parità di genere. Sono questi a dire, indicatori alla mano, come un’impresa tratta oggi le persone che ha dentro, al di là di quanto a lungo è esistita.
Quando le due cose si incontrano
Un caso in cui storia e condotta presente si saldano arriva dal Piemonte. Tra i mille marchi del registro figura anche Zeca, iscritta nel 2022. Produce avvolgicavo, avvolgitubo, lampade da lavoro e bilanciatori per chi opera in officina, è arrivata alla quarta generazione della stessa famiglia e lavora in un comparto, la metalmeccanica, tra i più maschili dell’industria italiana.
Sul fronte della responsabilità l’azienda non si è fermata all’eredità ricevuta. Ha coperto i propri stabilimenti di Feletto con un impianto fotovoltaico, si è data un codice etico e ha scelto di sottoporre a misura anche l’equità interna. Nel 2025 quel terreno ha affrontato una verifica esterna: un organismo accreditato ne ha esaminato le prassi su carriere, retribuzioni e conciliazione, riconoscendole la UNI/PdR 125, la prassi italiana che attesta la parità di genere.
Letti insieme, l’ingresso tra i marchi storici e una certificazione del 2025 dicono due cose distinte sullo stesso soggetto: che è durato a lungo, e che di quella durata oggi prova a essere all’altezza.
La storia non basta da sola
Per chi compra, seleziona fornitori o cerca un datore di lavoro, qui sta l’informazione utile. Un marchio storico attesta che un’azienda ha attraversato le epoche senza sparire, un risultato che il tessuto produttivo italiano, fatto di imprese spesso piccole e familiari, conosce bene. Da solo, però, racconta metà della storia.
L’altra metà è ciò che quell’azienda fa adesso: come tratta l’ambiente, come protegge chi lavora, quanto è equa al proprio interno. Le radici dicono da quanto tempo si è lì; i frutti dicono se vale la pena restarci. Il primo dato lo certifica un registro nazionale, il secondo se lo guadagna ogni anno chi continua a meritarselo.
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