Basaglia, che hai fatto? - Il Torinese

Basaglia, che hai fatto?

La legge Basaglia è conosciuta da tutti come la legge che ha, di fatto, chiuso i manicomi.

Decisione ammirevole, considerando cosa fossero quelle strutture in cui molti hanno passato la maggior parte della propria vita.

Verso la fine degli anni ’70, complice un periodo di enormi cambiamenti sociali (pensiamo solo agli scioperi studenteschi, alla marcia dei quarantamila a Torino, al terrorismo) questa legge fu il cambiamento necessario per modificare la vigente legislazione che riteneva i “matti” dei pazienti da togliere dalla società, e da curare con metodologie sicuramente discutibili (elettrochock) e spesso più dannose della patologia da curare.

La legge 180 del 1978, appunto la legge Basaglia, mise fine a queste strutture; restano famosi il manicomio di Collegno (si pensi al caso Bruneri-Canella ed alla sua trasposizione cinematografica ne “Lo smemorato di Collegno” con Totò) o a quello di via Giulio a Torino.

La legge 180, tuttavia, introdusse l’istituto del TSO, Trattamento Sanitario Obbligatorio che, in deroga a quanto prevede l’art. 32, 2° comma, della Costituzione Italiana che recita “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”, consente il ricovero coatto.

Ecco, se analizziamo il TSO, la sua utilità e l’ultima parte dell’art. 32 ci accorgiamo che spesso il TSO non solo è perfettamente inutile ma, addirittura, può recare danni a chi ne sia sottoposto.

In pratica il paziente che manifesti un comportamento pericoloso per sé e per gli altri, o che rifiuti le cure (per esempio malattia infettiva) viene prelevato dove si trova (abitazione, luogo pubblico) e ricoverato per sette giorni, rinnovabili. I TSO possono essere disposti per qualsiasi motivo di natura sanitaria, sebbene la quasi totalità riguardi patologie psichiatriche.

In pratica, è necessario che due medici, dei quali uno dell’ASL competente, propongano il Trattamento ed il Sindaco del luogo emetta il provvedimento; entro 48 ore il Giudice tutelare dovrà poi convalidare il provvedimento.

Su alcuni punti molte associazioni si stanno muovendo per una riforma sostanziale.

Il primo punto sul quale si sta lavorando per ottenerne una riforma è che contro il decreto del Giudice in Tribunale non è ammesso contraddittorio né il soggetto interessato è ammesso a partecipare.

Ha molte più tutele, ad esempio, chi venga arrestato per un reato, anche colto in flagranza, di chi sia sottoposto ad un TSO pur essendo lucido e collaborativo.

Si tratta, comunque, di una limitazione temporanea della libertà individuale e con essa di autodeterminazione di un individuo.

Proprio a Torino si è verificato un delitto connesso all’esecuzione di un TSO: nel 2015 Andrea Soldi, affetto da schizofrenia, siede su una panchina in piazza Umbria. Da mesi ha sospeso le cure, in quel momento si trova su quella panchina perché è il posto dove si sente a suo agio quando le crisi si manifestano, quando i pensieri diventano prepotenti. Quel giorno Andrea viene raggiunto dal suo psichiatra e da alcuni vigili urbani, provano a farlo salire su un’ambulanza per sottoporlo ad un TSO ma Andrea si rifiuta.

In quattro lo immobilizzano ammanettandolo; sull’ambulanza viene trasportato a pancia in giù e questo gli crea una crisi respiratoria. Andrea muore poco dopo l’arrivo in ospedale.

A stabilire il nesso di causa-effetto tra la costrizione subita e la morte è stata l’autopsia disposta dalla Procura di Torino. I quattro imputati, accusati di omicidio colposo, sono stati condannati a un anno e sei mesi di reclusione e le condanne sono state confermate in Cassazione.

Ora sorge spontanea una domanda: perché una persona, affetta da schizofrenia e quindi sicuramente bisognosa di cure continue e pericolosa per sé e, forse, per gli altri, era libera di girare ed anche di rischiare la vita in giro per la città? Non sarebbe opportuno, prima di giungere al Trattamento Obbligatorio, creare le condizioni perché un soggetto sia accudito, protetto e, possibilmente, curato?

Non tutte le famiglie possono prendersi cura di un loro congiunto, sia per incapacità tecnica, sia per mancanza di tempo; perché lo Stato, attraverso le Regioni che gestiscono la sanità e le Prefetture che sono l’emanazione del Governo presso un capoluogo, non provvedono a censire i soggetti che necessitino di cure al fine di adottare provvedimenti realmente adeguati?

Così come stanno aumentando di numero le RSA (molti anziani non hanno nessuno che possa prendersi cura di loro), perché non prevedere RSO (Residenze Sanitarie Obbligatorie) che nulla abbiano in comune con i lager raccontati da Alda Merini, ma che realmente si prendano cura dei nostri cari, affetti da problemi che richiedono interventi certi e, ove possibile, risolutivi?

Dove i residenti non vengano legati ai termosifoni o lavati sotto docce gelate, ma curati secondo i progressi della medicina.

Sergio Motta

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