La lucina notturna della mamma sartina non mi ha mai abbandonato

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COSA SUCCEDEVA IN CITTA’ / Graziosa la mia mamma.  Ed anche io facevo la mia “porca” figura.  21 giugno 1957.

Manco un mese avevo.  Sono passati quasi 64  anni e ne è valsa la pena. Non ho conosciuto mio nonno morto in guerra.  E sempre nel 1940 ad 11 anni , finita la 5 elementare, a lavorare, cara mamma,  alla Facis di corso Emilia. Eri piccola di statura. Gambe proporzionate,  ma pur sempre cortine. Abitavi  a 500 metri dal lavoro. Via Cuneo,  case di ringhiera. Ed hai sempre ricordato il mare di pianto che hai fatto. Volevi continuare a studiare, ma il tuo lavoro e quello di tua sorella erano l’unico sostentamento della famiglia. Della guerra non ne parlavi mai. Ricordavi,  sicuramente ricordavi almeno qualcosa.  Avevi 16 anni quando finì  e a 16 anni si ricorda quasi tutto.  La tessera per poter far la spesa. Quella sì , raccontavi. Diventata sartina e sposata era (per allora  d’obbligo lasciare il lavoro per accudire i figli.  Sposati nel 1956 e appena 10 mesi dopo sono nato io.  Ma i soldi non bastavano mai e ti sei “arrangiata” a fare la pantalonaia. Tutto ovviamente in nero.  Soprattutto il sarto di via Palestrina, mi ricordo. Forse perché  ci scappava un piccolo regalino, caramella o un biscotto. Altra cosa che mi ricordo era la fretta che ti mettevano. In 48 ore dovevi confezionare 4 o 5 pantaloni. Inevitabile lavorare fino a notte tarda. La macchina da cucire Bortetti ancora a pedale. Poi uscirono i motorini. Dicevi sempre: un’ altra vita.  Io dormivo in fondo alla stanza , ma come non vedere la bassa luce fino, magari, all’una di notte.  Ed i fili sparsi per la casa. Quella lucina non mi ha mai abbandonato. Anche quando ebbi,  finalmente, la mia cameretta. Piccola, ma per me un sogno di indipendenza. Ma si sentiva sempre quel ronzio del motorino. Non bastava.  Riassettare e pulire la casa. Cucinare e far la spesa. Tutto nello stesso momento. Poche ore di sonno.  E magari anche la domenica. Pativi,  sicuramente è chiaramente pativi quella condizione.  Nato io non solo avevi dovuto lasciare il lavoro,  ma anche la politica. Era il vostro destino.  Poche,  pochissime donne sfuggivano a quell’ ingrato destino. Sempre una tessera in tasca. Anzi due tessere contando quella dell Udi. Unione donne italiane. Femminismo ante litteram. La parità di salario con parità di mansioni era un miraggio. Le donne non potevano diventare magistrato  pochissime le laureate. Rinascere  l’otto marzo ed il 1 maggio  metà anni 60: vestita di tutto punto con quel tailleurino color carta da zucchero. Manifestazione e poi pranzo con le compagne e compagni del sindacato. Un modo di ritrovarsi da un anno all’altro. Soprattutto con le compagne che lavorano,  come segretarie al sindacato. Loro,  magari, avendo già i figli grandicelli. Quante volte mi hai ripetuto: io non ho studiato , io non ho potuto studiare. Tocca a te riscattarmi con lo studio. Zoppicante al liceo mi sono ripreso all’ università. La tua vita non è stata facile. Difficile non solo economicamente. Ma se sono arrivato fino qui… Se le tue nipoti sono arrivate fino a qui, lo dobbiamo anche a te. Decisamente in ritardo, grazie Mamma. Tutto è tempo. Ad un certo punto arriva il momento di ricordare il proprio tempo. Valutazioni. Come in quelle notti che ti capita di pensarci un po’ su.  Di quello che pensi di essere e sei diventato.  Appunto, valutazioni. Con una realtà che ci circonda decisamente problematica.  Ma qualcosa,  accidenti, abbiamo fatto. Magari non riuscendo su tutto. Ma qualcosa, accidenti  lo abbiamo fatto. Almeno, possiamo dire e dirci : ci abbiamo tentato.  Come Tu mamma, da quella  bimba che nel 1940 è andata a lavorare. Impossibile far finta di niente.  Era la premessa per quello che sono diventato nascendo 17 anni dopo. Non ho il ricordo di quel giugno di 64 anni fa. Ho il ricordo di quella lucina fino al’ una. Cara Mamma grazie.  Per quello che sono diventato.

Patrizio Tosetto

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