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La Corona di Carlo III, ancora un’occasione di “fare cultura a tutto tondo”

Negli spazi del Museo Accorsi-Ometto, sino al 22 marzo

Nei giorni scorsi, con la solita preziosa conoscenza ricca di particolari storici e artistici, Luca Mana, direttore del Museo Accorsi-Ometto, ha presentato “La Corona di Carlo III di Borbone” all’interno di un più vasto titolo che suona “Arte e regalità nell’Europa del Settecento”. Al centro della Sala delle Arti del Barocco, è ospitata una copia dell’originaria corona, che nel 1732 Isabella Farnese, regina di Spagna e madre del futuro sovrano, commissionò a un’equipe di orafi fiorentini per l’incoronazione a re di Sicilia del figlio Carlo di Borbone, che sarebbe avvenuta tre anni dopo, il 3 luglio, nel duomo di Palermo. Della corona si persero le tracce nel 1799, quando forse smembrata dei suoi gioielli venne imbarcata sulla nave Vanguard ammiraglia della flotta di Horatio Nelson e “affidata” alle cure dell’ammiraglio che già trasportava da Napoli a Palermo numerosi preziosi. Un giallo di altri tempi a cui si sono tra gli altri appassionati Annamaria Barbato Ricci e Ciro Paolillo con il volume “L’enigma della corona. Carlo III di Borbone e i diamanti Farnese”, pubblicato da Gangemi Editore nel 2023.

“Esporre la riproduzione della corona di Carlo III rientra pienamente – ha sottolineato Mana – tra le competenze del nostro Museo, il cui compito statuario è fare cultura a tutto tondo e raccontare anche quello che non riguarda strettamente la storia e il panorama figurativo locale, piemontese. I visitatori avranno così modo di farsi un’idea dell’eccezionale livello raggiunto dagli artisti di corte della Napoli del Settecento, che seppero comunicare in una maniera del tutto unica l’avvento di una nuova dinastia, quella dei Borbone, dopo secoli di amministrazione spagnola e austriaca.” Un tassello che si viene ad aggiungere – sino al 22 marzo, poi la Corona entrerà a far parte del tesoro di San Gennaro a Napoli – alla visione del Settecento che rimane principalmente propria dell’Accorsi, qui uno sguardo ulteriore al fascinoso made in Italy targato Napoli. Infatti la corona che il pubblico ammirerà per un mese è stata realizzata dal Centro Orafo Il Tarì, sede a Marcianise in provincia di Caserta, da sempre organizzatore di eventi culturali e di mostre nell’ambito del gioiello e dell’oreficeria: la riproduzione è in argento dorato con un peso di 1405 grammi, il diametro di base è di 20 cm e l’altezza di 19 cm. La impreziosiscono oltre 300 pietre bianche cubic zirconia nonché una grande ametista di taglio antico, che va a sostituire l’originale “diamante viola Farnese” di 42 carati.

La corona non è l’unico esempio dentro fa mostra, attorno le sono esposti oggetti di arte decorativa napoletana già appartenenti alle collezioni del Museo Accorsi-Ometto: una coppia di doppieri (1775 – 1779) dovuti a Francesco Tomaselli, con inciso lo stemma di Simone Vincenzo Velluti Zati, duca di San Clemente, argento fuso, sbalzato e cesellato, “asimmetrici nella forma, documentano il persistere di soluzioni ornamentali rococò nelle case delle nobili famiglie napoletane, anche dopo l’avviarsi della felice stagione neoclassica.” Come assai prezioso – e davvero bellissimo: provi ognuno ad accendere la luce che lo retroillumina e si goda il raro cambiamento dell’oggetto – è il vassoio da parata in piquet tartarugato, che il papa (bolognese) Benedetto XIV Lambertini ordinò alle officine (campane) di Torre del Greco per farne dono al marchese (piemontese) Leopoldo Del Carretto di Gorzegno e di Moncrivello, che fu legato diplomatico in occasione del secondo concordato tra papato e Regno di Sardegna, un ampio carapace raddolcito e livellato con olio d’oliva e altri elementi, “un’opera che esprime l’altissimo livello qualitativo delle maestranze napoletane, educate fin dall’inizio del nuovo regno a comunicare la regalità e in grado di reggere il confronto con le migliori manifatture europee” nonché la rete che legava le lontane piccole e grandi corti come la scelta dei luoghi di lavoro, altrettanto lontani, ma ritenuti in quel momento tra i migliori. A raccontare il significato del Barocco da cui la sala prende nome, all’intorno nature morte e i ritratti e le immagini sacre, veri gioielli i tondi che illustrano tre “Scene della Passione di Cristo”, tra il 1760 e il ’70, in gesso e legno, dovuti a Giovanni Battista Bernero, saviglianese d’origine, assunto ben presto alla corte dei Savoia, attivo a Stupinigi come al Sacro Monte di Varallo, nel duomo di Casale Monferrato e di Carignano, a Torino nelle chiese di San Lorenzo e in San Francesco d’Assisi.

Elio Rabbione

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