Il coro è sempre più forte: “Cairo deve vendere”. Attorno al glorioso Torino il clima è diventato rovente, con una grande e consistente parte della tifoseria che considera concluso il ciclo di Urbano Cairo.
Dopo anni di gestione giudicata prudente, senza il salto di qualità promesso, la pazienza sembra finita. I “245 mesi” di nulla evocati dagli striscioni e dai cori sono diventati il simbolo di un’era percepita come piatta:zero acuti,zero trofei, nessuna reale ambizione europea, troppe stagioni vissute tra anonimato e sofferenza. E ora, con la paura della Serie B che torna a farsi concreta, la frattura appare insanabile.
Quest’anno, poi, il peso è ancora più forte: ricorrono i 50 anni dall’ultimo scudetto granata, quello del 1975-76. Un anniversario che avrebbe dovuto rappresentare orgoglio e rilancio, memoria e ambizione. Invece, per tutti i tifosi, diventa il simbolo di ciò che manca: una società capace di onorare davvero quella storia con un progetto all’altezza.
Tra i sostenitori si fa strada anche un’altra convinzione: che lo stesso Cairo sia stanco. Stanco delle contestazioni, di un rapporto logorato, di un ambiente che non lo riconosce più come guida. C’è chi è certo che abbia ormai compreso come il suo ciclo sia arrivato al capolinea e che la cessione sia l’unica via per chiudere un’epoca.
Per molti tifosi la questione non è più tecnica ma strutturale: serve un cambio di proprietà, una nuova visione, investimenti e progettualità. La richiesta è netta, senza sfumature: vendere per riaccendere entusiasmo e credibilità.
Se davvero sia finita lo diranno i prossimi mesi. Ma oggi, nel mondo granata, la sensazione è chiara: il tempo delle attese è scaduto.
Enzo Grassano
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